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È il califfato l'obiettivo delle guerre islamiste

 

  

 

Premessa: tratto da qui

 

In Sinkiang (Cina). Nelle Filippine. In Kashmir. In Afghanistan. In Pakistan. In Indonesia. In Thailandia. Nel Caucaso. In Kossovo e in Bosnia. In Iran. In Irak. Nel Bahrein. In Yemen. In Siria. In Egitto. In Libia. In Tunisia. In Mali. In Nigeria. In Somalia. In Sudan. Naturalmente in Israele. L'elenco delle guerre che hanno l'Islam come protagonista non finisce più, in particolare dopo la grande sovversione del mondo arabo favorito dall'amministrazione Obama sotto il nome di “primavere arabe”.

Ma solo di recente e solo in parte i media e i politici sembrano accorgersi del fatto che si tratta in sostanza di un'unica guerra, il cui scopo non è solo rovesciare i governi locali e opporsi agli “infedeli”, ma ridisegnare i confini per dar luogo a uno spazio politico unico dell'Islam. L'occasione è stata l'estensione della guerra siriana all'Iraq, con la costituzione di un largo territorio a cavallo della frontiera dominato dai terroristi dell'Isis. Le reazioni iniziali sono state improntate al panico e alla più totale irrazionalità politica.

 

Come se fosse la prima volta che gli arabi tentano di costituire una “Grande Siria” dall'Iraq fino a Israele, passando per Siria Libano e Giordania. In realtà ci provarono appena sollevati dal giogo turco durante la prima guerra mondiale, spinti anche dalla Gran Bretagna (era il piano di Lawrence d'Arabia, che Londra continuò a perseguire prima in funzione antifrancese e poi antisraeliana fino agli anni Cinquanta).

Quell' Izz al-Dīn al-Qassām da cui prendono nome le “brigate” terroriste di Hamas e anche i razzi che usano contro i civili israeliani, per esempio, era un terrorista di origini siriane, formato religiosamente in Egitto e militarmente nell'esercito turco, che sostenne la guerra contro l'Italia in Libia, poi combatté contro i francesi in Libano, partecipò alle stragi contro gli ebrei del mandato britannico e fu ucciso dagli inglesi a Jenin negli anni Trenta.

I percorsi sono gli stessi, solo con un notevole ampliamento fino all'Himalaya da un lato e all'Oceano Atlantico dall'altro. Uguale è l'ideologia, la crudeltà dei metodi di lotta, il fanatismo, l'odio per i non musulmani. Uguali le linee strategiche, spesso anche le basi e gli avversari. Per capire quel che sta succedendo, bisogna considerare le ricorrenze della storia araba nel suo complesso: ogni volta che gli arabi sono stati liberi, hanno seguito una spinta espansionista che li ha portati a dominare territori immensi, dalla Spagna alla Persia, dalla Sicilia al Marocco.

Ma allo stesso tempo si sono sempre impegnato in lotte intestine più acute ancora e più violente delle guerre esterne. Gli eredi immediati di Maometto sono più o meno tutti morti di morte violenta disputandosi la successione; ogni volta che c'è stato un potere unitario a Damasco o alla Mecca o al Cairo gli si è subito contrapposto un contropotere, spesso sulla base di impostazioni religiose contrastanti.

 

La spinta universalistica, che ha contrastato la formazione di entità statali e nazionali stabili si è sempre infranta sull'odio dei partiti, delle sette, degli avventurieri, che hanno portato poi sovente alla disgregazione dell'impero e alle conquiste straniere: turche, persiane, occidentali. La situazione è ancora quella: c'è un sogno unitario, un odio altrettanto unitario per gli occidentali; ma la divisione fra Sciiti e Sunniti e dentro quest'ultima confessione fra Salafiti (dominanti in Arabia Saudita) e Fratelli Musulmani (diffusi in Africa settentrionale, a Gaza e in parti della guerriglia siro-irachena), è ancora più feroce.

Per non parlare del rancore violento che separa arabi e altre etnie musulmane, soprattutto turchi e persiani. Dunque la guerra intestina in generale viene prima delle “lotte di liberazione” contro l'Occidente, salvo che nel caso di lotte di confine, come accade in Cina, in India, nei Caucasi, nei Balcani, in Israele. E, in un certo senso, già in Europa, dovunque la popolazione islamica si senta abbastanza forte e numerosa. E' un'unica guerra? In realtà no.

E' ovvio che non c'è un unico piano congegnato per la conquista del mondo, dalle steppe dell'Asia centrale alla foresta nigeriana ai suburbi delle città svedesi, inglesi o belghe in cui la polizia non entra più perché sono “zone islamiche”.

 

Il fatto indubitabile che vi sia una spinta concomitante in tutti questi teatri deriva da fattori comuni: la crescita demografica, dove continua, e lo squilibrio economico; la relativa facilità di spostamento garantita dai mezzi di comunicazione moderni; la libertà dei paesi di immigrazione e l'assenza di controlli, spesso l'anarchia vera e propria dei paesi di origine; la diffusione attiva di ideologie jihadiste e revansciste, il denaro pompato nei movimenti portatori di queste ideologie da parte di stati e potentati economici che vogliono usarli ai loro scopi, spesso soprattutto per danneggiare i propri nemici.

Tutto ciò provoca intorno agli stati a maggioranza islamica una “cintura” di guerre e inoltre favorisce lo stabilirsi di teste di ponte in paesi fino a poco tempo fa privi di minoranze islamiche e quindi esenti dal conflitto, che se lo chiamano addosso per via di politiche irresponsabili e ideologici di favoreggiamento dell'immigrazione musulmana. Ma la guerra non è una, sono almeno due. Vi è quella esterna, multiforme e confusa come ho appena detto. E vi è quella interna, in cui le fazioni islamiche si scontrano violentissimamente, non avendo altro modo di interagire se non la violenza, dato che non riconoscono il principio democratico.

Come del resto non riconoscono lo stato come elemento neutrale e permanente di organizzazione e di garanzia della vita associata e non riconoscono le identità nazionali e le tradizioni culturali (molto simili in questo loro internazionalismo all'ideologia della burocrazia europea...).

E' questa la dinamica che si è vista all'opera negli ultimi anni delle rivolte islamiche, ma che nella sua forma essenziale non è diversa dalle grandi guerre intestine che hanno devastato il mondo arabo nei secoli. La spinta all'unità non porta all'accettazione reciproca, ma all'intolleranza; l'attaccamento religioso non affratella ma conduce allo scavalcamento reciproco verso l'estremismo, alla scomunica degli avversari, alla mutua distruzione. Se arriva qualche elemento esterno, come oggi l'America di Obama, che si illude di mettersi d'accordo con una parte a spese dell'altra (Obama prima con la fratellanza musulmana, adesso col fronte sciita contro l'Isis), questi viene strumentalizzato e poi odiato e danneggiato il più possibile da entrambi.

 

A questa logica dell'anarchia religiosa permanente e della guerra di tutti contro tutti è possibile resistere solo usando la forza, facendo muro se si è potenti come l'Europa ha fatto per nove secoli da Poitiers fino all'assedio di Vienna; o arroccandosi se più piccoli, combattendo permanentemente per la propria identità e sopravvivenza, mantenendo una situazione di forza locale, come hanno saputo fare i drusi, certe comunità cristiane capaci di resistere anche se oppresse (gli armeni, i copti), più di recente i curdi (che sono sì sunniti, ma interessati innanzitutto alla loro identità nazionale).

 

E' chiaro che mentre il muro europeo è tutto sgretolato dall'interno, Israele può reggere la propria libertà e il proprio sviluppo solo concependosi come un baluardo del genere, trovando alleanze tattiche in qualunque direzione, rafforzando la propria capacità militare, non cedendo a chi vorrebbe che adottasse una politica “europea” di appesement verso i propri nemici, sapendo che fino a un'improbabile trasformazione radicale del mondo islamico nel suo complesso non ci può essere la pace in senso proprio, perché ogni compromesso con un gruppo sarà rifiutato da un altro gruppo, ognuno aspirerà alla distruzione del nemico che gli arabi amano di più odiare, che l'Occidente (o quel poco che ne resterà) sarà sempre pronto a mollare agli attaccanti islamici l'osso israeliano, nell'insensata speranza di placarli.

Non è una prospettiva piacevole, naturalmente. Ma è un panorama con cui si può vivere, come Israele ha vissuto dalla sua fondazione, pur di non farsi illusioni, di non proiettare su questo quadro politico illusioni etiche (quelle pericolosissime per cui i nemici risparmierebbero un Israele “buono”, disposto a far la pace, a disarmarsi, a “restituire” parti del suo territorio).

 

E' probabile che quando, fra pochissimi decenni, gli europei si troverà nella terribile scelta fra l'esplosione islamista e la reazione estremista xenofoba tinta di neonazismo, la società israeliana sarà più prospera e sicura, ben più attrezzata fisicamente e intellettualmente con quel grande buco nero di violenza e di anarchia irriducibile che è il mondo arabo.
 

 

 

 

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