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Cosa accade ai cristiani nei Paesi mussulmani?

 

 

Premessa: tratto da qui, qui qui e qui

 

I musulmani come persone possono essere effettivamente moderati quando fanno prevalere i valori e i principi assoluti e universali che sostanziano l'essenza della nostra comune umanità, ma che l'islam come religione non è affatto moderata perché non sono moderati né il Corano né Maometto. La tragedia è che oggi noi abbiamo scelto di schierarci dalla parte dei nostri aspiranti carnefici, coloro che promettono l'imposizione della sharia e la sottomissione all'islam del mondo intero.

 

Sull’altra sponda del Mediterraneo si sta perpetrando l’atto finale della jihad, la guerra santa islamica, finalizzata ad eliminare la presenza dei cristiani, i veri autoctoni. Erano il 95% della popolazione nel Settimo secolo, il 20% nel 1945, il 6% oggi. Dalla Seconda guerra mondiale circa 10 milioni di cristiani sono stati costretti a emigrare dai Paesi arabi. Ebbene il simbolo della resistenza estrema e del prevedibile tracollo del cristianesimo è diventata Rable, una cittadina siriana alla frontiera con il Libano dove da mesi circa 12 mila cristiani vivono sotto l’assedio imposto da più di un migliaio di terroristi islamici di Al Qaida accorsi dall’Afghanistan, dal Pakistan, dalla Tunisia, dalla Libia e dall’Egitto per so­stenere le milizie dei Fratelli Musulmani e dei Salafiti siriani.
E noi, cristiani della sponda settentrionale del Mediterraneo, ci siamo schierati con i terroristi islamici, dalla parte dei carnefici dei nostri fratelli nella fede, apparentemente obnubilati dal mito della «primavera araba », il più colossale inganno della storia contemporanea del Medio Oriente, assecondando le mire egemoniche della Turchia,sottomettendoci alla volontà dell’Arabia Saudita e del Qa­tar che finanziano i terroristi islamici e da cui dipendiamo per le forniture di petrolio e gas, la disponibilità dei fondi sovrani, l’accesso ai loro mercati. Di fatto abbiamo consapevolmente o meno immolato i cristiani d’Oriente sull’altare del dio denaro e al tempo stesso stiamo commettendo la follia suicida di scavare la fossa della no­stra civiltà laica e liberale che si fonda sulle radici cristiane.
 

Si disegna all'orizzonte il tramonto della bimillenaria presenza cristiana in Medio Oriente, così come il 1948 segnò la cacciata degli ebrei da tutti i Paesi arabi. La Chiesa, l'Europa, chi se non noi, sodali e fratelli nella civiltà giudaico cristiana, dovremmo avere il buon senso di difenderla, di porre condizioni d'acciaio alle famose primavere arabe: se volete fiorire, non lo farete col nostro aiuto se continuate a perseguitare e uccidere i cristiani. Perché questa è una tendenza per niente episodica ma strutturale, che ha già cambiato la faccia dei Paesi arabi.

Il Papa dette segno di averlo capito bene quando invitò alla tolleranza e alla razionalità all'Università di Regensburg nel 2006. Poi però la Chiesa non ha resistito alle pressioni, l'Europa si è scansata, gli Stati Uniti sono stati presi nella fallace politica di Obama. Tutti abbiamo visto le scene del Cairo che hanno fatto circa 40 morti e più di 200 feriti, quasi tutti copti. È triste che il primo ministro Essam Sharaf abbia commentato: «Qui ci sono mani straniere coinvolte». Un complotto sionista naturalmente.

E quell'auto dell'esercito che passando sulla testa di un copto gliel'ha ridotta a poltiglia, quel militare che ha gridato entusiasta «Ho sparato nel petto a un copto», e il suo compagno che entusiasta gli rispondeva «Per Dio, tu sì che sei un uomo» parlano di disprezzo razzista , di pericolo imminente per gli otto milioni di copti. E poiché essi hanno ormai capito che la rivoluzione ha liberato forze autocratiche ed estremiste, se ne andranno per quanto possono.


Non saranno i primi cristiani che lasciano i musulmani, antichissimi coinquilini: al tempo dell'indipendenza del Libano dalla Francia, nel '46, i cristiani erano la maggioranza, ora sono meno del 30 per cento. In Siria erano metà della popolazione, ora sono il 4 per cento; in Giordania, venticinque anni fa, erano il 18 per cento, ora solo il due. I Paesi musulmani, per la maggioranza, non vogliono i cristiani, o sono preda di chi non li vuole: in Arabia Saudita il cristianesimo è proibito, in Iraq l'anno scorso proprio in questo mese 58 cattolici furono sterminati in una chiesa, dieci anni fa c'erano 800mila cristiani, oggi sono 150mila.

In Iran, sotto lo Scià la vita era possibile, poi i cristiani sono stati dichiarati, con i bahai, gli ebrei e chiunque non sia sciita «in guerra contro Dio» e sono soggetti a arresti, torture, morte. Solo dal giugno 2010 sono stati arrestati 250 cristiani. A Betlemme i cristiani da quando nel '94 l'Autorità Palestinese governa, dall'80 per cento sono scesi al 20. A Gaza dove sono solo 3000, ci sono omicidi, i luoghi di culto vengono bruciati, la persecuzione è piena. Un po' più lontano in Pakistan i cristiani vengono aggrediti ogni giorno.

Come reagiamo noi europei? Malissimo se si pensa che il patriarca maronita cattolico Bechara Rai, recatosi da Sarkozy per dire di essere preoccupato per i cristiani di Siria nel caso Assad venga deposto (non è una difesa del rais, ma l'annuncio di una presenza islamista attiva sul campo) è stato trattato come un paria e quando è andato in America Obama non l'ha ricevuto. L'Europa, gli Usa dove sono?

 

Purtroppo quanto è accaduto al Cairo il 9 ottobre  2011 (la persecuzione dei cristiani copti) non rappresenta né una novità per l’Egitto né per il mondo islamico. Essere cristiani o ebrei, per non parlare di chi appartiene ad altri credi che non sono riconosciuti dalla religione islamica oppure di chi si dichiara ateo, è estremamente difficile. E’ sufficiente limitarsi ai fatti più recenti.

L’11 ottobre scorso la polizia religiosa saudita ha arrestato Juan Pablo Pino, un calciatore di origine colombiana, perché trovato a fare acquisti in un centro commerciale a Riad indossando una maglietta a mezze maniche dalla quale spuntava il tatuaggio di una croce.

Il 14 ottobre a Islamabad si sono avute manifestazioni di piazza nonostante la sospensione della condanna a morte dell’assassino del governatore pakistano Salman Taseer - che aveva assunto le difese della cristiana Asia Bibi e chiesto la riforma della legge sulla blasfemia.

In Iran il pastore Yousef Nadarkhan sta subendo un processo perché accusato di essersi convertito al cristianesimo. Il vescovo Hubertus Leteng di Ruteng, in Indonesia, ha dichiarato a “Aiuto alla Chiesa che soffre”, che nel paese in cui opera, ovvero nel paese con più musulmani al mondo, viene sempre più chiesto alle scuole cattoliche l’inserimento di docenti musulmani non appena si iscrivono studenti appartenenti alla religione di Maometto.

Per non parlare della condizione dei cristiani in Iraq e in Palestina. Lo scorso Natale, alla vigilia dell’ennesima strage di copti ad Alessandria, il vescovo della Chiesa copta in Germania, Damian Anba, ha dichiarato al settimanale tedesco Bild: "Più volte la polizia ci ha avvisati che gli estremisti islamici avrebbero potuto irrompere nelle nostre chiese durante le celebrazioni natalizie”. Significa che i copti sono in pericolo non solo in Egitto, ma anche in Europa? Ebbene, alcune dichiarazioni di copti residenti in Italia confermano la precarietà della loro sicurezza.

 

Purtroppo i cristiani stanno pagando il prezzo di una predicazione islamica che sottolinea a ogni piè sospinto la propria superiorità, che accetta l’esistenza delle Genti del Libro solo se si sottomettono. Uno dei capofila di questa predicazione è senza dubbio Yusuf Qaradawi, il teologo di riferimento dei Fratelli Musulmani.

Qaradawi è non solo lo sheikh della televisione satellitare Al Jazeera, ma anche il presidente dell’Unione Internazionale degli Studiosi Islamici e ultimo, ma non meno importante, è il presidente del Consiglio Europeo per la Fatwa e la Ricerca, con sede a Dublino. Nel suo testo fondamentale Il lecito e l’illecito nell’islam (“al-halal wa-al-haram fi al-islam”) nel capitolo riservato a “I rapporti del musulmano con il non musulmano” si legge: “Quelli fra loro che vivono in uno Stato islamico hanno una situazione particolare. I musulmani hanno convenuto di chiamarli gente della dhimma. Questa parola significa trattato, patto. E’ quindi questo un termine che lascia intendere che godono del patto di Allah, del patto del Suo Inviato, la pace e la benedizione su di lui, e del patto della comunità islamica secondo i quali vivono in tutta pace e sicurezza all’ombra dell’islam.”

Più avanti Qaradawi aggiunge: “C’è una domanda che turba qualcuno e di cui alcuni discutono, cioè: come si può esser buoni, gentili e conviviali verso i non musulmani quando il Corano vieta di essere gentili con i miscredenti e vieta di prenderli come amici intimi o alleati: ‘O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei o i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti’ (Corano V, 51)”. Lo sheikh spiega che questo è il caso di coloro che sono nemici dell’islam. Quindi se cristiani e ebrei stringono un trattato e, come dice il Corano stesso, “pagheranno il tributo uno per uno, umiliati” (Corano IX, 29), allora vanno protetti, ma nel momento in cui si ribellano vanno combattuti.

E’ evidente che non tutti i musulmani seguono gli insegnamenti di Qaradawi, ma la maggior parte dei musulmani praticanti segue le sue trasmissioni, legge i suoi libri e la maggior parte dei predicatori islamici lo ritengono un’autorità.
 

Quando si affronta il tema dei rapporti tra cristianesimo e islam, inevitabilmente si giunge a quello che può e deve essere considerato un nodo cruciale: la reciprocità. E quando si parla si reciprocità il tema della costruzione delle chiese, in modo particolare nella penisola arabica, è inevitabile.

L’intellettuale kuwaitiano Khalil Ali Haidar si domanda “Chi impedisce la costruzione delle chiese nella penisola arabica?” e ricorda il testo della fatwa emessa nel 1989 che così recita: “L’edificazione di qualsiasi luogo di culto appartenente a non musulmani sul territorio dell’islam è vietata, così come è vietato affittare a non musulmani locali da adibire a chiese o templi”.

La rabbia di Ali Haidar è incontenibile: “Queste argomentazioni soddisferebbero i salafiti e gli altri islamisti se fossero utilizzati dagli europei, dagli americani e dagli altri ‘cristiani’ contro le ‘minoranze islamiche’ che vivono tra loro? Ne sarebbero forse appagati gli shaikh musulmani nei nostri paesi e in Europa? Gli scrittori musulmani e le televisioni satellitari dell’islam politico sarebbero soddisfatti?”

Ed ecco l’attacco diretto ai Fratelli Musulmani: “L’atteggiamento ostile alla costruzione delle chiese e alla libertà di praticare il proprio culto non è un’esclusiva dei salafiti, è un atteggiamento antico e radicato, talvolta sottaciuto per interessi precisi, nei Fratelli Musulmani. In una loro rivista si è letto: ‘Nel periodo dell’indipendenza fu concesso, per la prima volta nella storia del Kuwait, anzi nella storia dei paesi del Golfo, anzi nella storia della penisola arabica, ai cristiani cattolici di costruire una chiesa e tutto questo avvenne nel silenzio e nella calma perché i musulmani dormivano…’.”

Ali Haidar conclude descrivendo qualcosa che accade anche nelle città italiane: “Le ‘minoranze islamiche’ a Londra, Parigi e Berlino non si astengono dall’esibire i loro ristoranti, i loro libri, il loro digiuno, i loro doveri, la loro carne halal, i loro vestiti, le loro barbe e i loro sentimenti, anzi manifestano apertamente il loro odio nei confronti degli inglesi e dei francesi infedeli… tutto questo è forse consentito ai non musulmani nei nostri paesi… in particolare ai ‘cristiani’?!?”

 

La condizione dei cristiani è preoccupante anche in Indonesia, nel paese con il maggior numero di musulmani al mondo, dove il “Fronte dei difensori islamici” ha scatenato nel 2005 una campagna culminata nella chiusura di decine di chiese, ufficialmente perché “non autorizzate”.

Il primo settembre dello stesso anno a Harguelis, nella Giava Occidentale, un tribunale ha condannato tre donne, Rebekka Zakaria, Eti Pangesti e Ratna Bangun a tre anni di carcere per aver permesso a dei bambini musulmani di partecipare alle manifestazioni scolastiche di domenica che comprendevano anche l’ingresso in chiesa. Teniamo presente che tutto ciò è avvenuto, e purtroppo avviene ancora, in uno Stato costituzionalmente laico, dove è sancita la libertà religiosa.


Ramallah era al 90% cristiana prima della guerra di Indipendenza del 1948 e Betlemme lo era all’80%. Oggi Ramallah è una città quasi completamente islamica e a Betlemme i cristiani sono in via di estinzione. Gli arabi cristiani stanno dalla parte dei loro oppressori sperando così di salvarsi.

 

La verità è che non lo vogliamo sapere, che per noi la guerra è stata cancellata dalla storia dai nostri pentimenti: la mente occidentale respinge con orrore particolare la guerra di religione, quella che mette in crisi il principio stesso della libertà di opinione. E non ne vuole sentire parlare anche quando la dichiarazione di guerra è patente, è larga come il globo terracqueo e sventola senza pu­dore lo stendardo della strage degli innocenti, del terrorismo contro gli oranti, una delle peggiori forme di violenza. Perché quando l'uomo prega è sacro nella tradizione universale, perché le case di Dio sono nella letteratura, nella storia il rifugio ultimo della creatura inerme. Delle guerre di religione l'Occidente ha remoto ricordo, quello ormai esecrato delle crociate medievali.

Più avanti, travestiti da guerre di religione, troviamo scontri di potere fra reami e dinastie, razzismi esecrabili, avidità di ricchezza e territorio, ma né i cristiani né gli ebrei possono ammettere che al giorno d'oggi, proprio questo Natale, qualcuno si organizzi per fare più di cento morti in chiese come quella di Santa Teresa a Madalia nel Niger, a 45 chilometri dalla capitale Abuja, e a Jos capoluogo di Plate­au, e nei giorni precedenti un po' in tutto il Paese.
Attacchi analoghi, quasi in tutto il mondo, sono cronaca corrente, quotidiana (Etiopia, Egitto, Indonesia, Turchia, Palestina, Iran, Irak, Kashmir, Algeria, Kenya, Afghanistan...) Insieme con la cronaca nigeriana, ecco quella di una strage afghana a un funerale a Taloqan dove, fra i venti uccisi, l'obiettivo principale era Mutalin Bik, un comandante della polizia anti Talibano, e quindi anti estremismo religioso. Ma la cronaca degli ultimi anni ci conduce sulle tracce di una guerra frontale, contro la quale la Chiesa non osa protestare con determinazione, perché ciò risulta lesivo dei rapporti con l'Islam: quando un micidiale attacco contro i Copti che in Egitto fece decine di morti durante il Natale 2010, il Papa si fece avanti per difendere pacatamente la comunità cristiana, e l'Università di Al Azhar ruppe ogni rapporto col Vaticano definendole «un insulto», mentre i politici le giudicarono un'indebita intromissione.

Le accuse di islamofobia fioccano ogni volta che si osa denunciare la pura cronaca: è la parte propagandistica della guerra che impone il silenzio sulle notizie che impacciano le operazioni. Ma è ormai sotto gli occhi di tutti che una sfida mortale è in atto fra l'Islam estremo e le altre religioni. In Nigeria si chiama Boko Haram, che vuol dire in lingua Hausa «l' educazione occidentale è peccaminosa ».
Ma tanti altri sono i gruppi che vogliono battere cristianità ed ebraismo per istituire il califfato universale di sette secoli or sono, e poi, di nuovo, ai loro occhi, vivo fino alla fine della prima guerra mondiale con l'Impero Ottomano. L'uso della violenza è considerato una indispensabile necessità, la jihad non esita a usarla contro gli infedeli, contro i convertiti, contro le donne che non adottano la sharia, «contro i crociati e gli ebrei».
Questa formula la usò come manifesto politico Osama Bin Laden per la prima volta nel '98 dichiarando loro guerra. Allora sembrò una definizione infantile, mentre le sue profondità hanno afferrato l'anima sia sunnita (cui Bin Laden apparteneva) che Shiita (basta pensare ai continui richiami alla inimicizia intrinseca con l'occidente di Ahmadinejad): essa sparge sangue a fiumi fino ad oggi, non si placherà, non ascolterà né proposte né adulazioni.
Il dettato è radicato nelle scritture e nei discorsi degli imam estremisti, cui si oppongono talora coraggiosi moderati: «I cristiani sono infedeli, nemici di Allah...», «Fai loro la guerra finché non esisterà più l'idolatria e la religione di Allah regnerà suprema», «Allah umilierà i non credenti», «Quando si concluderanno i mesi sacri, uccidi gli idolatri ovunque li troverai. Arrestali, assediali, tendi loro agguati ovunque potrai».
Ci sono parecchi comandamenti assai peggiori, li lasciamo da parte. Essi sono quelli che hanno spinto Laskar Jihad a chiamare «maiali » i diecimila cristiani uccisi in Indonesia fra il 2000 e il 2002, quelli che conducono Hamas a scrivere nel loro statuto che ogni albero e masso chiamerà il credente per uccidere l'ebreo che si nasconde dietro di loro.
È un grande esercito, che ha fatto fuggire dal Medio Oriente quasi tutti i cristiani, che rende un inferno persino il Natale dei cristiani in tutto il mondo, che dichiara guerra.

 

Ovviamente un ruolo chiave ha anche il concetto diffuso del Dio islamico, che ricordiamo è un Dio completamente diverso da quello ebraico e cristiano.

È un Dio guerriero che difende i credenti e li soccorre nelle difficoltà. Il Dio coranico che prescrive anche di combattere e uccidere, non è in nulla equiparabile al Dio che si è fatto uomo del cristianesimo. Si obietta talvolta che anche il Dio dell’Antico Testamento sia altrettanto crudele. Tuttavia l’ebraismo e il cristianesimo non pretendono di mettere in pratica oggi l’esempio divino così come descritto nell’Antico Testamento. L’estremismo islamico, viceversa, nella sua interpretazione letterale del Corano non consente di storicizzare la rivelazione e quindi di abrogare i versetti che richiamano alla violenza. Tanto che i proclami di Al Qaeda così come quelli di movimenti come Hamas, Hezbollah e Fratelli musulmani tracimano di citazioni coraniche che invocano e giustificano il ricorso alla forza.
D’altronde se si parte dal presupposto che l’islam è una religione che non prevede intermediari tra il credente e Allah, quindi non prevede sacerdoti, non ha un’Autorità, ne consegue che viene facilitata l'interpretazione personale delle sacre scritture e la diffusione dell'estremismo islamico.

 

 

La persecuzione dei cristiani nei paesi mussulmani

 

 

Sul FOGLIO del 10/11/2012, a pag.IX dell'inserto, con il titolo "I nuovi martiri", Giulio Meotti analizza la persecuzione delle popolazioni cristiane nei paesi musulmani. Ci sia concesso riaffermare, ancora una volta, il nostro stupore - ma non la nostra sorpresa- nel constatare come notizie di questo genere non abbiano alcun rilievo sui giornali cattolici, nè l'OSSERVATORE ROMANO, nè AVVENIRE sembrano interessati a quanto vi avviene.

 

Immaginate la furia indescrivibile che scoppierebbe nel mondo islamico se un governo cristiano a Khartoum fosse responsabile della morte di centinaia di migliaia di musulmani negli ultimi trent’anni. O se terroristi cristiani lanciassero delle bombe sulle moschee in Iraq. O se ragazze musulmane in Indonesia venissero rapite e decapitate sulla strada per andare a scuola, a causa della loro fede. Questi orrori sono impensabili, ovviamente.

Ma sono capitati al contrario, con i cristiani vittime dell’aggressione islamista”. Una denuncia che non ti aspetteresti da chi ha ricevuto “il massimo onore al quale si possa aspirare nel campo della critica letteraria”, come Thomas Stearns Eliot aveva definito il fatto di figurare fra i collaboratori del Times Literary Supplement, la rivista inglese in cui sono apparsi via via autori del calibro di Henry James, Edmund White, Aldous Huxley e George Orwell. Eppure Rupert Shortt fa parte di questa piccola cupola di eccelsi, in quanto figura fra i managing editor della celebre rivista. Della “Christianophobia” parla il nuovo libro di Shortt uscito per Random House. Si tratta di un viaggio globale dentro alla persecuzione dei cristiani, “una fede sotto attacco”.

 

Un saggio in dieci capitoli che ci porta fra i cristiani del Maghreb, dell’Africa subsahariana e del medio oriente, dove sono perseguitati, muoiono o scompaiono in una lenta emorragia. Vittime appunto della “cristianofobia”. Shortt è andato a Jos, in Nigeria, gigantesco patchwork di religioni che ha preso fuoco da un anno; a Karachi, nel profondo Pakistan; fra le chiese protestanti della “moderata” Indonesia, ma anche nell’Orissa indiano e in Cina, dove la repressione contro il cristianesimo, da feroce che era, negli anni si è fatta più dissimulata (ogni tanto il regime decide che la legge ateistica è ancora in vigore e qualcuno ci rimette la vita, a cominciare dagli anziani sacerdoti, che a decine periscono e languono nelle prigioni di stato).

E poi ancora in Egitto, dove i copti subiscono discriminazioni, minacce e aggressioni collettive e da quando è scoppiata la “primavera araba” sono scesi in trincea; in Siria, dove nella città di Rable, culla del cristianesimo paolino, terroristi hanno appena distrutto il santuario del profeta Elia; in Algeria, dove i cristiani sono costretti a subire discriminazioni continue. La situazione più drammatica è quella dell’Iraq, dove i cristiani sono vittime di estorsioni, rapimenti, torture e omicidi. Le chiese sono incendiate; molti sacerdoti, persino il vescovo caldeo di Mossul, monsignor Paulos Faraj Rahho, sono stati assassinati. Il medio oriente convive con la distruzione di popoli a partire dall’VIII secolo, ha spiegato l’armeno Herman Vahramian, scomparso nel 2009.

 

La rassegnazione allo sterminio di massa è palpabile nella regione con un immaginario collettivo segnato dalle fila di crani umani innalzate dal feroce Tamerlano sul suo impero: “Col soccorso della memoria storica il modus vivendi dei variegati popoli mediorientali di oggi è diventato l’attesa di essere in qualche modo vittima di genocidio”. Eppure il libro di Shortt, che non grida allo “scontro di civiltà” ma spezza la sindrome del silenzio su queste masse di assassinati ed esiliati, si apre su uno scenario ancora tutto da decifrare: un medio oriente senza cristiani. “C’è il rischio altissimo che le chiese scompaiano dalle terre bibliche”, scrive Shortt.

I numeri sono impressionanti, un verdetto. I cristiani erano il 95 per cento della popolazione mediorientale nel Settimo secolo, il venti per cento nel 1945, il sei per cento oggi e si prevede che nel 2020 si dimezzeranno ancora. “Ci saranno ancora dei cristiani in medio oriente nel Terzo millennio?”, si chiedeva il diplomatico francese Jean-Pierre Valognes nel libro “Vie et mort des chrétiens d’Orient”, pubblicato nel 1994.

No, secondo Shortt. Dalla Seconda guerra mondiale a oggi, dieci milioni di cristiani hanno preso la via dell’esilio dal mondo arabo-islamico. “La cristianità in Iraq può essere sradicata durante questa generazione”, ha detto di recente Leonard Leo, a capo della commissione statunitense sulla libertà religiosa. Novecentomila cristiani hanno già lasciato l’Iraq dal 2003, stando a uno studio del Minority Rights Group International. Benjamin Sleiman, arcivescovo di Baghdad, ha predetto “l’estinzione della cristianità dal medio oriente”. E pensare che la tradizione vuole che sia stato l’apostolo Tommaso a portare il cristianesimo in Iraq durante uno dei suoi viaggi verso la Persia nel I secolo. La tanto decantata eterogeneità mediorientale si sta riducendo alla monotonia di una sola religione, l’islam, e a una manciata di idiomi e sparute comunità cristiane.

 

Un rapporto del dipartimento di stato americano conferma l’analisi di Shortt. In Turchia da due milioni di cristiani si è passati agli attuali 85 mila, lo 0,2 per cento della popolazione. In Libano, il paese arabo dove i cristiani maroniti per decenni hanno avuto il comando della nazione, si è passati dal 55 per cento della popolazione al trenta. In Egitto la popolazione cristiana si è sempre attestata sul venti per cento del totale: oggi è scesa sotto il dieci. Erano il diciotto per cento in Giordania, ma oggi sono il due per cento.

In Siria le comunità cristiane rappresentavano un quarto della popolazione ma oggi sono scese al cinque per cento, cifre che si stanno sempre più dimezzando a causa della guerra civile in corso (il patriarca russo Kirill I ha appena evocato niente meno che la Rivoluzione bolscevica del 1917, con le sue sterminate “carcasse di chiese”, per spiegare il futuro del patriarcato di Antiochia). In Iran è in corso “la fase più oscurantista dei rapporti fra cristianesimo e Rivoluzione islamica”, da quando nel 1979 l’ayatollah Khomeini chiese la chiusura delle scuole cattoliche e concesse a tutti i sacerdoti un mese di tempo per lasciare il paese. Considerati “amici dello scià” e “classe sociale d’élite”, i cristiani sono stati arrestati a centinaia e gettati in carcere.

Cristiani, cioè “impuri” perché non musulmani, a proposito dei quali Khomeini (il cui volto campeggia sul frontespizio del Ketob-e Ta’limate Dini, il manuale di religione usato dalle minoranze), metteva in guardia gli iraniani con suggerimenti del tipo “non toccate i loro oggetti” e “non mangiate con loro”. Secondo l’organizzazione non profit americana Open Doors, che ogni anno stila una preziosa World Watch List, il secondo paese classificato come più pericoloso per i cristiani dopo la Corea del nord è proprio l’Iran.

Tanti i pastori assassinati, di cui Shortt rende conto. Il primo fu nel 1979 Arastoo Sayyah, un anglicano a cui fu tagliata la gola. Nel 1980 fu la volta di Bahram Deghani-Tafti, a cui spararono. Hossein Soodman venne ucciso nel 1990, Mehdi Dibaj nel 1994, il pastore Haik Hovsepian venne ucciso e sepolto in una fossa comune con un musulmano convertito al cristianesimo e Mohammad Bagheri Yousefi fu trovato impiccato a un albero nel 1996.

 

Da allora numerosi cristiani sono stati arrestati e condannati a morte per attività legate al proselitismo, ma mai giustiziati. Molte chiese oggi sono state chiuse, decine di giovani iraniani, gran parte convertiti dall’islam, sono stati imprigionati e torturati, così come molti pastori sono finiti sotto stretta sorveglianza. Corea del nord e Laos sono tirannie comuniste e ateistiche in cui l’anticristianesimo è dogma di stato. A Pyongyang, da quando si è instaurato il regime nel 1953, sono scomparsi 300 mila cristiani e adesso si stima che vi siano 70 mila cristiani che soffrono nei terribili campi-prigione a causa della loro fede.

L’Afghanistan è al secondo posto essendo un paese dove non esistono ufficialmente chiese (soltanto cappelle private dentro alle ambasciate). Segue l’Arabia Saudita, custode della Mecca e di Medina, che vieta ufficialmente ogni culto non islamico e di cristiani si parla ufficialmente soltanto nelle ambasciate. “Si tratta di un genocidio in corso che meriterebbe un allarme globale”, aveva scritto di recente sulla copertina di Newsweek Ayaan Hirsi Ali. Negli ultimi dieci anni la guerra di religione ha fatto duemila morti soltanto nello stato nigeriano del Plateau, tredicimila in tutta la Nigeria. “Cifre ottimistiche”, dicono le organizzazioni umanitarie che parlano di eccidi ben peggiori. L’obiettivo delle stragi è cambiare la geografia religiosa del continente africano. Dal 2001 nello stato di Kano sono morte più di 10 mila persone, quasi tutte cristiane.

Trecento chiese e proprietà sono andate distrutte. Gli sfollati non si contano. Dal 2009 a ora almeno cinquanta chiese sono state distrutte e dieci pastori sono stati uccisi dalla Boko Haram. In Pakistan Asia Bibi, in carcere da due anni con una condanna a morte, è il simbolo più noto della guerra ai cristiani, strangolati nel grande paese asiatico di retaggio britannico sotto il tallone della legge sulla blasfemia. Molti cadono crivellati dai proiettili dei terroristi, come l’unico ministro cristiano, Shahbaz Bhatti (“questa è la fine del bestemmiatore”, recita il volantino rinvenuto sul suo corpo). Un assassinio, racconta Shortt, preceduto da quello del governatore del Punjab, il musulmano liberale Salmaan Taseer, ucciso da una delle sue guardie del corpo per essersi espresso anche lui contro la legge sulla blasfemia.

 

La cronaca nera di questa strage è lunghissima Il 18 novembre 1998 nove cattolici vengono sgozzati a Noushera. Nel novembre 2001 quindici fedeli uccisi nella chiesa di San Domenico a Bahawalpur. L’immagine di quei corpi avvolti in sudari bianchi fece il giro del mondo. Il 9 agosto 2002, tre infermiere sono massacrate nella chiesa dell’ospedale cristiano di Islamabad. Il 25 settembre 2002, sette dipendenti di una organizzazione di carità di Karachi sono rapiti, legati, imbavagliati e uccisi con un colpo di pistola alla nuca.

Nella notte di Natale del 2002, tre ragazze sono maciullate all’interno della chiesa protestante di Chuyyanwali e il 5 luglio 2003 un sacerdote cattolico viene assassinato nella parrocchia di Okara. Fra le molte persone uccise a causa di questa legge c’è un altro Bhatti, il giudice islamico Arif Iqbal Bhatti, che avendo prosciolto due cristiani falsamente accusati di blasfemia venne assassinato da fanatici islamici nel 1996. I due cristiani vennero bruciati vivi davanti all’Alta corte di Lahore dove affrontavano il processo per blasfemia. Naimat Ahmer, insegnante, poeta e scrittore, è stato ucciso sempre con l’accusa di blasfemia. Nel Sudan la cristianofobia assume forme molto diverse.

 

Da decenni il governo autoritario dei musulmani sunniti nel nord tormenta le minoranze cristiane e animiste che vivono nel sud. Quella che è spesso stata definita una “guerra civile” altro non era in realtà che il tentativo del governo sudanese di annientare le minoranze religiose. La persecuzione è culminata nel genocidio del Darfur, che ha avuto inizio nel 2003. Nel Kordofan meridionale, i cristiani subiscono tuttora bombardamenti aerei, omicidi mirati, il rapimento dei loro bambini e altre atrocità. Da essere il venti per cento nei Territori palestinesi, con epicentri Betlemme e Qalkilya, oggi i cristiani sono appena lo 0,8 per cento del totale.

 Con l’avvento dell’Autorità nazionale palestinese nel 1994 si è registrata la fuga di tre quarti dei cristiani. “Le sempre più piccole comunità cristiane che vivono nei territori di Cisgiordania e Gaza sono probabilmente destinate a dileguarsi del tutto nei prossimi quindici anni a causa di crescenti angherie e sopraffazioni da parte musulmana”, ha scritto Justus Reid Weiner, avvocato specializzato in diritti umani al Jerusalem Center for Public Affairs. I cristiani stanno scomparendo vittime di matrimoni forzati, conversioni, percosse, furti di terreni, bombe incendiarie, boicottaggio commerciale, torture, rapimenti, molestie ed estorsioni. L’ultima vittima è stata la chiesa Battista di Betlemme, che l’Autorità palestinese ha appena dichiarato “illegittima”, dal momento che il suo messaggio di riconciliazione che viene dagli Stati Uniti sfida la propaganda d’odio.

 

In Turchia la persecuzione anticristiana, che c’è sempre stata, ha assunto oggi il volto di una sistematica intolleranza, con la mancanza di seminari, il divieto per gli stranieri di diventare sacerdoti e la discriminazione spicciola che rende difficile trovare un lavoro, una casa, ottenere un documento. Come ha spiegato Joseph Alichoran, uno dei maggiori specialisti di storia dei cristiani d’oriente, “la maggior parte dei cristiani di Turchia ha subito un genocidio tra il 1896 e il 1923, e tra quelli che non sono morti la maggioranza ha scelto l’esilio piuttosto che restare in un paese negazionista”. I cristiani turchi sono dei “sopravvissuti”. Ne è un simbolo la borgata di Idil, un tempo completamente cristiana, oggi ridotta a una città fantasma.

L’esilio, l’alienazione e l’estraneità di questi cristiani d’oriente, pegno della più antica memoria cristiana del mondo, è rappresentato dal funerale dei tre cristiani assassinati a Malatya, in Turchia, un tedesco e due turchi, legati, incaprettati e sgozzati dagli islamisti nel 2007 soltanto perché stampavano delle Bibbie. Il funerale si è svolto nella chiesa Battista di Buca, nell’indifferenza totale della popolazione.

I musulmani presenti erano solo i giornalisti e i delegati del sindaco. Dopo due ore di rito, i feretri sono stati trasportati al cimitero di Karalabas, inumati fra canti e sermoni all’ombra di due cipressi. Al posto della lapide un grande cuore rosso di metallo con sopra dipinte le parole “Yamasak Mesihtir Ölmekse Kazanç”, tratte da san Paolo: “Per me vivere è Cristo, e morire un guadagno”. Triste epitaffio alle ultime comunità che parlano la lingua di Gesù.

 

È inutile poi citare cosa ha fatto l'ISIS in nome dell'Islam in Iraq: migliaia di cristiani barbaramente uccisi solo per essere tali, centinaia di chiese dissacrate o distrutte, morte a chi non si convertiva, divieto di fornire cibo ai cristiani fino alla loro espulsione, ecc.ecc.

 

 

 

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