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La Corte Penale dell’Aja è prevenuta nei confronti di Israele

  

 

Premessa: tratto da qui e da qui Traduzione a cura di: Mario Del Monte

 

Perché la Corte Penale Internazionale dimostra di essere prevenuta contro Israele? 

 

In questi giorni in molti si chiedono quali effetti avrà l’adesione allo Statuto di Roma da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il Washington Post ha chiesto un parere a Eugene Kontorovich, professore esperto di diritto internazionale della Northwestern University School of Law, sul perchè di questa azzardata mossa diplomatica e sulle conseguenze che porterà. 


 

I palestinesi cercano di sfruttare la “disposizione Israele” della CPI

 

L’Autorità Nazionale Palestinese sta cercando di aderire alla Corte Penale Internazionale come stato membro per denunciare una serie di crimini di guerra israeliani avvenuti durante le operazioni militari a Gaza la scorsa estate e per la politica degli insediamenti. Molti internazionalisti sostengono che questa mossa (a lungo chiamata “l’opzione nucleare palestinese”) non sia aggressiva e che sia Israele che gli Stati Uniti non dovrebbero essere preoccupati. La motivazione è che i tribunali internazionali sono strumenti della giustizia, non c’è niente di cui opporsi.

 

In una serie di post considererò ciò che Israele può aspettarsi dalla Corte. Innanzitutto bisogna rilevare che l’adesione alla Corte Penale Internazionale difficilmente può essere vista come un grande passo avanti  per il diritto internazionale in quanto si tratta di una violazione di due specifici impegni presi dai palestinesi negli accordi di Oslo: non cercare il raggiungimento di uno status finale fuori dai negoziati e dare la giurisdizione esclusiva a Israele riguardo ai suoi cittadini nei territori. Gli accordi di Oslo erano un accordo internazionalmente garantito perciò si può dire che l’azione verso la CPI nasce già in una situazione di illegalità.


Cosa ha fatto Oslo per i palestinesi è una domanda dalla risposta un po’ scontata, la vera risposta però è che ha dato loro governo e autodisciplina e gli ha spianato la strada verso la richiesta di uno Stato e verso la partecipazione alla Corte Penale Internazionale. In altre parole, la richiesta alla CPI non è il risultato di ciò che i palestinesi non hanno ottenuto dagli accordi di Oslo ma, piuttosto, di quello che invece hanno conseguito. In effetti i palestinesi continuano a rivendicare diritti sotto l’egida degli accordi di Oslo, come ad esempio il trasferimento di fondi da parte di Israele, suggerendo che considerano il trattato ancora vincolante.

Passiamo ora alla Corte stessa.

Lo statuto fondativo della Corte (lo Statuto di Roma) contiene una disposizione progettata specificamente per colpire Israele. Vale la pena rivederne la storia: L’elaborata definizione di crimini di guerra presente nello Statuto di Roma (art.8) viene già citata dalle Convenzioni di Ginevra e da altri trattati correlati – perchè inventarne una nuova? In occasione della conferenza di redazione del 1999 un gruppo di Stati arabi si è assicurato un cambiamento significativo, all’interno dello Statuto di Roma, della disposizione corrispondente all’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra vietando alla Potenza Occupante di “deportare o trasferire la sua popolazione civile all’interno di territori occupati”.

Era strano armeggiare con questa disposizione visto che non aveva avuto nessun utilizzo nella sua storia, nè in corti internazionali nè in quelle nazionali.

 

Gli Stati arabi hanno prevalso nelle trattative e hanno ottenuto che nella disposizione sia vietato “direttamente o indirettamente deportare o trasferire” (all’inizio avevano chiesto un linguaggio ancor più ampio). Ovviamente in giurisprudenza la differenza tra effetti diretti e indiretti è notevole.

Il linguaggio dello Statuto di Roma non ha nessun precedente o parallelo nel diritto internazionale ed è stato generalmente inteso come un tentativo di andare oltre le Convenzioni di Ginevra per comprendere anche le migrazioni di israeliani in Cisgiordania (e in quel momento anche Gaza). Questo articolo è stato progettato per rendere la “facilitazione” un crimine – cioè di trasformare il divieto negativo sul trasferimento in un nuovo e strano obbligo positivo al governo per scoraggiare e impedire ai suoi cittadini di migrare in un territorio sotto il suo controllo.

 

In questo modo si può dire che lo Statuto era fin dal principio creato per colpire Israele (questo è abbastanza evidente dal nuovo linguaggio degli autori), l’unica nazione ad essere così onorata. L’idea che la disposizione è stata concepita per punire Israele è ulteriormente supportata dall’esperienza di Cipro, stato membro fin dall’origine dello Statuto di Roma.

Quando la Corte Penale Internazionale è nata nel 2002 nessuno ha neanche ipotizzato che la Turchia avrebbe potuto rispondere per la sua enorme impresa di insediamenti nel nord occupato dell’isola. Infatti da allora l’attività di insediamento dei turchi è invece accelerata. Anche dopo la denuncia, da parte di rifugiati ciprioti e di un deputato del Parlamento Europeo, alla CPI avvenuta lo scorso anno nessuna azione è stata intrapresa.

Se la Corte dovesse indagare riguardo agli insediamenti israeliani (nonostante gli ostacoli giurisdizionali di cui discuteremo nel prossimo post) ignorando invece quelli turchi, dove è presente un arretrato di competenza di 12 anni, priverebbe il procedimento di qualsiasi legittimità. E nessuno pensa che una misura nei confronti dei funzionari turchi sia probabile.


Inoltre, il fatto che un gruppo di Stati arabi (tra cui, ironia della sorte, il Marocco, autore forse della più grande impresa di colonizzazione nel Sahara Occidentale, di cui i palestinesi a volte si sono fatti sostenitori) ha ampliato la disposizione dimostra che questi hanno capito quanto il linguaggio delle Convenzioni di Ginevra non si adatti ai diversi modelli di migrazione ebraica in Cisgiordania ( i quali comprendono i progetti sostenuti dal governo, l’acquisto da parte di privati,  i beni appartenuti ad ebrei prima del 1949, avamposti costruiti in spregio ai regolamenti governativi e così via).
 

A dire il vero, la Corte potrebbe, in ultima analisi, interpretare la disposizione dello Statuto di Roma come del tutto congruente a quella delle Convenzioni di Ginevra, a sua volta ancora mai interpretata. Israele, però, non vuole far da cavia all’interpretazione di una norma progettata esclusivamente per esso.

 

La disposizione contenuta nelle Convenzioni di Ginevra, per inciso, è stata progettata per proteggere il territorio occupato da radicali cambiamenti demografici (quelli che i procedimenti di Norimberga chiamano “obliterare il precedente carattere nazionale di questi territori”). La riscrittura di questa disposizione per la CPI è infedele a tale politica in quanto è difficile effettuare cambiamenti demografici radicali attraverso mera facilitazione.

 

Gli insediamenti israeliani non si sono neanche lontanamente avvicinati ad effettuare un tale cambiamento; dopo quasi cinque decenni i coloni rimangono una piccola frazione (meno del 10%)  della popolazione totale nei territori che i palestinesi affermano siano occupati.

Infatti, l’ascesa demografica palestinese, non solo nei territori ma anche tra il fiume e il mare, smentisce l’idea di cambiamento demografico radicale. Nella parte occupata di Cipro, invece, i coloni hanno raggiunto una importante svolta demografica costituendo ora circa la metà della popolazione. Se la Corte fosse interessata a precedenti sul caso degli insediamenti questo dovrebbe costituire il logico punto di partenza ma non scommetterei su questo.


 

La Corte Penale Internazionale è prevenuta nei confronti di Israele?

 

Nel post precedente ho esaminato lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale il quale contiene una importante disposizione direttamente designata per colpire Israele.


Ora passiamo alla Corte intesa come istituzione. Sulla scia della svolta palestinese alla Corte Penale Internazionale, diversi commentatori hanno sostenuto che non vi è alcun motivo di pensare che l’istituzione non possa incriminare Israele. Questo è vero. Naturalmente, la Corte ha fatto così poco nei suoi 12 anni di storia che è molto difficile prevedere in maniera fiduciosa quali siano le sue inclinazioni e tendenze. Azioni penali nei confronti di israeliani (cittadini di uno Stato non membro) sarebbero un tipo di attività in cui la Corte non si è mai impegnata senza il consenso del Consiglio di Sicurezza ONU per cui vi sono ancor meno dati a disposizione.

 

Non c’è motivo di pensare che il Procuratore Generale o il Tribunale siano ansiosi di discutere casi riguardanti Israele e Palestina a causa delle sproporzionate emicranie politiche che questi comportano.

Eppure è lecito ritenere che la Corte sia la sede più impropria per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Infatti, anche in assenza di qualsiasi pregiudizio, la Corte è strutturata in modo che essa non sia in grado di fare giustizia in modo equo ed è quindi legittimamente vista come uno strumento dei palestinesi da utilizzare contro Israele. Inoltre, le recenti dichiarazioni del Procuratore Generale sono una preoccupante testimonianza che questo può essere ben disposto a sostituire l’analisi giuridica con la visione standard della comunità internazionale riguardo al conflitto.

 

Per essere chiari, credo che il risultato più probabile dell’azione palestinese non è un’indagine completa su entrambe le parti, almeno non in tempi brevi. Piuttosto, sto cercando di spiegare perchè i palestinesi vedono nella CPI una buona scommessa – una buona probabilità di aprirsi una strada più che altro. Questo è importante perchè molti illustri giuristi e studiosi non indifferenti alla causa palestinese li hanno avvertiti che hanno più da perdere che da guadagnare dai procedimenti della CPI. Il proseguire su questa strada significa che, evidentemente, hanno fatto un’analisi diversa – quella che cerco di ricostruire qui.

 

La storia dei precedenti della Corte suggerisce che questa è solo in grado di rendere una giustizia imparziale in un conflitto bilaterale in corso. La corte non è una ben consolidata sede Olimpica di giudizio. Piuttosto si tratta di una debole, conflittuale e naufragante istituzione, afflitta inoltre da profondi imbarazzi che potrebbero influenzare il processo decisionale. Ha portato a termine solo tre casi e due condanne.

Recentemente ha visto i suoi due aspetti di più alto profilo – gli unici che coinvolgono Capi di Stato in carica – disintegrarsi. Si tratta delle azioni penali a carico del Presidente del Kenya per violenza elettorale e del Presidente del Sudan Bashir per genocidio.

Entrambi i procedimenti sono falliti a causa della persistente e, nel caso del Kenya, scaltra non cooperazione del regime indagato (Nonostante la loro recente volontà di abbracciare la causa della CPI i palestinesi si sono per molto tempo opposti al mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Bashir). La CPI si è dimostrata del tutto incapace di perseguire un’azione penale nei confronti di un regime che non vuole collaborare, soprattutto se si tratta di sistemi autoritari o antidemocratici.

 

Questo è il motivo per cui i palestinesi si sono rivolti alla Corte Penale Internazionale nonostante gli avvertimenti, anche da parte di loro simpatizzanti, riguardo al fatto che potranno essere soggetti a molteplici procedimenti per crimini di guerra.

Il caso Kenyatta ha stabilito le regole del gioco per tutti i paesi che vogliono vanificare i procedimenti della CPI, soprattutto se non hanno paura di subire sanzioni (non sottovaluto l’importanza delle pressioni interne alla base della decisione palestinese ma suppongo che questo non sarebbe stato abbastanza se la stessa leadership avesse pensato di essere anche lontanamente a rischio processo).


Così, mentre il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ricorda ai palestinesi che devono temere la CPI molto più di quanto non facciano, tutto ciò è puramente teoria. In pratica invece i palestinesi sono a “a prova di giudizio”. In primo luogo perchè la non cooperazione è semplice in posti dove uccidere i “collaborazionisti” è istituzionalizzato. Tutto ciò farà sembrare le testimonianze delle intimidazioni di Kenyatta una leggera gomitata. Nessuno dirà a Gaza: “hey, c’era un lanciarazzi di Hamas qui”.

 

I palestinesi non potranno essere puniti per mancata cooperazione – così come non lo sono stati il Kenya e il Sudan. Anzi, è probabile che sosterranno di essere uno “Stato occupato” che semplicemente non può cooperare con gli investigatori dato che sono sotto il controllo israeliano. In Israele, invece, uno stormo di ONG si allineerà nel fornire al Procuratore Generale tutto il fango sui presunti misfatti israeliani con molti paesi che aspettano solo l’occasione giusta per imporre sanzioni allo Stato d’Israele.

In breve, a meno che non si attribuisca alla leadership palestinese un eroico altruismo, la loro accettazione della giurisdizione della Corte, nonostante i documentati crimini di guerra, suggerisce che pensano almeno che questa gli apra sistematicamente la strada.


***

Qualcuno ha sostenuto che, nonostante il dilagante pregiudizio nei confronti di Israele all’interno delle organizzazioni ONU, non c’è motivo di sospettare la Corte di parzialità visto che è composta di giuristi di tutto il mondo ed è incaricata di agire apoliticamente.


Purtroppo il Procuratore Generale ha già rivelato che le decisioni politiche (cioè le Risoluzioni dell’Assemblea Generale) non saranno separate da quelle legali ma, piuttosto, saranno adottate proprio come norme giuridiche. Nel suo recente memorandum sulla questione della Gaza Freedom Flotilla, il Procuratore Generale ha concluso che, nonostante il completo ritiro israeliano, Gaza è occupata perchè “la comunità internazionale” pensa che sia così. Questa inquietante mossa mina l’indipendenza della CPI importando i giudizi politici dell’Assemblea Generale che vengono sostituiti alle norme giuridiche.

 

In maniera sconvolgente, il Procuratore Generale sta ignorando le definizioni giuridiche e i precedenti esistenti riguardo la durata “dell’occupazione” inserendo invece conclusioni tratte dalle risoluzioni dell’Assemblea Generale. “Occupazione militare” è un termine legale con definizioni giuridiche. Una di queste è fornita dal Comitato Internazionale della Croce Rossa il cui manuale prevede che:


 

“L’occupazione cessa quando le forze di occupazione sono allontanate o evacuate dal territorio”


Inoltre, parlare di occupazione senza truppe non è proprio una prima impressione. Nel 2005 la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che il controllo di alcune zone della Repubblica Democratica del Congo da parte dell’Uganda attraverso milizie alleate non costituisce occupazione, nonostante la significativa influenza dell’Uganda lì; Per estensione il controllo di Gaza da parte di una milizia ostile non può essere considerato come occupazione.

Il Procuratore Generale non si è nemmeno disturbato di fare i conti con il precedente della CIG. A dire il vero, nel memorandum sulla Gaza Freedom Flotilla il Procuratore Generale stava semplicemente risolvendo una domanda giurisdizionale preliminare e non aveva bisogno di certezza del diritto.

 

La pigra sostituzione di conclusioni dell’Assemblea Generale al posto di norme di legge e confronti di casi analoghi è preoccupante ma è senza dubbio incoraggiante per i palestinesi. D’altronde i processi nascono sempre dall’ottimismo fuori luogo di qualcuno.

 

 

L’Aia e l’assurda liturgia dei processi anti Israele

di Pierluigi Battista (Fonte: Corriere della Sera, 19 Gennaio 2015)

 

L’Onu è quell’ente mondiale faraonico, costoso e inutile che si fa umiliare a Srebrenica e in Ruanda, mette a capo della commissione sui Diritti umani nazioni che i diritti umani li fanno a brandelli e chiama a dirigere la commissione sui Diritti delle donne Nazioni in cui le donne sono legalmente stuprate, fustigate e lapidate.


Poteva forse la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, che delle Nazioni Unite è emanazione, non emularne le iniziative grottesche? Certo che no. E infatti, invece di perseguire i tiranni sanguinari alla Mobutu, i professionisti della pulizia etnica, la Cina che ha massacrato il Tibet, i fanatici che stanno violentando le bambine in Nigeria e sgozzando gli insegnanti, i Paesi arabi «moderati» in cui è pratica corrente la decapitazione delle donne e la somministrazione di centinaia di frustate ai blogger «blasfemi», gli scherani di Hamas che ammazzano a gruppi i «collaborazionisti», ossia i dissidenti fucilati a Gaza come monito per chiunque osasse profferir parola, il carnefice Assad che usa armi chimiche e ha raso al suolo Aleppo trucidando migliaia di bambini, invece Insomma di operare con un minimo di decenza e di rispetto per la parola «giustizia» che campeggia sulle sue insegne, cosa fa la Corte dell’Aia? Apre a gentile richiesta di massacratori seriali un’inchiesta sui «crimini» di Israele che sarebbero stati commessi a Gaza. Assad al calduccio, protetto dall’Onu. Israele, alla sbarra.

 

Finora l’inutilità della Corte internazionale si è manifestata secondo questo principio: accanirsi con i dittatori deposti e inoffensivi, come Mllosevic, ed emettere ridicoli mandati di cattura contro uno stragista come il presidente del Sudan Al Bashir, responsabile dei massacri del Darfur. Ovviamente Al Bashir si fa beffe di quel mandato di cattura. Prendersela con chi non conta più niente è più facile, e giustifica le spese sostenute per tenere in piedi un tribunale che con molta saggezza gli Stati Uniti continuano a boicottare per non sottoporsi al riti di una tragica messinscena.
 

Ora c’è un altro modo facile facile per guadagnarsi il consenso dei dittatori internazionali e dei teorici delle pulizie etniche: prendersela con Israele. A pochi giorni dalla strage nel supermarket kosher di Parigi, mentre i Parlamenti europei danno una mano ad Hamas, si inizia ad inscenare la grande liturgia in cui il malvagio Israele viene indicato come il male assoluto. E non c’è niente da ridere.


 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org