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Le 12 principali bugie su Israele

  

 

Premessa: tratto da qui, qui e qui dal libro di Fiamma Nirenstein "Le 12 bugie su Israele"

 

INTRODUZIONE

 

Finché il pensiero su Israele sarà così inquinato di menzogne, potremo sospettare di tutto e di tutti, della nostra mente e della altrui innocenza. L'aria soffoca ogni persona di buon senso ogni volta che si apre la bocca su Israele, diventa irrespirabile, occorre allontanarsi. Ma, se si vedono da una parte i terroristi travestiti da brava gente che soffre e dall'altra dei giovani soldati costretti a difendere un Paese piccolissimo e assediato da tutte le parti e se li si immagina a parti rovesciate, come aggressori, anche quando devono fermare dei lanciamissili nascosti a Gaza, dentro le scuole o negli ospedali, per difendere la propria popolazione civile, allora che cosa resta della nostra stessa civiltà?

 

Qualcuno comincia a capirlo adesso che anche le città europee e americane soffrono l'assedio del terrorismo. Ancora troppo poco, e colpisce che la percezione di quanto Israele sia in realtà lo scudo e il maestro di cui l'Europa ha bisogno per combattere il terrorismo l'abbiano avuta prima i leader africani e quelli arabi moderati rispetto agli europei e agli americani. Durante la recente visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in Africa, il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta ha detto: "Sarebbe pazzesco non cooperare strettamente con Israele. Per noi sarebbe come nascondere la testa nella sabbia come uno struzzo". E' quello che sta facendo l'Occidente quando si ostina a colpevolizzare, criminalizzare, mettere sotto accusa Israele a ogni passo fasciandosi la testa di ripetute, ossessive menzogne. E' una vera e propria malattia.

 

Tutto ciò che è accaduto e continua ad accadere nelle strade di Gerusalemme, Tel Aviv, Natanya, agli occhi della stampa internazionale non conta nulla rispetto alle famigerate "costruzioni nei territori"; così come è stato per le più di duemila persone uccise sugli autobus e nei caffè negli anni della Seconda Intifada; succede che all'improvviso un ragazzino di 17 anni con un coltello entri in una casa dove dorme una bambina di 13 anni e la faccia a pezzi e, mentre la sua gente distribuisce per strada caramelle per la gioia e lo chiama eroe e la mamma della bambina grida il suo nome seppellendola, il mondo si rifiuta di chiamare il terrorismo in Israele con il suo nome. E' lo stesso doppio standard, la stessa abitudine alla bugia per cui il Consiglio per i diritti umani dell'ONU si occupa pochissimo di 250mila assassinati dalla guerra in Siria mentre dedica sempre, inevitabilmente, morbosamente, nelle sue sessioni, un paio di risoluzioni di condanna a Israele.

 

Perché? Perché l'Europa è infettata di bugia, la sua elaborazione del passato antisemita è monca e obsoleta e il moltiplicarsi degli attacchi agli ebrei sul suo territorio non vengono identificati col germe della sua antica malattia e piuttosto attribuiti a una "legittima" o almeno "comprensibile" critica dello Stato d'Israele; la sua filosofia globalista le impedisce di apprezzare il valore di una nazione, Israele, appena nata, dato che il suo scopo, senza tuttavia riuscirci appieno, era quello di cancellare confini, etnie, identità, religione in nome di una ispirazione transnazionale; e quanto l'Unione Europea può essere distante da un Paese in cui tutti i ragazzi rischiamo la vita in guerra e dai 18 anni prestano servizio militare per tre anni, lei che le guerre le ha patite a milioni di morti sulla sua pelle e si è illusa di aver chiuso quel capitolo per sempre? Israele è dunque ideologicamente estraneo all'UE.

 

Il potere della menzogna è incredibile: nell'era di mezzi dei comunicazione di massa e dei social network è più grande di quello delle armi, maggiore della politica, più potente delle prove inequivocabili a discolpa. Lo sapeva bene Goebbels, lo stratega della propaganda di Hitler, quando diceva: "Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità". Molti dittatori ne hanno fatto tesoro. Fra loro, Arafat: la lampadina si accese quando Ho Chi Min, si racconta, durante una visita del Raiz in Vietnam, gli spiegò che la strada da intraprendere era quella della solidarietà internazionale, dell'associazione alla lotta di liberazione popolare contro l'imperialismo e il capitalismo, contro gli Stati Uniti e i suoi alleati eredi del colonialismo. E così Arafat, con abilità estrema e con il background dell'aiuto sovietico, seppe fare: il segreto era puntare sugli incubi e i sensi di colpa dell'Occidente per dimostrare che Israele, invece di incarnare finalmente, come nella realtà, le aspirazioni di un popolo perseguitato che realizzava il suo sogno nella terra d'origine, era invece un mostruoso parassita in terra araba, uno Stato colonialista assetato di potere e persino di sangue. Da allora i Palestinesi hanno cominciato a inventarsi un passato millenario in una terra che in realtà non è mai stata specificamente loro; hanno addirittura inventato natali Palestinesi a Gesù Cristo; hanno spodestato la storia ebraica dalla sua culla più accertata e naturale, Gerusalemme, affermando che è sempre stata musulmana.

 

La delegittimazione di Israele è diventata aggressiva fino alla diffusione nelle élite di uno spensierato, salottiero disegno di distruzione: solo pochi mesi fa, una deputata laburista inglese, Naz Shah, si è dovuta dimettere per aver detto che Israele deve essere spostata negli Stati Uniti; nel 2001, Daniel Bernard, l'ambasciatore francese a Londra, durante una cena disse, con un bicchiere in mano: "Quel piccolo Paese di merda ci porterà alla guerra"; nel 2009, una diplomatica norvegese, Trine Lilleng, ha comparato il comportamento di Israele a Gaza alla Germania nazista; nel 2004, la Baronessa Jenny Tonge, allora membro del parlamento inglese, disse che i terroristi suicidi che si facevano esplodere fra la gente non le facevano grande effetto e che se avesse vissuto nella loro condizione, avrebbe considerato di diventarlo anche lei; nel 1993 il Belgio passò una legislazione per l’incriminazione di personalità coinvolte in crimini di guerra e Ariel Sharon venne in seguito citato in giudizio per il suo coinvolgimento in Sabra e Chatila, il massacro compiuto dai falangisti maroniti contro i Palestinesi nel Sud del Libano nel 1982; l'ex ministra israeliana, forte sostenitrice del processo di pace, Tzipi Livni, dal 2009 è sottoposta a un mandato di cattura internazionale che le impedisce di viaggiare in diversi Paesi.

A inizio luglio, trovandosi a Londra per una conferenza, per altro tutta pacifista promossa dal quotidiano Haaretz, è stata infatti citata a presentarsi dalla polizia locale per essere interrogata; sussiste lo stesso problema per Netanyahu con la Spagna, dal momento che nel 2015 una corte spagnola ha emesso un mandato di cattura internazionale contro il premier israeliano per i fatti, avvenuti nel 2010, della flottiglia turca Mavi Marmara, per i quali proprio Netanyahu ha solamente poche settimane fa raggiunto uno storico accordo con Erdogan, mettendo fine alla controversia tra i due Paesi.

 

Ci sono diverse opinioni sul futuro del conflitto Israelo-Palestinese. C'è chi pensa che sia irrisolvibile perché di fatto i Palestinesi sognano di espellere Israele dal Medio Oriente e il mondo arabo li segue su questa strada, costruendo giorno dopo giorno menzogne che rendono Israele odioso e impresentabile, da cancellare. C'è chi invece vede che i tempi sono molto cambiati e che anche i Palestinesi dovrebbero cambiare la loro strategia in vista del terremoto jihadista in Medio Oriente, prevedendo la possibilità che, se non sarà sorretto da forze moderate, ne verranno anch’essi travolti. C'è chi pensa che si possano disegnare due Stati sui confini del '67 e che il problema consista negli "insediamenti": secondo questa visione, è molto dannoso che Israele continui a costruire e qui si immagina che, se si fermasse, una volta realizzata un'equa divisione del territorio, le cose potrebbero sistemarsi.

 

Sono pareri molto discussi, ma l'Ue è totalmente determinata a portare avanti ogni azione per costringere Israele ad accettare quelli che immagina essere i suoi confini della pace, quelli della linea armistiziale del ‘49, noti come i confini del ’67 e nell’immaginario collettivo diventati una vacca sacra, nonostante appunto, secondo il diritto internazionale e la stessa risoluzione ONU 242 del ’67 (la prima in assoluto a parlare di un ritiro), si tratta di ritiro generico “da Territori”, lasciando intendere che i confini siano da trattare. L’Unione Europea infatti ha per esempio votato unilateralmente per il ritorno a quei confini, avallando nel 2011 la richiesta di riconoscimento univoco dello Stato Palestinese e formulando unilateralmente linee guida per gli Stati membri per favorire l'etichettatura di prodotti israeliani provenienti dalla Cisgiordania, per facilitare il boicottaggio degli stessi.

 

Tutto questo può aiutare il processo di pace? No, se si pensa che per ottenere la pace le due parti debbano incontrasi e parlare, cosa che Abu Mazen si rifiuta di fare dal 2013. Operazioni come le risoluzioni europee e la conferenza francese di pace che, senza la partecipazione delle parti in causa, stabiliscono confini che non saranno mai accettati da Israele perché non ne garantiscono la sicurezza, danno solo una potente spinta ai Palestinesi affinché non partecipino a nessuna trattativa di pace, dato che le loro ragioni territoriali sono già state accettate. Si tratta di una bugia doppia, perché lascia credere che una volta ottenuti i confini del ’67, i Palestinesi accetterebbero una pace definitiva. Ed è perfino una bugia tripla, perché altri Paesi che occupano territori non loro, come il Marocco con il Sahara Occidentale, o la Turchia con Cipro del Nord, non hanno mai subito una sanzione come l'etichettatura dei prodotti fabbricati dei territori contesi. Risulta quindi evidente che all'UE non importa veramente di raggiungere la pace, ma solo di sanzionare Israele.  

 

 

ELIMINARE LE BUGIE PER PARLARE DI PACE

 

 

Bugia n. 1: gli ebrei sono colonizzatori di una terra altrui

 

Le bugie su Israele tendono tutte a descrivere in termini di impresa criminale la costruzione e lo sviluppo dello Stato di Israele. I Palestinesi si presentano al mondo come i padroni di casa sfrattati da un estraneo prepotente, Israele. Ma non è così. Non c'è mai stata una civiltà o una nazione "palestinese" e tantomeno una nazione arabo-palestinese. Certo, ci sono antichi abitanti dell'area, oltre alla civilizzazione più antica di tutte, quella ebraica. Ma non c'è mai stata una cultura o una lingua palestinese, né uno stato governato da arabi Palestinesi. Invece Israele è diventata una nazione già nel 1312 avanti Cristo, duemila anni prima della nascita dell'Islam. Nel 586 a.C., Nabucodonosor II di Babilonia distrusse il Primo Tempio di Gerusalemme, che si ergeva sulla collina dove oggi si trova la Moschea di Al Aqsa (il terzo luogo santo per l’Islam, non esplicitamente menzionato nel Corano se non appunto come “Al Aqsa”, che significa “la più lontana”, interpretato poi in riferimento a Gerusalemme che è città più lontana dall’Arabia Saudita, dove si trovano La Mecca e Medina, le prime due città sacre per l’Islam, menzionate nel Corano centinaia di volte. Gerusalemme invece compare nella Bibbia 669 volte e il termine Sion 154).

Dopo la distruzione del Primo Tempio e l’esilio di Babilonia, gli ebrei che poterono restare o tornare in patria dopo l’Editto di Ciro il Grande emesso nel 538 a.C., ricostruirono la loro nazione e il Secondo Tempio, finché nel 70 d. C. esso fu di nuovo distrutto dai Romani e Tito ridusse in schiavitù la popolazione ebraica, portando molti schiavi a Roma (come testimoniano i rilievi sull’Arco di Tito, una vera fotografia in cui gli ebrei prigionieri portano sulle spalle il candelabro a sette braccia, la Menorà, che oggi è il simbolo istituzionale dello Stato d’Israele). In seguito, mentre gli ebrei mantenevano una presenza perseguitata e precaria che però li ha quasi sempre visti maggioranza a Gerusalemme specie negli ultimi due secoli (dal 1880 sono stati ininterrottamente maggioranza assoluta della città), ci sono state dominazioni svariate: Greci, Romani, Maccabei, Bizantini, Arabi, Egiziani, Crociati, Mamelucchi, Turchi Ottomani e poi gli inglesi che sostituirono l'Impero Ottomano con il Mandato Britannico stabilito dalla Lega delle Nazioni.

 

 

Bugia n.2: il termine Palestina

 

Il nome Palestina, dato dai Romani per indicare una delle province del loro Impero, non ha nulla a che vedere con una nazione preesistente, ma con un popolo fra i tanti che raggiunsero le sponde di Israele dal Mediterraneo di origine Egea, greca, cretese, turca... certamente non arabi. Gli arabi di Palestina provenivano essenzialmente dalla Siria e dalla Giordania e divennero un numero considerevole solo dopo la nascita del Sionismo. Persino i leader arabi includevano la Palestina nei territori della "Grande Siria e i Palestinesi aumentarono di numero provenendo dai vari Paesi circostanti solo quando i pionieri sionisti aprirono le porte del lavoro in quella terra prima abbandonata e incolta, innanzitutto prosciugando, col sudore della fronte di tanti immigrati che si dedicarono con tutte le energie alla terra che non avevano mai curato prima, come fecero i genitori di Ytzhak Rabin, le paludi portatrici di malaria. Più del 90 per cento degli arabi della zona immigrarono durante le prime Alyoth, le immigrazioni di massa di ebrei iniziate nel 1880, contemporaneamente e indipendentemente, sia dallo Yemen che dall’Europa. Non c'è differenza etnica o storica fra la massa araba del Paese e quelle delle 22 nazioni arabe della zona. Storicamente, non è mai esistito uno Stato Palestinese. Se vuole finalmente decidersi a esistere, deve trattare con Israele i suoi confini.

 

 

Bugia n. 3: il Monte del Tempio, la Spianata delle Moschee

 

Tutto l’ammasso di menzogne su Gerusalemme e il tentativo di negarne le radici ebraiche stesse si è accumulato sul Monte del Tempio. La Moschea di al-Aqsa e la Cupola della Roccia sono mirabili costruzioni terminate rispettivamente nel 705 e nel 691. La Cupola fu copiata dal Santo Sepolcro, allora già esistente da diversi secoli. Questi edifici considerati il simbolo dell’Islam oggi, sono stati costruiti proprio sul sito del Primo e del Secondo Tempio, il Beit ha-Miqdash, il luogo della memoria più importante al mondo per gli ebrei. Qui sorge il Muro del Pianto, residuo della muraglia occidentale che sorreggeva il terrapieno del Tempio di Erode, che fu una delle meraviglie del mondo. Vi si vede ancora la pietra sacrificale, la scalinata da cui le masse ebraiche che giungevano per i pellegrinaggi si avviavano ai bagni rituali e poi le zone proibite (segnalate per scritto) dove solo i sacerdoti potevano entrare, e tutto questo accanto alla collina di Sion conquistata dal re David intorno al 1010 a.C. in battaglia, quando decise di fare di Gerusalemme la sua capitale. Più in basso la valle del Kidron, chiamata nell'Antico e nel Nuovo Testamento valle dei Re, per le tombe che vi sorgono, o valle di Giosafat. Vi sono seppelliti, principi, regine, profeti, molti della stirpe di David. Cristo, quando predicò ai mercanti, compì da bambino il suo pellegrinaggio di Pasqua come ogni ebreo d'Israele insieme a Maria e a Giuseppe, e si vedono ancora le scale da cui salì la famiglia.

Ma Arafat scelse la strada di negare l'evidenza, e tanto ha insistito e così minacciosamente, nel ripetere che "Spianata delle Moschee" è la denominazione unica che cancella quella di "Monte del Tempio", che l'UNESCO nei mesi scorsi ha votato con decisione mistificatoria e molto dannosa di ritenere il "Monte" pura eredità islamica. E' una vergogna carica di conseguenze anche violente e terroristiche, in quanto la propaganda palestinese non si stanca di suggerire ai propri giovani che Israele vuole cambiare lo "status quo" stabilito nel ’67, che conferisce al Waqf, l’autorità religiosa islamica con sede in Giordania, la giurisdizione sui luoghi santi islamici. "Morire per Al Aqsa" è uno slogan tanto in voga quanto solo propagandistico, dato che Israele non ha nessuna intenzione di impossessarsi delle Moschee, anche se è certo controverso che, proprio là sopra, nel luogo più sacro al popolo ebraico, sia proibito addirittura pregare agli ebrei (pochi, controllati, contestati) in visita.

 

 

Bugia n. 4: l’accusa del sangue

 

Parole come occupazione, apartheid, crimini di guerra, genocidio, sono ormai un'abitudine quando si parla di Israele. Nel giugno 2016, Abu Mazen, al Parlamento Europeo, ha ottenuto una "standing ovation" con un discorso in cui enunciava la tradizionale accusa del sangue originaria del medioevo, già causa di pogrom e di sanguinose persecuzioni: ha proclamato davanti a tutti i parlamentari europei che certi rabbini hanno suggerito agli israeliani di avvelenare le acque palestinesi. Chi enuncia una simile oscenità, uno dei temi più classici dell'antisemitismo, sa che l'interlocutore glielo permette, che non se ne andrà dall'aula gridando il suo sdegno.

Curioso poi che, rispondendo allo sdegno di Israele per la diffusione di simili menzogne, lo staff di Abu Mazen abbia rilasciato immediatamente una nota che afferma: “Essendosi rivelato evidente che le presunte dichiarazioni da parte di un rabbino sull’avvelenamento di pozzi palestinesi sono in realtà prive di fondamento, il presidente Mahmoud Abbas ha affermato che non aveva alcuna intenzione di danneggiare l’ebraismo o di offendere gli ebrei”. Ovviamente la ritrattazione di un’accusa ha sempre un effetto minimo di fronte all’accusa originale. Ed è difficile pensare che una mente non predisposta al peggiore odio antiebraico avrebbe fatta sua in un'occasione tanto solenne un'accusa così ridicola e razzista insieme senza averne valutato gli effetti.

 

La stampa internazionale ha raccontato che nel 2002 a Jenin c'era stata una strage simile a quella di Srebrenica; ha propagandato il manifesto di Arafat secondo cui il bambino Mohammed Al Dura era stato sicuramente e con malvagità ucciso dagli Israeliani nel 2000, cosa che poi diverse fonti di indagine non israeliane hanno dichiarato falsa; ha inventato storie di crudeltà degli abitanti degli insediamenti tese a rappresentarli come una banda di pazzi razzisti. Ma in realtà di queste 400mila persone soltanto una parte molto piccola e perseguita dalla legge israeliana ha compiuto crimini, e ha ricevuto fino al massimo delle pene prescritte, l'ergastolo, quando si è trattato di omicidio.

 

Il nuovo antisemitismo israelofobico è diventato una bandiera, consapevole - o inconsapevole - di tutte le grandi istituzioni internazionali. L'Unione Europea, le Nazioni Unite e il Consiglio per i Diritti Umani di stanza a Ginevra dedicano a Israele ogni anno almeno un terzo delle risoluzioni di condanna, invece che alla Siria, all'Iran, alla Cina, all’Eritrea... C’è poi l'UNESCO, che come abbiamo accennato sopra, ha di recente stabilito che la Spianata delle Moschee appartiene solo alla tradizione islamica, cancellandone il retaggio ebraico comprovato da mille testi. Tutte queste organizzazioni sono membri del club delle continua criminalizzazione di Israele, che allontana sempre di più ogni possibilità di pace.

 

 

Bugia n. 5: gli insediamenti sono la causa principale del conflitto

Secondo questo mito, la costruzione di nuovi edifici nei Territori contesi è la principale causa della mancanza di pace, dell'ira palestinese e del fatto che Abu Mazen non vuole riprendere i colloqui con Israele. La bugia storica qui è evidente: sin dagli anni ‘20, quando si disegna chiara la prospettiva del "focolare ebraico" in Medio Oriente, già certificato dalla Dichiarazione Balfour del 1917 e dalla Conferenza di San Remo del 1920, gli attacchi terroristici cominciano a susseguirsi a ritmo sempre più frenetico a testimoniare semplicemente il rifiuto arabo a una presenza ebraica. Ricordiamo gli attacchi del 1929 a Hebron e Safed, due delle città dove, insieme a Gerusalemme e Tiberiade, c’era sempre stata una maggioranza ebraica e dove si sono compiuti dei veri e propri pogrom uccidendo un centinaio di ebrei.

 

Gli insediamenti nascono come presidi di difesa e come memoria di un'antica presenza ebraica su territori di dominazione giordana fino alla Guerra dei Sei Giorni. Nel tempo sono anche semplicemente diventati zone in cui la vita è meno cara e vi è una maggiore viva comunitaria. Non sorgono, come molti credono, su un ex Stato di Palestina. Esso, come abbiamo ricordato prima, non è mai esistito. A seguito della sua inaspettata vittoria della Guerra dei Sei Giorni, Israele si offrì subito di trattare per la restituzione delle nuove conquiste (Sinai e Gaza dall’Egitto e Cisgiordania dalla Giordania). Tuttavia, la Lega Araba riunitasi a Khartoum nel 1967 rilasciò la celebre risoluzione dei “Tre no” con la quale stabiliva: no alla pace, no ai negoziati e no al riconoscimento di Israele.

 

Qui comincia la lunga strada delle offerte di Israele di restituire i territori in cambio di pace. Una formula reiterata nel tempo. Nel novembre del 1967 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU adottò la risoluzione 242 per risolvere la diatriba sui "Territori": essa non li definisce affatto "illegali" e non detta affatto, come Arafat seguitò a ripetere e come oggi l'UE sostiene, la restituzione “di tutti i Territori", bensì il ritiro “da Territori”, e stabilisce che si deve arrivare fra le due parti a "pacifico e reciproco accordo che possa garantire alle parti di vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti”. La risoluzione parla quindi di restituzione "di Territori" in modo confacente alle due parti, ovvero, le due parti devono trovare fra loro una soluzione concordata, e non imposta dall'alto. Sulla base delle dichiarazioni di Abu Mazen e degli avvenimenti degli ultimi anni, ovvero il terrorismo, l'odio e l’incitamento, considerando che da quando Gaza è stata sgomberata unilateralmente nel 2005 il lancio dei missili di Hamas contro la popolazione civile di Israele è diventato costante, è difficile pensare a ulteriori abbandoni di territori senza garanzie.

 

Sostenere che l’Occupazione sia la causa del conflitto, è semplicemente una descrizione maliziosa, oppure superficiale, non realistica e ingenua. Non solo: tutti i passi verso il superamento di questa condizione sono stati occasione, invece, di una crescita della violenza e del rifiuto palestinese. Per tre volte i Palestinesi hanno rifiutato decisamente le offerte di pace, territorialmente molto vaste, ricevute da Israele. Adesso da anni Abu Mazen si rifiuta di intraprendere colloqui di pace senza precondizioni (come stabilito appunto dalla Risoluzione ONU 242), e pretende invece che i confini del '67 siano considerati una conditio sine qua non. Ma Israele non li ritiene sicuri, e per ragioni storicamente ben comprensibili.

 

 

Bugia n. 6: i Palestinesi come vittime perenni

 

Il grande pubblico ignora che, a partire dall'accordo ad interim del 1995 e da quello di Hebron del 1997, i Palestinesi hanno acquisito una grande autonomia di gestione sul proprio presente e futuro. Le truppe israeliane sgomberarono in base a quegli accordi tutte le maggiori città palestinesi e Arafat ne prese pieno possesso. Questi sono definiti i “Territori A” e sono sotto completa giurisdizione palestinese. L'idea era proprio quella di mettere una fine agli attentati e al conflitto tramite una restituzione territoriale che disegnasse un embrione di Stato, un grande primo passo da perfezionare con accordi successivi. Tutti ricordano la "Dichiarazione di principi", nel 1993, con la famosa stretta di mano tra Rabin, Arafat e Clinton alla Casa Bianca. I nuovi accordi sarebbero rimasti in vigore per 5 anni al massimo, durante i quali sarebbe stato trattato un Stato definitivo. Invece, e di conseguenza agli accordi, scoppiò il terrorismo suicida che ha falciato più di mille vittime civili israeliane. Dopo le prime elezioni generali palestinesi del '96, l'amministrazione di Israele fu disciolta.

Insomma il 98 per cento dei Palestinesi dal '96 non vive sotto occupazione, e dunque si auto regola e auto governa con le sue leggi, il suo sistema scolastico e sanitario, la sua stampa e tv. Ha dato così vita a un sistema autocratico, nonostante l'esistenza di un parlamento, la cui vita è tutta imperniata sul rifiuto di Israele, il potere di Abu Mazen è incontrollato, la classe dirigente corrotta, i bambini crescono col culto della guerra contro gli ebrei (dicono proprio sempre "ebrei" per indicare gli Israeliani). Il sogno popolare non è la pace, che invece Israele canta e dipinge in tutte le occasioni, ma la cancellazione di Israele stessa, non il perfezionamento degli accordi ma il loro superamento.

 

 

Bugia n. 7: Israele Stato razzista e di Apartheid

 

Sono passati quindici anni da quando la "Conferenza Mondiale dell'ONU contro il razzismo" ha inaugurato una nuova fase di antisemitismo sotto l'egida astuta della lotta al razzismo. E in questo periodo nessuna delle menzogne su Israele ha avuto più successo dell'idea di "Israele Paese di Apartheid", forse proprio per la sua natura paradossale: immaginare che lo Stato degli ebrei sia razzista è infatti proprio la cosa più odiosa e ripugnante che si possa immaginare. Tutti sanno cos'era l'Apartheid sudafricano: un sistema governato dalla nascita alla morte dei cittadini da leggi che determinavano la vita di ciascuno sulla base del colore della pelle. Niente di tutto questo accade in Israele, né è mai accaduto.

 

Ma l'idea di base è quella di accusare Israele dei crimini più invisi al mondo contemporaneo così da renderlo uno Stato canaglia da boicottare e alla fine da cancellare, come il Sud Africa dell'Apartheid, appunto. Sulla scorta di questa accusa, vengono ogni anno organizzate negli atenei di tutto il mondo le "Apartheid week" che ormai si svolgono anche in alcune università italiane; e su questa accusa si è costruito tutto il vasto movimento del BDS, (Boicotaggio Disinvestimento e Sanzioni) che vuole appunto ripetere per Israele la politica di delegittimazione attuata per il Sud Africa. Il BDS è un movimento estremista e violento che mira alla distruzione di Israele ed è di fatto sostenuto anche da Hamas e dalla Fratellanza Musulmana. Oltretutto è un movimento ipocrita perché, mentre boicotta sistematicamente accademici, sportivi, studiosi, rappresentanti della società si guarda bene dall'escludere dal mercato i tanti prodotti indispensabili della scienza e dell'industria israeliana nei settori medici e tecnologici.

 

Nel 1975 l'ONU passò la famosa quanto misteriosa risoluzione "Sionismo uguale a razzismo". Ma l'unico nesso che gli ebrei hanno con il razzismo e l'Apartheid è passivo: l'uso dei ghetti ai fini della loro segregazione seguiva criteri razziali come il tentativo della loro eliminazione fisica sistematica. In Israele non c'è traccia di razzismo né tantomeno di Apartheid, l'accusa è troppo stupida per essere presa seriamente; in Israele esiste solo quel tasso di razzismo che purtroppo alligna in qualsiasi società democratica e viene monitorato e combattuto per legge. Israele non distingue nella sua legislazione fra razze, etnie, religioni, salvo che per l'ammissione immediata alla cittadinanza israeliana, riservata solo agli ebrei, come per l'Italia agli italiani tra l’altro.

Israele non impedisce a nessuno di praticare la propria religione e i propri costumi ed è l'unico Paese del Medio Oriente dove ciò accade. Basta farsi un giro alla Knesset, dove gli arabi (in tutto circa il 20% della popolazione) nell’attuale legislazione sono 17; o negli ospedali, dove il 12,5% dei medici e l'11,3 degli infermieri sono arabi; o nelle università dove gli studenti arabi sono circa il 15%. Drusi e beduini servono nell'esercito in alti gradi. Giudici arabi hanno sempre servito nella Corte Suprema e nei vari corpi giuridici e di polizia. I centri commerciali, con i loro negozi e spazi ricreativi, sono un incrocio frenetico di gente di ogni etnia o credo religioso, ebrei cristiani e musulmani, tutti insieme. Ai giochini a gettone le mamme fanno la fila coi bambini, sia che abbiano il velo islamico che la parrucca delle donne molto religiose di Israele.

 

Si, è certo vero che sono molte le misure per cui soprattutto nei Territori e ai suoi ingressi la parte araba della popolazione subisce code e interrogatori in misura maggiore degli ebrei, e ne soffre molto anche perché a volte, nonostante le regole che lo proibiscono, i modi dei soldati sono prepotenti e spazientiti, stressati dal pericolo costante e dalle tante ore di grande responsabilità, questi ragazzi di 18 anni, per la salvezza di tutti i cittadini d'Israele, arabi compresi. Ne sono morti non pochi negli attacchi terroristici degli jihadisti. E chi può negare che da Hebron, da Betlemme, da Ramallah siano entrati a migliaia terroristi armati che hanno compiuto stragi? E' vero, certo, che Gaza ha le frontiere chiuse, ma basta pensare al programma genocida antisemita e antioccidentale di Hamas, sancito dalla sua stessa Carta Costitutiva e a quanto sangue ha sparso dentro e fuori la Linea Verde, per capire che il razzismo non c'entra proprio niente con le misure di difesa che Israele è costretta ad applicare.

 

E' anche vero che i cittadini ebrei di Israele ricevono un trattamento complessivamente migliore di quello degli arabi israeliani: per esempio la terra che originariamente appartiene allo Stato (quasi il 90 per cento, acquistata a suo tempo a caro prezzo da numerose associazioni ebraiche da proprietari arabi, cui non venne tuttavia mai espropriata, nemmeno durante la prima fase del Sionismo) non può essere commercializzata altro che fra cittadini ebrei, ma è ancora più vero che dal ‘97 esiste una legge che condanna a morte, nell'Autonomia Palestinese, qualsiasi arabo che venda terra agli ebrei. Ancora: l'idea che gli ebrei non potranno restare negli insediamenti e che lo Stato Palestinese sarà "judenrein" (l'ha detto chiaramente Abu Mazen) e che quindi questi devono restare nei limiti attuali in attesa di essere espulsi nel caso di un accordo che dia ai Palestinesi uno Stato nei confini del '67, disegna una situazione di discriminazione razziale verso gli ebrei che invece condividono lo spazio dello Stato d’Israele con la minoranza araba.

 

La verità è che la delegittimazione degli ebrei è diventata una grande industria, purtroppo la maggiore del mondo palestinese. Gli Israeliani vengono continuamente disegnati, rappresentati, enfatizzati secondo i soliti vecchi stereotipi, più le armi: il naso, più il mitra; i soldi, più il sangue dei bambini sulle labbra. Così fu rappresentato Ariel Sharon in una gara di vignette a Londra: nudo, in mano un grappolo di bambini che pendono sulla sua bocca insanguinata che li sgranocchia. Se gli ebrei sono così cattivi, è molto difficile capire come mai un sondaggio riportato dal Jerusalem Post del 2014 dichiarava che il 72% degli arabi israeliani vogliono vivere sotto giurisdizione israeliana e non sotto quella palestinese.

 

 

Bugia n. 8: gli Israeliani sono criminali di guerra che stanno compiendo un sistematico genocidio ai danni dei Palestinesi

 

L'accusa corrente parla di un genocidio programmato, che ricorda quello nazista, iniziato con l'espulsione dei Palestinesi dalla loro terra nel 1948. La base storiografica l'hanno fornita i testi dello storico Benny Morris, che però ha successivamente rivisto completamente il suo assunto, ed è arrivato, lui stesso, alla conclusione che sulla fuga di molti arabi dalle loro case non ci fu nessuna programmazione israeliana, ma una congerie di motivi legati alla guerra. L'idea di una visione genocida della costruzione di Israele è talmente assurda che se ormai non fosse così diffusa anche in Europa non meriterebbe nessuna risposta. Ma il rovesciamento dei ruoli, ovvero la trasformazione degli ebrei da vittime in carnefici, costituisce una grande giustificazione sia retroattiva che attuale all'odio antiebraico: ieri per le persecuzioni degli ebrei, oggi per la continua tortura politica cui Israele è sottoposta. Israele non ha espulso gli arabi, che allora non venivano chiamati Palestinesi, dalle loro case.

 

Gli studi in proposito dimostrano che al contrario il fondatore dello Stato di Israele David Ben Gurion aveva un parere opposto, e sperava dall'inizio in una pacifica convivenza con la minoranza araba: "Non vogliamo e non abbiamo bisogno di estromettere gli arabi. Qui c'è posto per tutti e due i popoli". Fu il rifiuto arabo della risoluzione ONU di Spartizione nel 1947, accettata invece dalla leadership ebraica, a spingere cinque Paesi a mandare i loro eserciti a scalzare gli ebrei da queste terre. E fu semmai Azzam Pasha, il primo capo della Lega Araba, a enunciare un programma di pulizia etnica: "Questa sarà una guerra di sterminio, un memorabile massacro pari a quelli mongolo o delle crociate".

E' noto che i Palestinesi se ne andarono in gran parte dalle loro case sulla spinta dell’invito arabo (diffuso per radio dalla Siria) a sgomberare per consentire alle truppe che avanzavano una rapida vittoria, che avrebbe poi riportato a casa i fuggitivi sulla punta dei fucili. A Haifa, da cui si svolse il maggiore sgombero, l'Histadrut, ovvero il sindacato ebraico, la maggiore colonna portante del sionismo, pregò gli arabi di restare, ma senza risultato. Un po' la paura naturale del conflitto, un po' l'invito arabo, e alcuni episodi sanguinosi tipici di una guerra per la vita e per la morte che però, occorre ricordarlo, gli ebrei non avrebbero mai voluto combattere tanto che accettarono la partizione, spostarono dalle loro case quelli che poi sarebbero diventati i profughi palestinesi.

 

I calcoli più attendibili ne definiscono il numero a circa 550mila. Bisogna ricordare che negli stessi anni dai Paesi arabi venivano cacciati 800mila ebrei che si riallocarono definitivamente per la maggior parte in Israele. Invece i profughi palestinesi, moltiplicati nel numero, seguitano a rivendicare il diritto al ritorno dei loro discendenti. Questa è un'altra particolarità molto discutibile: gli esuli palestinesi sono gli unici al mondo considerati tali ormai alla quarta generazione, in quanto la loro condizione di rifugiato viene tramandata di generazione in generazione; le loro vite sono sussidiate dall'UNRWA, un'organizzazione dell'ONU nata esclusivamente per occuparsi del benessere dei profughi palestinesi). Se davvero Israele avesse voluto cancellare i Palestinesi, avrebbe fatto proprio un lavoro da incompetente.

A Gaza, certamente il luogo più caldo dello scontro fra Israele e Palestinesi, in cui si svolgono periodiche guerre sanguinose, nel luglio del 1994 vivevano 731mila abitanti; oggi ci vivono 1 milione e 800,000 palestinesi. In generale i Territori hanno avuto una crescita della popolazione palestinese da 1milione e centomila persone circa nel 1950 a 4 milioni e mezzo di oggi. Dunque, Israele non ha operato nessun genocidio, anzi. I genocidi nella storia hanno caratteristiche simili fra di loro: si tratta di uccidere la popolazione, ma anche di affamarla, di privarla delle cure mediche, di rendergli la vita impossibile sotto il profilo delle libertà civili. Ora, secondo l'Human Development Report dell'ONU lo sviluppo dei Palestinesi nelle aree gestita dall'ANP ha, quanto ad aspettativa di vita e tutto ciò che vi è legato, ovvero scolarizzazione, sanità, nutrizione, uno standard medio simile a quello di Paesi arabi medio-elevati.

 

Con i suoi 75 anni di aspettativa di vita, sta sopra l'Oman e l'Arabia Saudita (74,8) e poco sotto il Bahrain (78,6). Israele non è responsabile direttamente dello sviluppo palestinese, ma non lo ostacola e anzi si impegna nelle sue infrastrutture, dall'elettricità a internet. Non è raro che i tecnici che ispezionano e accomodano le infrastrutture vengano aggrediti e anche uccisi. Ed è invece capitato sovente che personaggi anche molto problematici, come la figlia tredicenne di Ismail Haniyeh, il capo di Hamas, o la moglie di Abu Mazen o soprattutto i bambini di Gaza, anche in periodo di guerra, siano stati ricoverati negli ospedali israeliani gratuitamente al bisogno (la figlia di Haniyeh è stata curata in un ospedale di Tel Aviv poche settimane dopo la fine del conflitto dell’estate 2014).

Durante la seconda Intifada, Arieh Eldad, allora dermatologo di fama, più avanti parlamentare della Knesset per un partito di destra, quando gli portarono in ospedale un giovane terrorista malamente ustionato a causa di un attacco, impose di tenerlo in cura con continui trapianti di pelle per un lungo periodo. Quando l'amministrazione dell'ospedale gli chiese di concludere le cure, Eldad ne trasportò il letto nell'ufficio del direttore, e minacciò un sit in. Israele non limita le sue cure ai palestinesi: mentre cerca di lavarsi più possibile le mani dal conflitto siriano, tuttavia trasporta e cura innumerevoli feriti che raggiungono il confine nord sulle Alture del Golan.

 

 

Bugia n. 9: Israele fa un uso sproporzionato della forza militare

 

Ecco un'altra accusa carica di bugie, e di nuovo falsamente ingenua. Addirittura a volte si arriva ad accusare Israele per aver causato la morte dei terroristi armati di coltello di quest'ultima ondata di violenza, e si porta a motivazione della condanna morale il fatto che siano ragazzi spesso in giovane o giovanissima età. E' vero, è un peccato che debbano perdere la vita o essere feriti: succede perché il terrorismo è letale, insiste nel suo obiettivo finché non lo fermi e la reazione al terrorismo in Israele è pronta, immediata e anche popolare. Chi reagisce a volte è solo un passante ben allenato dal servizio militare, che intende soltanto bloccare la possibilità che un altro bambino, un altro vecchio, un altro civile qualunque sia accoltellato, o investito con la macchina, o giustiziato a fucilate. In una situazione di confusione, la reazione più immediata è quella di fermarlo a tutti i costi. A volte l'esasperazione e la continua tensione possono certo creare reazioni forti e anche da giudicare secondo la legge, come infatti succede. In questi giorni la corte militare sta processando un soldato per aver sparato a Hebron a un terrorista colto sul fatto ma ormai, secondo il parere del suo comandante, non più in condizione di nuocere.

 

La seconda ragione per cui Israele fa vittime civili, a volte purtroppo anche bambini (cosa su cui sempre vengono aperte severe inchieste che portano alla punizione di soldati eventualmente responsabili di errori) è come si diceva, che essi vengono usati da Hamas, come anche i vecchi e le donne, come scudi umani, così come vengono usate anche le strutture civili, come le scuole, gli edifici dell’UNRWA o gli ospedali. A Gaza, la leadership di Hamas in situazione di guerra era solita rifugiarsi sotto l'Ospedale principale. Difendendo Israele dall'accusa di aver distrutto infrastrutture di uso civile nel corso della Seconda Guerra del Libano (2006), ha scritto Alan Dershowitz: "Per forza Israele mette fra i suoi obiettivi ponti e strade, sarebbe militarmente negligente se non lo avesse fatto, date le circostanze (gli Hezbollah bombardavano le città israeliane senza tregua da infrastrutture civili ndr). Ma non ha mai messo fra i suoi obiettivi la vita della popolazione civile, non ne avrebbe ricavato nessun beneficio militare. Quando Amnesty afferma, accusando Israele, che ‘una strada è costruita per usi civili anche se viene usata dai militari’, fa intendere che i terroristi hanno dunque il diritto di utilizzare qualsiasi struttura o strada costruita per uso civile...”.

 

“Gli Israeliani prendono di mira i bambini”. E' un'accusa così pazzesca, per chiunque conosca la mentalità israeliana, da non meritare risposta. Eppure occorre scrivere qualche parola perché ormai si tratta di un'accusa diffusa: a parte le falsità che si sono scritte sull'argomento, come quella, poi dimostratasi errata, sull'uccisione di tre bambini di Gaza sulla spiaggia nel corso della guerra del 2014, dove per errore sarebbe planata una cannonata israeliana dal mare facendone strage, è purtroppo vero che i bambini restano sovente vittime dello scontro israelo-palestinese.

Gli Israeliani a volte sono costretti, da quella che si chiama guerra asimmetrica, a colpire obiettivi di comune uso civile in quanto vengono utilizzati come rampe di lancio dei missili contro la popolazione civile israeliana. Qui entra in gioco la cinica scelta di far uso dei bambini, e dei civili in generale, come scudo umano principale per impedire agli Israeliani da sparare. Tutt'altra cosa è la strage di bambini che il terrorismo palestinese compie con la precisa intenzione di colpire degli infanti. L'ultima ragazzina uccisa con determinata crudeltà è stata Hallel Yaffa Ariel, tredicenne pugnalata a morte nel suo letto, mentre dormiva, il 30 giugno a Kyriat Aaba, un insediamento vicino a Hebron, da un diciassettenne palestinese Mohammed Tarayra. Il giovane è stato ucciso. La sua mamma, come è capitato in molte occasioni si è detta fiere e contenta del sacrifico del suo shahid, il martire.

 

Fra i tanti eventi di questo genere, resta molto impressionante quello del marzo 2011 quando nel villaggio di Itamar in Cisgiordania, i genitori Udi e Ruth Fogel sono stati assassinati in casa con i loro tre bambini di 11 e 4 anni e un neonato di 3 mesi. Si tratta di operazioni preparate, spesso giustificate con l'idea esplicita che i bambini, ancora di più se sono figli di settlers, sono da considerarsi come soldati in erba. Di fatto i Palestinesi spesso usano i loro stessi figli usando questo stesso orribile criterio: i campi estivi di Hamas e anche di Fatah insegnano a uccidere gli ebrei, fanno fare a bambini corsi di aggressione e di difesa. Hamas ha usato migliaia di bambini per costruire i famosi tunnel che collegano Gaza con Israele. Sembra che i bambini uccisi da crolli nei tunnel siano stati almeno 160, secondo un rapporto del 2014 del Journal of Palestine Studies.

Quanto ai missili di Hamas che cadono all'interno di Gaza stessa, le cifre che si conoscono danno un paio di migliaia di eventi del genere nell'ultima guerra. Quindi, anche se è molto doloroso e da evitare in ogni modo che le armi degli Israeliani siano, sia pure involontariamente, puntate su degli innocenti, bisogna tenere conto che la propaganda ha fatto di questa evenienza la prova di una scelta israeliana, di un odio mirato contro i bambini. Una menzogna inverosimile quanto potentemente attecchita sulle scorie dell'antisemitismo sia islamico che europeo e che viene associata a volte con un'altra invenzione paranoide ma passata nella mente popolare, ovvero che gli ebrei usino metodi nazisti, anzi, che "facciano ai Palestinesi quello che i nazisti hanno fatto loro".

 

Chiunque guardi la realtà può restare solo stupefatto del cinismo di questa accusa smentita dai fatti. Ci sono stati anche casi in cui la crudeltà israeliana è stata costruita ad arte con dei veri e propri fotomontaggi. Nel corso della guerra del 2014, alcuni bambini massacrati in Siria dalle bombe di Assad sono stati fatti passare per bambini Palestinesi uccisi dagli israeliani, come alcune foto della distruzione di edifici siriani sono state twittate come foto provenienti da Gaza. Le invenzioni di quella che ormai è nota come Pallywood includono bambini e adulti. Ciò non toglie che il numero dei morti nel conflitto sia doloroso e che i civili vadano di mezzo alla guerra non convenzionale. Questo tema così importante, tuttavia ignorato completamente, contribuisce a portare avanti il circolo vizioso di vittime e violazioni di diritti umani fondamentali.

 

 

Bugia n. 10: Israele è un Paese autoritario, soprattutto verso chi non è ebreo

 

Non è vero, anche se Israele è lo Stato del popolo ebraico, come l'Italia è lo stato del popolo italiano. La libertà è tuttavia una prerogativa difesa coi denti anche nel mezzo della guerra permanente. I luoghi santi alle tre religioni sono totalmente liberi. I cristiani d'oriente hanno avuto talvolta interesse ad associarsi agli arabi, perché i musulmani, com'è successo a Betlemme, da cui l'espulsione di cristiani è sistematica, hanno verso di loro un atteggiamento aggressivo e discriminatorio fino alla persecuzione. Può capitare che anche gli arabi cristiani restino presi nelle maglie, per esempio, dei check point, o soffrano controlli di sicurezza tipici di un Paese continuamente sotto minaccia. Ma l'atteggiamento verso cristiani e musulmani è definito per legge come paritario, le tre religioni sono considerate alla pari anche se le altre due sono minoritarie.

Sotto la dominazione giordana di Gerusalemme (’49 – ’67) gli ebrei non potevano nemmeno recarsi al Muro del Pianto, sotto gli Ottomani potevano pregare in un piccolo spazio di fronte a quell'unico luogo santo per l'ebraismo, mentre adesso tutti possono accedere ai loro luoghi sacri, dal Santo Sepolcro alla Spianata delle Moschee, e anche l'enorme flusso turistico è regolato secondo le esigenze e le regole delle varie religioni (autoimposte), tanto che non viene contestato che i musulmani diano diritto di accesso alle Moschee solo in certi giorni e determinati orari, in base alla volontà del Waqf.

Le limitazioni di accesso alle Moschee da parte israeliana sono dovute, e solo in casi particolari, a gravi minacce alla sicurezza e non a motivi religiosi. E' capitato molte volte che sanguinosi scontri abbiano origine durante le preghiere del venerdì sulla Spianata. Ma siamo molto lontano dai divieti musulmani a pregare secondo la propria fede nei luoghi da loro controllati e, se si compara per esempio l'atteggiamento israeliano con quello di qualsiasi Stato islamico, si può notare che il livello di apertura democratica verso la libertà di culto è incomparabile ai Palestinesi, ai Sauditi etc. Non c'è niente di vero nella balla che Israele stia tentando di cambiare lo Status quo che vige sui luoghi santi di Geruslemme: l'anno scorso circa 3 milioni e mezzo di musulmani hanno visitato la Spianata delle Moschee, così come 200mila cristiani e 12mila ebrei.

 

Per contro, le autorità religiose delle Moschee hanno promosso scavi archeologici molto distruttivi dell’antica realtà del luogo, così da cercare di cancellarne la memoria ebraica: un danno culturale immenso. Agli ebrei è vietato pregare sul luogo in cui Salomone costruì il suo Tempio 3,000 anni fa. C'è una parte ristretta di ebrei che tenta di affermare il diritto a frequentare e a pregare sulla Spianata, o Monte del Tempio, ma è un'azione senza futuro. Parlando di libertà civili, è il caso di ricordare anche la libertà sessuale e la libertà di opinione. I giornali, sulla scorta di accuse che provengono dall'opposizione e dal mondo arabo, si impegnano molto a cercare di individuare misure di sicurezza e di controllo che possano dimostrare che "la libertà in Israele è minacciata". Così è avvenuto quando, per un'inchiesta televisiva, si è venuti a sapere che alcune fra le più importanti NGO pacifiste sono finanziate dall'estero e una in particolare dai Palestinesi: la discussione in parlamento sulla liceità di questi finanziamenti e la possibilità quindi di vincolarli, ha spinto a parlare di mancanza di libertà.

 

Israele è invece parossisticamente libera in uno stato di guerra, fenomeno più unico che raro. La stampa israeliana, come la tv e i media in generale sono estremamente attivi nel proporre senza fine opinioni contrapposte e gridate; è addirittura caricaturale il modo in cui le opinioni si sfidano e si fronteggiano e la classe politica viene messa continuamente in questione. Non esistono vacche sacre per la stampa israeliana. Basta pensare che grazie a inchieste giornalistiche un primo ministro israeliano, Ehud Olmert, è finito in prigione per corruzione e un presidente della repubblica, Moshe Katzav, sconta una pena di sette anni per violenza sessuale e intralcio alla giustizia.

La pluralità delle idee fa sì che anche su questioni strategiche come la pace in Medio Oriente e sulla funzione stessa dell'esercito si scontrino pareri completamente diversi, e da questo nasce un dibattito politico, ideologico e culturale intensissimo e diffuso, per cui ogni tassista si considera un possibile primo ministro e per cui ogni deputato arabo alla Knesset può dichiarare in aula di essere dalla parte dei terroristi senza essere espulso. Si dice che solo qui un arabo che dissenta dal suo governo può tornare a casa a tarda notte senza temere niente, come invece gli accadrebbe in qualsiasi altro Stato del Medio Oriente.

 

Una delle tante campagne antisraeliane – il cosidetto pinkwashing - sostiene che la pretesa di Israele di rispettare e proteggere i diritti degli omosessuali è semplicemente propaganda fatta per coprire la violazione di altri diritti umani. In Israele il sistema di riconoscimento dei diritti LGTB è fra i migliori del mondo. Scrittori, artisti, registi, uomini politici e militari sostengono apertamente la loro posizione nella società e ricoprono ruoli rappresentativi. Israele aveva ereditato il sistema ottomano e inglese in cui l'omosessualità veniva considerata un crimine e punita con la prigione fino a dieci anni. La legge, mai applicata, è stata cancellata nel 1988.

Nel '91 le forze di Difesa Israeliane hanno eliminato ogni discriminazione sulla base delle tendenze sessuali; la discriminazione su base dell’orientamento sessuale è proibita dalla Legge sulle Pari Opportunità, riformata nel 1992 per proteggere l’identità sessuale; nel ‘94 il caso Danilowitz (uno stewart della compagnia aerea EL AL) stabilì che il partner nella coppia gay ha gli stessi diritti di quello di una coppia eterosessuale, aprendo così la strada all’acquisizione di una lunga serie di diritti per le coppie Lgbt; nel 2005 è stato sancito il diritto di adozione del figlio del partner. Insomma hanno buoni motivi tutti gli omosessuali del Medio Oriente, compresi centinaia di Palestinesi, a fuggire in Israele quando sono perseguitati, come lo sono ovunque nel mondo islamico, fino alla pena di morte. L'ultimo caso famoso è quello di Payam Feili, un poeta gay iraniano fuggito l’anno scorso in Israele, dove ha ottenuto asilo politico.

 

 

Bugia n. 11: il terrorismo nasce dalla frustrazione di non avere ancora uno Stato

 

Il terrorismo palestinese è aumentato ogni qual volta c'era in vista una possibile soluzione, o comunque quando erano stati stretti accordi che potessero spingere i Palestinesi a prender posizione di fronte a un consesso internazionale sempre più stufo dei suoi molteplici rifiuti. La pace è stata rifiutata sia prima che dopo la creazione dello Stato d'Israele, prima e dopo il controllo dei Territori conquistati con la guerra dei Sei Giorni, prima e dopo lo sgombero di Gaza nel 2005.

Fra la firma degli accordi di Oslo e la caduta del governo laburista israeliano nel '96 il terrorismo palestinese ha ucciso 210 israeliani, tre volte quelli dei 26 anni precedenti. Due terzi dentro la linea verde. Dal settembre 2000, un mese dopo il fallimento delle trattative di Camp David, una guerra terrorista, la cosiddetta Seconda Intifada, fece quasi 2000 vittime. Insomma, l'abbandono dei territori e la prospettiva di un accordo non sono necessariamente fattori di pace. Gaza, nel 2005 completamente liberata dalla presenza ebraica, si è trasformata in entità jihadista il cui imperativo morale di uccidere gli ebrei e stabilire il califfato universale è lo scopo primario della sua esistenza, mentre la sua leadership non dimentica anche una soffocante e estremista oppressione dei cittadini. I Palestinesi insegnano ai bambini a scuola non come creare un nuovo stato ma come distruggere lo Stato Ebraico. Basta dare uno sguardo alle trasmissioni, anche per piccolissimi, che la tv dell’ANP, Al Aqsa Tv, trasmette, come “I Pionieri di Domani”, con Farfour, il Topolino palestinese, o Nahoul, l’Ape Maya palestinese, che portano avanti un sistematico lavaggio del cervello dei Palestinesi sin dall’infanzia con candide frasi come “Noi libereremo Al-Aqsa dalla sozzura degli ebrei criminali” (episodio 8, 2007).

 


Bugia n. 12: Il terrorismo palestinese è diverso da quello che colpisce il resto del mondo

 

E' una menzogna: semmai ne è la madre e il padre. Israele è forse il Paese che più ha sofferto per quella piaga che oggi tutto il mondo è costretto a conoscere: il terrorismo. Ha avuto fino al 2015, 3773 morti per mano del terrorismo. Dal settembre del 2015 a oggi ha avuto più di 40 morti e 520 feriti. Gli orrori contro i civili avrebbero messo in ginocchio qualsiasi Paese europeo. Basta sedersi a un bar o prendere un autobus o andare al supermarket per essere nel mirino: una bambina di pochi mesi uccisa con un colpo di fucile alla testa da un cecchino (Shalhevet Pass, 2001), intere famiglie sterminate (Famiglia Fogel, Itamar, 2012), genitori uccisi sotto gli occhi dei figli (Michael Marc, 2016), bambini scannati (Hallel Ariel, 2016), liceali rapiti e ammazzati come cani (Eyal, Gilad, Naftali, 2014), un ragazzino adescato su internet da una giovane palestinese fino a Ramallah e poi fatto a pezzi in un garage (Ofir Rahum, 2001, adescato da Mona Awana, rilasciata nel 2011 nello scambio di 1,027 terroristi per liberare il soldato Gilad Shalit, rapito nel 2006 da Hamas).

 

E' oltraggioso e molto preoccupante che Ban Ki-Moon dichiarando un minuto di silenzio per tutte le vittime del terrorismo nel mondo durante la conferenza di Parigi sul clima abbia elencato tutti i Paesi recentemente colpiti da questa piaga omettendo Israele. Così hanno fatto Papa Francesco, Joe Biden e altri leader internazionali. E' una pura forma di disprezzo per i morti ebrei, come del resto si manifesta fin dai tempi della Seconda Intifada. Gli assassini hanno sparato, pugnalato, assalito le auto, hanno investito in macchina chi aspettava alla fermata degli autobus o persino hanno trucidato dei bambini nei loro stessi letti mentre dormivano. La lectio comune è che si tratti di parte della guerra di liberazione del popolo palestinese. Liberazione da che cosa? Da un sistema democratico liberale, dove vige la libertà sessuale e un cittadino ne vale un altro, un sistema inviso al mondo musulmano in quanto tale.

 

La verità è che il terrorismo palestinese esiste da molto prima di quella che piace, all'EU e all'ONU, definire come la causa del terrorismo attuale, cioè la frustrazione per la crescita di insediamenti nei Territori. Israele in sostanza viene ritenuto responsabile degli orrori perpetrati contro i suoi stessi cittadini da qualche riprovevole ma marginale estremista, mentre il popolo palestinese sarebbe pronto al compromesso. Certo è vero che esiste fra i palestinesi anche chi desidera la pace, ma si tratta di un sentimento che non è mi stato espresso liberamente. In realtà il terrorismo è una, se non la scelta basilare della guerra palestinese contro Israele, e lo è esplicitamente per quel che riguarda Hamas, e implicitamente per quanto riguarda Fatah.

Arafat finanziò coi soldi del contribuente occidentale versato nelle casse della ANP attraverso numerosi meccanismi, sia dell’UE, sia dell’ONU, l'Intifada delle cinture esplosive dal 2000 al 2005. E oggi Abu Mazen, nel suo sempre maggiore sostegno dell’Intifada dei coltelli, può approfittare del fenomeno di autocolpevolizzazione della vittima che accompagna l'ondata di terrorismo mondiale: di fronte agli attacchi di Parigi, Bruxelles, Orlando, l'opinione pubblica tende a battersi il petto per le responsabilità storiche dell'Occidente che spiegherebbero le ragioni dei terroristi. I terroristi stessi ci spingono a questo: l'ISIS, Hamas, gli Hezbollah, il regime islamista iraniano tornano sempre sulle responsabilità occidentali verso il mondo islamico.

 

E i Palestinesi suggeriscono a ogni occasione le molte colpe di Israele. La verità è che l'educazione al terrorismo ha origine proprio nelle grandi operazioni palestinesi, come quella contro i bambini della scuola di Maalot (1974, 25 ostaggi uccisi); il massacro degli 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972; tra i tanti sequestri aerei, il dirottamento a Entebbe, nel 1976, del volo Air France con 248 passeggeri a bordo, che poi furono liberati dagli israeliani che persero il capo dell’Operazione, Yoni Netanyahu; gli attacchi a Fiumicino del 1973 e del 1985, riportati alla mente dall’attentato all’aeroporto di Bruxelles. L'idea che il terrorismo può essere lo strumento principale per catturare l'attenzione e quindi polarizzare la paura e il disordine a proprio vantaggio è né più né meno che una creazione di Arafat, poi sviluppata in varie forme, fino agli attentati alle Torri Gemelle, fino a Madrid, a Londra, a Parigi.

 

L'attacco contro gli ebrei è sempre centrale e rivendicato non a causa di richieste territoriali, ma in nome di un rifiuto a forte caratterizzazione ideologica e religiosa, che considera una presenza ebraica sull'Ummah islamica una ferita da cancellare cauterizzandola. Si può dire che l'impostazione genocida dell'attuale terrorismo palestinese è non a caso connesso coi programmi di sterminio di Hitler. Haj Amin al Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme, leader palestinese degli anni ’30 e ’40, fu infatti amico e sodale di Hitler e fu il primo fra i Palestinesi a considerare come un fine l'espulsione degli ebrei tramite la loro eliminazione fisica. Questo atteggiamento ha radici molto profonde nell'Islam estremo, lo Statuto di Hamas (1988) prescrive di uccidere gli ebrei uno a uno: "L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno, e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra o l’albero diranno: O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo" (articolo 7).

 

Queste parole sono ripetute spesso anche nell'ambito di Fatah, Abu Mazen stesso ne ripete le lodi, come ha fatto il 16 settembre 2015 in un discorso alla tv: “Noi diciamo benvenuto a ogni goccia di sangue versato per Gerusalemme. Sangue puro, sangue pulito, sangue che sale fino ad Allah; con l'aiuto di Allah ogni martire verrà ricompensato in paradiso e ogni ferito avrà la sua ricompensa". Nella stessa occasione ha detto: “Gli ebrei sono sporcizia, profanano e contaminano Gerusalemme”. E di fatto l'Autonomia palestinese la ricompensa ai propri martiri la fornisce: versa più del dieci per cento del suo budget annuale di tre miliardi e mezzo di dollari nelle tasche dei detenuti palestinesi o alle famiglie dei terroristi suicidi o uccisi. Sono cifre più elevate di quelle di un salario normale, da circa 400 a 3500 dollari al mese. Ovviamente, quanto è più lunga la detenzione, ovvero quanto è maggiore il crimine, di tanto aumenta nel tempo la spesa.

Quando il terrorista esce di prigione, ha diritto a un lavoro garantito, e riveste un ruolo socialmente molto invidiabile, tale da suscitare l'emulazione dei giovani. L'odio per gli ebrei è metafisico e ispirato in gran parte al fine religioso della Moschea di Al Aqsa, disegnata nella fantasia e nei mass media come in costante pericolo. Il messaggio dei social network e dei media è che vale la pena di diventare shahid per difendere la Moschea. La venerazione degli shahid palestinesi è nella società palestinese un forte motivo di emulazione, il motivo per cui tanti ragazzini con un coltello in mano cercano una vittima israeliana e, com'è successo spesso, la loro stessa morte è motivo di glorificazione in tutta la società palestinese. Chi pretenda di leggere questo tipo di esaltazione come una strada politica di apertura a una qualsiasi trattativa di pace, mente. Ma la menzogna è la compagna della propaganda antisraeliana, ed è ormai anche compagna di un crescente antisemitismo europeo di matrice israelofobica, che va affrontato prima che sia troppo tardi, cercando finalmente la verità.

 

 

 

Le verità sul medio oriente

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