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 Come smascherare la truffa della campagna del movimento BDS contro Israele

  

  

Premessa: tratto da qui

 

La campagna “Combattere il boicottaggio” lanciata da Yedioth Ahronoth ha suscitato numerose reazioni e domande, alcune stimolanti e rilevanti. Esse attestano l’importanza della sfida posta dal movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) contro Israele. 

In parte coloro che pongono queste domande non sono pregiudizialmente anti-israeliani o antisemiti: una parte dei sostenitori del movimento BDS è composta da persone che semplicemente si fanno convincere dagli argomenti del movimento che possono apparire a prima vista plausibili e morali. 

Proviamo dunque a rispondere ad alcune di queste domande, giacché sono le domande che si pongono molte brave persone, persuase dalla retorica della campagna BDS non per odio verso Israele o gli ebrei, ma perché credono sinceramente ai diritti umani, alla non violenza e alla necessità di correggere il mondo. Meritano delle risposte.

 

Non è che il problema sta nell’occupazione anziché nella campagna BDS? E’ l’argomento probabilmente più usato da coloro che capiscono, spiegano e giustificare il boicottaggio. In un’intervista del 2010 (tutt’ora reperibile on-line) fu chiesto a Omar Barghouti, uno dei fondatori del movimento BDS: “La fine dell’occupazione porrà fine alla campagna?”. “No”, fu la sua risposta senza mezzi termini. Non è un caso se la campagna BDS non venne sospesa neanche per un momento quando Israele parlava con la voce di Ehud Olmert e Tzipi Livni: loro volevano porre fine all’occupazione, ma non giovò a nulla.


 

Un accordo con i palestinesi metterebbe a tacere il movimento BDS? Al contrario. I promotori e i leader della campagna si oppongono a un accordo di pace basato sul principio “due stati per due popoli”. Il loro principio-guida è il cosiddetto “diritto al ritorno”, che significherebbe la fine di Israele. E uno dei loro principali slogan recita: “La Palestina sarà libera dal fiume al mare”. Quindi bisogna battersi per raggiungere un compromesso e un accordo e la pace, e questo è esattamente il motivo per cui bisogna anche contrastare la campagna per il boicottaggio.


 

Non è che la campagna BDS si sta intensificando perché Israele respinge le proposte di pace? All’inizio del 2001 Yasser Arafat andò alla Casa Bianca e rifiutò la proposta di pace di Bill Clinton. Nel 2008 Abu Mazen respinse una proposta analoga avanzata da Ehud Olmert. E nel marzo 2014 Abu Mazen ha detto nuovamente no, questa volta a una proposta elaborata dal Segretario di stato americano John Kerry. Per quanto la menzogna dell’intransigenza israeliana venga ripetuta mille volte, rimane una menzogna.
 

Il fatto che Israele continui a costruire insediamenti non è forse la prova che non vuole la pace? Gli insediamenti sono al centro di un intenso dibattito pubblico all’interno di Israele: non è che ogni singola critica alla politica di Israele sia demonizzazione, e la critica agli insediamenti non è certamente demonizzazione. In ogni caso, le attività edilizie israeliane in Cisgiordania si svolgono quasi esclusivamente all’interno dei maggiori blocchi di insediamenti esistenti, quelli che anche in base alla proposta di Clinton, come di ogni altra proposta di compromesso, sono destinati a rimanere israeliani. Una critica giustificata è una cosa; il pretesto degli insediamenti usato da movimento BDS è tutta un’altra faccenda.


 

Non vale la pena tentare l’approccio non violento BDS, alla luce del fallimento degli sforzi diplomatici e della lotta armata? Una campagna condotta da persone che negano il diritto di Israele ad esistere non può nascondersi dietro il paravento di “una campagna non violenta”. Negare il diritto di Israele ad esistere è “politicidio”, annientamento politico: una lampante violazione del diritto internazionale. Qui non si tratta di una lotta per i diritti, ma piuttosto di una lotta volta a prendere di mira e negare il diritto all’autodeterminazione di una particolare nazione.


 

La pressione internazionale non è forse un mezzo legittimo per raggiungere obiettivi politici? La pressione internazionale è uno strumento legittimo. Dunque, per quanto spiacevole possa essere, l’Unione Europea ha il diritto di fare pressione su Israele sulla questione degli insediamenti etichettandone i prodotti e cose simili. Ma non si faccia confusione. C’è una grande differenza tra la pressione internazionale volta a promuovere un accordo di pace e la campagna BDS, il cui obiettivo dichiarato è quello di opporsi a qualsiasi accordo di pace basato sul principio “due stati per due popoli”.


 

Solo perché Iran e Corea del Nord violano i diritti umani, questo significa che Israele può fare altrettanto? La violazione dei diritti umani è ingiusta in sé, a prescindere da chi la pratichi. Il problema è che, mentre vi sono decine di paesi implicati in conflitti e spaventose violazioni dei diritti umani, una campagna internazionale di questo genere e di questa portata viene condotta quasi esclusivamente contro un solo paese: Israele. Questo dice tutto su chi anima quella campagna, e solo quella. L’ipocrisia non è moralità. La doppia morale non è morale. Le condanne dirette sempre e solo contro Israele non sono critica: sono pregiudizio razzista.


 

E il blocco di Gaza? Israele si è ritirato dieci anni fa dalla striscia di Gaza. Non voleva nessun blocco. Il blocco non è contro gli abitanti della striscia: è contro l’enorme sforzo da parte di Hamas di acquisire armi. Una striscia di Gaza fiorente e prospera è nell’interesse di Israele. Il movimento BDS e Hamas hanno a cuore ben altri interessi.

 

 

 

La guerra immorale del movimento BDS contro Israele

 

Tratto da http://www.progettodreyfus.com/la-guerra-asimmetrica-del-movimento-bds/

 

Il 2 Giugno 1964, in uno dei luoghi più belli di Gerusalemme, precisamente l’Hotel dei Sette Archi sul Monte degli Ulivi, veniva fondata l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Tre anni prima della Guerra dei Sei Giorni, tre anni prima che Israele diventasse, nell’immaginario collettivo, la principale fonte di instabilità del Medio Oriente, tre anni prima della nascita della narrazione che vede i palestinesi come una nazione oppressa dallo Stato ebraico. Si tratta di una data fondamentale per cominciare qualsiasi discorso sul movimento globale contro Israele BDS.

 

Lo scopo dell’OLP è sempre stato quello di condurre la lotta armata contro Israele. Il suo obiettivo non è mai stato quello di creare uno Stato palestinese indipendente ma di sradicare la presenza ebraica dopo il fallimento della guerra del 1948. Chi pensa che il movimento BDS sia solo un’organizzazione che vuole contrastare lo Stato d’Israele non ha capito un punto fondamentale: la loro battaglia è simile a quella dell’OLP, contro Israele come idea, come fenomeno sociale.
 

Quando si parla di BDS bisogna capire che questa organizzazione non partecipa ad un conflitto armato ma a una “guerra di coscienze”, una guerra asimmetrica per conquistare l’opinione pubblica attraverso la legittimità e il sostegno attivo. Le sue armi sono denunce di violazioni dei diritti umani perlopiù costruite ad arte o del tutto immaginarie, il suo campo di battaglia è l’Occidente, quella famiglia di nazioni liberali a cui Israele stesso appartiene.
 

Il termine guerra asimmetrica serve a spiegare cosa succede quando un grande esercito combatte contro movimenti di guerriglia e organizzazioni terroristiche. L’israeliano medio conosce bene questa situazione: è lo stesso principio che muove i terroristi di Hamas quando utilizzano i civili come scudi umani per impedire ai soldati israeliani di sparare. Le organizzazioni terroristiche infatti non hanno regole morali. C

hiaro esempio di questo è ciò che è accaduto nel Maggio del 2002: in quell’occasione un drone israeliano filmò inavvertitamente una processione funeraria a Jenin. Sulla barella giaceva un ragazzo palestinese avvolto da una bandiera, intorno a lui decine di donne che piangevano disperate. Dal corteo si levavano accuse contro Israele, colpevole di aver condotto una carneficina senza motivo. A un certo punto però il corteo si ferma, il giovane palestinese cade dalla barella… e improvvisamente balza in piedi e sparisce dietro l’angolo camminando sulle sue gambe!

 

Poi è stata la volta di Jenin, Jenin, il film di Mohammed Bochri che pretendeva di raccontare la storia di una strage mai avvenuta nell’omonimo campo profughi e che in poco tempo è diventato uno dei più grandi successi delle organizzazioni attive nella campagna BDS. 

Una popolarità simile a quella raggiunta dalla falsa notizia che vedeva Israele colpevole di massacri di beduini nel deserto del Negev nel 2013. Forse l’unica bugia più famosa è stata quella sostenuta da Yasser Arafat per cui Israele stava avvelenando l’acqua dei palestinesi. Tutte queste affermazioni fantasiose sono state trasformate in fatti dalla propaganda del movimento BDS.

 

Uno Stato democratico non può mentire o denunciare qualcosa senza prove reali e concrete a sostegno. Ci sono volte in cui funzionari dell’esercito commettono degli errori ma Israele ha dei limiti morali e non ha mai giocato sporco nella battaglia per le coscienze. Sembra un paradosso ma questa battaglia contro Israele è gestita da persone acculturate, liberali e capaci di fare autocritica. 

Ogni anno più di centosessanta campus universitari in giro per il mondo celebrano la settimana dell’apartheid israeliano comparando lo Stato ebraico al regime nazista e diffondendo saggi su un genocidio in realtà mai verificatosi. Nella primavera del 2010 Berkley è stata la prima università a intraprendere la strada del boicottaggio contro le aziende che commerciavano con Israele. 

Un anno prima una holding norvegese era stata la prima a ritirare i propri investimenti da una compagnia israeliana (la Elbit systems). Numerosi artisti hanno annullato i loro spettacoli in Israele dopo l’appello di Roger Waters, il frontman dei Pink Floyd. Il successo del movimento BDS è marginale dal punto di vista economico ma ha un notevole peso nel creare nella mente delle persone l’associazione logica Israele = male assoluto.

 

Israele non è uno Stato perfetto e ha margini di miglioramento ma le delegittimazioni tentate in questi ultimi anni dal movimento BDS non sono altro che mere bugie. Essere contro il fondamentalismo e contro ogni forma di discriminazione oggi significa anche impegnarsi per far sì che le persone siano istruite su ciò che accade realmente in Medio Oriente e su cosa invece diffonde al pubblico un movimento che si dichiara a favore dei diritti umani.

 

 

Non esiste nessuna legge che vieti di fare affari in territori occupati

 

 

Tratto da  qui

 

Quelli che sostengono il movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele) e quelli, anche in Israele, che sono in qualche modo a favore del boicottaggio “perlomeno” di Giudea e Samaria (Cisgiordania), sostengono le loro tesi ricorrendo al diritto internazionale.

 

Per la verità, Giudea e Samaria non sono “territori palestinesi”: al massimo sono territori contesi di sovranità ancora da definire, e non è che la parte israeliana non abbia le sue rivendicazioni da avanzare su di essi in base a storia, diritto e retaggio culturale. Argomenti che sono stati più volte esaminati e illustrati da giuristi di fama mondiale sin dalla guerra dei sei giorni del 1967.

 

Come che sia, i nemici degli insediamenti israeliani nelle due regioni montuose della parte centrale del paese sostengono che il diritto internazionale proibisce di collaborare con le attività economiche di una forza d’occupazione in territori belligeranti. Ebbene, ecco una notizia: non esiste nessuna legge del genere.

Quando ha iniziato a montare la marea del movimento BDS, il professor Eugene Kontorovich, esperto di diritto internazionale e membro senior del Kohelet Policy Forum, ha pubblicato uno studio sul Columbia Journal of Transnational Law intitolato “Relazioni economiche con territori occupati“.

 

Kontorovich ha analizzato sentenze giuridiche e comportamento economico delle nazioni europee e ha dimostrato che, dal punto di vista europeo, non esiste nessuna norma internazionale che vieti le attività economiche in territori occupati. Le imprese europee operano tranquillamente nel Sahara Occidentale, un territorio occupato dal Marocco nel 1979 e non riconosciuto come marocchino da nessun paese. Lo stesso vale per il territorio settentrionale di Cipro, occupato dalla Turchia nel 1974.

 

L’Europa, che vorrebbe vietare attività commerciali al di là della Linea Verde, firma contratti d’affari con il Marocco che contribuiscono alla presenza dei marocchini (“la forza d’occupazione”) nel Sahara Occidentale: imprese francesi comprese tanto per restare all’attualità. Non è che lo fanno perché se ne fregano della legge quando si tratta di Marocco: lo fanno perché non esiste nessuna legge che lo vieta.

 

La cosa più sorprendente di tutta la vicenda della società di telecomunicazioni francesi Orange è che, di recente, una corte d’appello francese ha specificamente sostenuto che un’azienda francese non violava la Convenzione di Ginevra o altre norme internazionali operando al di là della Linea Verde, perfino in collaborazione con il governo israeliano. Anche la Corte Suprema britannica ha emesso un verdetto analogo. Non risultano casi di sentenze in senso contrario.
 

L’eminente professore di diritto britannico James Crawford, ingaggiato dai sindacati britannici per redigere un parere giuridico che giustifichi la campagna BDS, si è trovato costretto a concludere che non esiste nessuna norma del diritto internazionale che vieti di fare affari nei “territori” (di Giudea e Samaria).

 

I fautori della campagna BDS sostengono di non poter fare affari con Israele, non perché siano anti-israeliani o antisemiti, ma a causa del “diritto internazionale”. Ebbene, non c’è nessuna legge del genere: hanno semplicemente scelto di comportarsi così. In effetti, la normativa che vorrebbero applicare a Israele è così problematica che non possono applicarla da altre parti.

 

Le organizzazioni imprenditoriali che agiscono contro Israele sono in contraddizione con il diritto europeo. Ma se anche non dovessimo riuscire a convincerne gli europei, è importante che si sappia che i sostenitori della campagna BDS, non è vero che stanno affermando la supremazia di una legge, perché quella legge semplicemente non esiste.

 

 

 

In questo VIDEO sottotitolato in italiano, Alan Dershowitz svela in maniera chiara le bugie del BDS, un'organizzazione ipocrita che ha come scopo la distruzione di Israele e se ne frega dei diritti umani per cui dice di battersi: https://www.youtube.com/watch?v=hNOjflKNrjo

Spiegata in modo semplice e chiaro, in un video di poco più di 5 minuti, l’ipocrisia del movimento BDS che non mira affatto a difendere i diritti umani e a creare uno stato palestinese in Cisgiordania e Gaza, ma soltanto a calunniare e strangolare Israele.

 


 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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