Come l'antisemitismo è diventato antisionismo con la nascita di Israele

 

 

Premessa: tratto da qui, qui, qui e qui

 

L'articolo in questa pagina spiega brevemente come nasce, si sviluppa e arriva sino ad oggi, l'antisemitismo, diventato antisionismo dopo la nascita di Israele.
 

Uno spettro si aggira per l’Europa, ma non è quello di cui parlava Karl Marx. E’ uno spettro più antico e molto più angoscioso, specie per le persone civili e consapevoli (una minoranza ormai). Si tratta dell’odio atavico e irrazionale nei confronti degli ebrei.

Questo odio – sulle cui origini e cause sono stati scritti montagne di libri, che non ricorderò qui – trova sempre nuovi pretesti per giustificarsi, nuove cause di cui alimentarsi, nuove forme per manifestare la sua violenza e barbarie.

Gli ebrei sono – di volta in volta - gli assassini di Gesù Cristo, i controllori della finanza internazionale, quelli che “fanno le vittime”, i carnefici dei palestinesi, i cospiratori delle trame più oscure e maligne, gli ideologi del comunismo (Marx era ebreo, no?) oppure, molto più semplicemente, quelli che “non sono particolarmente simpatici” ma non si capisce mai bene perché.

E ovviamente Israele, che rappresenta pienamente gli ebrei, per gli europei diventa l'obiettivo dell'odio antisemita. Quale miglior modo per attaccare gli ebrei se non quello di attaccare Israele? Attenzione, questa breve frase è la l'esatta spiegazione del perché c'è tanto delirio disinformativo su Israele teso a diffamare, delegittimare ed indurre la gente ad odiarlo, chiunque avrà modo di informarsi sulla questione non potrà fare a meno che chiedersi il perché di tutto ciò, e la risposta è sempre quella degli ultimi 2000 anni, cioè "antisemitismo".

 

 

Almeno 150 milioni di europei hanno una visione decisamente negativa su Israele, è quanto rivela l’indagine condotta nel 2011 dall’Università di Bielefeld per conto della Fondazione Eber del Partito Socialdemocratico tedesco. Malgrado questi risultati allarmanti, l’inchiesta, condotta in sette paesi europei, ha ricevuto pressoché ovunque poca attenzione.
Fra le domande, veniva chiesto se si riteneva Israele responsabile di una guerra di sterminio contro i palestinesi. I paesi che hanno risposto meno affermativamente sono stati Italia e Olanda, con una percentuale sotto il 40%. Inghilterra, Germania, Portogallo e Ungheria dal 40 al 50%. In Polonia la percentuale sale al 63%. Il “ Centro per gli studi sulla Shoah” in Norvegia ha posto la domanda in modo differente “ Gli israeliani si comportano come i nazisti?” Il 38% ha risposto sì.

L’accusa che Israele stia sterminando i palestinesi è un atto criminale. Dal 1941 alla fine del 1943, soltanto nei campi di sterminio di Treblinka, Belzec e Sobibor i tedesci uccisero 2 milioni di ebrei. I massacri successivi vennero organizzati in modo ancora più “scientifico”. Se l’accusa di genocidio contro Israele fosse veritiera, non ci sarebbero più palestinesi, né adulti né bambini, da tempo sarebbero già stati eliminati. Invece il loro numero negli ultimi decenni è in continua crescita. Negli ospedali israeliani i bambini palestinesi nascono e vengono curati da dottori israeliani.

Questi sondaggi gettano luce sulla immagine falsa e accusatrice che un gran numero di europei hanno dello Stato ebraico, un’accusa che ricorda il profondo anti-semitismo degli ultimi due millenni. Nei primi secoli della cristianità, venne lanciata contro gli ebrei l’accusa di deicidio – l’avere ucciso il figlio di Dio- non poteva esistere un’accusa più grande . Ho saputo da ebrei che vivono in Europa che ancora oggi è possibile sentirli accusare “ hai ucciso Gesù”.
Mentre cresceva con l’illuminismo lo spirito laico, anche i simboli del male assoluto cambiavano, negli stati nazionalisti altri gruppi etnici venivano considerati inferiori. Ma la Germania nazista si spinse fino all’estremo limite: gli ebrei vennero completamente disumanizzati. Definiti “subumani”, “vermi”, “contagiosi”, divennero il “male assoluto” fino alla realizzazione della Shoah, il genocidio del popolo ebraico.
Nel mondo occidentale l’immagine del male assoluto cambiò di nuovo dopo la Seconda Guerra Mondiale, si passò al genocidio equiparato al comportamento nazista. Le due inchieste, anche se non comprendono tutti i paesi europei, sono sufficienti per capire come una grossa minoranza in Europa consideri Israele da questo punto di vista.
Con questa visione demoniaca dello Stato ebraico, in Europa è tornato a diffondersi l’antisemitismo medioevale. E’probabile che in Europa oggi ci siano tanti antisemiti quanti ce n’erano prima che Hitler salisse al potere. Questa immagine estrema di Israele è largamente presente, ed è l’origine di molti attacchi contro gli ebrei e contro Israele, e può esplodere nuovamente come avvenne nel passato.

Sarà bene chiederci quali sono le origini di questa demonizzazione. Sono tre i fattori che l’hanno prodotta:

1) La delegittimazione, cioè diffondere frequentemente notizie che mettono in cattiva luce Israele. Poi le menzogne, accuse false, articoli pieni di pregiudizi, condanne sommarie ecc. A ciò si aggiunga la televisione, i media in generale, personalità politiche, leader religiosi, così come sono anche responsabili ebrei – anche israeliani – che odiando se stessi diffondono opinioni fortemente negative su Israele. Vengono invece omesse dai media quelle positive.

2) Il secondo aspetto è la sottovalutazione data alla forte criminalità e propaganda di odio contro gli ebrei in una larga parte della società palestinese e in molti Stati arabi e musulmani. Se le stragi, gli attacchi terroristici e altri atti criminali venissero pubblicizzati come meritano, le notizie su Israele assumerebbero tutt’altra valenza e rilievo. Nello stesso tempo, gli stati europei dovrebbero impegnarsi a denunciare i progetti di genocidio - di Iran e Hamas, per esempio - in base alla Convenzione dell’Onu.

3) Il terzo elemento che contribuisce alla delegittimazione di Israele è la sottovalutazione che i paesi europei fanno del loro passato. Descrivono con troppa indulgenza la loro storia, mentre falsificano enormemente quella di Israele.

 

 

I palestinesi hanno fatto un ottimo affare prendendo di mira Israele, specialmente negli anni ‘70. Praticare il terrorismo contro lo stato ebraico ha innescato decenni di accuse contro le vittime di quel terrorismo e di giustificazioni per i colpevoli. L’ostilità antisemita che tanti occidentali nutrono nei confronti di Israele, l’ebreo fra gli stati, rafforzò il diffondersi della cultura post-anni ‘60 della colpa occidentale, dell’abiura, della condiscendenza e della legittimazione verso qualunque nemico violento a patto che si potesse dipingere come gente del terzo mondo. Il democratico Israele, costretto a difendersi, venne dipinto come una potenza imperiale e non uno stato assediato, mentre i terroristi palestinesi vennero rappresentati come combattenti per la libertà e non come assassini invasati.

Anziché considerare quanto siano pochi i popoli, molto più sofferenti dei palestinesi, che si danno al terrorismo; anziché domandarsi come mai i palestinesi prendono di mira sistematicamente donne, bambini e anziani innocenti, i portabandiera del “dare sempre la colpa a Israele” ribaltavano la colpa sulla vittima: Israele deve essere reo di chissà quale atroce oppressione per tirarsi addosso un odio tanto spietato, sostenevano i campioni del politicamente corretto invece di analizzare il culto della morte palestinese che alimentava antisemitismo e fondamentalismo islamico.

La condiscendenza occidentale verso il terrorismo palestinese ha dimostrato che lo slogan “il terrorismo non paga” è pura farneticazione: in realtà il terrorismo funziona grazie alla arrendevolezza dell’Occidente. La violenza terroristica impose i palestinesi all’attenzione internazionale, facendoli diventare le vittime per eccellenza agli occhi di tanti terzomondisti totalitari che oggi ne ingigantiscono i patimenti, la debolezza e la centralità.

 

Nonostante anni di allenamento, è difficile non lasciarsi abbattere dall'intensità del sentimento antisemita/antisraeliano.
Il senso di ferita personale è sempre fortissimo. La domanda sul perché dell'odio, dell'energia emotiva scaricata in questo sentimento distruttivo, va ben al di là dei suoi usi politici e della sua funzionalità sociale.
Per esempio è chiaro che per i regimi arabi, prima e dopo questo ciclo di agitazioni (ma anche prima o dopo di quello precedente che quarant'anni fa portò al potere i regimi nazionalisti in Egitto, Siria, Iraq ecc) hanno usato l'antisemitismo, l'hanno trasformato in odio per Israele e hanno suscitato pogrom e violenze di ogni tipo, per distrarre le masse arabe dalla loro miseria, per unificare i loro paesi contro un nemico esterno, in sostanza per mantenere il loro potere.
E' chiaro che la Turchia e l'Egitto oggi stanno facendo lo stesso gioco.
Ma la questione logicamente precedente è perché, fra i mille obiettivi possibili di odio sia stato scelto quasi sempre l'ebreo, il che equivale a chiedersi perché le masse islamiche siano da decenni (da ben prima dell'"occupazione") particolarmente pronte a odiare piuttosto gli ebrei, nemici immaginari, ancor più che altri soggetti con cui la guerra era reale, i contrasti materiali.
La Turchia che è in guerra coi curdi si mobilita in questo momento contro Israele; l'Egitto che viene da una rivolta tutta interna contro la corruzione e ha interessi strategici in conflitto con l'Iran e la Turchia, se la prende con gli unici ebrei che riesce a identificare sul suo territorio, i diplomatici israeliani.

La stessa domanda si può fare ovviamente per l'Europa, dove pure lo sfruttamento statale dell'antisemitismo è da qualche tempo assai meno di moda.
Perché in piena crisi economica e sociale un teppista deve prendersi la briga di individuare un cimitero ebraico a Venezia su cui disegnare una svastica? Perché su due muri vicino alla mia università, a Torino, con lo scopo non di denigrare gli ebrei, ma la squadra di calcio del Torino e una nota bevanda gassata si poteva leggere fino a qualche tempo fa e forse ancora oggi "Toro ebreo" (ad uso degli italiani) e "Coca cola yahud" (per i lettori arabofoni)? Perché "ebreo" è un insulto usato da tutte le tifoserie del calcio e del basket? Perché, voglio dire, dovrebbe essere un insulto?
Perché Israele continua a suscitare oggettivamente più odio di tutti i regimi più criminali del mondo? Perché in questi giorni di stragi continue in Siria e di prudentissime reazioni israeliane al terrorismo si sono mossi a Londra dei manifestanti a disturbare un concerto della certamente non troppo politicizzata orchestra filarmonica israeliana in quel tempio della cultura che è il Victoria and Alberta Hall, e nessuno in tutto il mondo davanti a un'ambasciata siriana? Certo, gli orchestrali erano ebrei...
Perché la Turchia, che spara ai curdi in territorio iracheno e fa comunicati stampa per vantarsi dei numeri dei morti, che occupa uno stato straniero e vi tiene in esercizio un muro, che nega il genocidio armeno, che è stata sconfessata da una commissione di inchiesta dell'Onu (quindi certo non filoisraeliana), si permette con Israele toni arroganti da politica della cannoniere, sicura di ottenere la simpatia generale?

La spiegazione di tutti questi episodi, che sono di oggi, non degli anni Trenta, non si può ridurre nei puri dati politici, nel conflitto statale o territoriale che oppone Israele ai palestinesi, nel riflesso meccanico dei vecchi schieramenti per cui la sinistra ha ereditato senza rendersene conto le coordinate geopolitiche di Stalin e prosegue a giudicare buoni i vecchi alleati dell'Urss e cattivi gli alleati dell'America.
Non è solo la commissione dei diritti umani dell'Onu, alla cui presidenza fino a un paio di mesi fa sedeva la Libia e che produceva praticamente solo risoluzioni antisraeliane; non sono solo gli ambigui legami nero-rosso-verdi fra neonazisti, neocomunisti, islamisti; ma l'opinione collettiva maggioritaria in Italia, in Europa (per non parlare dei paesi musulmani), che in maggioranza, e nella maggioranza più "illuminata", ha in Israele se non proprio esplicitamente negli ebrei il nemico che gli piace di più odiare?

Le spiegazioni date all'antisemitismo nella storia sono naturalmente moltissime, le abbiamo tutti studiate e molte volte sentite ripetere.
Ma a me sembra che oggi ancora ci sia in questo sentimento condiviso un forte nucleo politico-teologico; che non ci troviamo di fronte a un odio laico, interessato, razionale, ma una proiezione ben più potente delle identità collettive, se non proprio delle religioni.
E soprattutto credo che noi dobbiamo individuare nelle sue forme attuali una reazione all'emancipazione, alla pretesa intollerabile proprio perché politica, da parte di un popolo teologicamente "inferiore", di essere come gli altri, di vivere la sua identità, soprattutto di avere uno stato.
Nel diritto islamico tradizionale gli ebrei sono considerati dei semischiavi, "dhimmi", che possono sopravvivere in mezzo ai musulmani solo pagando una tassa speciale e accettando uno stato di umiliazione permanente (non portare armi o usare cavalli, non avere case più alte, non avere impiegati islamici, portare certi segni sulle vesti ecc.).
Nel mondo cristiano gli ebrei "deicidi" erano stati condannati già da dai primi secoli (per esempio da Agostino di Ippona) a vivere sì, ma in uno stato analogo di umiliazione, per testimoniare insieme con la loro fede della verità dell'"Antico testamento" e con il loro infelice destino della "punizione" per loro "colpa" - ora queste posizioni restano sommerse nelle voci maggioritarie della Chiesa, ma riemergono a tratti, fra i tradizionalisti, i vescovi arabi, i cattolici di sinistra e influenzano in maniera poco consapevole le posizioni di molti.

Che i dhimmi, i deicidi, coloro che si ostinano insieme a non volersi convertire al cristianesimo e neppure all'islamismo, abbiano la pretesa di vivere liberi pacifici e produttivi e addirittura in un loro stato, è un affronto intollerabile – ancor più dell' "occupazione" di una terra che anche la Chiesa e anche l'Islam rivendicano come sacra per loro.
E' la libertà degli ebrei, il loro rifiuto di essere vittime, la loro capacità di realizzare una vita autonoma e uno stato loro, il loro stesso successo, a infastidire e offendere gli islamici (che se la prendono anche coi cristiani, quando possono) e in Occidente certe parti del mondo cristiano e anche laico, ma di cultura, non solo i reazionari, ma anche molti "progressisti", che travestano nella loro coscienza il sentimento antisemita con l'amore per gli oppressi e la "giustizia" - naturalmente imitati da settori altrettanto "progressisti" del mondo ebraico.
Con l'intreccio di questa teologia politica, oltre che con il cinismo di dittatori e altri politici noi ci troviamo a dover fare i conti oggi, in uno dei momenti più difficili e rischiosi della storia recente del popolo ebraico.

 

Infatti, al di là delle ipocrisie più o meno strumentali, Israele è gli Ebrei, nell’immaginario collettivo. Lo è perfino, come abbiamo visto, per quegli Ebrei che lo negano. Sono gli israeliani ebrei chiamati in causa: non i druzi, non gli arabi, non i cristiani di Israele. A nessuno di questi gruppi sono lanciate pietre, nessuno di questi gruppi è chiamato, nella Diaspora, a farsi carico delle “colpe” di Israele. Fuori di Israele gli Ebrei sono spesso irriconoscibili, indistinguibili da qualsiasi altro cittadino. In Israele si riconoscono, perché la società nella quale vivono non chiede loro di nascondersi. Li riconoscono quelli che lanciano pietre, li riconosce la stampa che riporta episodi di “cronaca”. Tentare di negare che di Ebrei si parla quando ci si riferisce a Israele è falso.

E allora, appurato questo, che Paese è Israele? Che immagine ne ha il mondo? O meglio, che immagine DEVE avere? Lo Stato di Israele è un mostro, popolato da mostri che tentano di curare i mali che sono stati loro inflitti torturando, sodomizzando, riducendo a brandelli e divorando i più deboli.

Gli Ebrei di Israele vivono in un ambiente tetro, cattivo, chiuso, perennemente afflitti dalla paura, ossessionati dalla difesa, consci – in qualche modo – delle loro colpe. È così che il Paese è raffigurato. Perché? Perché la necessità di immaginare l’esatto contrario della realtà israeliana?

 

Israele, come dice Aaron Appelfeld è “cio’ che resta degli Ebrei”. Intollerabile l’immagine di questo popolo che ha saputo sopravvivere e si è ripresentato davanti ai suoi antichi carnefici con un Stato nuovo di zecca, giovane, moderno, progredito, democratico, libero. Disse Haim Herzog nel suo discorso all’Onu del 1975, in merito alla risoluzione 3379 che equiparava il sionismo al nazismo (risoluzione poi cancellata):

“..Noi, in Israele, abbiamo cercato di creare una società che si sforza di attuare gli ideali più alti di società -politica, sociale e culturale – per tutti gli abitanti di Israele, a prescindere dal credo religioso, razza o sesso… Nel corso dei secoli è toccato in sorte al mio popolo essere la cartina al tornasole della decenza umana, il metro di paragone della civiltà, il crogiolo in cui duraturi valori umani devono essere testati. Il livello di umanità di una nazione potrebbe sempre essere giudicato dal suo comportamento verso la sua popolazione ebraica. E’ sempre cominciata con gli ebrei, ma non si è conclusa con loro.”

E’ questo che l’Europa non perdona a Israele?

 

L’anti-semitismo in Europa, che si manifesta oggi spesso (sia a livello politico che sociale) con atti e iniziative contro Israele, è diventato un problema troppo grande per essere ignorato o valutato in parte.

 

L'antisionismo, l'odio per Israele, sono l'antisemitismo nella sua veste attuale. Se ne volete delle prove, leggete questo documento molto analitico e ben fatto: http://antisemitism.org.il/article/76749/how-todays-anti-zonism-continues-old-antisemitism

 

PS: i musulmani non distinguono fra ebrei ed israeliani, o meglio distinguono anche gli israeliani in ebrei e arabi, odiando e combattendo solo i primi insieme ai loro parenti della diaspora.

 

 

L'antisionismo oggi corrisponde all'antisemitismo prima della Shoah

 


Premessa: tratto da qui

 

La diffusione dell’ideologia antisionista impone un continuo sforzo di riflessione volto a comprendere la natura di questo fenomeno e il suo rapporto con l’antisemitismo. Ne parliamo con uno studioso noto ai lettori del Foglio, Georges Bensoussan, storico di fama internazionale del sionismo e della Shoah, direttore editoriale del Mémorial de la Shoah di Parigi e della Re - vue d’histoire de la Shoah, autore di decine di studi su questi temi. Il 13 e 14 novembre scorso, Bensoussan ha tenuto due conferenze a Padova. Il 13, a Palazzo Moroni, è intervenuto su “L’antisemitismo e l’anti - sionismo oggi”, evento curato dalla Fondazione Italia Israele, Cristiani per Israele e Comunità ebraica di Padova. Il giorno successivo, al Bo – sede dell’università – su “Le sionisme: de la mythologie à l’histoi - re”, conferenza organizzata dal Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

 

L’antisionismo sembra sempre più diffuso nella cultura politica contemporanea, in occidente come nei paesi musulmani. Dove affonda le sue radici questo atteggiamento così pregiudizialmente ostile verso il sionismo e verso Israele? “Per l’opinione corrente – risponde lo storico –, l’antisionismo è una ideologia originata nell’estrema sinistra e nel mondo arabo, che ha avuto una crescita notevole dopo la Guerra dei sei giorni del 1967.

Pochi sanno, però, che l’antisionismo ha radici molto più antiche, precedenti alla Seconda guerra mondiale, che risalgono alla fine del XIX secolo, e che hanno trovato la prima espressione nell’antisemitismo di una parte della chiesa cattolica e in quello di matrice razziale. E’ questo il periodo in cui si fa largo, come propaggine delle reazioni alla Rivoluzione francese, l’idea del complotto sionista, che viene a sovrapporsi a quella del complotto giudaico.

Nel 1897, l’anno del primo congresso sionista tenutosi a Basilea, la Civiltà cattolica pubblicò un primo articolo antisionista. L’idea della restaurazione, per così dire, di uno stato ebraico, veniva percepita come una sorta di affronto verso il cattolicesimo: se la religione ebraica è una religione caduca, è inconcepibile che gli ebrei ritrovino la loro indipendenza politica nella terra di Israele. Per quanto riguarda l’estrema destra, che faceva dell’antisemitismo una questione razziale, essa lanciò, a partire dalla pubblicazione in Russia nel 1903 dei Protocolli dei Savi di Sion, una violenta campagna antisionista.

Va notato che nel periodo precedente alla Prima guerra mondiale, gli antisionisti presentarono il sionismo non tanto come il progetto di creare uno stato ebraico, quanto come quello di dar vita a una dominazione mondiale: lo stato ebraico sarebbe stato dunque unicamente un pretesto per conseguire questo fine.

Pare significativo il fatto che nel 1924 i Protocolli siano stati tradotti in Germania col titolo di Protocolli sionisti. Tra le due guerre, gli antisionisti sostennero che il movimento sionista, grazie alla Dichiarazione di Balfour, stava creando un organo centralizzato di governo allo scopo di dominare il mondo. Questo tema si arricchì negli anni Venti e Trenta di nuovi elementi e in particolare si legò all’antibolscevismo, presentato come un’invenzione ebraica”.

 

Ma quale fu il rapporto del nazismo, capace di elaborare la forma più radicale di antisemitismo, con il sionismo? “Il movimento nazista fu ossessionato dal sionismo fin dal suo sorgere, a partire naturalmente dal suo ideologo Alfred Rosenberg, il quale nel 1919 nel suo primo volume analizzò il sionismo. Rosenberg era un tedesco estone che aveva abbandonato la terra natia a causa della Rivoluzione russa. Quindi in Rosenberg l’antisionismo alimentato dai Protocolli e l’antibolscevismo si saldarono in un’unica visione.

Anche Hitler parlò del sionismo nel Mein Kampf, scrivendo che il sionismo chiarisce la vera natura del giudaismo, che è quella di una entità biologica, piuttosto che di una confessione religiosa. Inoltre affermò che l’obiettivo dei sionisti è solo in apparenza quello di creare uno stato ebraico, poiché il suo scopo è la sovversione mondiale e in particolare la distruzione della civiltà occidentale”.

Quanto all’atteggiamento antisionista nel secondo Dopoguerra, Bensoussan chiarisce subito che “manifestarsi pubblicamente antisemiti dopo Auschwitz era quasi impossibile. In un certo modo, Auschwitz ha screditato l’antisemitismo.

 

L’antisemitismo proseguì perciò principalmente nella forma dell’antisionismo, nella lotta virulenta per delegittimare lo stato di Israele. Questo è il compito che si pose l’estrema destra dopo il 1945. Si sviluppò una pubblicistica in cui si sostenne che il complotto sionista è guidato dallo stato di Israele, che si prefigge di prendere il controllo del mondo manipolando le grandi potenze. Si posero così le premesse per un incontro tra l’antisionismo e le dottrine negazioniste della Shoah. I negazionisti asseriscono che non vi sono mai stati sei milioni di morti: si tratta di un pretesto per permettere la creazione dello stato di Israele. Se lo stato di Israele ha come unico motivo di legittimità il genocidio degli ebrei in Europa, bisogna provare che il genocidio degli ebrei non ha mai avuto luogo.

 

Ma con la Guerra dei sei giorni cambiò tutto. Da allora, il sionismo venne legato al colonialismo, in un contesto mondiale di decolonizzazione. L’antisionismo virò decisamente a sinistra, legandosi a lotte come l’antirazzismo, l’antimperialismo, l’anticolonialismo appunto. Si arrivò così alla famosa risoluzione del 10 novembre 1975, nella quale l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite decretò, a larga maggioranza, che il sionismo è una forma di razzismo. Questa nuova giudeofobia prese necessariamente i tratti dell’antisionismo, tanto più che ora si sviluppava prevalentemente a sinistra, dove non ha cittadinanza un antisemitismo che si presenti col suo vero nome.

 

Tuttavia – prosegue – appare evidente il legame tra l’antisionismo attuale e quello sviluppato dall’estrema destra negli anni Trenta del Novecento. Quest’ultimo sosteneva che gli ebrei avrebbero portato il mondo a una guerra mondiale. A partire dagli anni Settanta, gli antisionisti di sinistra vanno predicando che lo stato di Israele precipiterà il mondo nella terza guerra mondiale. Siamo passati dall’ebreo fautore di guerra allo stato di Israele fautore di guerra. Siamo evidentemente all’interno della medesima logica intellettuale”.

 

Quindi l’odio antisionista si abbevera alla stessa fonte dell’odio antisemita? “L’ossessione per gli ebrei prima della Seconda guerra mondiale e l’ossessione per lo stato di Israele dopo la guerra si spiegano col medesimo senso di angoscia collettiva generato dal cattivo andamento delle cose nel mondo e col conforto che la risposta antisemita e antisionista, molto semplice e facile da comprendere, offre a tale angoscia. All’ebreo demonizzato succede lo stato di Israele demonizzato: è la figura del diavolo che viene spostata dal popolo allo stato.

L’antisemita – dice Bensoussan – ha bisogno dell’ebreo per esistere, perché l’ebreo è la risposta alle sue paure. Tutti i suoi fantasmi ripulsivi si cristallizzano nell’immagine dell’ebreo. Non è solo il meccanismo del capro espiatorio: è legato a tutto quello che è l’insegnamento del disprezzo, che fa sì che nella civiltà occidentale l’ebreo sia diventato da tempo immemorabile una figura maledetta. Questa immagine si è trasferita dal popolo ebraico allo stato ebraico: il secondo, come il primo, è il figlio del diavolo o diavolo lui stesso, un paria che non si vuole conoscere e frequentare”.

 

Ma allora è possibile dire che, nella misura in cui fa appello alla distruzione dello stato di Israele, l’antisionismo diventa un messaggio genocidario? “Anche in questo caso bisogna rispondere affermativamente, ma occorre fare una distinzione tra l’antisionismo europeo e quello presente nei paesi musulmani. La propaganda antisionista europea si fonda per lo più sulla riprovazione. Quella che viene proposta nei paesi arabi e musulmani invece si presenta molto spesso come un esplicito appello al genocidio, che ricorda la propaganda antisemita radicale sviluppatasi in Europa tra Otto e Novecento.

Molto prima di Hitler, a partire dalla metà del XIX secolo, negli ambienti antisemiti tedeschi più estremi circolava già un chiaro messaggio genocidario. Paul de Lagarde, nel 1887, affermò proprio questo: con gli ebrei non si deve discutere, bisogna sterminarli. Oggi troviamo lo stesso concetto in riferimento allo stato di Israele. Si dice che questo stato è di troppo, è un cancro, una peste, una malattia.

Alcuni paesi islamici utilizzano l’espressione ‘entità sionista’, non lo chiamano neppure stato di Israele. Questi appelli alla distruzione dello stato sono identici agli appelli di distruzione del popolo ebraico che circolavano in Europa nei decenni precedenti alla Seconda guerra mondiale”, osserva lo storico.

 

Perché, domandiamo, l’Europa sta sottovalutando questa minaccia? “In Europa non si ascoltano le radio arabe e iraniane, non si guarda la televisione né si leggono i giornali di quei paesi. Esiste una agenzia internazionale, Memri, specializzata nello scandagliare minuziosamente quanto si dice e scrive nei media persiani e arabi. Chiunque può vedere nel sito di questa agenzia i filmati a cui mi riferisco sottotitolati in inglese. Il quadro che ne emerge è catastrofico. Continui sono i messaggi che prospettano la distruzione totale dello stato di Israele. Gli europei sono spinti a sottovalutare questi appelli al genocidio per varie ragioni. La prima è intellettuale. Generalmente, in qualunque epoca, non siamo mai contemporanei della nostra storia: non capiamo la storia che stiamo vivendo e guardiamo sempre il presente con gli occhi del passato.

In secondo luogo, c’è arroganza e disprezzo verso chi non si pone in linea con il pensiero dominante. Si accusa di essere islamofobo e razzista anche solo chi mette in discussione alcuni stereotipi culturali. Inoltre, l’Europa deve ancora finire di fare i conti con il senso di colpa per la Shoah. Di qui le accuse a Israele di essere uno stato nazista: se si arriva a credere che gli israeliani si stanno comportando come i nazisti, il senso di colpa si affievolisce, o viene addirittura cancellato”.

Inoltre, aggiunge Bensoussan, “a ben considerare, poi, nell’antisionismo europeo rivive l’antica accusa rivolta agli ebrei di essere il popolo deicida. Ecco allora che il palestinese diventa la nuova figura del Cristo sulla croce, come se Cristo fosse stato crocifisso una seconda volta, sempre per colpa degli ebrei e sempre in terra di Israele. Infine, lo stato di Israele disturba perché, pur essendo multietnico, si è costruito sull’identità nazionale ebraica.

L’Europa odierna esalta il multiculturalismo e considera ogni identità nazionale alla stregua di una identità di morte, in quanto l’identità nazionale viene vista come una esclusione dell’altro. E’ come se gli ebrei avessero seguito una evoluzione contraria a quella dell’Europa.

 

In ogni caso, il discorso antisionista, che assuma o meno esplicitamente l’appello allo sterminio, è analogo al discorso antisemita prima della Seconda guerra mondiale: prepara alla distruzione, perché la distruzione comincia sempre con delle parole. Ci si abitua all’idea che Israele impedisce di vivere bene nel mondo. Licenza è concessa al genocidio”.

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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