Il contesto della dichiarazione di Balfour che fece nascere Israele

 

 

Premessa: tratto da qui

 

La Dichiarazione Balfour non fu un fulmine a ciel sereno. Non fu il frutto di qualche occulto potere sionista, né del solito capitale ebraico. Per capirlo bisogna guardare al contesto storico più ampio.

Era in corso l’ultimo anno della prima guerra mondiale: tempi caratterizzati principalmente dalla dissoluzione degli imperi e dal risorgere dell’idea nazionale. La fine di ogni epoca imperiale porta con sé un’ondata di movimenti di liberazione nazionale. La dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, così come quella dell’Impero Ottomano, diede vita a nuovi stati nazionali e allo spostamento di molte frontiere. La liberazione nazionale, praticamente ogni liberazione nazionale, comportò costi pesanti. Intere popolazioni vennero trasferite, di solito con la forza, per conferire sostanza all’idea di sovranità nazionale. Non fu un caso isolato. Successivamente anche la dissoluzione dell’Unione Sovietica avrebbe portato alla creazione di una serie di stati nazionali. E lo scioglimento della Jugoslavia, uno stato multinazionale, avrebbe portato alla nascita di sette entità nazionali, e a pulizie etniche su vasta scala.

Diversi mesi prima della Dichiarazione Balfour, il diplomatico del Ministero degli esteri francese Jules Cambon aveva inviato una lettera al leader sionista Nahum Sokolow in cui affermava: “Sarebbe un atto di giustizia e di riparazione aiutare, con la protezione delle potenze alleate, la rinascita della nazione ebraica nella terra da cui il popolo d’Israele venne esiliato secoli fa”. Prima di promulgare la Dichiarazione Balfourl, la Gran Bretagna si era coordinata con la Francia e gli Stati Uniti. Due mesi dopo la Balfour, il presidente americano Woodrow Wilson pubblicò i suoi Quattordici Punti ispirati al diritto all’autodeterminazione. In altri termini, riconoscere il diritto all’indipendenza, alla libertà e alla sovranità di ogni comunità che era stata sotto dominio imperiale. L’idea di liberazione nazionale e di stato nazionale è un’idea anti-imperiale. È vero che nell’epoca attuale vanno crescendo voci post-nazionali e anti-nazionali, anche dentro il piccolo Israele, ma queste voci non devono fondarsi su una debole memoria storica.

Il sionismo è stato un movimento nazionale, uno dei tanti, che saltò sul carro di quell’idea, esattamente come fecero i migliori esponenti del mondo arabo, che perseguirono sovranità e indipendenza sulla base dello stesso principio. Ma a differenza di altri popoli che costituivano una minoranza nazionale in un determinato territorio, gli ebrei erano una minoranza nazionale sparsa in molti stati e sotto diversi imperi. Ci fu un momento nella storia, subito dopo la Dichiarazione di Balfour, in cui la nazionalità ebraica e la nazionalità araba condivisero interessi comuni. La cosa si tradusse nell’accordo Faisal-Weizmann del 1919. In un recente articolo, lo storico Efraim Karsh si sofferma sull’accettazione da parte araba e musulmana della Dichiarazione Balfour e dell’idea di nazionalità ebraica. Anche Talaat Pasha, uno dei governanti del declinante Impero Ottomano che si sarebbe trasformato nello stato nazionale turco, espresse sostegno al diritto ebraico a una sede nazionale in Terra d’Israele/Palestina.

L’argomento principale degli oppositori della Dichiarazione di Balfour è che essa avrebbe ignorato le aspirazioni nazionali degli abitanti non-ebrei del paese. In che non è esatto. Innanzitutto, la Dichiarazione stessa proibisce di “fare qualunque cosa che possa pregiudicare i loro diritti civili e religiosi”. E poi le aspirazioni nazionali arabe avrebbero trovato espressione nel quadro del grande stato arabo che tutti i leader arabi dell’epoca, a partire dall’emiro Faisal, puntavano a istituire in gran parte del Medio Oriente. Cinque anni più tardi, dopo che la Dichiarazione Balfour era stata ufficialmente adottata dalla Società delle Nazioni, venne presa la decisione di creare un’altra entità – la Transgiordania – nelle terre a est del fiume Giordano governate da quel Mandato Britannico che doveva favorire la nascita di una sede nazionale ebraica.

Una seconda spartizione ebbe luogo nel 1947 (ad opera delle Nazioni Unite) e la parte a ovest del fiume Giordano venne a sua volta suddivisa tra gli ebrei e gli arabi di Palestina. Il diritto nazionale degli arabi venne dunque rispettato, e venne realizzato in tutti gli stati vicini. Un riconoscimento che si applicava anche agli arabi che successivamente sarebbero stati indicati come palestinesi. Ma il mondo arabo impedì l’attuazione di quel diritto. Quelle terre caddero nelle mani dei paesi arabi. Dopo la guerra del ’48 non c’era “l’occupazione”. Eppure nel periodo dal 1949 al 1967 non venne creato nessuno stato palestinese.

Quindi l’affermazione che gli arabi di Palestina vennero ignorati dalla Balfour e dalle scelte internazionali che ne seguirono è senza fondamento. È vero che ci fu quella che gli arabi chiamano una nakba (disastro): durante la guerra scatenata dagli stati arabi contro il neonato Israele, la maggior parte (ma non tutti) gli arabi palestinesi sfollarono, fuggirono o, in alcuni casi, vennero espulsi. È un fatto che si registra in quasi tutti i conflitti nazionali, e se è accaduto ai palestinesi è anche a causa del rifiuto arabo di qualsiasi compromesso, in particolare del rifiuto del piano di spartizione.

Il discorso sulla sorte toccata agli abitanti arabi della Palestina deve essere inquadrato nel contesto della realtà e degli standard della prima metà del XX secolo: un’epoca durante la quale – tra primo e secondo dopo-guerra – centinaia di milioni di persone ottennero la liberazione e l’indipendenza nazionale, e decine di milioni subirono una sorta di nakba, inclusa la nakba subita dagli ebrei cacciati dai paesi arabi. Porre le cose nel loro giusto contesto storico non dovrebbe impedire una soluzione del conflitto. Al contrario, riporterebbe il conflitto nella sua collocazione reale.

Nel 1917 l’ingerenza negli imperi in rovina e il riconoscimento delle aspirazioni nazionaliste di vari popoli era decisamente all’ordine del giorno, in termini politici. In effetti, ciò che è singolare non è la Dichiarazione Balfour, ma l’indignazione del tutto selettiva contro la Balfour. Evidentemente ciò che suscita indignazione non è la promessa in se stessa contenuta nella Balfour, ma il fatto che essa riguardasse una sede nazionale ebraica, che è ciò che la distingue da altre politiche analoghe dell’epoca. E poi, l’accusa più generale circa la pretesa imperialista di disegnare linee “arbitrarie” sulla carta geografica. E’ proprio qui che casca lo schieramento anti-Balfour, e si rivela motivato non da una questione di principio, ma esclusivamente dalla sua ostilità verso l’idea di uno stato ebraico.

Se così non fosse, sarebbe attivamente schierato anche contro l’esistenza della Giordania, dell’Iraq, dell’Arabia Saudita, della Siria, del Libano e di molti altri stati del Medio Oriente: tutti disegnati sulla mappa e creati con atti di imperio dalle potenze. In particolare, se fossero coerenti dovrebbero scatenarsi contro la legittimità del Regno Hashemita di Giordania. Perché? Perché comprende una quantità di territorio della Palestina Mandataria ben maggiore di quella dell’attuale Israele, e perché la Giordania spicca come un caso particolarmente estremo di ingerenza imperialista.

 

Dopo la caduta dell’Impero Ottomano, Gran Bretagna e Francia si affrettarono a spartire i territori del Levante tracciando linee sulle mappe e insediando un assortimento di sovrani e ordinamenti statali. Di punto in bianco vennero creati a tavolino paesi e protettorati. Eppure, curiosamente, coloro che si indignano per il sostegno della Balfour alla nascita di Israele non sembrano altrettanto sdegnati per l’imposizione coloniale di altri stati nella regione.

La settimana scorsa, quando il primo ministro britannico Theresa May ha celebrato il centenario della Dichiarazione Balfour rifiutandosi di condannarla come un’altra macchia nera sull’onore britannico, numerosi manifestanti a Londra hanno espresso la loro rabbia per la perdurante “occupazione” della Palestina “causata” dalla Balfour. Ma non hanno detto una sola parola sulla Giordania. Forse che quel regno – con le sue linee rettilinee tracciate nella sabbia a demarcare dei confini che non corrispondono a nessun riferimento storico né limite naturale – è più “legittimo” di Israele? Naturalmente la risposta in linea di principio è “no”. E in pratica probabilmente è persino vero il contrario. Ma non sia mai che il rigore intellettuale o la semplice ragione interferiscano con il viscerale rifiuto dell’esistenza di uno stato ebraico.

 

 

 

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