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La colpa del terrorismo è dell'Islam

  

 

Premessa: tratto da qui, qui, qui, qui e qui

 

Ci sono alcuni fatti importanti che tutti dovrebbero tener conto:

 

1. C'è una guerra contro l'Occidente, in particolare contro gli ebrei e la stampa non abbastanza ossequiente, ma anche contro la vita civile. La serie degli attacchi è infinita: dalle Twin Towers alla metropolitana di Londra, dalla stazione di Madrid a Charlie Hebdo, dai bambini ebreidella scuola di Tolosa ai visitatori del Museo ebraico di Bruxelles, dalla coppia di ebrei stuprata due settimane fa in periferia di Parigi, agli attacchi automobilistici di Digione e di Nantes e di Gerusalemme, dagli spari contro le sinagoghe alle molotov contro i ristoranti Kasher della settimana scorsa, dalla strage alla sinagoga di Gerusalemme a quella di Charlie Hebdo e del supermercato ebraico di Parigi.

 

 

2. Gli obiettivi (almeno quelli più recenti) di questa ondata sono concentrati in Francia e in Israele. Perché in Israele è chiaro: il terrorismo è da sempre al centro della guerra degli arabi contro lo stato ebraico: dai pogrom degli anni Venti e Trenta a Safed e a Hebron fino a oggi, passando per i dirottamenti aerei, la strage di Monaco, i linciaggi dell'intifada, il culmine della militanza islamica in Israele consiste sempre nel trucidare gli ebrei.

La questione della Francia è altrettanto semplice. Lo stato francese, che fa tanto la vittima, è complice degfli islamisti. Ha un presidente della Repubblica famoso per le sue fughe in scooter dall'amante che ha prodotto una frase forse ancora più povera di senso comune di quella del prof. Parsi (“la colpa non è dell'Islam, ma del fanatismo”, come se il fanatismo fosse un soggetto politico), ma che soprattutto è stato eletto al suo posto col voto determinante degli islamici e sa che se vuol sperare di mantenerlo, o almeno di conservare un ruolo politico per la sinistra, dovrà allearsi di nuovo con loro, sempre, magari cedendo loro il posto di comando come ha previsto Houllebecq nel suo nuovo romanzo (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=&sez=280&id=56680 ). 

Per compiacerli la Francia ha votato contro Israele (e contro gli Usa) all'Onu. Ma soprattutto c'è un elemento fisso nei principali attentati francesi di questi giorni. I servizi segreti francesi conoscevano bene sia Muhammed Merah l'autore della strage di Tolosa, che quello della strage di Buxelles, sia i due fratelli di Charlie. Questi erano stati addirittura condannati e rilasciati, Merah sembra fosse un informatore dei servizi. Ma non li hanno fermati. Una volta può essere un tragico errore, due volte imbecillità. Ma tra indizi fanno una prova.

A me sembra evidente che c'è una complicità. Che dire poi della sistematica balla dei “lupi solitari” estesa fino all'assassino del supermercato quando il giorno prima aveva già ammazzato? “non è nulla, non è legato all'attentato di Charlie Hebdo, è un pazzo”, avevano spiegato.

E lui, quando invece di fuggire nell'anonimato è ricomparso al supermercato dove ha ucciso quattro persone colpevoli solo di fare acquisti in un negozio ebraico, ha detto “sapete benissimo chi sono”. Più chiaro di così...

Lo stato francese è complice e corresponsabile di queste stragi, a partire da Hollande - un Petain dei nostri tempi.

 

 

3. Se l'obiettivo sono gli ebrei e chi non si sottomette, anche l'origine della guerra è chiarissima. Si chiama Islam. Attenzione, io certo non credo che ciascuno dei quindici milioni di immigrati islamici in Europa o il miliardo e mezzo nel mondo sia maligno o pericoloso. Sarebbe follia pensarlo.

La stragrande maggioranza fra loro pensa a vivere la propria vita e certo non mancano le persone perbene, perfino gli eroi, come quel Lassana, impiegato musulmano del supermercato assalito, che ha salvato degli ostaggi nascondendoli nella cella frigorifera (http://www.leparisien.fr/faits-divers/video-porte-de-vincennes-un-salarie-de-l-epicerie-a-cache-des-otages-10-01-2015-4435025.php#xtref=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2F ).

Ma naturalmente ci sono anche gli estremisti, i fanatici, che se fossero anche pochissimi, diciamo il cinque per cento, sarebbero sempre 750 mila in Europa e 75 milioni nel mondo.

Il problema però non è il numero dei fanatici, che probabilmente sono in proporzioni simili dappertutto - come Carlo Cipolla diceva degli imbecilli, senza offesa per nessuno, beninteso.

Il problema è che cosa fanno i fanatici. Ci sono in giro in Italia un sacco di fanatici del calcio, che però sono pericolosi soprattutto fra loro e coi poliziotti (per cui mi dispiace). Ci sono fanatici della messa in latino nel mondo cattolico, che hanno una certa tendenza all'antisemitismo (comune ai fanatici della teologia della liberazione), ma per il resto non fanno gran danno.

Ci sono dei fanatici nel mondo ebraico che pensano sia importante vestirsi anche coi quaranta gradi dell'estate israeliana coi cappelli di pelliccia e le redingote nere; alcuni fanno danni, per esempio andando a genuflettersi davanti ai peggiori antisemiti come Ahmedinedjad o Hamas, ma gli altri al massimo difendono in maniera un po' teppistica i propri privilegi come l'esenzione dal servizio militare.

 

 

4. Si potrebbe continuare a lungo. La maggior parte dei fanatici sono più o meno innocui. Quelli pericolosi hanno quasi tutti in comune una cosa: l'islam. 

Avete mai sentito, diciamo per evitare derive storiche negli ultimi trenta o cinquant'anni, di un buddhista che abbia, in quanto buddhista fatto attentati suicidi? Potete farmi il nome, in questi decenni, di un cattolico che in nome della fede abbia sgozzato qualcuno di un'altra religione? Conoscete qualche ebreo che abbia fatto irruzione  in un negozio del suk per ammazzare chi c'era dentro? Ci sono protestanti che abbiano rapito centinaia di ragazze per violentarle, sempre in gloria della loro religione? Cristiani ortodossi che a ripetizione investano i passanti urlando “Gesù è grande”? Scintoisti che accoltellino chi passa nel centro di Tokio percè porta addosso l'apparenza di un'altra religione? Certo che no.

Vi sono stati attacchi terroristi politici di stampo fascista, come quello di Breivick in Norvegia, di stampo comunista, come quelli dei maoisti in India, di stampo nazionalista come quelli dei Tamil in Sri Lanka; ma negli ultimi decenni sono stati molto pochi.

Le stragi le hanno fatte gli islamici, nel nome dell'Islam. Certo, l'Islam politico è diviso. C'è qualche stato moderato, come il Marocco, la Giordania, l'Egitto liberato dalla Fratellanza Musulmana (contro il parere di Obama e dell'Europa) dal Generale Al Sisi. Ci sono i fanatici sciiti (Iran Hezbollah) che hanno fatto o tentato attentati antisemiti in posti così Bulgaria e Argentina, Thailandia e naturalmente in Israele - e in più preparano l'atomica. Ci sono fanatici sunniti, cui si devono questi ultimi massacri, tutti quelli fatti da Hamas e da Al Qaeda, dallo Stato Islamico.  Ci sono poi Stati che li appoggiano, come la Turchia.

Significativo anche il fatto che  23 dei 25 terroristi più ricercati al mondo (fonte: FBI) sono musulmani: https://www.fbi.gov/wanted/wanted_terrorists/@@wanted-group-listing

 

 

5. La ragione è semplice e si chiama islam, cioè letteralmente “sottomissione”. Gli islamici vogliono che tutti si sottomettano, in teoria ad Allah ma in pratica a loro. Se la storia di fondazione dell'ebraismo è quella di un popolo che evade dalla schiavitù per seguire il proprio destino religioso e la storia fondativa del cristianesimo è quella di un uomo santo (che è anche figlio di Dio, ma non è questo il punto qui) che viene ucciso ingiustamente, quella dell'islam è la vicenda di un leader che conquista con la forza il potere, uccide e stermina i suoi nemici.

Se la storia successiva dell'ebraismo parla della difficile resistenza di un piccolo popolo, e quella del cristianesimo dello stabilirsi complesso della vera fede in mezzo alle eresie e di missionari disarmati che evangelizzano il mondo, quella dell'islam racconta di campagne di conquista militare e di lotte intestine sanguinosissime.

Praticamente nessuno dei successori immediati di Maometto muore per cause naturali, si ammazzano tutti fra di loro. L'islam non è una religione, in realtà, è una forma di vita regolata da un testo sacro (questo aspetto è comune all'ebraismo). Sennonché l'ideale di questo testo sacro è la guerra: il mondo si divide in Dar-al-islam (territorio dell'islam o della sottomissione) che è anche “Dar-al-salaam” (territorio della pace) e Dar-al-kufr (il territorio degli infedeli o dell'empietà) che è anche “Dar-al-harb” (cioè “territorio della guerra).

Più chiaro di così! Non è affatto un caso, come pensano molti ipocriti o stupidi o ignoranti, non so (oltre a quelli illustri che vi ho citato prima, godetevi anche questo http://www.jihadwatch.org/2015/01/german-interior-minister-charlie-hebdo-murders-have-nothing-to-do-with-islam , ma l'Occidente ne è pieno) che il terrorismo nasca dall'islam; non è affatto vero che terrorismo e islam non c'entrino; non è affatto vero che l'islam sia una religione di pace (ha la pretesa di esserlo dove domina, ma basta un piccolo riassunto di storia per vedere che non è mai stato così).

Non è affatto vero che l'Islam sia una religione tollerante. Rinuncia, bontà sua, a ammazzare gli infedeli delle “religioni del libro” (ma si riserva sempre di farlo se gli danno fastidio, e spessissimo l'ha fatto), ma solo a patto che si riducano in uno stato di servitù umiliante e impotente.

Esistono certamente dei musulmani perbene, ma non esiste un islam non animato da spirito di conquista e da disprezzo per gli altri - come non esiste un cattolicesimo non basato sull'incarnazione. Questi sono i fatti. Chi lo nega è ignorante, in malafede o illuso. O è un islamico più o meno travestito che pratica l'arte della dissimulazione (una virtù islamica chiamata taqiya). 

Decidete voi, vi prego, a che categoria appartiene Erdogan, che dice che la colpa degli attentati di Parigi sta nell'islamofobia ( http://www.jpost.com/Middle-East/Erdogan-to-Europe-Stamp-out-anti-Muslim-racism-before-criticizing-Turkey-385858 ) o Obama, che per certi versi è il suo fratello vanesio, che dopo gli attentati di Parigi ha spiegato che la preoccupazione fondamentale è quella di contrastare l'islamofobia ( http://joemiller.us/2015/01/white-house-extremism-obama-admin-now-says-need-defend-islam-video/#f2EJhOKT9rmV2fzx.01 )

 

 

6. Nella dittatura del politicamente corretto c’è una nuova parola utilizzata dalla polizia del pensiero per manganellare la libertà d’espressione. La parolina magica che gli apologeti dell’islamismo usano come un’arma per mettere a tacere i loro critici è questa: “islamofobia”. E oggi basta quella parola, quell’accenno, quell’evocazione per interrompere ogni conversazione e ogni ragionamento e ogni riflessione legata alla comprensione di un fenomeno complesso e dunque da studiare come il fondamentalismo di matrice islamista.
La tesi del partito “islamofobia, not in my name” è semplice. Il terrorismo islamico non c’entra nulla con l’Islam. Chi si fa esplodere in nome di Dio lo fa per ragioni legate esclusivamente a un proprio disturbo e a un proprio malessere interiore. E va attaccato e zittito chiunque provi a sostenere l’idea che:

(a) nell’Islam esista un problema; che (b) gli islamisti che uccidono in nome di Dio non vengono solo da Raqqa ma sono parenti non troppo lontani degli islamisti che uccidono in nome di Dio dove la sharia è legge; che (c) in paesi come Pakistan e Arabia Saudita ai blasfemi e agli apostatimotivazioni che spingono lo Stato Islamico a uccidere gli infedeli hanno una matrice non troppo diversa da quella degli Hamas e Islam è riservato lo stesso trattamento mortale che gli islamisti dell’Isis riservano ai blasfemi e agli apostati; che (d) le ic Jihad in Palestina, dei Boko Haram in Nigeria; e che (e) la violenza praticata dai fondamentalisti islamici è una violenza che ha una sua spiegazione non irrazionale, che nasce da un’interpretazione medievale del Corano, dalla visione politica e totalitaria dell’Islam testimoniata dagli anni di Maometto alla Medina, quando i miscredenti non erano più soltanto invitati a credere ad Allah ma chi non lo faceva veniva attaccato.

 

 

7. A proposito di stato islamico, vale la pena di notare che la diplomazia francese (e naturalmente ancora di più quella americana) evita accuratamente di chiamarlo così (http://www.sudouest.fr/2014/09/15/pourquoi-la-diplomatie-francaise-utilise-le-terme-daesh-plutot-qu-etat-islamique-1672261-710.php ) per evitare che la gente li consideri per quello che sono e dicono di essere, per l'appunto musulmani che rivendicano la tradizione maomettana. L'amministrazione Obama ha addirittura bandito il termine terrorismo islamico. Molto meglio parlare in termini generici di terrorismo, o piuttosto ancora di uno stinto estremismo: da dove venga, che finalità abbia e perché si eserciti - be' queste sono questioni che è meglio non porsi. Ci sono i buoni che sono pacifici e “accoglienti” e i cattivi che sono intolleranti e non aiutano la pace. Se bisogna proprio nominare il califfato islamico e le sue imprese, meglio usar una sigla esoterica come Daesh (che poi vuol dire precisamente “stato islamico del Levante”, in inglese ISIL o ISIS. Nessuno può capire che l'Islam sta nel suo nome, nei suoi programmi, nei suoi metodi... una perfetta mossa di mascheramento. La stessa decisione l'ha presa il quotidiano della chiesa Cattolica ( http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/lo-chiameremo-daesh-ecco-perche.aspx ).

In sostanza, il solo motivo vero per cui il Pentagono (buffo pensare che sia un modello per i vescovi italiani, non vi pare?), Hollande e naturalmente Obama usano l'acronimo arabo Daesh, è che non si capisce e in particolare che vi sparisce non tanto la definizione di Stato ma di nascondere la dichiarazione esplicita che vi è contenuta per cui l'Isis è lo stato ISLAMICO della Siria e del Levante. Come scrive lo stesso “Avvenire”, infatti Daesh “è l'acronimo dell'arabo Al dawla al islamiya fi al Iraq wal Sham (che in definitiva significa sempre "Lo Stato islamico dell'Iraq e della grande Siria che corrisponde al Levante"). "Solo che non si capisce.”

Quel che non vogliono i cattolici sottomessi di “Avvenire” (e gli americani sottomessi dell'amministrazione Obama e tutti i politically correct del mondo) è che si capisca il nesso fra Isis e l'Islam: cioè che l'Isis ha la pretesa di incarnare l'Islam fedele alle sue tradizioni e che questa pretesa è riconosciuta dalle decine di milioni di musulmani che lo sostengono nel mondo. Preferiscono che si pensi che un misterioso Daesh è fatto di “folli” di “malvagi”, che senza alcun progetto politico, solo per sfrenata cattiveria e follia, producono danni nel mondo, senza avere nulla a che fare con l'Islam, che è "religione della pace”. Pensiero magico? Wishful thinking, cioè scambio fra desiderio e realtà? Esorcismo verbale di chi ha troppa paura per guardare in faccia la realtà? Tentativo di rabbonirsi quelli che vengono percepiti già come i nuovi padroni cui piegarsi? Fate voi. Probabilmente una mistura di tutte queste cose.

 

 

8. I terroristi islamici che agiscono in Europa non “appartengono” all'Isis, lo usano come etichetta. L'Isis è probabilmente qualcosa di abbastanza simile a una marca di franchising, come Benetton (senza alcuna insinuazione, è solo un paragone tecnico sulla distribuzione) che non possiede affatto la grande maggioranza dei negozi che portano il suo nome, ma li rifornisce, dà loro consulenza sul marketing e l'arredamento, obbliga i loro proprietari per contratto a rispettare certi criteri e a vendere solo la loro merce.
O forse anche meno, i terroristi “dell'Isis” fuori dal territorio del Califfato non hanno neppure questi obblighi commerciali. Fino a qualche anno fa si riferivano ad Al Queida o ai talebani, andavano a far pratica in Afghanistan invece che in Siria. Magari le istruzioni vere le avevano da qualche imam delle moschee vicine, o a contatti in rete.
Qualche volta, per sottolineare che l'Islam “vero” non c'entrava, i giornali e magari anche le forze dell'ordine li hanno definiti “lupi solitari”; adesso fa comodo dirli “dell'Isis”.

Ma sono musulmani che credono di applicare il Corano, imitano le azioni di Maometto e dei suoi compagni, continuano una tradizione millenaria di guerre di conquista degli infedeli. E' al di là delle parole ipocrite che escono da intellettuali, politici e organizzatori profondamente ambigui, sono riconosciuti dalle loro comunità come nobili combattenti ed eroi, al pari dei tagliagola che cercano di ammazzare gli ebrei in Israele. Su quest'ambiguità trovate qui un'analisi (http://www.difesa.it/SMD_/CASD/IM/CeMiSS/Pubblicazioni/Documents/Contributi/dossierislamita.pdf)  Se quest'analisi che vi ho esposto è almeno in parte giusta, bisogna ammettere che il problema terrorista non si risolve affatto “eliminando l'Isis” e men che meno “facendo la pace in Medio Oriente”. La sola strada non per eliminarlo, che è impossibile, ma per controllarlo è tenere sotto strettissimo controllo le popolazioni islamiche. Perché è un dato di fatto che non tutti i musulmani sono terroristi (anzi le brave persone non mancano e va reso onore a chi resiste alla spinta culturale alla violenza), ma tutti i terroristi (o se volete la grande maggioranza, qualche eccezione non manca, ci sono anche i nazisti alla Breivik ecc.) sono musulmani.

 

 

9. Il problema è cogliere i nuclei di organizzazione mentre ancora si formano, prima che siano operativi e svuotare le vasche in cui per dirla con Mao Zedong, il terrorista (lui diceva guerrigliero) deve "muoversi come un pesce nell'acqua".
Queste vasche sono le enclaves in cui gli immigrati vivono separati, senza confrontarsi con il resto della società né provare per essa alcuna solidarietà.
L'immigrazione, in particolare l'immigrazione accelerata di questi mesi, provoca inevitabilmente queste vasche, che saranno fonte di terrorismo futuro. Chi come il governo italiano e quello tedesco nei mesi scorsi ha favorito l'invasione islamica in Europa, porta una responsabilità morale pesantissima.

Ma attenzione quando si parla dei musulmani emarginati. Avete presenti i cinesi? Soggetti al colonialismo in patria (eh già, è passato un po’ di tempo, la guerra dell’oppio, la conquista giapponese… ma anche Egitto Tunisia, Algeria, Siria ecc. sono indipendenti da mezzo secolo almeno) e emigrati in mezzo mondo ma sempre piuttosto emarginati, con duro lavoro e poca integrazione culturale.
Be’ avete mai sentito parlare di attentati cinesi in Europa (o filippini, o sudamericani, o africani, se è per questo)? Certamente no.
Qualcuno potrebbe paragonare Prato a Malmoe (la città svedese dominata dall’islamismo). O via Paolo Sarpi a Milano (il centro di Chinatown) con le zone islamizzate di Bruxelles o di Parigi? Sono luoghi pericolosi, quelli dove abitano i cinesi? Fanno attentati negli aeroporti? Ammazzano chi non ha la loro religione? Non credo proprio.
Eppure l’”emarginazione sociale” è esattamente la stessa. E allora? Che c’entri l’islam, che ne dite? Che ci sia un’ideologia violenta che non ha nessun rapporto con l’emarginazione? Del resto, vi ricordate Bin Laden? Sapete da che famiglia veniva? I costruttori più ricchi in Arabia Saudita, a parte la famiglia reale. Lo stesso vale per gli attentati dell’11 settembre e per la maggior parte dei terroristi in Europa: non emarginati, gente benestante, ma ideologizzata.

 

 

 

 Il terrorismo trae nutrimento dall'islamismo

 

 

Premessa: tratto da qui e qui

 

Il terrorismo si espande in tutto il mondo ed è diventato ormai un metodo normale di lotta politica per i gruppi musulmani. Il riferimento all’Isis è propagandistico per loro e frutto di pigrizia mentale per noi, che ci rifiutiamo di capire che dovunque ci sia un contrasto sociale o territoriale o etnico o religioso, che con altri protagonisti sarebbe condotto per via politica o perfino militare, dai musulmani viene sviluppato col terrorismo. La distinzione fra civili e militari, fra metodi leciti e criminali di lotta, fra crudeltà e pietà per loro non esiste: la sola distinzione è fra coloro che appartengono alla loro stessa religione e gli altri.

 

Questo test viene fatto spesso, come nel caso di Dacca (ma era già successo nell’assalto al centro commerciale in Kenia e in molti dirottamenti aerei) viene condotto, ci viene spiegato, facendo leggere o recitare il Corano. Ma non si tratta di una prova di alfabetizzazione o di conoscenza linguistica, come sembrano capire i giornalisti che ne parlano. Quel che i terroristi fanno leggere alle loro potenziali vittime è la prima sura (capitolo), chiamata Al-Fâtiha (L'Aprente), che è una vera e propria dichiarazione di fede. Si legge nel commento alla più diffusa edizione online del Corano (http://www.corano.it/corano_testo/1.htm): “La Fâtiha è l'invocazione ad Allah (gloria a Lui l'Altissimo) più nota e sentita[...] con riferimento ai suoi sette versetti, la recitazione dei quali è obbligatoria nell'assolvimento dell'adorazione rituale. Recitando la prima parte di essa, il devoto testimonia la sua fede nell'Unità di Allah (tawhid), qualificandoLo con i Suoi attributi più belli, riconosce la Sua assoluta autorità su questo mondo e sull'Altro, Lo identifica come l'Unico destinatario dell'adorazione e della richiesta di aiuto”. In sostanza, quel che esigono i terroristi per salvare le loro vittime non è che conoscano il Corano o l’arabo, ma che si proclamino musulmani. Solo i musulmani meritano di vivere. E’ lo stesso concetto che viene più velocemente esposto nel grido rituale “Allahu Akbar” dei terroristi prima di uccidere e farsi ammazzare: una dichiarazione teologica e non politica.

 

Che cosa hanno in comune i venti morti del ristorante di Dacca, i 42 dell’aeroporto di Istanbul, i quaranta circa dell’ultima ondata terrorista in Israele fra cui una bambina di tredici anni ammazzata a coltellate nel suo letto da un terrorista che le si era infilato in casa? E poi i morti di Orlando, quelli dell’aeroporto di Bruxelles, quelli di Parigi, tutti gli altri che non cito per non farvi un elenco lunghissimo? Le cose in comune sono due, una riguarda le vittime e l’altra gli assassini. Le vittime erano persone comuni, intente ad attività comuni, innocenti senza nessun rapporto con i loro assassini; i killer erano islamici, dichiaratamente intenti a battersi per la loro religione. Alcuni possono essere collegati con l’Isis (che peraltro significa stato islamico) altri no; ma quasi tutti hanno condotto il loro macabro rito di omicidio-suicidio gridando lo slogan dei combattenti musulmani dai tempi di Maometto. “Allahu akbar”, cioè “Allah è grande”. Nel nome della stessa religione sono onorati e trattati come martiri dai movimenti politici che sono loro vicini, inclusi i “laici” e “moderati” protetti dalla comunità internazionale come l’Autorità Palestinese.

 

Che cosa c’entri la divinità e la sua grandezza con l’assassinio di una bambina nel sonno o con il massacro di turisti al ristorante o all’aeroporto, è una domanda per noi naturale, ma del tutto ingenua. C’è una continuità storica ininterrotta che risale alle campagne di Maometto contro ebrei e arabi “infedeli”, c’è un fondamento teologico che nega il diritto alla vita per chiunque non si converta (salvo che si sottometta, si umili e paghi una tassa esuberante per aver salva la vita). Più vicino a noi c’è negli ultimi decenni una scia di sangue ininterrotta, che ha cancellato la vita ebraica, cristiana e di altre fedi in tutto il Medio Oriente e che si estende ad altre regioni musulmane una volta più moderate, dal Pakistan al Bangladesh all’Indonesia alla Nigeria).

C’è una guerra in corso più volte dichiarata, da Al Qaeda, dall’Isis, da mille piccoli gruppi. E c’è la piccola mistificazione (anch’essa teologicamente giustificata come “taqyiia”, legittima dissimulazione religiosa) da parte dei membri di comunità islamiche troppo minoritarie per combattere, come ancora accade nel discorso pubblico in Europa. Ma appena i musulmani diventano un po’ più numerosi e si raccolgono in zone dove sono maggioranza relativa, diventano aggressivi, trasformano questi territori in “zone di sharia” e impediscono con la forza i comportamenti che non gradiscono, quelli delle altre religioni ma anche della nostra libertà, in particolare la libertà di abbigliamento e di vita delle donne. E quando una zona è stata islamizzata, essa diventa patrimonio dell’islam, incedibile e sovrano, anche se si tratta di un piccolo luogo con una fortissima tradizione non islamica. E’ il caso di Israele, che va eliminato in quanto non islamico. Ma lo stesso è accaduto per tutti i territori tradizionalmente armeni, assiri, copti, che non sono riusciti a difendersi con le armi dalla snazionalizzazione islamica. La “questione palestinese” non va intesa come la liberazione nazionale di un inesistente popolo palestinese, ma come la spinta a recuperare un territorio già conquistato dall’islam, per cui tutti i pretesti valgono, compresa l’invenzione di un popolo mai registrato nella storia.

 

E dall’altra parte che accade? Il presidente degli Stati Uniti ha proibito ai funzionari pubblici di parlare di “terrorismo islamico” e anche di “islam radicale”, a costo di falsificare i dati. Per fare solo un esempio, in occasione della strage di Orlando dalle trascrizioni del dialogo che l’assassino ha avuto con il numero di emergenza della polizia sono stati contraffatti tutti i riferimenti islamici: per esempio lui ha detto “Allahu akbar” e nella trascrizione c’è scritto “dio è grande” (http://townhall.com/tipsheet/katiepavlich/2016/06/20/justice-department-replaces-allah-with-god-in-censored-orlando-terrorist-transcript-n2181111). In Europa un’operazione del genere è stata ordinata alla polizia tedesca in occasione dello stupro di massa di capodanno a Colonia (http://www.independent.co.uk/news/world/europe/cologne-police-ordered-to-remove-word-rape-from-reports-into-new-year-s-eve-sexual-assaults-a6972471.html), fa parte delle regole prescritte alla polizia in Svezia (http://www.spectator.co.uk/2016/01/its-not-only-germany-that-covers-up-mass-sex-attacks-by-migrant-men-swedens-record-is-shameful/). C’è il tentativo di trasformare in reato le critiche all’islam sotto il nome molto significativo di “islamofobia”, che vuol dire letteralmente “paura dell’islam”, come se avere paura in generale potesse essere un reato e non fosse perfettamente ragionevole temere la fonte ideologica di tante terribili stragi e altri crimini di massa. (Perché attenzione, essere contro l’islam non è razzismo, dato che non si tratta di appartenenza etnica, ma dell’adesione a un movimento; e non è neanche intolleranza religiosa: perché l’islam non solo non è una razza ma neppure solo una fede, è una forma di vita regolata da norme che fra l’altro prescrivono l’oppressione e l’assalto agli infedeli.)

 

Poi c’è tutta la tematica dell’”accoglienza”, in cui brilla l’Unione Europea e la Chiesa terzomondista di Bergoglio. L’Europa fino a una ventina d’anni fa aveva la fortuna di essere poco investita dal conflitto con l’islam, essendo lontano dalla zona di confine. Si combatteva in Caucaso da almeno 150 anni; c’era un conflitto violento intorno al Kossovo e alla Bosnia (islamizzati dalla colonizzazione turca); c’era tensione nelle periferie di paesi ex coloniali (Francia e Gran Bretagna in testa) che avevano fatto la stupidaggine di prendersi in casa non solo i loro cittadini respinti dai paesi ex coloniali, ma anche abbondanti immigrazioni da questi paesi. Senza badare al disastro politico e sociale di queste immigrazioni, i governanti europei hanno sostanzialmente abbattuto i confini rispetto al mondo islamico, richiamando in Europa milioni di persone senza richiedere permessi, qualifiche professionali, quote e senza neanche selezionare i veri rifugiati da zone di guerra rispetto agli innumerevoli migranti economici. La storia dovrà indagare su questo suicidio collettivo, la cui prima responsabilità è di Angela Merkel, ma su cui molti governi, compreso il nostro, si sono allineati.

Fatto sta che siamo entrati in una fase in cui non esiste un paese europeo che non sia sotto attacco. Non è solo il terrorismo, è anche la vita quotidiana. La Svezia, che era una volta il “paradiso” della libertà sessuale e comunque del rispetto dei diritti delle donne, è diventata la capitale mondiale dello stupro (http://www.gatestoneinstitute.org/5195/sweden-rape; fra il 1991 e il 2011 l’incidenza di questo reato si è moltiplicata per 5, tanto che si prevede che una donna ogni 4 è stata o sarà stuprata: http://www.frontpagemag.com/point/175434/1-4-swedish-women-will-be-raped-sexual-assaults-daniel-greenfield), in grandissima parte per opera di immigrati musulmani (https://majorityrights.com/weblog/comments/muslim_rape_wave_in_sweden/). Questa catastrofe autoinflitta è stata coordinata e fortemente voluta dall’Unione Europea, dalla sua burocrazia e dai partiti “progressisti” che la appoggiano. Per questo l’uscita dall’Europa o meglio la sua dissoluzione e riduzione a mercato comune è un compito urgente di autodifesa, forse il solo modo per prevenire la guerra civile di stampo arabo che l’invasione musulmana rischia di provocare. Quelli che criticano la Brexit ci pensino.

 

 

 

Da chi dobbiamo difenderci

 

Premessa: tratto da qui

 

Ormai gli attentati clamorosi si succedono con ritmo accelerato in tutto il mondo: Nizza, Orlando, Istanbul, Bruxelles, Baghdad... tutta una geografia. E naturalmente Gerusalemme, dove proprio ieri un arabo è stato arrestato mentre cercava di salire con una valigia di esplosivo innestato sulla metropolitana leggera (di fatto un grande tram) che attraversa la città; una strage evitata grazie alla professionalità e al coraggio delle guardie che tutelano il tram (vedete qui la descrizione di quel che è accaduto, nelle parole di una guardia: http://www.jewishpress.com/news/breaking-news/train-guard-describes-how-he-captured-the-terrorist-video/2016/07/17/).

 

La domanda ovvia è: cosa fare? La mia prima risposta, non certo originale ma credo ancora di buon senso è: innanzitutto capire quel che succede e riconoscerlo correttamente. Quando qualcuno ti attacca devi capire chi è e perché lo fa, che cosa vuole. C’è una linea di pensiero dominate nei politici (Obama, l’Unione Europea) fra i religiosi (prima di tutto il papa) e nei media che dice in sostanza: ci attaccano dei “folli” dei “depressi”, degli “insensati”, dei “lupi solitari”. Dunque non c’è nessuna ragione, nessun nemico, niente da fare. Salvo magari affidarsi all’”accoglienza”, alla gentilezza, magari alla “divina provvidenza”.

 

Una seconda spiegazione, non troppo diversa è che ci attacca il “terrorismo”, l’estremismo. Ma che cos’è il terrorismo? Cosa vuole? Perché fa quel che fa? Chi è “il terrorismo”? Chi lo comanda? Per che scopi? Mistero. Che fare con questa entità mitica? Non si sa: stare all’erta, ma non permetterci mai di “etichettare questo o quel gruppo, questa o quella religione” con questo termine, come ha detto Obama. Il terrorismo deve restare astratto e impersonale.

 

La terza soluzione, molto simile è che la colpa è delle armi. Di chi le fabbrica, di chi le vende, di chi ne permette la diffusione. Non di chi le usa. In questa teoria eccellono al solito Obama e Bergoglio. Peccato che quasi qualunque cosa possa essere un’arma. Prendete un grosso sasso, tiratelo sul finestrino di una macchina in corsa, magari in curva, e quasi sicuramente ammazzerete qualcuno. Proibiamo i sassi? Oppure prendete una bottiglia di vetro, riempitela di benzina, infilatevi uno straccio, date fuoco, ed ecco una molotov. Proibiamo le bottiglie? La benzina? Gli stracci? Ci sono sostituti per tutti e tre. Impadronitevi di un mezzo di trasporto. Se è un aereo, potete fare la strage delle Twin Towers; se è un camion, avete Nizza. Con un mezzo da scavo, un bulldozer, potete fare di peggio. Con una semplice automobile potete uccidere tutti quelli che aspettano l’autobus a una fermata, è un brevetto palestinista, riconosciuto anche dall’Isis. Un coltello da cucina, un paio di forbici da sarto, i taglierini degli architetti (con cui erano “armati” gli attentatori dell’11 settembre): qualunque arnese da taglio va bene, dalle accette ai temperini. Volete fare più in fretta? Una pistola alla borsa nera non è difficile da trovare. Insomma, la teoria delle armi è così sciocca da confinare con la complicità. Quel che conta sono gli uomini che le manovrano. Anche con un manico da scopa si può ammazzare qualcuno, se se ne ha la volontà.

 

Torniamo al discorso generale. Il terrorismo non è un movimento, è un mezzo, o se volete una tattica. Un mezzo di guerra. Come l’assedio o la carica o l’agguato. Se vogliamo, è più moralmente ripugnante di altri sistemi, perché se la prende con la popolazione civile, invece che coi militari. Ma non è una novità. Terroristi erano gli anarchici, da Bresci a Bakunin; terroristi sono stati alcuni patrioti italiani (se pensi a Oberdan). Non parliamo delle guerre coloniali e anticoloniali. Ci sono stati momenti di terrorismo anche nella lotta di liberazione nazionale ebraica contro gli inglesi (che favorivano gli arabi per motivi colonialisti e fecero l’orrore di riportare i sopravissuti dai lager nazisti negli stessi campi da cui erano fuggiti, pur di ingraziarsi i loro - infedeli - clienti arabi).

 

Dunque il terrorismo è una tattica di guerra e la guerra consiste, secondo Clausewitz, nel tentativo di costringere i nemici a subire la volontà di chi fa la guerra: cedere del territorio o dei beni, convertirsi, accettare un dominio straniero, perfino sparire dal mondo. I tedeschi hanno fatto la guerra agli ebrei per distruggerli e così i turchi con gli armeni: una forma di guerra così atroce e totale da meritarsi un nome a parte, quello di genocidio.

 

La guerra è comunque espressione di una volontà, mira a certi fini. Non è necessario che questa volontà sia interpretata da un capo, da uno stato maggiore, da un partito, da un soggetto esplicito. Spesso capita così, soprattutto in forme moderne di organizzazione, ma spesso nella storia vi sono volontà collettive e scopi più informi, spinte che si generano seguendo una cupidigia, un sogno, una religione, un odio. Così è accaduto spesso nell’antichità, con le varie invasioni “barbariche” accadute non solo all’inizio del Medioevo; ma anche la colonizzazione dell’Africa e delle Americhe è stata in buona parte impresa collettiva culminata sì nell’azione organizzata degli eserciti, ma preparata e suscitata da mille imprese individuali, sordide o “nobili”.

 

Così è oggi. Viviamo nel periodo storico in cui il mondo islamico, cioè quel quarto o quinto dell’umanità che vive o ha origini in stati conquistati con la guerra o (raramente) col proselitismo, per lo più fra l’Oceano Atlantico e l’India, ma anche più in là in Malesia e Indonesia, crede di aver capito di poter riprendere la guerra per la conquista del mondo intero, sospesa da tre secoli, e in particolare di potersi vendicare dei nemici che l’hanno “oppresso” anche per essersi semplicemente sviluppati per conto loro su valori loro: gli ebrei prima di tutto, schiavi che si sono ribellati e hanno avuto la faccia tosta di rivendicare il governo di uno stato sul loro paese ancestrale, sì, ma conquistato dall’Islam e dunque snazionalizzato. Ma anche l’Occidente laico e “senzadio” materialista e pluralista, rimasto senza difese contro il nemico storico perché stordito dal benessere e da confusi discorsi universalisti.

 

Il camionista di Nizza come i macellai dell’Isis, l’assassino dei bambini di Tolosa e gli attentatori del Bataclan, l’omofobo di Orlando e gli accoltellatori di donne incinte di Israele non sono necessariamente legati sul piano organizzativo. Ma seguono la stessa guerra, sono mossi dallo stesso istinto, sono ammirati dallo stesso pubblico. Ho letto che i servizi segreti francesi (che meriterebbero anche loro il Nobel della Pace, come Obama, tanto ne condividono l’inefficienza o peggio) consigliano oggi per far cessare gli attentati in Francia di conquistare la “capitale” dell’Isis, Raqqa. C’è di peggio di loro, sono quegli strateghi americani che dicono che non bisogna fare niente, basta lasciar sfogare i bollenti spiriti; o i grillini per cui “il terrorismo islamico non esiste”, è tutta colpa nostra, stanno solo rivendicando i loro diritti. Ma anche gli 007 francesi, con quell’idea di Raqqa, mostrano solo quanto profondamente gli è penetrata in testa l’ottusità burocratica. Finita Al Qaeda (o solo sospesa) nasce l’Isis. Decapitato l’Isis tornerà fuori Al Qaeda o nascerà una o dieci o cento organizzazioni. Non conta l’organizzazione, conta la spinta popolare alimentata dall’odio sparso a piene mani dai media vecchi e nuovi dei loro paesi, ma anche da una tradizione bellica millenaria. L’Islam è nato e si è diffuso come esercito coloniale di oppressione, da subito ha gestito schiavi, organizzato genocidi, conquistato e sfruttato popolazioni di “infedeli”. E’ la loro storia fondamentale. Per loro un martire non è qualcuno disarmato che muore per la sua fede, ma un guerriero che cade durante la conquista.

 

Il problema è questo. Non lo scontro di civiltà (e neppure naturalmente il soccorso ai bisognosi o la rivolta degli oppressi, come insegnano gli imbecilli o i complici). Il problema è la ripresa di una guerra millenaria, che ha conosciuto tante tregue vere e false, tanti scambi, tanti giochi delle parti. Ma che ridotto all’osso è il tentativo di un gruppo di tribù beduine di conquistare il mondo. Bisogna fermarli, se vogliamo quel mondo che a noi appare civile. Ma per fermarli bisogna capire che si tratta di un nemico altrettanto terribile di Hitler e di Stalin e molto più difficile da vincere.

 

 

 

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