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La nuova guerra contro Israele: il boicottaggio

 

 

“Una volta si boicottavano i negozi ebraici, ora lo stato ebraico.” "Si celebrano gli ebrei morti e si discriminano quelli vivi."

 

Premessa: tratto da qui, qui, qui e qui

 

La guerra di boicottaggio contro Israele, che ha già avuto grande successo, ne avrà ancora di più.

Dopo che il Sud Africa aveva incaricato gli importatori commerciali a non usare l’etichetta “Prodotto di Israele” per le merci prodotte nelle comunità ebraiche in Giudea e Samaria, anche il governo danese ha annunciato di avere adottato la stessa politica. Si è poi aggiunto il ministro degli esteri irlandese Eamon Gilmore, che ha proposto all’Unione Europea di vietare i prodotti provenienti dagli insediamenti. La mossa è successiva a una decisione britannica che consente ai rivenditori di distinguere se i prodotti sono “prodotti di insediamento israeliano” o “prodotti palestinesi”.

Se l’Europa etichetta le merci come “prodotti di insediamenti israeliani” diventerà impossibile per le compagnie israeliane raggiungere i punti vendita all’estero. Altri paesi europei adotteranno questa politica razzista, in base ad una decisione adottata nel 2010 dall’ Alta Corte UE: le “zone contese” non sono parte di Israele, così le merci israeliane prodotte lì, sono soggette a tasse d’importazione della UE. La storica sentenza era nata da un caso tedesco presentato dalla Brita GmbH, una società tedesca che importa filtri per l’acqua frizzante da Soda Club, una compagnia israeliana con sede a Mishor Adumim, una delle aree industriali di Israele nella West Bank.

Durante la prima intifada, l’allora Ministro dell’Industria, del Commercio e del Lavoro, Ariel Sharon aveva detto che durante la violenta rivolta c’era stata una “drastica riduzione” del consumo di prodotti israeliani fatti nei territori, dopo che gli attivisti occidentali avevano intensificato la loro campagna di boicottaggio.

La vendita di prodotti agricoli israeliani era scesa di circa il 60 per cento tra il 1987 e il 1988 - da circa 68.000 a 31.000 tonnellate. Anche la produzione di altri beni provebnienti dai territori era diminuita, inclusi i prodotti tessili (un calo del 18%), gomma e plastica (11%), minerali non metalliferi (10%), abbigliamento (8%) e pietrisco da cava (8%).

Da allora, la campagna di boicottaggio prosegue in Occidente. Se ieri gli ordini provenivano da Damasco, dov’era la sede operativa della Lega Araba, oggi il virus del boicottaggio sta diffondendosi attraverso fondi pensione europei, supermercati, società commerciali, sindacati, cooperative alimentari e industrie.

Agrexco, leader in Israele nell’esportazione di fiori, ha dichiarato bancarotta a causa del boicottaggio dei suoi prodotti. Più di 20 organizzazioni di 13 paesi in Europa ha approvato il boicottaggio della compagnia, in parte di proprietà del governo israeliano e che ha gestito aziende agricole nella Valle del Giordano e in Tekoa, un insediamento alle porte del deserto della Giudea.

La Oil Fund della Norvegia ha ritirato il suo investimento da Africa-Israel Investments e da Danya Cebus, adducendo il loro coinvolgimento nella “costruzione negli insediamenti”.

La Coop svedese ha interrotto gli acquisti dei sistemi di trattamento dell'acqua da Soda Club.

Il maggiore fondo pensionistico olandese, "Pensioenfonds Zorg en Welzijn", che ha investimenti complessivi per 97 miliardi di euro, ha svenduto quasi tutte le aziende israeliane del suo portafoglio (banche, società di telecomunicazioni, imprese edili e Elbit Systems). La catena di supermercati britannica Co-Operative Group ha approvato il boicottaggio delle merci provenienti da Giudea e Samaria. Anche un grande fondo pensione svedese ha disinvestito dalla Elbit perché quest’ultima era impegnata nella costruzione della barriera difensiva israeliana.

Nel frattempo, il Consiglio Etico di quattro fondi pensione svedesi aveva chiesto a Motorola “a tirarsi fuori dai territori occupati da Israele in Cisgiordania” o avrebbero disinvestito. Il fondo pensionistico governativo norvegese e la tedesca Deutsche Bank hanno disinvestito da Elbit. Dopo anni di proteste la società israeliana Ahava ha dovuto chiudere il suo fiore all’occhiello, il negozio di Londra a Covent Garden.

La produzione britannica e olandese di alimenti di proprietà della multinazionale Unilever si è ritirata da Ariel, il più grande insediamento di Israele. La Unilever, che produce prodotti per la casa, come lo shampoo Sunsilk e la Vaselina, ha venduto il suo pacchetto azionario del 51% che aveva impegnato nelle fattorie degli insediamenti di Beigel.

Anche nel passato la propaganda araba al boicottaggio aveva avuto successo.

Nel 1999, stati e gruppi arabo-musulmani, decisero di promuovere un boicottaggio della catena Burger King per protestare contro l’apertura di un ristorante nella colonia israeliana Ma’aleh Adumim, ai margini di Gerusalemme. Poche settimane dopo, la Burger King Corp annunciò di aver cancellato quel progetto nei territori.

I prodotti degli insediamenti sono etichettati non solo perché assurgono a simboli politici, ma anche perché le imprese in Yesha e nel Golan sono una parte importante dell’economia israeliana con aziende come Oppenheimer, Super Class e Shamir Salads, Golan Heights Dairies, Ahava e Hlavin, Beitili e Barkan Brackets.

La maggior parte delle imprese dei coloni sono concentrate a Barkan (Ariel), Mishor Adumim (a est di Gerusalemme), Atarot (a nord di Gerusalemme) e Ma’aleh Efraim (nella Valle del Giordano).

Nonostante che oggi Barkan sia una zona industriale completamente integrata con l’economia di Gush Dan, diverse aziende, come la società svedese Assa Abloy e le Cantine vinicole Barkan, in parte di proprietà olandese, si sono già ritirate da Ariel. Molte altre aziende stanno cercando di spostarsi entro i confini della Linea verde.

Gli insediamenti sono però solo un pretesto per distruggere la vita economica di Israele in quanto tale. La campagna di boicottaggio non mira a una parte di Israele – ma piuttosto alla sua stessa esistenza. L’elenco dei prodotti israeliani obiettivi del boicottaggio a livello mondiale, rivela l’odio per l’esistenza dello Stato ebraico indipendentemente dalle sue frontiere. Il movimento di boicottaggio mira anche alla Teva, una società con sede a Gerusalemme 47 anni prima della sua riconquista da parte di Israele, solo perché oggi è una delle più grandi società farmaceutiche del mondo.

I boicottatori vogliono colpire anche Delta Galil Industries, che si trova in Israele da prima del 1967, solo perché Delta Galil è il maggiore produttore tessile di Israele. Loro obiettivo è Sabra, solo perché la seconda società alimentare di Israele è quella che fornisce i pasti anche all’IDF. Prendono di mira Intel, perché il suo primo centro di sviluppo fuori dagli Stati Uniti è stato in Israele e dà lavoro a migliaia di israeliani.

Il defunto, grande storico Raul Hilberg ha spiegato che il boicottaggio economico degli ebrei nel mondo degli affari e del lavoro era stato il primo passo verso la Shoah. Lo stesso boicottaggio “Raus mit Uns” (fuori con noi) sta dissanguando lo Stato di Israele. L’appello nazista “Kauft nicht bei Juden” (Non comprate dagli ebrei) è tornato.

 

I paesi occidentali del globo che cedono alle richieste palestinesi e boicottano Israele. sono quasi tutti i paesi d'Europa, sono il SudAfrica, sono molte organizzazioni cristiane statunitensi, tutti che cercano di soffocare l'economia israeliana, di ridurre alla fame , di distruggere il paese colpendolo nell'economia, nelle esportazioni , fanno esattamente quello che amavano tanto i nazisti "non comprate dagli ebrei"  ....e si arrivò alla Shoa'. Oggi gridano "non comprate da Israele" sperando in una seconda definitiva distruzione del popolo ebraico.

 

 

Israele ha emesso un documento di protesta contro l’Unione Europea in merito a una conferenza in programma a Bruxelles circa l’etichettatura dei prodotti realizzati negli “insediamenti”.
Mary Robinson, ex Presidente dell’Irlanda e Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, e Martti Ahtisaari, ex Presidente della Finlandia e vincitore del Premio Nobel per la pace, hanno appena scritto sul Guardian un saggio in cui chiedono all’Europa di boicottare le merci israeliane prodotte nei territori situati oltre la linea dell’ armistizio .
“L’Unione Europea potrebbe iniziare a differenziare le merci israeliane da quelle prodotte negli insediamenti israeliani illegali”, scrivono nel quotidiano britannico. “Una corretta etichettatura dei prodotti degli insediamenti non è una politica anti Israele. È a favore dei consumatori, della pace e del diritto internazionale”, hanno dichiarato.


Ventidue ONG, tra cui Christian Aid, Irland’s Trocaire, la Chiesa metodista in Gran Bretagna, la Chiesa di Svezia, Terre Solidaire de France e l’Internazionale Medica tedesca, hanno invitato l’Unione Europea a vietare i “prodotti realizzati dai coloni israeliani nei territori occupati” .
Inoltre pochi giorni prima, l’inviato speciale delle Nazioni Unite Richard Falk, aveva chiesto di boicottare le aziende collegate agli “insediamenti ” israeliani.

 Una ben più importante vittoria del boicottaggio di Israele era stata raggiunta a Durban, in Sud Africa, dove uno dei più grandi sindacati internazionali, il Public Services International, aveva votato per un documento per far avanzare il programma palestinese di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele.
Questo è l’ultimo di una lunga lista di sindacati che avevano aderito o sostenuto il boicottaggio di Israele: la Confédération Nationale du Travail, il sindacato francese dei lavoratori; la Fiom, membro del principale sindacato italiano; il Trade Union Congress nel Regno Unito; Impact, il più grande sindacato del settore pubblico nella Repubblica d’Irlanda, e l’Alleanza del Servizio Pubblico, il più grande sindacato del settore pubblico dell’Irlanda del Nord e la Federazione sindacale svedese. Dopo che il Sud Africa aveva chiesto agli importatori a non utilizzare l’etichetta “Prodotto in Israele” per i prodotti fabbricati in Giudea e Samaria,anche il governo danese ha annunciato l’adozione di questa politica. La mossa segue una decisione britannica di consentire ai rivenditori di distinguere se le merci sono “prodotte in insediamenti israeliani” o “prodotto palestinese”.

 Altri paesi europei adotteranno questa politica razzista, in base a una decisione presa nel 2010 dall’Alta Corte europea: le “zone contese”non fanno parte di Israele, per cui le merci israeliane ivi prodotte sono soggette ai dazi d’importazione dell’UE.
Questa sentenza era stata originata da una causa avviata dalla Brita GmbH, una società tedesca che importa filtri per l’acqua frizzante dalla Soda Club, una società israeliana con sede a Mishor Adumim, una delle aree industriali di Israele in Giudea e Samaria.
Ogni anno vengono esportate nell’UE merci provenienti dagli “insediamenti” – comprendenti frutta, verdura, cosmetici, tessili e giocattoli – per un valore di 220 milioni di euro. Il valore dei prodotti agricoli degli “insediamenti” nella Valle del Giordano, è stimato in circa 100 milioni di euro l’anno: oltre l’80 % dei datteri della valle del Giordano sono coltivati ​​per l’esportazione, soprattutto verso Francia, Svizzera, Olanda e paesi scandinavi.


Ogni anno il profitto dell’azienda Ahava è di 17 milioni di dollari per le esportazioni di prodotti venduti in tutta Europa, nei negozi con il marchio Ahava, così come nelle farmacie e nelle catene di vendita al dettaglio.
SodaStream produce dispositivi domestici per la carbonatazione dell' acqua e bevande analcoliche. I suoi prodotti, conosciuti anche con il marchio Soda Club, sono confezionati nella zona industriale di Ma’ale Adumim.

Il governo britannico sta raccomandando linee guida ai rivenditori per etichettare i prodotti alimentari provenienti dagli insediamenti, che devono essere etichettati come “prodotti della Cisgiordania (prodotti d’insediamento israeliano)” e la produzione palestinese come “prodotti della Cisgiordania (prodotti palestinesi)”.
 Queste linee guida sono state accolte dalla grande distribuzione alimentare e sono osservate dai grandi supermercati. Inoltre, in seguito all’introduzione di queste linee guida, i grandi supermercati hanno deciso di cessare di apporre il marchio d’origine dei propri prodotti alimentari provenienti dagli insediamenti. In Norvegia, due dei principali importatori di verdure, Bama e Coop, hanno sottoscritto un accordo con i propri fornitori in Israele in cui precisano che non riforniranno più frutta e verdura prodotte negli insediamenti.
Il Gruppo delle Cooperative del Regno Unito ha chiuso tutti gli scambi commerciali con i fornitori di prodotti provenienti sia dagli insediamenti israeliani sia dallo stesso Israele: la Co-op ha annullato i propri contratti (del valore di 350.000 sterline), con quattro dei suoi fornitori israeliani (Agrexco, Mehadrin, Arava, e Adafresh).

La Oil Fund della Norvegia ha ritirato il suo fondo d’ investimenti da Africa-Israel e da Danya Cebus adducendo come motivazione il loro coinvolgimento nella “costruzione degli insediamenti”. La Co-op svedese ha bloccato tutti gli acquisti di dispositivi della SodaClub. La Unilever, che produce prodotti casalinghi come lo shampoo Sunsilk e la vaselina, ha venduto la sua quota del 51% nelle fabbriche degli insediamenti di Beigel.
Abbiamo ottenuto una copia del documento appena pubblicato dall’Unione Europea con un elenco delle sedi israeliane al di là della Linea Verde.
Il documento ha lo scopo di sostenere “l’esclusione dei prodotti degli insediamenti da un trattamento preferenziale”.
Si tratta di un elenco molto dettagliato di tutte le città ebraiche in Giudea e Samaria che devono essere isolate, segnalate e boicottate, compreso il codice di avviamento postale e il nome della città, del villaggio o della zona industriale dove la produzione che conferisce lo status di prodotto di origine preferenziale è avvenuta; questo per provarne l’origine, o la provienienza da Israele.

Una nota stabilisce chiaramente: “Gli operatori sono invitati a consultare la lista prima di presentare una dichiarazione in dogana per il rilascio di merci a libera circolazione, a sostegno della quale intendono fornire la prova dell’origine preferenziale rilasciata o compilata in Israele. Se trovano il codice postale che appare sulla prova dell’origine in loro possesso nella lista delle destinazioni non ammissibili, devono rinunciare a chiedere la preferenza”.
Le comunità elencate non sono ammesse per il libero scambio nell’ambito dell’accordo del 1995 che regolamenta il libero scambio tra UE e Israele. C’è anche l’ortografia corretta in ebraico, da Merom Golan a Beit El, Sha’arei Tikva e Elkana, Alfei Menashe e Bracha, Halamish (“anche chiamato Neve Tzuf”) e Kiryat Arba, Psagot e Ofra.

 

Si alza rapidamente la posta in gioco del boicottaggio economico a Israele, dopo che Deutsche Bank, la più grande banca tedesca, ha incluso la Hapoalim Bank israeliana in una lista di compagnie riguardo le quali gli investimenti sollevano “questioni etiche”. Deutsche Bank non è un caso isolato. Numerose banche d’affari europee e istituti finanziari stanno voltando le spalle agli israeliani, lanciando una moratoria dei loro istituti di credito. Anche la più grande banca danese, la Danske Bank, ha posto la Hapoalim nella sua black list. Poi è arrivata la banca svedese Nordea, che ha messo sotto scrutinio le israeliane Leumi e Mizrahi-Tehafot per la loro presenza nei Territori.

Il più grande fondo pensione olandese, Pggm, ha ritirato gli investimenti da cinque istituti finanziari dello stato ebraico. Pggm ha venduto titoli di Bank Hapoalim, Bank Leumi, Bank Mizrahi-Tefahot, First International Bank of Israel e Israel Discount Bank perché hanno filiali in Cisgiordania (Giudea e Samaria per Israele) e perché coinvolte nel finanziamento della costruzione degli insediamenti. Pggm ha 150 miliardi di euro in portafoglio. Dall’Inghilterra l’agenzia UK Trade and Investment ha “scoraggiato” le compagnie inglesi dal fare affari con aziende israeliane coinvolte in insediamenti.

Era il 1991 quando una controllata della Thames Water Plc., la società britannica che fornisce servizi idrici e fognari per la maggior parte di Londra, rifiutò di avere rapporti commerciali con Israele, per non perdere i “numerosi e preziosi clienti arabi”. Fu il primo colpo della guerra economica a Israele. Anche Abp, il terzo fondo pensione più importante al mondo, medita di ritirarsi dal mercato israeliano. Il Financial Times parla poi dell” esodo dei fondi pensione norvegesi da Israele”. Il Government Pension Fund Global, che vale ottanta miliardi di dollari, ha ritirato gli investimenti da due importanti compagnie ebraiche: Africa Israel Investments e Danya Cebus. Nelle scorse settimane la Vitens, azienda olandese leader dell’erogazione dell’acqua, ha tagliato con l’omologa israeliana Mekorot. “E’ strano che questa compagnia olandese boicotti Israele per un progetto della Banca mondiale e che include giordani e palestinesi”, ha detto Yigal Palmor dal ministero degli Esteri di Gerusalemme.

 

In una corrispondenza da Londra, il New York Times racconta non solo della catena di alimentari che ha rimosso i prodotti kosher dalle vetrine per paura di manifestazioni, o delle sparate ignobili dell’eurodeputato George Galloway, che ha pensato di dichiarare la città di Bradford “Israel-free zone”, nel senso che non vuole nella sua città “nemmeno turisti israeliani” (vi ricorda qualcosa?).

E l’abietta propaganda antisemita che predica il boicottaggio delle università e dei prodotti israeliani trova la sua confortevole sponda nelle istituzioni europee. Il ministro dell’Economia belga, a luglio, aveva chiesto che i rivenditori etichettassero distintamente i beni alimentari prodotti in Cisgiordania dai coloni degli insediamenti israeliani e quelli prodotti dai palestinesi.

 

Raccomandazione “non vincolante”, fu detto, e si richiamarono analoghe regole inglesi e danesi. Ma a chiedere, e non da oggi, che siano etichettati in modo differente tutti i prodotti israeliani prodotti oltre i confini vigenti prima della guerra del 1967 è proprio l’Unione europea, mentre la Corte di giustizia dell’Ue, nel 2010, ha stabilito che le merci importate e “prodotte negli insediamenti israeliani dei Territori occupati non devono usufruire delle agevolazioni fiscali previste dagli accordi commerciali tra Israele e Ue”. “Non si tratta di boicottaggio”, ha detto un funzionario anonimo intervistato dal Nyt.

Certo è che gli assomiglia parecchio. Così come gli assomiglia il fatto che l’Ariel University, che ha sede in Cisgiordania, sia stata esclusa dal programma di scambi scientifici e finanziamenti europei intitolato Orizzonte 2020. La verità è che l’Europa che boicotta Israele non accetta che quello stato, attaccato, si difenda (come osano gli ebrei non farsi ammazzare? - pensa l'Europa che ci ha provato per secoli). E’ il “caos umanitario”, che finisce per imitare orrori da anni Trenta e Quaranta.

Ventidue ong, tra cui Christian Aid, Ireland’s Trócaire, la Chiesa metodista in Gran Bretagna, la Chiesa di Svezia, Terre Solidaire de France e l’Internazionale Medica tedesca, hanno invitato l’Unione europea a vietare i “prodotti realizzati dai coloni israeliani nei territori occupati”. In Norvegia, due fra i principali importatori di verdure, Bama e Coop, hanno sottoscritto un accordo con i propri fornitori in Israele in cui precisano che non riforniranno più frutta e verdura prodotte negli insediamenti. La Unilever, che produce prodotti casalinghi come lo shampoo Sunsilk e la vaselina, ha venduto la sua quota del 51 per cento nelle fabbriche degli insediamenti. Commentando le notizie delle banche europee, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha detto: “La cosa più riprovevole è di vedere persone sul suolo dell’Europa parlare del boicottaggio di ebrei. In passato gli antisemiti boicottavano esercizi di proprietà ebraica, adesso invocano il boicottaggio dello stato ebraico, e del solo stato ebraico”.

 

Questa lista nera del boicottaggio non solo vìola il libero commercio internazionale, ma è un ostacolo alla convivenza in Medio Oriente e fomenta la rinascita del razzismo.

Il boicottaggio dell’UE ricorda il primo boicottaggio nazista degli ebrei nel 1933, quando i giovani tedeschi sventolavano manifesti in tedesco e inglese sollecitando il boicottaggio: “ Tedeschi, difendetevi dalla propaganda ebraica sulle atrocità ” Il manifesto della lobby del boicottaggio ora dice: “ Europei, difendetevi dalla propaganda israeliana sulle atrocità ”.
Dove è la differenza?

Si prova la stessa sensazione d’impotenza raccontata dal grande filologo Viktor Klemperer (1881-1960), un testimone del boicottaggio nazista, autore di >Testimoniare fino all’ultimo< (Ed.Mondadori) : “Il boicottaggio inizia domani . Cartelli gialli, uomini di guardia, pressione a pagare ai dipendenti cristiani due mesi di stipendio, e licenziare quelli ebrei ... Nessuna risposta alla lettera commovente degli ebrei al Presidente del Reich e al governo. Nessuno osa reagire”.

Sostituiamo i cartelli con le etichette, i cristiani con gli europei e gli ebrei con Israele.  Nessuno osa reagire.

 

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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