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Anti-sionismo: il nome aggiornato dell'anti-semitismo

 

 

Premessa: tratto da qui e qui

 

Un solo fenomeno attraversa le epoche, adeguandosi al cambiare dei tempi nella sua diffusione ma rimanendo fedele agli schemi antichi: l’antisemitismo. Sartre ha scritto che l’antisemitismo è un problema degli antisemiti, non degli ebrei: intendeva con ciò che l’antisemitismo è un virus e chi ne è contaminato è affetto da un male che lentamente ne limita la capacità di ragionare.

Gli antisemiti hanno un bisogno patologico di odiare qualcuno, e per varie ragioni storiche gli ebrei sono diventati, in Europa, il bersaglio perfetto di un odio tenace e malvagio. Vi sono in Europa antisemiti che non hanno mai conosciuto di persona un ebreo, e luoghi in cui l’antisemitismo è endemico malgrado non vi abitino più ebrei. Eppure altri continenti, nei quali le religioni dominanti sono altre, non hanno mai conosciuto queste manifestazioni di barbarie. Bisogna chiedersene il perché.


In Europa abbiamo una lunga storia di antigiudaismo religioso, e ciò ha reso possibile nello scorso secolo sia attuare un tentativo di sterminio totale degli ebrei sia, dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, saldare quell’antico pregiudizio con nuove motivazioni di natura politica. L’antisemitismo è risorto per l’uso costante di simboli e leggende antiebraiche di cui fanno ampio e costante uso gli arabi, che hanno facilmente attecchito in un ambiente tendenzialmente filoarabo e già inquinato da quasi due millenni di un antigiudaismo che da prettamente religioso è diventato, nel Novecento, prevalentemente politico.


Il filoarabismo italiano, in particolare, è la diretta conseguenza delle direttive comuniste provenienti dall’allora Unione Sovietica, dell’ideologia umanitaria di una sinistra che non concepiva altro che l’antagonismo storico dei poveri contro i ricchi, e di una destra estrema che non riesce a staccarsi dalla nostalgia per il nazifascismo. A tutto ciò oggi si somma una presenza sempre più massiccia di arabi in numerosi paesi.

Saldandosi nell’odio per il loro presunto nemico comune queste componenti così diverse fra loro hanno dato origine ad un odio per Israele che in realtà è il vecchio antisemitismo mascherato e riverniciato politicamente, del quale usa schemi, motivazioni, immagini.


Quando si afferma che l’antisemitismo classico, quello antico degli ebrei che bevono il sangue dei bambini ed avvelenano i pozzi, si è trasferito su un livello politico per manifestarsi come critica nei confronti di Israele, si dice purtroppo una verità.
La critica, anche feroce, nei confronti dei governi di Israele è pienamente legittima, e non di rado metà della stessa popolazione israeliana esercita questa critica con passione, come avviene in ogni autentica democrazia. Ma odiare il solo Israele, o pretendere di “ripulire” la Palestina dalla presenza ebraica , e chiudere gli occhi dinanzi a tutte le altre tragedie che insanguinano il mondo sono il segno di una patologica ossessione che viene da molto lontano.

 

 

La storia dell'antisemitismo testimonia un dato che è ancora vero oggi e cioè che l'odio per gli ebrei non ha bisogno della presenza fisica del suo oggetto per manifestarsi e crescere.
Così è oggi in molti paesi dove da tempo gli ebrei non sono presenti se non in numero esiguo (Polonia, Spagna) o dove non sono mai stati (Giappone).
Così è stato anche in passato, quando alcuni dei teorici più noti dell'antigiudaismo cristiano, come Agostino di Ippona, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, molto probabilmente non hanno mai conosciuto degli ebrei se non in maniera del tutto superficiale.


La polemica antiebraica si è sviluppata con forza in seguito in Stati che avevano espulso gli ebrei: quando Shakespeare scritte "Il mercante di Venezia", da tre secoli non vi erano ebrei in Inghilterra. Insomma, come mostra bene il grande studio recente di David Nirenberg ("Antijudaism" Norton, New York 2013), le persecuzioni hanno colpito gli ebrei reali, ma l'odio non aveva bisogno di loro, era acceso da un fantasma teologico e propagandistico, che spesso, oltre a essere applicato agli ebrei in carne ed ossa, se c'erano, veniva rimpallato come argomento velenoso fra polemisti cristiani contrapposti che si diffamavano a vicenda in quanto ebrei o giudeizzanti, come del resto avviene ancora oggi fra nemici nel mondo islamico, che si accusano a vicenda di essere ebrei.
Per almeno un millennio e mezzo dunque ci sono stati due popoli ebraici.
Da un lato c'era quello vero di cui conosciamo la storia, gli autori e attraverso di loro e altri documenti anche molti comportamenti concreti: un popolo disperso geograficamente ma dai forti legami trasversali, spesso ridotto in condizioni economiche e sociali misere ma capace di produrre grandi intellettuali e anche parecchi funzionari per gli Stati che lo ospitavano, attento a conservare la propria forma di vita e le proprie tradizioni, ridotto dalle limitazioni giuridiche in genere a fare poveri mestieri ma necessari, come il prestito di denaro e il commercio di abiti usati. Dall'altro c'era il fantasma del popolo deicida, "maledetto", dell'"ebreo errante", del suo materialismo e del suo formalismo, spesso dei suoi "delitti": l'uccisione di bambini cristiani per trarne il sangue, l'avvelenamento dei pozzi, l'usura che "dissanguava i popoli", la sovversione della fede, perfino l'ateismo...

Questa scissione dura almeno fino all'inizio dell'Ottocento. I giudizi violentissimi e sprezzanti di Voltaire, di Kant, di Hegel, per fare solo qualche nome, non hanno a che fare con gli ebrei reali che in qualche caso sappiamo essere stati in termini civili di relazione con loro, ma l' "lEbreo metafisico" costruito nel corso dei secoli nelle carte di teologi, polemisti e giuristi cristiani.

Lo stesso doppio destino degli ebrei nel corso dei secoli parte dalla fondazione dello Stato di Israele. Da un lato vi è uno Stato reale, con una storia, un'economia, una politica, una scienza, una cultura di cui non è difficile riconoscere i grandi successi.

Un piccolo Stato, grande come un paio di regioni italiane, circondato da Stati nemici 400 volte più vasti e 50 volte più popolati, nato sessantasei anni fa, che ha assorbito milioni di esuli da mezzo mondo, superando immensi problemi sociali, che ha dissodato e resa fertile una terra difficilissima, superato indenne le aggressioni di quattro guerre e del terrorismo, sperimentato strutture sociali socialiste utopiche come i kibbutzim, ma ha costruito anche un'economia capitalistica di grande successo, fatto rivivere una lingua antica e non usata più da due millenni come idioma quotidiano realizzando in essa una grande letteratura, sviluppato scienza e tecnologia come pochissimi altri paesi al mondo...

Un paese democratico, dove vige una libertà di parola, di stampa, di religione di organizzazione, di stili di vita paragonabile solo ai più avanzati stati occidentali, dove le minoranze nazionali, politiche e religiose sono libere di organizzarsi e hanno posti più che proporzionali in parlamento, nella giustizia, nell'esercito, nell'accademia.
Un paese certamente non esente da errori, da ingiustizie e anche da crimini come tutto ciò che è mortale, ma che costituisce uno dei più grandi successi politici e sociali dell'ultimo secolo.

Dall'altro vi è l'Israele della propaganda palestinista, del boicottaggio, dei deliri islamisti, neonazisti e neocomunisti. Un "cancro", uno stato "coloniale", "razzista", che pratica l'"apartheid", è "messianico", "opprime gli arabi", commette ogni sorta di "crimini", andrebbe "spazzato via" perché questa è la condizione per assicurare la pace alla regione. E' una propaganda incessante, del tutto incurante non solo della verità ma anche della più banale verosimiglianza (basta pensare al negazionismo palestinista per cui non vi sarebbe mai stato un Tempio a Gerusalemme, gli ebrei non avrebbero alcuna connessione con la terra di Israele, Abramo e Davide e anche Gesù sarebbero stati musulmani e in particolare Gesù anche palestinese: slogan deliranti, contrari a infinite testimonianze archeologiche, storiche, bibliche, allo stesso Corano.

In particolare a questo Israele della propaganda antisionista vengono lanciate accuse che sono la prosecuzione appena aggiornata delle calunnie di cui sono stati oggetto gli ebrei durante i molti secoli della loro persecuzione.

Gli ebrei erano accusati di uccidere i bambini cristiani e islamici per impastare col loro sangue il pane azzimo e Israele è accusato di ammazzare i bambini palestinesi; gli ebrei avvelenavano i pozzi e Israele ruba l'acqua ai palestinesi; gli ebrei avevano un piano di dominio del mondo (I "Protocolli dei savi di Sion" e altri falsi del genere) e Israele lo domina attraverso la "lobby ebraica"; gli ebrei praticavano l'usura e affamavano il mondo, Israele domina l'economia mondiale e rovina quella dei paesi arabi; gli ebrei erano maghi maligni e Israele usa mezzi occulti per provocare la caduta della moschea di Al Aqsa e usare gli animali contro i musulmani; Israele era miscredente, non credendo né a Gesù né a Maometto e Israele diffonde l'ateismo e l'immoralità nei paesi arabi. Nulla è cambiato in queste calunnie. L'antisionismo non è altro che l'antisemitismo del nostro tempo.

 

Non è possibile essere antisionisti senza essere antisemiti, anche se - disgraziatamente - chi coltiva queste calunnie possa vantare origini ebraiche. Come i convertiti ebrei dei tempi dell'inquisizione erano spesso i peggiori nemici degli ebrei del loro tempo, così i convertiti di oggi (non al cristianesimo ma all'ideologia comunista o multiculturalista) sono spesso i peggiori nemici di Israele. I due ebrei, quello reale e quello immaginato dagli antisemiti e i due Israele, quello reale e quello immaginato dagli antisionisti sono una sola e medesima coppia. Perché Israele oggi non è solo lo stato degli ebrei, ma l'ebreo degli stati.

 

 

L'antisionismo oggi corrisponde all'antisemitismo prima della Shoah

 


Premessa: tratto da qui

 

La diffusione dell’ideologia antisionista impone un continuo sforzo di riflessione volto a comprendere la natura di questo fenomeno e il suo rapporto con l’antisemitismo. Ne parliamo con uno studioso noto ai lettori del Foglio, Georges Bensoussan, storico di fama internazionale del sionismo e della Shoah, direttore editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi e della Re - vue d’histoire de la Shoah, autore di decine di studi su questi temi. Il 13 e 14 novembre scorso, Bensoussan ha tenuto due conferenze a Padova. Il 13, a Palazzo Moroni, è intervenuto su “L’antisemitismo e l’anti - sionismo oggi”, evento curato dalla Fondazione Italia Israele, Cristiani per Israele e Comunità ebraica di Padova. Il giorno successivo, al Bo – sede dell’università – su “Le sionisme: de la mythologie à l’histoi - re”, conferenza organizzata dal Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

 

L’antisionismo sembra sempre più diffuso nella cultura politica contemporanea, in occidente come nei paesi musulmani. Dove affonda le sue radici questo atteggiamento così pregiudizialmente ostile verso il sionismo e verso Israele? “Per l’opinione corrente – risponde lo storico –, l’antisionismo è una ideologia originata nell’estrema sinistra e nel mondo arabo, che ha avuto una crescita notevole dopo la Guerra dei sei giorni del 1967.

Pochi sanno, però, che l’antisionismo ha radici molto più antiche, precedenti alla Seconda guerra mondiale, che risalgono alla fine del XIX secolo, e che hanno trovato la prima espressione nell’antisemitismo di una parte della chiesa cattolica e in quello di matrice razziale. E’ questo il periodo in cui si fa largo, come propaggine delle reazioni alla Rivoluzione francese, l’idea del complotto sionista, che viene a sovrapporsi a quella del complotto giudaico.

Nel 1897, l’anno del primo congresso sionista tenutosi a Basilea, la Civiltà cattolica pubblicò un primo articolo antisionista. L’idea della restaurazione, per così dire, di uno stato ebraico, veniva percepita come una sorta di affronto verso il cattolicesimo: se la religione ebraica è una religione caduca, è inconcepibile che gli ebrei ritrovino la loro indipendenza politica nella terra di Israele. Per quanto riguarda l’estrema destra, che faceva dell’antisemitismo una questione razziale, essa lanciò, a partire dalla pubblicazione in Russia nel 1903 dei Protocolli dei Savi di Sion, una violenta campagna antisionista.

Va notato che nel periodo precedente alla Prima guerra mondiale, gli antisionisti presentarono il sionismo non tanto come il progetto di creare uno stato ebraico, quanto come quello di dar vita a una dominazione mondiale: lo stato ebraico sarebbe stato dunque unicamente un pretesto per conseguire questo fine.

Pare significativo il fatto che nel 1924 i Protocolli siano stati tradotti in Germania col titolo di Protocolli sionisti. Tra le due guerre, gli antisionisti sostennero che il movimento sionista, grazie alla Dichiarazione di Balfour, stava creando un organo centralizzato di governo allo scopo di dominare il mondo. Questo tema si arricchì negli anni Venti e Trenta di nuovi elementi e in particolare si legò all’antibolscevismo, presentato come un’invenzione ebraica”.

 

Ma quale fu il rapporto del nazismo, capace di elaborare la forma più radicale di antisemitismo, con il sionismo? “Il movimento nazista fu ossessionato dal sionismo fin dal suo sorgere, a partire naturalmente dal suo ideologo Alfred Rosenberg, il quale nel 1919 nel suo primo volume analizzò il sionismo. Rosenberg era un tedesco estone che aveva abbandonato la terra natia a causa della Rivoluzione russa. Quindi in Rosenberg l’antisionismo alimentato dai Protocolli e l’antibolscevismo si saldarono in un’unica visione.

Anche Hitler parlò del sionismo nel Mein Kampf, scrivendo che il sionismo chiarisce la vera natura del giudaismo, che è quella di una entità biologica, piuttosto che di una confessione religiosa. Inoltre affermò che l’obiettivo dei sionisti è solo in apparenza quello di creare uno stato ebraico, poiché il suo scopo è la sovversione mondiale e in particolare la distruzione della civiltà occidentale”.

Quanto all’atteggiamento antisionista nel secondo Dopoguerra, Bensoussan chiarisce subito che “manifestarsi pubblicamente antisemiti dopo Auschwitz era quasi impossibile. In un certo modo, Auschwitz ha screditato l’antisemitismo.

 

L’antisemitismo proseguì perciò principalmente nella forma dell’antisionismo, nella lotta virulenta per delegittimare lo stato di Israele. Questo è il compito che si pose l’estrema destra dopo il 1945. Si sviluppò una pubblicistica in cui si sostenne che il complotto sionista è guidato dallo stato di Israele, che si prefigge di prendere il controllo del mondo manipolando le grandi potenze. Si posero così le premesse per un incontro tra l’antisionismo e le dottrine negazioniste della Shoah. I negazionisti asseriscono che non vi sono mai stati sei milioni di morti: si tratta di un pretesto per permettere la creazione dello stato di Israele. Se lo stato di Israele ha come unico motivo di legittimità il genocidio degli ebrei in Europa, bisogna provare che il genocidio degli ebrei non ha mai avuto luogo.

 

Ma con la Guerra dei sei giorni cambiò tutto. Da allora, il sionismo venne legato al colonialismo, in un contesto mondiale di decolonizzazione. L’antisionismo virò decisamente a sinistra, legandosi a lotte come l’antirazzismo, l’antimperialismo, l’anticolonialismo appunto. Si arrivò così alla famosa risoluzione del 10 novembre 1975, nella quale l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decretò, a larga maggioranza, che il sionismo è una forma di razzismo. Questa nuova giudeofobia prese necessariamente i tratti dell’antisionismo, tanto più che ora si sviluppava prevalentemente a sinistra, dove non ha cittadinanza un antisemitismo che si presenti col suo vero nome.

 

Tuttavia – prosegue – appare evidente il legame tra l’antisionismo attuale e quello sviluppato dall’estrema destra negli anni Trenta del Novecento. Quest’ultimo sosteneva che gli ebrei avrebbero portato il mondo a una guerra mondiale. A partire dagli anni Settanta, gli antisionisti di sinistra vanno predicando che lo stato di Israele precipiterà il mondo nella terza guerra mondiale. Siamo passati dall’ebreo fautore di guerra allo stato di Israele fautore di guerra. Siamo evidentemente all’interno della medesima logica intellettuale”.

 

Quindi l’odio antisionista si abbevera alla stessa fonte dell’odio antisemita? “L’ossessione per gli ebrei prima della Seconda guerra mondiale e l’ossessione per lo stato di Israele dopo la guerra si spiegano col medesimo senso di angoscia collettiva generato dal cattivo andamento delle cose nel mondo e col conforto che la risposta antisemita e antisionista, molto semplice e facile da comprendere, offre a tale angoscia. All’ebreo demonizzato succede lo stato di Israele demonizzato: è la figura del diavolo che viene spostata dal popolo allo stato.

L’antisemita – dice Bensoussan – ha bisogno dell’ebreo per esistere, perché l’ebreo è la risposta alle sue paure. Tutti i suoi fantasmi ripulsivi si cristallizzano nell’immagine dell’ebreo. Non è solo il meccanismo del capro espiatorio: è legato a tutto quello che è l’insegnamento del disprezzo, che fa sì che nella civiltà occidentale l’ebreo sia diventato da tempo immemorabile una figura maledetta. Questa immagine si è trasferita dal popolo ebraico allo stato ebraico: il secondo, come il primo, è il figlio del diavolo o diavolo lui stesso, un paria che non si vuole conoscere e frequentare”.

 

Ma allora è possibile dire che, nella misura in cui fa appello alla distruzione dello stato di Israele, l’antisionismo diventa un messaggio genocidario? “Anche in questo caso bisogna rispondere affermativamente, ma occorre fare una distinzione tra l’antisionismo europeo e quello presente nei paesi musulmani. La propaganda antisionista europea si fonda per lo più sulla riprovazione. Quella che viene proposta nei paesi arabi e musulmani invece si presenta molto spesso come un esplicito appello al genocidio, che ricorda la propaganda antisemita radicale sviluppatasi in Europa tra Otto e Novecento.

Molto prima di Hitler, a partire dalla metà del XIX secolo, negli ambienti antisemiti tedeschi più estremi circolava già un chiaro messaggio genocidario. Paul de Lagarde, nel 1887, affermò proprio questo: con gli ebrei non si deve discutere, bisogna sterminarli. Oggi troviamo lo stesso concetto in riferimento allo stato di Israele. Si dice che questo stato è di troppo, è un cancro, una peste, una malattia.

Alcuni paesi islamici utilizzano l’espressione ‘entità sionista’, non lo chiamano neppure stato di Israele. Questi appelli alla distruzione dello stato sono identici agli appelli di distruzione del popolo ebraico che circolavano in Europa nei decenni precedenti alla Seconda guerra mondiale”, osserva lo storico.

 

Perché, domandiamo, l’Europa sta sottovalutando questa minaccia? “In Europa non si ascoltano le radio arabe e iraniane, non si guarda la televisione né si leggono i giornali di quei paesi. Esiste una agenzia internazionale, Memri, specializzata nello scandagliare minuziosamente quanto si dice e scrive nei media persiani e arabi. Chiunque può vedere nel sito di questa agenzia i filmati a cui mi riferisco sottotitolati in inglese. Il quadro che ne emerge è catastrofico. Continui sono i messaggi che prospettano la distruzione totale dello stato di Israele. Gli europei sono spinti a sottovalutare questi appelli al genocidio per varie ragioni. La prima è intellettuale. Generalmente, in qualunque epoca, non siamo mai contemporanei della nostra storia: non capiamo la storia che stiamo vivendo e guardiamo sempre il presente con gli occhi del passato.

In secondo luogo, c’è arroganza e disprezzo verso chi non si pone in linea con il pensiero dominante. Si accusa di essere islamofobo e razzista anche solo chi mette in discussione alcuni stereotipi culturali. Inoltre, l’Europa deve ancora finire di fare i conti con il senso di colpa per la Shoah. Di qui le accuse a Israele di essere uno stato nazista: se si arriva a credere che gli israeliani si stanno comportando come i nazisti, il senso di colpa si affievolisce, o viene addirittura cancellato”.

Inoltre, aggiunge Bensoussan, “a ben considerare, poi, nell’antisionismo europeo rivive l’antica accusa rivolta agli ebrei di essere il popolo deicida. Ecco allora che il palestinese diventa la nuova figura del Cristo sulla croce, come se Cristo fosse stato crocifisso una seconda volta, sempre per colpa degli ebrei e sempre in terra di Israele. Infine, lo stato di Israele disturba perché, pur essendo multietnico, si è costruito sull’identità nazionale ebraica.

L’Europa odierna esalta il multiculturalismo e considera ogni identità nazionale alla stregua di una identità di morte, in quanto l’identità nazionale viene vista come una esclusione dell’altro. E’ come se gli ebrei avessero seguito una evoluzione contraria a quella dell’Europa.

 

In ogni caso, il discorso antisionista, che assuma o meno esplicitamente l’appello allo sterminio, è analogo al discorso antisemita prima della Seconda guerra mondiale: prepara alla distruzione, perché la distruzione comincia sempre con delle parole. Ci si abitua all’idea che Israele impedisce di vivere bene nel mondo. Licenza è concessa al genocidio”.

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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