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Le dieci regole

 

 

Premessa: tratto da qui (il mito del complotto ebraico di Andrea Gilardoni)

 

Da quanto precede abbiamo visto che chi mira a dimostrare la veridicità dei Protocolli dà per scontata l’esistenza della cospirazione. Se a costoro si fa notare che, sulla base di criteri scientifici il loro ragionamento non tiene (ma i più acuti, come Evola, anticipano l’obiezione), essi scartano gli stessi principi del ragionamento scientifico in quanto parte della cospirazione ebraica (la «mentalità pseudo-scientifica» sarebbe cioè viziata all’origine). Con questo si capisce non solo che una discussione è diventata impossibile ma anche che essa non è nemmeno desiderata, in quanto lo scopo è rafforzare la convinzione di chi già si trova dalla parte degli antisemiti.

Al di là delle fallacie formali come il non sequitur, è allora possibile ricapitolare gli schemi argomentativi dei sostenitori della veridicità dei protocolli attraverso un confronto con le regole della discussione ragionevole proposte dalla teoria pragma-dialettica dell’argomentazione (EEMEREN E GROOTENDORST 2008). Come risulterà evidente, i dieci divieti sono semplicemente rovesciati in suggerimenti per le tecniche manipolatorie.

I – Regola generale d’uso del linguaggio – Non è consentito usare formulazioni insufficientemente chiare o talmente ambigue da creare confusione, né interpretare in modo deliberatamente tendenzioso le formulazioni dell’altra parte.
II – Regola della libertà – Non è consentito impedire alla controparte di avanzare o mettere in dubbio una tesi.
III – Regola dell’obbligo di difesa (dell’onere della prova) – Chi avanza una tesi non può rifiutarsi di difenderla qualora gli venga chiesto di farlo.
IV – Regola della premessa inespressa – Non è consentito attribuire alla controparte in modo surrettizio premesse implicite, né rifiutarsi di assumere l’onere della prova per premesse che si sono lasciate inespresse.
V – Regola della tesi – Non è consentito criticare una tesi che non sia stata realmente avanzata dalla controparte.
VI – Regola del punto di partenza – Non è consentito presentare qualcosa come punto di partenza condiviso, se non lo è, o negare che qualcosa sia un punto di partenza condiviso, se invece lo è.
VII – Regola della pertinenza – Non è consentito difendere una tesi attraverso qualcosa che non sia un argomento o attraverso un argomento che non sia pertinente per la tesi in questione.
VIII – Regola della validità – Un ragionamento presentato come formalmente conclusivo non può essere logicamente invalido.
IX – Regola dello schema argomentativo – Non è consentito considerare difese in modo conclusivo tramite argomentazioni tesi che non siano presentate come basate su di un ragionamento formalmente conclusivo, qualora la loro difesa non abbia luogo attraverso schemi argomentativi appropriati applicati in modo corretto.
X – Regola della conclusione – Non è consentito continuare a sostenere una tesi che non sia stata difesa in modo conclusivo o continuare a dubitare di una tesi che sia stata difesa in modo conclusivo.
 

 

 

 

Il rovesciamento e le tecniche di manipolazione

 

Premessa: tratto da qui (il mito del complotto ebraico di Andrea Gilardoni)

 

Se prendiamo in considerazione i dieci divieti non come regole dialettiche (per condurre una discussione tra due interlocutori) bensì dal punto di vista della retorica (cioè delle tecniche e delle strategie miranti alla persuasione), la posizione di Perelman e Olbrechts-Tyteca, che nella loro Nuova retorica pongono l’effetto sull’uditorio al centro della loro definizione di retorica, può interagire in modo proficuo con quella della pragma-dialettica di Eemeren e Grootendorst. La violazione delle regole non è altro che la descrizione delle tecniche di manipolazione.
Gli antisemiti, e chi diffonde i Protocolli, usano formulazioni ambigue e allusive, e interpretano in modo tendenzioso le formulazioni dell’altra parte (commettendo, a rigore, la fallacia dell’uomo di paglia). Essi violano così la Regola generale d’uso del linguaggio.
Impediscono all’interlocutore di avanzare o mettere in dubbio la tesi dell’autenticità spostando la questione verso quella della veridicità e usando i rilievi critici come prova della verità del complotto: argomenti ad personam (o ad hominem prevaricanti), cioè veri attacchi personali, insinuazioni, accuse, ricorso a presunte autorità, sfruttamento delle dicerie (violazione della Regola della libertà).
Aggirano l’onere della prova dell’autenticità, che viene presupposta sulla base della veridicità. In generale, rifiutano di utilizzare il metodo scientifico o storiografico, eventualmente fingendo di accettarlo per poi accusare chi lo usa di essere troppo legato a un metodo «tipico degli ebrei», che vengono ritenuti evidentemente l’incarnazione del metodo critico o dell’illuminismo.
Attribuiscono alla controparte (gli ebrei che sarebbero responsabili del complotto) premesse inespresse e rifiutano di mettere in discussione le loro. Spesso le premesse inespresse possono essere considerate addirittura la ripetizione della tesi (fallacia di petitio principii), ma non vengono riconosciute come tali.
Come già detto, gli attacchi degli antisemiti sono spesso portati contro un interlocutore di comodo (uomo di paglia), ma sono più che altro attacchi personali, che quindi operano come diversivo, perché la tesi della controparte non viene nemmeno presa in considerazione, o scartata come superflua, o addirittura trasformata in prova per la propria tesi.

 

Formulato in modo paradossale: se si asserisce che i Protocolli sono autentici e veridici, e se gli ebrei sostengono che così non è, la loro reazione, che viene descritta come «scomposta», viene interpretata come una prova del fatto che il testo è autentico e veridico, e che il complotto, quindi, c’è davvero.
Molte delle asserzioni che servono da base per rafforzare la credenza nell’autenticità e veridicità dei Protocolli, come per esempio la tesi della sovrarappresentazione degli ebrei in certe professioni, non fanno altro che evocare pregiudizi tradizionali (la cui origine si può spiegare in modo diverso, senza basarsi sulla petitio principii del complotto), che saranno condivisi dagli antisemiti, ma non dagli ebrei e dalle persone che pretendono si debba usare il metodo scientifico. Che cioè gli ebrei siano particolarmente sovrarappresentati nel partito comunista, o nelle banche ecc., non è accettato dalla controparte, ma attraverso allusioni, cenni e generalizzazioni abusive si opera come se lo sia (violazione della Regola del punto di partenza).
La violazione della Regola della pertinenza è palese in argomenti del tipo: non si tratta di dimostrare l’autenticità del documento, visto che basta dimostrarne la veridicità. Ma chi chiede di dimostrare che il testo è stato davvero scritto da un gruppo di cospiratori ebrei e non da qualche antisemita (per questa seconda ipotesi invece qualche prova ci sarebbe) chiede qualcosa che è preliminare alla richiesta delle prove del complotto ebraico (la questione della veridicità). Si tratta di due questioni eterogenee che vengono fuse insieme.


Siccome non siamo nell’ambito della logica formale, né dell’argomentazione corretta, non sorprenderà che, in assenza di una adesione al metodo scientifico, cada anche l’esigenza di rispettare le regole formali. Saranno cioè presenti fallacie come l’affermazione del conseguente (se c’è il complotto, allora c’è la rivoluzione russa, ma la rivoluzione russa c’è, dunque c’è il complotto) o la negazione dell’antecedente (se c’è una prova della falsità, allora il testo è un falso, ma la prova non c’è, dunque il testo è autentico), che può del resto anche essere interpretata come argomento ad ignorantiam (e quindi ricade sotto il punto 9).
Anche i criteri normalmente utilizzati per valutare le generalizzazioni e le connessioni causali (per esempio quelli di J.S. Mill) o i criteri per valutare le generalizzazioni statistiche non vengono accettati. In generale prevalgono tecniche basate sul pathos e sull’ethos. Gli schemi argomentativi (quindi non solo la logica formale) sono applicati in modo scorretto o manipolatorio.
Siccome gli antisemiti ritengono che le prove che confutano la tesi dell’autenticità (dei Protocolli) e quella della veridicità (del complotto) rappresentino solo conferme dell’autenticità e della veridicità, la Regola della conclusione viene sistematicamente violata o rovesciata: nega l’evidenza e continua a sostenere il falso.

Abbiamo così mostrato che i criteri di van Eemeren e Grootendorst, pensati per una discussione dialettica tra due interlocutori, possono fornire uno strumento per analizzare in modo sistematico le tecniche della manipolazione usate da chi diffonde i Protocolli.

 

 

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Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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