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In Israele c’è l’apartheid verso gli arabi?

 

 

Premessa: tratto in parte da qui, qui, qui, qui

 

Israele è nata come Stato ebraico e democratico, quale Stato-nazione del popolo ebraico.
Stato ebraico significa Stato-nazione del popolo ebraico, che adotta come missione storica la perpetuazione storica e culturale del popolo ebraico. Israele è uno stato ebraico nel senso che è lo Stato della nazione ebraica, la cui cultura maggioritaria è ebraica. Israele è uno Stato democratico nel senso che è uno Stato di diritto che rispetta i diritti umani, e il principio di libera auto-determinazione dell’individuo.

 

Dire che in Israele vi è apartheid è la cosa più assurda del mondo: Israele è una nazione di sei milioni di abitanti di cui un milione di arabi e gli arabi israeliani votano esattamente come gli ebrei, senza alcuna separazione, hanno partiti e deputati, e naturalmente giudici, professori universitari, sindaci, pieni diritti politici e sociali e il libero accesso a tutte le opportunità offerte da una società aperta e modernissima come quella israeliana (http://www.upjf.org/fr/3643-vous-avez-dit-apartheid-shmuel-trigano.html ). Non è un caso che siano migliaia ogni anno i palestinesi che soprattutto a Gerusalemme chiedono di abbandonare l'AP e di diventare israeliani.

 

Israele non è quindi il paese dell’apartheid: più di un milione di arabi israeliani lo testimoniano. In Israele non ci sono mezzi di trasporto, scuole, strutture dove gli arabi non possono entrare. Ci sono deputati arabi al parlamento israeliano, come Hanin Zoabi, che possono democraticamente partecipare alla Freedom flottilla e poi accusare il proprio governo di “pirateria” dagli stessi scranni della Knesset. O personaggi come la dottoressa Suheir Assady, la prima donna musulmana a dirigere un reparto ospedaliero in Israele; oppure come la dottoressa Rania el Hativ, la prima donna araba a diventare chirurgo plastico in Israele.

Un giudice della Corte Suprema d’Israele, un arabo (!) , durante la cerimonia di insediamento si è rifiutato di intonare con i suoi colleghi l’inno nazionale d’Israele. In Italia cosa sarebbe successo se si fosse verificato nella Corte Costituzionale un episodio analogo? Bene, in Israele il primo ministro Netanyahu ha personalmente espresso a questo giudice la sua solidarietà ed ha approvato il suo gesto. Non ci sembra che vi sia bisogno di commenti.

 

In sostanza, gli arabo-israeliani godono stessi diritti dei cittadini ebrei e sono tutt'ora rappresentati alla Knesset di Israele.

Chissà quanti sono informati in Italia che nel parlamento israeliano, la Knesset, siedono 11 deputati arabi? La domanda è lecita, visto che raramente ne scrivono i nostri giornali. Eppure di motivi ce ne sarebbero, a partire dal solo fatto della loro presenza. Ma non era Israele uno stato di Apartheid? Certo, se ai lettori venisse ricordato questo particolare, forse comincerebbero a chiedersi il motivo di certe etichette. Questo è però un nostro desiderio, temiamo rimarrà tale. E i lettori italiani continueranno a immaginare i palestinesi come una minoranza senza voce, non rappresentata nelle istituzioni israeliane.
Quella stessa nazione dove tutte le indicazioni, dai musei alle strade, sono scritte in lingua ebraica araba e in inglese. Gerusalemme viene tacciata di essere, “la capitale dell’apartheid, del genocidio, della deportazione e dello sterminio di stampo sionista”. Questo anche grazie al contributo dei New Elders of Washington come Jimmy Carter.

 

È vero che nelle zone di guerra israeliane ci sono delle separazioni tra arabi ed ebrei: durante la seconda intifada vi erano continui scontri tra israeliani e palestinesi, attentati e attacchi ai civili israeliani e anche agli internazionali (due osservatori norvegesi sono stati uccisi in un attentato palestinese nel 2001).

Per questo con lo scoppio della seconda intifada si sono introdotte drastiche soluzioni: separare le strade su cui passano arabi e quelle su cui passano ebrei. Ogni volta che le misure venivano annullate, riprendevano gli attacchi terroristici.  Ci sono i checkpoint che rendono difficili gli spostamenti, è vero. Ma sarebbe sufficiente riflettere per quale motivo sono necessari.

 

Molte però sono le false informazioni che circolano, infatti lo strumento privilegiato dei detrattori di Israele è la propagazione di affermazioni assurde e prive di fondamento, nella speranza che diventino verità convenzionali. Tanto per fare un esempio, il 19 agosto, il Toronto Star ha pubblicato una linea editoriale di Thomas Woodley, presidente del movimento canadese anti-Israele, l’ Organizzazione per la Giustizia e la Pace in Medio Oriente (CJPME), che aveva erroneamente affermato esserci strade per ”soli Ebrei” negli insediamenti in Cisgiordania. Queste affermazioni, palesemente false, hanno l’unico scopo di diffamare Israele con l’accusa di razzismo, e ce ne sono tantissime che circolano.

 

Non ci sono strade costruite esclusivamente per gli ebrei. Come The Committee for Accuracy in Middle East Reporting in America sottolinea: “I cittadini arabi di Israele e i cittadini israeliani di qualunque religione o etnia, hanno lo stesso diritto a circolare su queste strade come gli ebrei. Gli arabi israeliani usano frequentemente i sotto-passaggi per affari e per visitare i parenti. “Mentre alcune strade sono vietate ai palestinesi in Cisgiordania per motivi di sicurezza, ci sono anche alcune strade, in zone densamente popolate da arabi, in Israele, che sono sconsigliate agli ebrei per ragioni di sicurezza.

 

Inoltre, l’affermazione che solo gli ebrei sono autorizzati a risiedere negli insediamenti israeliani, il che significa che ai non ebrei è vietato viverci, non ha giustificazione. Non vi è alcuna legge che impedisca agli arabi con cittadinanza israeliana di vivere ovunque vogliano. Lo stesso vale per i residenti palestinesi di Gerusalemme, con le carte d’identità israeliane, che hanno diritto di vivere ovunque a Gerusalemme. (nota: queste false dichiarazioni formulate per screditare Israele, una volta sbugiardate pubblicamente, sono state ritirate dal sito dello Star.)

 

Anzi i fatti mostrano che Israele è uno stato ipergarantista, soprattutto nei confronti della minoranza araba. Ma vaglielo a dire a quelli che discettano di apartheid e sono “preoccupati per la democrazia israeliana”.

D’altra parte, non si può neppure ignorare il fenomeno della “discriminazione opposta”: le leggi di progettazione e costruzione, che sono osservate quasi completamente nel settore ebraico, sono osservate con enorme lassismo nel settore arabo, in particolare dai beduini nel Negev. Quante migliaia di edifici sono stati costruiti nel Negev, senza permessi su terreni che non appartenevano ai beduini? Come è possibile che non ci siano marciapiedi a Um al-Fahm e la distanza tra gli edifici è più o meno la larghezza di una vettura?


Un altro esempio di discriminazione alla rovescia esiste nel settore del matrimonio: se un ebreo vuole sposare una donna prima di aver completato il processo di divorzio dalla moglie attuale si troverà dietro le sbarre, come è successo al famoso cantante Mati Kaspi.
Ma se un arabo sposa una seconda moglie, terza o quarta, lo Stato paga per i bambini un assegno mensile per ogni moglie senza fare troppe domande.


Un altro caso di discriminazione a favore degli arabi esiste nel settore abitativo: nel settore ebraico circa il 90% risiede in condomini e  solo il 10% circa vive in case private.
Nel settore arabo il quadro è il contrario: più del 90% vive in case private, e meno del 10% vive in condomini. Ma la caratteristica che più accomuna il settore arabo in Israele è la società in cui vive. Tutti gli arabi del mondo vivono o sotto dittatura nella loro patria, o sotto altre dittature negli stati della diaspora. Non c’è quasi comunità araba al mondo che viva nella propria terra in uno stato veramente democratico.


I cittadini arabi di Israele sono l’unico gruppo arabo che vive sulla propria terra ( senza contare le terre da cui hanno avuto origine) in un regime democratico che onora i diritti umani e le libertà politiche.
Questa è la ragione per cui gli arabi fuori da Israele invidiano i cittadini arabi di Israele e li chiamano “arab al-Zibda”, o “panna montata araba”.

 

Nonostante tutto ciò.... sulle due sponde dell’Atlantico gruppi religiosi, intellettuali e sindacati promuovono campagne di boicottaggio ingannevoli e spesso antisemite per demonizzare quello che loro chiamano lo stato ebraico dell’apartheid, spesso paragonandolo al Sud Africa.
La verità è che a differenza dal Sud Africa dell’apartheid Israele è uno stato democratico. La sua minoranza araba è del 20% e gode di tutti i diritti e libertà religiose, politiche ed economiche derivanti dalla cittadinanza, ivi inclusa quella di eleggere deputati di sua scelta al parlamento d’Israele. Gli arabi israeliani e palestinesi possono accedere ai giudizi della Corte Suprema israeliana. A differenza di ciò nessun ebreo ha il diritto di possedere proprietà in Giordania, nessun cristiano od ebreo ha la possibilità di visitare i luoghi santi dell’Islam nell’Arabia Saudita.

 

Tra l'altro, il 68,3 per cento degli arabi israeliani preferisce vivere in Israele rispetto a qualunque altro stato al mondo (compresa la mitica palestina, dobbiamo credere) e il 58% accetta le caratteristiche ebraiche dello stato (lingua, feste ecc.). Non male, non credete, come risultato della fantomatica apartheid?

 

Se c’è un paese nel quale la discriminazione di genere è al minimo, quello è Israele, mentre non è il caso né nei territori “governati” dall’OLP, né in quelli di Hamas. Avrebbe potuto ricordare che i cristiani arabi soggetti all’Autorità palestinese e a Gaza stanno fuggendo in massa dai luoghi nei quali sono perseguitati, mentre la comunità cristiana è fiorente in Israele.

Gli arabi israeliani sono cittadini a pieno titolo (a parte l’esenzione dal servizio militare), hanno diversi partiti (compresi quelli islamici) rappresentati alla Knesset , un giudice della Corte Suprema, il proprio sistema scolastico nella loro lingua, seconda lingua nazionale, presente in tutti i segnali, ecc.

 

Ovviamente, mai nessuno si indigna per il fortissimo razzismo e il vero apartheid messo in atto con ferocia dagli arabi e dai palestinesi nei confronti degli ebrei: questo si che è reale e ben documentato. Ma questa è un'altra storia.

 

Nota a proposito del tanto pubblicizzato boicottaggio: il grande storico Raul Hilberg ha spiegato che il boicottaggio economico contro gli ebrei nella Germania nazista è stato il primo passo verso la Shoah. Lo stesso grido "raus mit uns" (fuori con noi) ferisce ora lo Stato di Israele; è tornata la minaccia nazista "kauf nicht bei Juden..." (non comprate dagli ebrei).

 

 

Gli arabi in Israele possono diventare chiunque, possono assumere cariche importantissime, mentre gli israeliani a Gaza possono solo essere rapiti (o uccisi).

 

 

Il muro costruito da Israele è apartheid o discriminazione?

 

Premessa: tratto da qui e qui

 

Intanto il muro esiste solo nelle zone più calde del confine tra Israele e i territori, quelle zone da cui erano soliti entrare i terroristi, tutto il resto è rete di protezione. Diciamo che da quando esiste la barriera salva-vita gli attentati sono diminuiti del 99%.

Ricordiamo a chi legge alcuni particolari: dagli accordi di Oslo il terrorismo contro Israele da parte dei palestinesi è aumentato in modo spaventoso per raggiungere l'apice dal 2000 al 2005 quando saltavano in Israele, tra la popolazione civile, autobus, teatri , ristoranti, pizzerie, centri commerciali con 1400 morti tra i civili e più di 6000 feriti diventati poi disabili perché bruciati in tutto il corpo, perché rimasti senza arti, perché diventati malati di nervi.

Diciamo che i palestinesi si muovono tranquillamente nei territori dal momento che Israele, col calo del terrorismo grazie alla barriera, ha tolto quasi tutti i check point. Diciamo che chi va a Gerusalemme con buone intenzioni viene controllato ma non arrestato. Diciamo che Israele non ha fatto ancora nessuna pace con l'ANP, quindi , trattandosi di entità nemica, deve stare all'erta contro attentati di cui Gerusalemme è stata vittima molto spesso.

 

Oggi nel mondo ci sono 50 barriere difensive. Bill Clinton ha fatto costruire il muro che divide gli Usa dal Messico; la Spagna ha costruito recinzioni per impedire l’ingresso ai marocchini; l’India sta erigendo un muro di separazione dal Kashmir; tra la Corea del Sud e la Corea del Nord c’è il confine più fortificato al mondo; i ricchi sceiccati arabi stanno recingendo il confine con il poverissimo Oman; Cipro è divisa da muri; Belfast è una città recintata da barriere in mattoni, ferro e acciaio, e persino l’ultra-liberale Olanda ha costruito un recinto intorno al Hoek van Holland.
Tuttavia solo le barriere di Israele sono state condannate, solo le barriere di difesa di Israele hanno ricevuto continui attacchi sui media e sono sbattute in prima pagina e solo i checkpoint di Israele interessano alle manifestazioni degli attivisti.
Mentre negli altri paesi le recinzioni impediscono l’ingresso a immigrati clandestini dai paesi limitrofi, solo in Israele le recinzioni e i posti di blocco hanno come giustificazione un motivo veramente umanitario: quello di garantire alla popolazione civile il diritto alla vita. Filo spinato, pattugliamenti stradali, telecamere e sensori elettronici sono utilizzati in Israele per impedire che un ristorante, un centro commerciale o un albergo possano trasformarsi in stragi di corpi umani. Corpi di ebrei.


In nessun altro paese con le stesse misure difensive, vi sono infiltrati con il “sacro” scopo di uccidere esseri umani. Tijuana, il simbolo del muro di separazione tra Stati Uniti e Messico, non è Qalqilya, una città palestinese a 15 chilometri da Tel Aviv, circondata da una barriera di sicurezza, chiamata “Paradise Hotel”, perché la città è stata usata dai terroristi suicidi come il luogo di partenza degli attacchi contro Israele. E’ da Qalqilya, dalle cui colline si possono vedere le torri Azrieli di Tel Aviv , che si capisce come possano essere bombardate dai terroristi.
Le barriere di sicurezza sono il più importante strumento di difesa di Israele contro il terrorismo. A differenza del Checkpoint Charlie di Berlino, che era un monumento di sfida contro gli oppressi, i checkpoint israeliani sono un simbolo di vita. Secondo l’IDF, circa il 30% degli arresti da parte dell’antiterrorismo israeliano ha avuto luogo presso i posti di blocco.


Israele ne ha migliorato le condizioni di vita, ma i terroristi arabi palestinesi ne hanno deliberatamente approfittato. Nel 2004, una donna palestinese ha ucciso quattro israeliani a un posto di blocco a Gaza, fingendo di essere disabile. A causa del suo stato, i soldati avevano proceduto ai controlli di sicurezza senza prima utilizzare un metal detector. Lei ha quindi potuto far esplodere l’ ordigno esplosivo che portava con sè.
Ci sono 63 posti di blocco lungo la barriera, noti come “porte” e “ostacoli”, quali blocchi stradali e passaggi sotto controllo. Per questo i terroristi arabi palestinesi hanno trovato difficoltà a procurarsi armi da quando l’esercito controlla ogni città. Quando rimangono bloccati ai posti di blocco, comunicano con i cellulari. In questo modo i servizi segreti israeliani riescono a intercettare la chiamata e individuare la rete. In passato, l’intelligence israeliana veniva a conoscenza di un attacco mentre questo era già in corso. Con i posti di blocco, l’esercito ferma le manovre dei terroristi dell’Anp. Ecco perché il checkpoint di Kalandia, tra Gerusalemme e Ramallah, assomiglia ad un vero e proprio confine.
Senza posti di controllo, barriere di sicurezza e blocchi stradali, Israele non sarebbe in grado di esistere.

 

 

 

 

Il sionismo è un movimento razzista?
 

Premessa: tratto in parte da qui

 

Il sionismo è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, e come tutti i movimenti di liberazione nazionale, è stato storicamente caratterizzato da una grande diversità di opinioni sulle modalità, i tempi e persino il luogo d’attuazione del suo programma, oltre che sulla natura e il carattere della futura società e Stato che aspirava a creare.

Col tempo, la maggioranza dei sionisti sostenne il ritorno del popolo ebraico nell’antica terra d’Israele come la rivendicazione essenziale del movimento, ma fino al 1903 esistevano tra i sionisti anche coloro che sostenevano la necessità di creare uno Stato ebraico ovunque si rendesse disponibile un territorio e tra i luoghi considerati c’erano l’Africa Orientale (la cosiddetta Opzione Uganda), un’area costiera del Sinai nell’odierno Egitto, una provincia argentina e persino un territorio nel Nord-Est dell’Australia.

La terra d’Israele prevalse per il profondo legame storico ed emotivo con il popolo ebraico. Ma in nessun caso il sionismo postulò che l’affermazione del proprio progetto nazionale dovesse avvenire a spese dei diritti degli arabi che vivevano in Palestina, proclamando invece la necessità di trovare una soluzione pacifica e forme di convivenza tra ebrei e arabi.

Fino all’ultimo, la leadership sionista cercò un compromesso con la controparte araba, ma senza successo, e a ogni occasione furono i sionisti, piuttosto che gli arabi, ad accettare le soluzioni di compromesso territoriale e politico ripetutamente proposte dalla comunità internazionale: la spartizione della Palestina in due stati fu proposta dalla Commissione Peel nel 1937 e I dall’Onu nel 1947, ma fu rifiutata dagli arabi (i sionisti accettarono entrambe le proposte), mentre l’idea di uno Stato binazionale fu proposta da due movimenti sionisti negli Anni Trenta e respinta dalla leadership araba.

 Il risultato è che il Sionismo ha creato uno Stato basato su tre cardini: laicità, democrazia ed uguaglianza, e quindi per nulla razzista.

 

Il Sionismo in quanto movimento di liberazione nazionale ebraico ha attuato lo scopo della creazione e dello sviluppo di uno Stato per il popolo ebraico, Israele, con cui si identifica in lingua (ebraico come lingua ufficiale), simboli (bandiera, inno e stemma), tradizione e cultura (festività e memoria storica).
A causa delle demonizzazione di questo termine, "Sionismo" è impropriamente associato a "razzismo", "colonialismo", "dominio straniero". La Risoluzione dell'Assemblea Generale dell'ONU n. 3379 del 10 novembre 1975 equiparava il Sionismo al razzismo ed è stata abrogata dalla risoluzione 4686 del 1991 come si legge qui.
Il Sionismo è ancor oggi considerato una forma di razzismo e colonialismo dalla Lega Araba, come testimonia la Carta Araba dei Diritti Umani, e dal movimento delle ONG, come testimonia la Dichiarazione Finale di Durban 2001.

 

Indovinate qual è l'unica nazione dove i palestinesi hanno gli stessi diritti dei suoi cittadini?

 

 

Israele è una dittatura e non c'è libertà di stampa?

 

Premessa: tratto da qui

 

Israele gode da sempre di una grande libertà di espressione, di stampa e di pensiero. La libertà nel mondo politico riflette la libertà del mondo privato e sociale che ha origini nella storia israeliana e nella composizione estremamente complessa del tessuto sociale.

Israele si è formata su basi laico-socialiste, con forti componenti antagoniste di ispirazione liberista e correnti religiose. La società israeliana si è dovuta adattare a ondate di immigrazione che portavano non solo nuovi cittadini, ma differenti usi e costumi, modi di vita e considerazioni filosofiche, imponendo ad ognuno di accettare la diversità, di rispettare l'altro. Vari studi identificano anche nell'ebraismo elementi culturali e politici propri del pluralismo, della democrazia e della giustizia.

Di fatto, nonostante il costante stato di emergenza e l'etos sionista uniformante, la società israeliana si è costituita come una delle più libere e vivaci. Questa grande libertà ha permesso lo sviluppo di svariate associazioni umanitarie che si occupano della tutela dei diritti umani, di avanzare gli interessi della minoranza araba, di limitare i danni collaterali alle azioni militari.

 

Su Israele la questione è chiara: buona parte della stampa è antigovernativa (Haaretz, Yediot Aharonot ecc.) e nessuno si è mai sognato di impedirne il lavoro; è del tutto indipendente l'apparato giudiziario; la corte suprema non è nominata dalla politica. In pratica diversi ex ministri, premier (Olmert) familiari di premier (il figlio di Sharon), ministri attuali (Lieberman) sono stati indagati e poi rinviati a giudizio o meno per vari abusi veri e supposti, c'è perfino un ex capo dello stato (Katsav) che sta in galera condannato per molestie sessuali. Quando c'è stata la condanna, l'anno scorso, perfino molti nemici di Israele, nemici anche di Berlusconi, per una volta presero la giustizia israeliana a esempio di quel che volevano accadesse da noi...

 

 

 


 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org