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Altre 10 bugie diffuse su Israele

 

 

Premessa: tratto da qui, qui, qui, qui, qui e qui

 

Il pregiudizio antisemita si è nutrito per secoli di menzogne che nella letteratura e nella credenza popolare erano considerate verità inappellabili. La propaganda antisraeliana si nutre similmente di bugie che, stravolgendo la storia e insinuando nefandezze, mirano a delegittimare e demonizzare Israele come un tempo si demonizzavano gli ebrei. Delle tante bugie dette e ridette fino a renderle incontestabili assiomi, se ne riportano di seguito alcune, con la necessaria rettifica storica a buon uso del lettore.

 

 

Israele isola Gaza con una barriera di filo spinato percorsa da corrente elettrica con nessun risultato.

 

Bene, una immagine vale più di 1000 parole, guardate gli attentati e gli attacchi suicidi di quanto sono diminuiti con la costruzione della barriera:




Se Israele ponesse fine all’occupazione dei territori palestinesi ci sarebbe la pace in Medio Oriente.

Sarebbe bello fosse così semplice! Ma a parte il fatto che i problemi del Medio Oriente sono molteplici e nella maggior parte dei casi non hanno nulla a che fare con il conflitto israelo-palestinese: si pensi al genocidio in Darfur, all’oppressione di donne e omosessuali in Arabia Saudita, alla persecuzione contro i cristiani da parte del fondamentalismo islamico, al conflitto tra sciiti e sunniti, alle tensioni tra Iran e mondo arabo sunnita, alla povertà endemica della regione nonostante le ricchezze energetiche, al diniego di diritti nazionali da parte araba per curdi e berberi, e alla mancanza di libertà religiosa in tutta la regione salvo Israele.

Il problema è il rifiuto dell’esistenza d’Israele da parte di una significativa parte del mondo arabo e dei palestinesi. In fondo, i territori oggetto del contendere Israele li ha conquistati nel 1967, ma dal 1948 al 1967 erano sotto dominio arabo eppure i palestinesi non li rivendicavano per loro e i regnanti arabi non si sognavano neanche di farne uno Stato per i palestinesi.

Israele ha dimostrato più volte di volere la pace e di essere pronto a rinunce, sacrifici e compromessi. Non altrettanto si può dire da parte palestinese: se Hamas oggi rappresenta veramente la maggioranza dei palestinesi, con la sua retorica antisemita, la sua alleanza con l’Iran e il suo ricorso a terrorismo contro civili dentro Israele, dimostra come non si tratta solo di una disputa territoriale ma di un conflitto esistenziale.

L’unica soluzione al conflitto israelo-palestinese è la creazione di uno stato binazionale dove i due popoli condividono la stessa terra.

Ci sono quattro motivi per cui questo modello politico è un’utopia. Primo, perché le due nazioni difficilmente accetterebbero di vivere insieme in armonia condividendo potere e interessi. Costringere i due contendenti a una convivenza così difficile porterebbe a nuovi conflitti – si guardi alla ex-Yugoslavia – specie se si pensa al secondo motivo: le grandi differenze socioeconomiche e culturali.

Gli israeliani guardano a occidente, sono integrati nell’economia occidentale e nella globalizzazione; sono una società laica e moderna, dinamica ed economicamente avanzata; dove le donne sono emancipate e la libertà sessuale, la mobilità sociale e la meritocrazia hanno preso piede fermamente; i palestinesi per contro sono ancora una società religiosa e tradizionale che vive principalmente di agricoltura e di manifattura, dove la cultura e i valori sociali sono tradizionali e tradizionalisti, e difficilmente tollererebbero le influenze del settore ebraico; mentre le strutture familiari e tribali sono ancora dominanti rispetto al merito e alla mobilità fondata sulle risorse economiche del singolo.

Insomma, difficilmente le due società andrebbero d’accordo, e queste differenze portano al terzo motivo per cui lo stato binazionale è una cattiva idea: l’orientamento politico e culturale palestinese spingerebbe un futuro Stato in comune verso alleanze con il mondo arabo, in pieno contrasto con gli interessi del settore ebraico che sarebbero orientati verso l’America, l’Europa, l’India e l’estremo oriente.

Ma la ragione che più di ogni altra rende l’idea improbabile è che uno Stato binazionale sarebbe antidemocratico perché la stragrande maggioranza di israeliani e palestinesi vuole – com’era vero settant’anni fa – uno Stato nazionale. Imporre una soluzione diversa violerebbe il diritto d’autodeterminazione dei popoli.

 

Ci sono oggi alcune questioni fondamentali nel dibattito sul Sionismo e sulla natura ebraica dello stato di Israele. Una di queste è il rapporto coi religiosi. Da una parte i haredim (gli ultra-religiosi) dall'altra i nazional-religiosi. L'attenzione per le vicende dei haredim non tiene conto del cambiamento in atto nella loro società.

Quando si sente parlare di haredim, dovrebbe venire in mente le adunate domenicali in piazza San Pietro, le folle di fronte al papa, i monaci e le suore vestiti in maniera medievale, non è forse la stessa cosa? Anche loro sono ultra-religiosi cristiani impegnati in battaglie a sfondo religioso, così anche i haredim in Israele.

Ci si dimentica però che sono loro che hanno mantenuto vivo l'ebraismo proprio durante la Shoah: quando era sukkot nei campi di concentramento cercavano disperatamente di fare la sukka, se non ci fossero state queste persone cosa ne sarebbe dell'ebraismo e degli ebrei? Il loro martirio è da apprezzare. Anche durante l'Intifada hanno dimostrato il loro eroismo: andavano in autobus perché non si possono permettere il taxi, e gli autobus saltavano in aria. Quello che dà noia è che sono sempre di guardia con sguardi di disapprovazione soprattutto per i vestiti immodesti. Devono imparare a lasciar vivere.

 

Egualmente, si parla spesso delle frange oltranziste dei coloni religiosi, che in nome del Sionismo compiono simboliche azioni vandaliche (price tag) contro stato, esercito e attivisti di sinistra.

I coloni sono diversi da quelli dell'immaginario collettivo che li dipinge come violenti fanatici, anche grazie alla disinformazione del quotidiano Haaretz che è citato come unica fonte dalla comunità internazionale. Alle volte i coloni stanno in un insediamento perché è un bel posto dove la vita costa meno, e dove ancora si vive l'avventura della fondazione della prima Israele, che in fondo è tutta un insediamento!

Dopo l'aggressione nel '67, gli israeliani si son trovati a vivere nei luoghi che sono citati nei testi della tradizione ebraica e che pertanto non sono a loro estranei. Tra i coloni ci sono quelli più militanti, altri sono studiosi senza attitudine militare che pensano semplicemente che quella è la loro terra. Se lo sia o non lo sia si discuterà quando i palestinesi decideranno di parlare con gli ebrei, invece che demonizzarli. Quando ci sarà una volontà seria di pace, ci sarà il ritiro da parte dei territori, come a Gaza: con molte lacrime, ma con obbedienza verso lo Stato.

 

 

Israele ha fatto saltare gli accordi del vertice di Camp David del 2000.


Israele aveva offerto ai palestinesi più del 95% della Cisgiordania e Gaza, con la possibilità di una strada extraterritoriale che unisse la prima alla seconda, e un settore orientale di Gerusalemme. L'offerta, avallata dall’allora presidente Clinton, venne però respinta da Arafat. Il rais palestinese volle aggiungere alle clausole di pace anche l'impegno d'Israele di prendersi quattro milioni di "profughi" palestinesi, quanti cioè sembravano essere diventati secondo i calcoli dell'OLP, i discendenti di quei 500.000 del 1948.

In pratica, una nazione di sei milioni di abitanti (tra cui un milione di arabi) avrebbe dovuto accoglierne altri quattro milioni, forti del diritto di voto, e trasformarsi in questo modo in un secondo stato palestinese. Un suicidio demografico; mai nessun governo al mondo lo avrebbe accettato -e proposto- in qualsiasi trattativa diplomatica. Ma gli intenti di Arafat erano ben diversi.

Infatti, prima del vertice americano di luglio Marwan Bargouti, capo di al Fath in Cisgiordania, dichiarava al giornale Ahbar al-Halil: "Dobbiamo iniziare una guerra sul campo contemporaneamente ai negoziati. Cioè un confronto armato". E in quell’estate al-Fath costruirà quaranta campi di addestramento per allenare i giovani palestinesi in vista della Seconda intifada che scoppierà dopo pochi mesi.

Prima del 1948 Tel Aviv era una città palestinese, Tel Al-Rabi, poi gli ebrei le hanno cambiato il nome.


Tel Aviv, la Collina della primavera, la Città bianca, la Città che non dorme mai, è stata fondata nel 1909 da sessantasei famiglie di Ebrei che abitavano a Jaffa. Guidati dal futuro sindaco Meir Diziengoff gettarono le prime le fondamenta di quella che in seguito sarebbe divenuta Tel Aviv. Il luogo, denominato Akhuzat Bayit (casa colonica), era originariamente unito a Jaffa, ma nel 1910 quando prese ad espandersi vide il suo nome mutarsi in Tel Aviv: la "Collina della primavera”, il luogo dove nella visione del profeta Ezechiele trovano casa i fuoriusciti rientrati in patria dopo l'esilio e anche il titolo della traduzione ebraica di Altneuland, il romanzo scritto nel 1902 da Theodor Herzl, fondatore del sionismo.

Durante il Mandato britannico sulla Palestina anche gli ebrei hanno compiuto attentati terroristici attraverso gruppi come l’Irgun Zvai Leumi.


L'Irgun, Organizzazione Militare Nazionale, è stata classificata dalle autorità della Gran Bretagna come un’organizzazione terrorista ma, e qui sta il punto, durante la guerra d’Indipendenza dello Stato ebraico. Siamo tra gli anni venti e trenta del novecento e in Europa gli ebrei vengono bruciati. Quelli arrivati nella “Palestina del Mandato britannico”, invece, per riprendersi la propria terra – anche se gli ebrei non hanno mai lasciato Gerusalemme secondo tutte le statistiche note, cioè dalla metà dell'800- hanno dovuto lottare contro uno degli eserciti più forti del mondo.

L’esercito di Sua Maestà, oltre ad impedire di suonare il sofar (il corno d’ariete) per lo Shabbat, divulgava queste minacce: “Hitler ha assassinato sei milioni di ebrei. La nostra divisione aerotrasportata ne eliminerà sessanta milioni se non vi comporterete bene”. Eppure, prima di istallare una mina a contatto contro il sistema ferroviario o un altro ordigno, se le condizioni militari lo permettevano, venivano distribuiti avvertimenti preliminari in lingua inglese come questo: “Si richiede al governo di oppressione di evacuare donne, bambini, civili e dirigenti dai loro uffici”.
Yaacov Meridor, eroe dello Stato ebraico, usava dire: “Le armi erano i nostri mezzi di attacco e la trasparenza del vetro il nostro scudo”. Erano partigiani e non terroristi, morivano per rendere Eretz Israel un paradiso e non per assicurarsene uno nell’Aldilà. Quando i combattenti andavano a compiere un’operazione non auguravano a se stessi il martirio come succede ai feddayn. I soldati dell’Irgun si auguravano come tradizionale saluto di commiato “Abi gesunt”, in yddish “conservati a lungo in buona salute”. Il desiderio degli ebrei che arrivano da tutto il mondo in Eretz Israel era quello di edificare un proprio focolare. Donne come Zippora Porath che per mesi hanno mangiato solo arance o che sono diventate intrepide paracadutiste hanno combattuto per costruire e non distruggere. Dopo la nascita dello Stato d’Israele, infatti, gli attacchi "terroristici" sono immediatamente terminati. Chissà se anche quando sorgerà uno Stato palestinese accadrà la stessa cosa nei confronti d'Israele.

 

La halakha ebraica è come la sharia ed è fonte del diritto di Israele, che quindi diventa una teocrazia come i paesi islamici


Si tratta dell'ennesima bugia su Israele che, come anche per tutti gli altri casi, sfrutta l'ignoranza della gente in materia.

Il diritto islamico viene spesso associato a quello ebraico, sia per la vicinanza di significato dei termini shari'a e halakha, sia per le fonti e lo sviluppo. Entrambi i diritti infatti, come il diritto canonico sono diritti religiosi nel senso che trovano la propria fonte in una rivelazione divina che si articola nei testi religiosi, con un'evoluzione però tutta umana.

Vi è una differenza fondamentale da tracciare con riguardo alle fonti. Il Tanakh, ciò che corrisponde all'Antico Testamento, e la Bibbia cristiana, che include anche i Vangeli, sono opere di rivelazione che contengono non già la parola di Dio nel senso della sua immutabile volontà resa verbo, bensì la parola di Dio nel senso del suo spirito, che si fa anche norma, ma anche storia e parola ispirata.

Il Corano è invece, come concordano tutti gli orientalisti, parola di Dio nel senso della sua trasmissione diretta al Profeta parola per parola. Da un punto di vista teologico e giuridico questo limita già l'apporto esterno all'interpretazione del testo che non può esser inserito in un contesto storico in quanto immutabile eredità diretta di Dio all'uomo.
Così differisce il diritto islamico da quello ebraico anche per il suo status nei sistemi giuridici del mondo. Il diritto islamico è fonte del diritto negli Stati arabi e islamici. Ciò significa che dal Marocco ad alcuni stati dell'India il diritto islamico è diritto dello Stato. Vi possono esser notevoli sviluppi rispetto alla ortodossia (o ortoprassi) islamica, come nel caso del divieto di poligamia in Marocco, ma rimane il fatto che il diritto islamico è diritto dello stato e che il diritto degli uomini non può contraddirlo.
Il diritto ebraico non è diritto di alcuno Stato, nemmeno è fonte del diritto in Israele. Il diritto ebraico infatti è fonte di ispirazione, la cui tradizione filosofico-giuridica si integra con le soluzioni giuridiche delle più grandi democrazie del mondo - la Corte Suprema di Israele è infatti tra le poche Corti al mondo che applica il metodo comparativo.

 

Nessuno dei coloni è originario di Hebron

 

Peccato si dimentichino di spiegare perché nessuno degli attuali coloni è originario di lì: la comunità ebraica è stata annientata nel 1929, con il massacro del 24 agosto 1929, dopo 800 anni di vita comunitaria ebraica, sotto incitamento alla jihad contro gli ebrei, e l'evacuazione dei sopravvissuti. Nel 1967 gli ebrei sono tornati a vivere Hebron, in nuove case, visto che quelle dei profughi erano state occupate da famiglie arabe.

 

 

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org