I palestinesi vengono pagati per garantire che il conflitto con Israele non finisca mai

 

 

<< Chi vuole la pace non finanzia l’assassinio indiscriminato della popolazione con cui vuole vivere in pace, e non insegna ai bambini a diventare martiri sacrificabili come “balilla”. >>

 

Premessa: tratto da qui Nell'immagine di destra: Primo premio del concorso di disegno “Cos’è una combattente ai tuoi occhi”, organizzato dall’Olp con fondi Usa e Ue, alla 16enne Ru’a Amjad che ha disegnato una famiglia palestinese con mitra Kalashnikov e una mappa della Palestina che cancella Israele dalla carta geografica. Nell'immagine di sinistra: Studente della scuola Unrwa a Kalandia: “Pugnalare o investire con l’auto degli ebrei dà dignità ai palestinesi”

 

In risposta alla richiesta degli Stati Uniti che l’Autorità Palestinese ponga fine ai vitalizi a favore delle famiglie dei terroristi, Issa Karaka, ministro dell’Autorità Palestinese per i detenuti, ha dichiarato: “La società palestinese è interamente costituita da famiglie di prigionieri e di shahidi [martiri] e sono tutti vittime a causa dell’occupazione israeliana. La richiesta di fermare i pagamenti alle famiglie dei detenuti non è un dettaglio, e qualcosa di molto grave con grandi conseguenze sociali. Nessuno nell’Autorità Palestinese potrebbe mai adottare una tale misura. Sarebbe molto difficile per l’Autorità Palestinese interrompere l’aiuto umanitario alle famiglie di prigionieri e martiri”.

Che il ministro palestinese se ne renda conto o meno, questa sua affermazione ci dice che il terrorismo palestinese è una monumentale industria senza la quale la società palestinese difficilmente potrebbe funzionare.

Il presidente americano Donald Trump, che in passato aveva detto “finché i palestinesi non abbandonano il terrorismo e non riconoscono Israele come stato ebraico non sarà mai raggiunto un accordo di pace”, ora afferma che “Abu Mazen vuole la pace”. Ma la realtà dei fatti non conforta questo ritrovato ottimismo. Chi vuole la pace non finanzia l’assassinio indiscriminato e a sangue freddo della popolazione con cui vuole vivere in pace. Chi vuole la pace non condanna l’uccisione di terroristi colti nell’atto di commettere attentati. Chi vuole la pace non adotta programmi scolastici che “insegnano ai bambini a diventare martiri sacrificabili, a rifiutare i negoziati e a sposare la causa della guerra continua” (così Marcus Sheff, direttore di IMPACT-se).

Per dirla in modo semplice, i palestinesi vengono pagati per essere terroristi. Vengono pagati per garantire che il conflitto non finisca mai. Nascono in un clima di odio, crescono con gli stipendi degli assassini del terrorismo e vengono pagati per continuare il ciclo all’infinito commettendo ulteriori atti di terrorismo.

I palestinesi non hanno inventato l’odio arabo verso gli ebrei. Ve n’è in abbondanza in altre parti del Medio Oriente. In Libano, semplicemente comunicare con un israeliano può portare in galera una persona. I feriti siriani che sono stati curati in un ospedale da campo israeliano istituito a questo scopo sul Golan non devono portare con sé nulla che abbia una scritta in ebraico, quando tornano in Siria, perché ciò potrebbe costargli la vita. In realtà, è l’odio arabo verso gli ebrei che ha creato il conflitto israelo-palestinese, spingendo gli arabi a respingere l’idea stessa di uno stato ebraico indipendente e a scatenare la guerra contro di esso. La violenza palestinese contro gli ebrei è sempre stata intrecciata con l’odio arabo verso gli ebrei, e oggi è lo strumento principale per mantenerlo vivo.

Finché i palestinesi saranno guidati da terroristi, cresciuti nell’odio e pagati per fare i terroristi, la probabilità che la pace scaturisca da negoziati con i palestinesi è pari a zero. Questa è la scomoda verità del conflitto israelo-palestinese. Nessun leader americano ha mai affermato che Osama Bin Laden, il fondatore e capo di Al-Qaeda, l’organizzazione che pianificò gli attacchi dell’11 settembre, volesse la pace con gli Stati Uniti d’America. Nessun leader europeo ha mai affermato che Abu Bakr al-Baghdadi, il ”califfo” dell’ISIS, un’organizzazione che ha rivendicato diverse stragi terroristiche in Europa, voglia la pace con l’Europa. Non lo dicono, perché sarebbe assurdo. E altrettanto assurdo è dire che coloro che mantengono il terrorismo palestinese contro Israele vogliono la pace con Israele. Eppure lo dicono. L’ex presidente americano Barack Obama lo ha detto per otto anni. I leader europei lo dicono spesso e volentieri. Adesso lo dice anche Trump.

La verità è difficile da accettare, per i politici, perché significa ammettere che una soluzione per i palestinesi deve essere trovata nonostante i palestinesi: cosa “politicamente scorretta”, persino per Trump. Eppure va detta. Nella ricerca di una soluzione pacifica non c’è ragione di coinvolgere Fatah, Hamas o altri che sostengono di rappresentare i palestinesi: hanno tutti malamente tradito la loro gente e continuano a farlo ogni giorno. L’unica speranza per la pace, in questo momento, sarebbe una soluzione imposta, per loro interessi, da potenze maggiori come l’Egitto e l’Arabia Saudita. I politici occidentali dovrebbero trovare il coraggio di dirlo, e poi mettere mano a soluzioni reali.

 

 

Anche l'invenzione del profugo eterno ed ereditario impedisce di risolvere il conflitto

 

Premessa: tratto da qui

 

Circa 650.000 arabi abbandonarono il territorio dello stato di Israele durante la guerra d’indipendenza (1948). Alcuni furono espulsi dalle Forze di Difesa israeliane ma la maggior parte fu incoraggiata a farlo dai loro capi, o più semplicemente fuggì per paura (sapevano bene cosa accadeva agli ebrei che cadevano nelle mani delle bande arabe). Molti arabi comunque rimasero in Israele, alcuni di quelli fuggiti fecero ritorno e, in passato, Israele ha anche acconsentito a far tornare alcuni rifugiati. Secondo i dati dell’Ufficio Centrale di Statistica, la popolazione araba in Israele alla vigilia della scorsa Giornata dell’Indipendenza era composta da circa 1,85 milioni di persone (Gerusalemme inclusa), poco più del 20% del totale degli abitanti d’Israele.

 

Per quanto riguarda l’aspetto legale e morale del problema dei profughi, Israele ha dalla sua ottimi argomenti. Tutti gli ebrei sopravvissuti nelle aree conquistate dagli arabi durante la guerra del ‘48, come la Città Vecchia di Gerusalemme e le comunità di Gush Etzion, furono costretti a lasciare quelle aree che risultarono da quel momento judenfrei (“ripulite dalla presenza di ebrei”).

 

Nel frattempo, centinaia di migliaia di ebrei venivano cacciati dai paesi arabi dove vivevano da innumerevoli generazioni. Molti di loro vennero accolti in Israele e faticosamente integrati, per cui nessuno di loro è rimasto profugo in eterno. Va ricordato che, dopo la seconda guerra mondiale, i paesi dell’Europa orientale espulsero milioni di residenti di origine tedesca: un numero di persone che superava di gran lunga quello dei profughi arabi. Gli esuli vennero assorbiti come immigrati nei loro nuovi paesi e non divennero profughi eterni. La stessa cosa accadde nello stesso periodo quando, dopo la guerra indo-pakistana, milioni di persone divennero profughe e nel giro di alcuni anni vennero assorbite come immigrati nei luoghi di approdo (lo stesso si può dire dei 300mila italiani profughi da Istria e Dalmazia nel 1945-46).

 

I profughi arabi della guerra arabo-israeliana del ‘48 costituiscono un fenomeno unico. Tutti gli stati arabi in cui arrivarono (a parte la Giordania) hanno rifiutato di accoglierli, li hanno rinchiusi in campi profughi che ancora esistono (sebbene ovviamente non siano più fatti di tende) e hanno convinto le Nazioni Unite a creare un’agenzia apposita per questi profughi, l’Unrwa. Ciò ha portato alla creazione di un sistema in cui lo status di “profugo” è passato da una generazione all’altra producendo dei “profughi” che sono figli, nipoti e pronipoti dei veri profughi originari, e che ora si contano a milioni. Sono stati tutti allevati nell’odio verso Israele e indottrinati sul loro presunto diritto di “tornare” in case dove non hanno mai vissuto nemmeno un giorno della loro vita e che spesso semplicemente non esistono più. E’ così che, fra l’altro, la diaspora dei profughi palestinesi è diventata un bacino inesauribile di reclutamento per le organizzazioni terroristiche.

 

L’invenzione del “profugo eterno” e dello status di “profugo ereditario” che passa da una generazione all’altra aveva ovviamente lo scopo di tenere Israele sotto scacco continuo e di servire come un’arma per la sua delegittimazione e distruzione. Questi milioni di “profughi”, che hanno imparato sin dall’infanzia a credere di avere “diritto al ritorno” all’interno di Israele, e che si aspettano che ciò accada, sono diventati naturalmente un formidabile ostacolo alla pace. Per quanto riguarda Israele, si tratta di un problema vitale. Se questi “profughi” dovessero stabilirsi entro i suoi confini, ne deriverebbe la demolizione di Israele come stato nazionale ebraico. Per quanto riguarda i palestinesi, si tratta invece di una rivendicazione basilare diventata ormai irrinunciabile. Ciò li mette in contraddizione con se stessi: la dirigenza palestinese afferma di volere la pace (che comporta riconoscere il diritto di Israele di esistere), ma continua a sostenere il diritto al ritorno (che comporterebbe la demolizione di Israele). Per farla breve, la pace con Israele e il diritto al ritorno non possono convivere.

 

Negli Accordi di Oslo la questione dei “profughi” è stata lasciata irrisolta. La parte israeliana deve essersi illusa che i palestinesi avrebbero prima o poi rinunciato al “diritto al ritorno”, il che non è accaduto. Ci siamo chiesti spesso come mai Yasser Arafat rifiutò la proposta di pace di Ehud Barak (e di Bill Clinton) e perché in modo analogo Abu Mazen abbia declinato la proposta di Ehud Olmert. A mio avviso, la loro principale considerazione era la questione dei profughi. Non potevano firmare un accordo di pace, generoso quanto si vuole, che tuttavia chiedeva loro di rinunciare al “diritto al ritorno”.

Ora si parla di un accordo di pace regionale, che coinvolga anche gli stati arabi sunniti. Questa pace deve implicare una soluzione del problema dei “profughi” e una concessione sul “diritto al ritorno”. In questo processo graduale, Israele deve insistere innanzitutto su un insediamento dei “profughi” nei paesi arabi, dove devono ricevere tutti i diritti riconosciuti agli altri abitanti. Ciò richiederà incentivi economici sia per i “profughi” stessi che per i paesi d’accoglienza. Un reale progresso verso la pace sarà reso possibile da misure volte a creare fiducia in questa direzione, oltre a quelle per creare fiducia sul versante israeliano.

 

 

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