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La cultura della menzogna contro Israele nel mondo arabo

 

 

Premessa: tratto da Qui 

 

Il problema dell’affidabilità dei mass media arabi è noto, soprattutto quando si tratta di paesi totalitari con un regime accentratore, in cui i mezzi radiotelevisivi e la stampa sono obbligati a rappresentare la linea ufficiale del governo e a non mettere in imbarazzo il capo dello Stato. In paesi come Siria, Egitto, Giordania e Libia, giornali e media elettronici hanno una missione permanente: costruire al sovrano unico la legittimità di governare e del suo modo di gestire il paese. I media celebrano le sue decisioni e azioni, nascondendo errori e fallimenti.

Basti come esempio la bugia progettata (e poi smascherata) dal presidente egiziano Gamal Abd El Nasser e del re di Giordania Hussein (il padre dell’attuale re Abdallah, n.d.t) durante la Guerra dei Sei Giorni, nel 1967, dopo che avevano scoperto che le loro forze aeree erano state eliminate dall’aviazione israeliana, quando ancora si trovavano sulle piste.

Per la vergogna, i due leader avevano stabilito di pubblicare la notizia che i loro aerei non erano stati distrutti dall’aviazione israeliana, ma da quella della Sesta flotta americana. La conversazione durante la quale essi avevano concertato questa frottola era stata intercettata dall’intelligence israeliano ed era stata trasmessa da “Kol Israel” (Radio Israele, n.d.t.) che rivelò pubblicamente la menzogna. Inutile sottolineare la doppia brutta figura derivata ai due governanti: quella dell’eliminazione delle loro forze aeree e quella per la scoperta della loro bugia.

Sempre durante la Guerra dei Sei Giorni, la stazione radiofonica “Kol ha-raam mi-Kair” (emittente di propaganda egiziana in lingua ebraica, n.d.t.) trasmetteva notizie sensazionali (false) di questo tenore: “Su tutti i fronti le nostre forze riportano vittorie sul nemico sionista”. Queste ridicole dichiarazioni venivano diramate proprio mentre le truppe egiziane fuggivano a piedi nudi dal deserto del Sinai, mentre l’esercito giordano veniva respinto dalla Giudea e dalla Samaria (West Bank) e quello siriano subiva una disfatta sulle alture del Golan, da dove per anni aveva sparato sui kibbuz e sulle comunità israeliani nelle valli del Giordano e attorno al lago di Tiberiade.

La Siria ha firmato il trattato per impedire la proliferazione di armi nucleari: questa impegno le impone di riferire all’Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica tutte le sue attività nucleari. Ebbene: secondo fonti straniere, nella notte del 6 settembre del 2007 Israele ha bombardato in Siria un impianto e tutto indica che si trattava di un reattore nucleare di progettazione della Corea del Nord e di cui l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica non conosceva l’esistenza. Dopo il bombardamento il governo siriano ha rimosso tutti i detriti e ha ripulito il suolo circostante.

Il presidente Bashar Assad ha dichiarato in un’intervista che quello in questione era una edificio militare in disuso, ma una delegazione di controllo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica che ha visitato il sito ha scoperto residui di materiale radioattivo, che la Siria non avrebbe dovuto possedere, senza segnalarlo all’Agenzia. In questi giorni l’Agenzia ha intimato al governo siriano di trasferire il dossier sul nucleare al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, come ha già fatto con l’Iran, dopo che era stato appurato che anch’esso svolgeva attività nucleari vietate.

La bugia più grande di tutte, però, riguarda l’esistenza di un popolo palestinese, alla quale il mondo ha voluto credere senza esitazione. Questo popolo non è menzionato in nessun libro o giornale pubblicato prima del 1920; la Terra d’Israele era parte di una vasta area denominata "Al-Sham" (termine che significa “La grande Siria”, n.d.t.), che comprende il territorio oggi occupato da Libano, Siria, Giordania e Israele.

Gli abitanti della regione erano tutti "Shami" e in essa vagavano senza limiti. Parte di essi risiedevano in poche città e in piccoli villaggi rurali, ma non sono mai stati definiti “popolo palestinese", esattamente come i loro fratelli del Nord non venivano identificati come "popolo siriano" e "popolo libanese", né quelli ad Oriente del fiume Giordano come "popolo giordano." Soltanto la fondazione degli stati nel corso del XX secolo ha creato questi "popoli”, la cui identità nazionale ancor oggi è meno sentita rispetto alla tradizionale fedeltà al clan, alla tribù o all’appartenenza etnica, mentre l’immagine dello stato moderno ai loro occhi appare debole.

Quando gli arabi che abitavano in Terra d’Israele hanno compreso che gli ebrei, basandosi sulla loro storia, erano ritornati nell’antica patria, hanno sviluppato un racconto storico secondo il quale essi sono i discendenti dei Filistei, figli dei Gebusei, e quindi sono "palestinesi" e hanno diritto di precedenza sulla terra e su Gerusalemme, prima ancora degli ebrei.

Il fatto che tutti i libri di storia araba, nonché mondiale, documentino che le tribù arabe hanno invaso la Terra d’Israele soltanto nel VII secolo d.C., nell’ambito delle conquiste islamiche, non insinua il dubbio circa l’esistenza storica del "popolo palestinese" quale il mondo è ormai abituato a considerare. Il mondo intero ignora abitualmente anche il fatto che molti palestinesi portano nomi che testimoniano il loro paese d’origine come: AlMasri (l’Egiziano, in quanto Masar significa Egitto, n.d.t.), AlAraqi (proveniente dall’Iraq, n.d.t.), AlKhorani (da Khoran, regione della Siria meridionale), ecc.

Inoltre, il dialetto saudita più comunemente parlato dai beduini nel Negev, nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, indica la loro recente provenienza e gli abitanti del villaggio di Jiser Alzarka, tra Hadera e Haifa, sono sudanesi arrivati qui nel XX secolo.

Anche una mezza verità è considerata una sorta di bugia. I media arabi danno informazioni lacunose e tendenziose su quanto sta accadendo tra Israele e i suoi vicini e il fatto si ripete soprattutto quando è in corso un conflitto armato. Durante l’operazione "Piombo fuso", l’informazione araba - anche quella relativamente “libera” come Al Jazeera – ha descritto nei dettagli ciò che stava accadendo a Gaza, nascondendo però deliberatamente ciò che i kibbuz e le città israeliani vicini a Gaza avevano subito negli otto anni precedenti l’operazione. Ciò ha creato l’impressione che Israele, un bel mattino, si fosse svegliato e avesse deciso all’improvviso di andare in guerra contro i pacifici abitanti di Gaza. E questa è proprio la conseguenza che i paesi arabi hanno tratto.


Anche la scorsa settimana, la radio BBC in arabo - stazione araba a tutti gli effetti, finanziata e guidata dal gruppo dei media governativi britannici – ha riferito di un attacco dell’aviazione militare israeliana contro tunnel di Hamas per il contrabbando e delle vittime del bombardamento. Ciò senza spiegare che si è trattato di una reazione israeliana ad alcuni missili Grad e a colpi di mortaio - alcuni contenevano proiettili al fosforo - lanciati da Gaza verso alcuni impianti delle città israeliane di Ashkelon e Ashdod. Queste omissioni dei media arabi non sono casuali e ad esse si aggiungono i pregiudizi anti israeliani che dominano l’informazione occidentale, anche se non sono equiparabili ai livelli di spudorata menzogna diffusi dai mezzi d’informazione arabi.


Va ricordata anche la malafede dell’agenzia Reuters, smascherata durante la seconda guerra del Libano, che in un suo servizio fotografico ha mostrato Beirut sotto i bombardamenti delle forze aeree israeliane: peccato che le colonne di fumo fossero state moltiplicate grazie ai miracoli di Photoshop. In questa stessa guerra, Hezbollah ha manipolato le informazioni in uscita dal Libano attraverso il divieto assoluto di riprendere i suoi combattenti e di distribuire eventuali foto scattate. Lo scopo di ciò era dare l’impressione che Israele stesse combattendo contro civili inermi e non contro guerriglieri armati.


Un altro episodio che ha fatto scalpore è stato quando, durante la stessa guerra, Israele ha attaccato la casa di un attivista di Hezbollah a Kfar Kana, distruggendola parzialmente. (Non si tratta della cittadina di Kfar Kana, famosa per il miracolo di Gesù, che si trova in territorio israeliano, ma di un villaggio arabo sciita nel sud del Libano, n.d.t.). Durante quell’attacco alcuni bambini sono rimasti uccisi sotto l’edificio e i fotografi hanno ripreso le immagini dei cadaveri sotto le macerie da diverse angolazioni, per dare l’idea che erano state uccise decine di bambini.
Hamas ha migliorato la sua tecnica della “moltiplicazione” proprio durante l’operazione “Piombo Fuso”, fotografando le sue vittime in più occasioni e in diversi luoghi: dove erano state colpite, durante il recupero delle salme, all’ingresso e anche all’uscita dall’ospedale. I combattenti uccisi sono stati poi immortalati dalle fotocamere, per l’ennesima volta, durante i funerali, così Hamas è riuscito a convincere il mondo che nell’operazione ci sono stati circa 1400 morti, mentre il numero corretto ammonta a circa un terzo.
Una caso analogo si è verificato nel 2002, durante l’operazione “Scudo Difensivo”, quando nel campo profughi di Jenin sono state uccise circa 50 persone, per la maggior parte combattenti, mentre i portavoce palestinesi hanno parlato di circa 500 morti, cioè, dieci volte in più. Ovviamente il mondo ha accettato la versione palestinese, senza esitare e senza controllare.

 

Infine, c'è la disinformazione operata dai media nei confronti di Israele, dato che oramai per partito preso e quasi per seguire una "moda" conformistica si raccontano sempre il punto di vista dei nemici di Israele, si evita di prendere in considerazioni cose che possano favorire in qualche modo la nazione israeliana, e così via. Facciamo qualche esempio.

Perché la stragrande maggioranza dei giornalisti che si occupano di medio oriente continua a raccontare al mondo intero la favole del David palestinese che combatte a colpi di fionda il Golia israeliano “dimenticandosi” dei Kassam che dalla striscia di Gaza colpiscono da otto anni il sud Israele?

Perché si continua a raccontare dei terroristi kamikaze che si fanno esplodere in mezzo alla gente solo quando ci scappa il morto evitando di metterci al corrente di tutte quelle volte, e sono tante, che gli attentati non vanno a “buon fine”?

Perché si evita di riferire delle sassaiole che scoppiano improvvisamente dalla spianata delle moschee ai danni dei fedeli Ebrei che pregano al muro del pianto che, per chi non lo sapesse è posizionato più in basso per cui è anche più facile da colpire?

Perché quasi tutti i giornalisti non vogliono parlare al loro pubblico della guerra di attrito e di tutte le provocazioni in atto da anni per far in modo, con la complicità di molti islamicamente corretti, di mettere sempre alla berlina Israele?

 

È inutile poi citare tutti i testi arabi, anche quelli scolastici, che sia in arabo che in inglese riportano assurdità di ogni tipo, ovviamente contro gli ebrei. Qui qualche esempio: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=47498

Si tratta dunque di prodotti da esportazione, che mirano a dare un'immagine buona dell'Islam e cattiva degli ebrei nei termini di un contesto sociale multiculturale e politically correct come gli Usa. Si tratta però di testi che parlano da sé. Trascuro di sottolineare i tratti grotteschi, come  Salomone che costruisce una moschea mille e cinquecento anni prima di Maometto. Quel che conta è l'odio.

Rivolti a bambini, queste narrazioni sono i mattoni di un'educazione all'odio che nel mondo islamico è ancora molto più esplicita e razzista, come sappiamo dalle trasmissioni televisive e dagli altri materiali tradotti da PMW, che spesso vi ho riportato. Non c'è mai stato nella storia, credo, un tale sforzo pedagogico diretto all'odio e alla distruzione.
Ancor più dei pericoli attuali, questa è la bomba a tempo che incombe su Israele: una generazione intera di un buon quarto dell'umanità in cui Israele e gli ebrei sono il male personificato.

 

Come spiegato qui adesso è ufficiale: i libri di testo delle scuole palestinesi, delle elementari alle Università, «tendono ad avvalorare tesi razziste e pregiudizi negativi contro Israele e il popolo ebraico». A metterlo nero subianco, uno studio commissionato dall’Unesco a tre ricercatori, che per alcuni anni hanno letto e riletto i manuali in uso nelle scuole dell’Autorità Nazionale Palestinese e in quelle controllate da Hamas a Gaza.

I tre esperti, il professore Sami Adwan, docente palestinese dell’Università di Betlemme, Daniel Bar-Tal, dell’Università di Tel Aviv, e il professore Bruce Wexler, dell’Università americana di Yale, hanno presentato il risultato del loro lavoro, in una conferenza stampa a New York, evidenziando come «gravi manipolazioni, omissioni storiche e una falsa rappresentazione degli eventi politici, tendano a rappresentare il popolo israeliano come nemico dei palestinesi, ed esaltino al contempo, le gesta del popolo palestinese come vittima di gravi ingiustizie e soprusi».

 

Gli studiosi rincarano la dose affermando come «perfino eventi storici poco significativi, vengono presentati in modo assolutamente selettivo e artificioso, al fine di avvalorare l’idea di una comunità e di un popolo in lotta contro l’ingiustizia». Non mancano poi «delle descrizioni artificiose che tendono a disumanizzare gli israeliani... libri che spesso non parlano né della religione, né della cultura, né dell’economia o delle attività quotidiane e perfino della semplice esistenza degli israeliani. L’assenza di questo tipo di informazioni serve a sminuire la presenza legittima dell’altro».

 

Il rapporto dimostra che «la rappresentazione negativa dell’altra comunità, e l’assenza di qualsiasi informazione che la riguardi, sono estremamente marcate nei libri in uso nelle scuole palestinesi, mentre si ravvisano casi meno eclatanti e più sporadici nelle scuole ultraortodosse ebraiche». I tre professori, hanno insistito sulla scientificità di un lavoro che ha analizzato anche i libri in uso nelle scuole israeliane: hanno studiato per tre anni 640 manuali (492 israeliani, e 148 palestinesi): «il 58% dei libri palestinesi non menzionano l’esistenza di frontiere tra i due Stati (la “linea verde”, che dal 1949 divide Israele dalla Cisgiordania), arrivando perfino a bollare come una leggenda l’esistenza e la legittimità storica dello Stato d’Israele».

 

Secondo l’81% dei libri in uso nelle scuole secondarie palestinesi, «gli israeliani sono “IL NEMICO”, e l’87% dei libri definisce come negativi o molto negativi, gli atti compiuti dagli israeliani». Il rapporto dei tre studiosi avvalora lad enuncia da parte israeliana secondo cui i testi scolastici palestinesi continuano a essere in stridente contraddizione con lo spirito del processo di pace avviato nel 1993. Il movimento islamista Hamas ha ulteriormente aggravato la situazione: nelle scuole primarie «circolano libri che paragonano gli ebrei a serpi assassine e la lotta armata in nome della Palestina viene invece celebrata con toni trionfalistici».

In questi testi «è perfino scomparso il nome di Israele, né si fa cenno alla presenza ebraica nell’antica terra d’Israele/Palestina. Nella striscia di Gaza, le scuole distribuiscono materiale didattico in cui il processo di pace viene a malapena citato ». Viene poi introdotto il concetto di “ri - bat”, che letteralmente indica l’occupare posizioni strategiche contro i nemici dell’Islam: un concetto che esalta la lotta religiosa contro Israele, ed è propedeutico alla regola del jihad, cioè della guerra santa contro l’infedele.

 

 

 

 

 L'islam manipola e riscrive la storia, ecco il motivo profondo dell'odio per Israele


Premessa: tratto da Qui 

Abramo non era ebreo, è il primo musulmano” (Corano). “Abramo ha costruito la Kaaba alla Mecca” (Corano).
“I cananei non erano fenici, erano arabi” (Regno Saudita).
“Sulla Spianata non è mai esistito il Tempio di Gerusalemme” (Saeb Erekat, Olp).
“Il Rotary club e i Lions hanno scatenato le due guerre mondiali” (Hamas).
“L’America è stata scoperta nel XII secolo dai musulmani” (Recep Tayyip Erdogan, presidente turco).

Queste perle rappresentano solo alcuni esempi di un revisionismo storico islamico pervasivo che si inventa una meta-storia. Una storia sfacciatamente a proprio uso e consumo. Una visione del cammino dell’umanità plasmata sulla lettura formale del Corano a cui i dati di fatto, quelli veri, devono piegarsi, distorcendo e ribaltando gli avvenimenti reali.

Se non si parte da questa distorsione, poco o nulla si comprende del conflitto israelo-palestinese. Inclusa l’ennesima crisi che ha al centro oggi quella Spianata delle Moschee che è il baricentro dell’intera Rivelazione coranica, quindi, della negazione di ogni legittimità storica dello stato ebraico.

La convinzione che quel conflitto abbia come posta “la terra” (come indubbiamente è, ma in subordine) deriva dall’ignoranza di questa meta-storia islamica. “Il Tempio? Ma io non vedo nessun Tempio!”: così nel 2000 Saeb Erekat, negoziatore palestinese degli accordi falliti di Camp David e Taba, rispondeva ironico e sfottente a Ehud Barak che pure era pronto a riconoscere a Yasser Arafat la spartizione di Gerusalemme, capitale dei due stati. Ed è proprio qui, in questa storia distorta che ispira Saeb Erekat, una storia che nega l’ebraicità intrinseca di Israele, la ragione vera, insuperabile, della non soluzione del conflitto. Unica questione nazionale del Novecento non risolta.

Chi scrive che oggi con l’assassinio dei quattro rabbini della sinagoga Kehilat Yaakov, il conflitto “rischia di diventare guerra tra religioni”, non sa, perché non vuole sapere, che i primi, terribili, fatti di sangue tra sionisti e palestinesi iniziarono con una guerra di religione nel 1929, proprio a causa del Tempio. Prova provata della centralità della leva religiosa, ben più che di quella nazionalista, in tutte le rivolte palestinesi.

Fulcro del “rifiuto arabo di Israele”. Nel 1929, il Gran Mufti di Gerusalemme Haji al Hussein – futuro alleato di Adolf Hitler – prese a pretesto l’incauta decisione degli chassidim ebrei, non avallata dai sionisti, di costruire un muretto esile che dividesse le donne dagli uomini davanti al Muro, per scatenare una campagna mondiale contro la profanazione ebraica della Spianata delle Moschee. In particolare della moschea della Roccia, al cui centro vi è il masso su cui Abramo sarebbe stato pronto al sacrificio di Isacco e da cui Maometto si sarebbe involato sul cavallo alato al Buraq per la sua ascensione nell’iperuranio.

Il pretesto era specioso, perché l’inopportuno muretto nulla aveva a che fare con la Spianata, era perpendicolare al Muro, alla base della collina. Ma ebbe uno straordinario e sanguinoso successo: il Gran Mufti denunciò la profanazione ebraica, chiamò i fedeli al jihad contro i giudei, organizzò tre squadre di un migliaio di uomini armati che razziarono gli ebrei di Gerusalemme. Pogrom anche a Giaffa, Tel Aviv, Gaza, Lydda e Motza. In pochi giorni i seguaci del leader palestinese massacrarono 133 ebrei e ne ferirono 339. Vittime di una guerra di religione.

Sull’onda del successo di quel massacro e dell’indignazione che quell’inesistente sfregio ebraico alla Spianata provocò in tutto il mondo islamico, il Gran Mufti lanciò una campagna diretta alla umma islamica denunciando la volontà degli ebrei di distruggere la Spianata delle Moschee e diffuse nelle moschee di tutto il mondo fotomontaggi in cui fiamme voraci divoravano la moschea della Roccia.

Nel dicembre del 1931 organizzò un Congresso islamico mondiale, presieduto da Muhammad Iqbal, famoso poeta pachistano (grande ammiratore del nazifascismo), i cui 139 delegati condannarono formalmente il sionismo come antislamico (dunque una formale apertura della guerra di religione), proclamarono che non solo la Spianata delle Moschee, ma anche il Muro del Pianto che la sorregge, sono luoghi santi dell’islam, negando in maniera decisa il suo carattere sacro per gli ebrei e attribuirono al Graln Mufti la leadership islamica mondiale. A quella fatwa si riferisce ancora oggi Saeb Erekat quando nega l’esistenza passata del Tempio a ridosso del Muro.

Da allora, infiniti sono stati gli episodi di sangue originati dalla negazione islamica dell’esistenza del Tempio ebraico e quindi della sacralità del Muro. Tra il 1948 e il 1967, quando il Muro e la Spianata erano sotto sovranità della Giordania, fu impedito agli ebrei di recarsi davanti al Muro a pregare.

Incidenti feroci si ebbero quando, dopo il 1967, iniziarono gli scavi archeologici che sono poi culminati nello scavo di quella fantastica galleria che fiancheggia le fondamenta del Muro costruite da Erode il Grande. Nel 2000, la passeggiata di Ariel Sharon sulla Spianata, regolarmente autorizzata sia dalla Custodia giordana sia dall’Autorità nazionale palestinese, fu presa a pretesto per il lancio della Seconda Intifada.

Due anni fa, nel marzo del 2012, Yousef Adeis, capo dei Tribunali islamici nei Territori ha lanciato l’ennesimo allarme fasullo: “La moschea di al Aqsa (denominazione araba della Spianata) è in estremo pericolo per la guerra che il governo di occupazione sionista e i coloni intendono condurre distruggendola per costruire un tempio al suo posto. Recentemente in molte riunioni segrete membri dell’esercito, rabbini e gruppi di coloni hanno discusso vari piani per demolire le moschee della Spianata. Uno consiste nel provocare un terremoto artificiale con delle mine piazzate negli scavi archeologici blasfemi effettuati”.

Non è dunque né una novità né un caso, che il tentativo di lanciare una Terza Intifada, con una nuova, massiccia ondata terroristica, come chiede Marwan Barghouti, leader delle Brigate dei martiri di al Aqsa, di al Fatah, abbia al centro la Spianata, terzo luogo santo dell’islam con la Mecca e la Medina. Né deve stupire la negazione palestinese e islamica della palese evidenza storica della millenaria presenza ebraica in Gerusalemme, incentrata prima sul Tempio, poi sul Muro. Il Corano è innervato dalla denuncia delle falsità e menzogne degli ebrei.

Soprattutto nelle sure Medinensi, dettate dal Profeta negli anni della guerra con gli idolatri della Medina e dello scontro sanguinoso con le tribù ebraiche della Medina stessa. La struttura di queste numerosissime sure si incentra tutta sul tradimento da parte ebraica della fede in Dio, con conseguente uccisione dei suoi Profeti e irrisione della sua Legge (per la quale gli ebrei trasgressori “furono trasformati in scimmie e porci”). Qui ha le sue radici il revisionismo storico islamico, del tutto svincolato dalla realtà dei fatti.

Lo schema coranico è semplice: l’islam è la continuazione lineare della vicenda biblica iniziata, appunto, con il primo “musulmano” – hanif – Abramo, disattesa e tradita con disonore prima dagli ebrei e poi dai cristiani. In questo contesto, la legittimità della continuità profetica viene a Maometto, che vive a centinaia di miglia da Gerusalemme, proprio dal racconto del suo viaggio mistico. L’arcangelo Gabriele lo trasporta sulla Roccia della Spianata. La Roccia di Gerusalemme diventa dunque il luogo da cui Dio sceglie di farlo ascendere, vivente, nell’iperuranio.

Simbolo concreto del suo essere il “sigillo della Profezia”. Da qui, solo da qui, viene il carattere sacro per l’islam di Gerusalemme, che i primi fedeli del Profeta mai avevano neanche visto. Con questo passaggio Maometto fa sua Gerusalemme, così come fa sua, reinterpretandola, tutta la tradizione islamica (e parte di quella cristiana).

Il dramma è che per la quasi totalità dell’islam contemporaneo, il rifiuto della modernità si incarna nella proibizione di ogni interpretazione, esegesi, del testo coranico. Chi propone di applicare la ragione alla fede viola il dogma del Corano Increato, che vuole il Libro incarnazione sacra della parola di Dio, preesistente ad Adamo ed estesa nell’infinità del tempo dopo il Giudizio ultimo. Chi la propone, chi separa le sure Meccane, intrise di Rivelazione (dense di afflato unitario con ebrei e cristiani) da quelle Medinensi, dettate nel vivo di un jihad sanguinario con gli abitanti della Mecca e del conflitto aperto con gli ebrei della Medina che vale loro l’esilio e poi la strage, è apostata. Il grande teologo sudanese Mohammed Taha viene impiccato su mandato di al Azhar nel 1985 per questa “colpa”.

Ecco allora che nella visione del mondo islamica si restringe, sino a estinguersi, lo spazio per la storia, per la narrazione strutturata dalla ragione e basata sui dati reali. Storia e storiografia infatti non esistono nel contesto musulmano, che conosce al massimo delle cronache. Solo Ibn Khaldoun, vissuto nel XIV secolo elabora una teoria storiografica, ma è un fenomeno isolato.

La Sira, la Storia con la esse maiuscola, per l’islam è solo quella che ricostruisce gli avvenimenti della vita di Maometto. E non si basa – il dato è essenziale – su documenti scritti, al di là del Corano, ma sulla attendibilità della “catena di trasmissione” orale dei fatti e dei detti del Profeta. Detti che nei secoli successivi vengono raccolti negli Hadith che fanno parte integrante della Rivelazione. Incluso quello che dice: “Il giorno del Giudizio non verrà fino a quando l’ultimo ebreo non verrà ucciso…”, baricentro programmatico dello Statuto di Hamas.

La veridicità dei fatti affidata solo alla tradizione orale per quanto riguarda il Profeta non solo diventa il metodo storiografico principe nell’islam, ma si irradia poi su tutto quanto riguarda gli avvenimenti del passato, negando interesse per la documentazione scritta. Si inficia così dalle fondamenta qualsiasi ricerca di storia reale. Il tutto, accompagnato dalla pena di morte comminata in tutto il mondo musulmano a chi stampi un libro. Una follia che mutila il mondo islamico di libri stampati, di fatto sino al Novecento, causa determinante dei tanti mali dell’islam contemporaneo. Né la formidabile spinta alla ricostruzione storica data da Napoleone con la Déscription de l’Egypte, opera delle decine di scienziati portati al suo seguito, riesce a innescare in un mondo culturale arabo sclerotico un minimo interesse per lo studio scientifico della propria storia.

Una semina nel deserto. Caduta l’unitarietà della vicenda musulmana, con la fine del Califfato decretata da Kemal Atatürk nel 1924, a fronte del drammatico problema di una umma sottoposta per molti decenni a venire al dominio politico dell’occidente cristiano, la meta-storia coranica diventa l’asse portante della legittimità delle rivendicazioni politiche e nazionali.

Sempre svincolata dai dati di fatto reali, sempre priva di strumenti scientifici storiografici, ignorati dalla tradizione delle università coraniche e delle madrasse. Ecco allora che i “Protocolli dei Savi di Sion”, dopo la Nachba, la sconfitta di tutti gli eserciti arabi a opera dei sionisti nel 1948, vengono assunti a paradigma, assurgono al ruolo di chiave per spiegare gli eventi. Diventano e sono tutt’oggi un bestseller nel mondo arabo (la traduzione più diffusa in Egitto è opera del fratello di Nasser, Shawqi).

Tutto lo Statuto di Hamas è dichiaratamente plasmato sui “Protocolli”, che costituiscono l’asse portante della “cultura politica”, per così dire, della sua leadership e dei suoi quadri dirigenti. Il “complotto ebraico” che determina gli avvenimenti mondiali (guerre e rivoluzioni in primis) è perfettamente aderente alla definizione coranica degli ebrei che tradiscono il Libro e la Legge.

Il tutto dentro una tradizione islamica che addebita agli ebrei sia la morte del Profeta (l’ebrea apostata Zaynab, figlia di Harish, che avrebbe dato a Maometto un boccone di agnello avvelenato) sia tutte le scissioni religiose, a partire da quella tra sunniti e sciiti provocata dall’ebreo falsamente convertito Abdullah Ibn Saba, che avrebbe spinto Ali, genero del Profeta, a uccidere il califfo Uthman e a credersi di ascendenza divina, dando inizio allo scisma. Ovviamente Abdullah Ibn Saba non è neanche mai esistito.

In epoca recente, il memorandum del ministero degli Affari esteri del regno Saudita, che spiega il proprio rifiuto a firmare la Dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’Onu, così motiva il diritto arabo esclusivo alla terra di Palestina: “Il popolo palestinese è stato privato dei propri diritti fondamentali nella sua patria storica, dove era vissuto sin dall’epoca degli arabi cananei, migliaia di anni fa, e ben prima della nascita di Israele. Quest’ultimo si era rifugiato in Egitto con i suoi dodici figli, che là si moltiplicarono con il passare dei secoli. Un giorno, i loro discendenti decisero di liberarsi della schiavitù faraonica e fuggirono verso la Palestina che invasero e devastarono, allo scopo di fondare una patria, e fecero ciò aggredendo una popolazione araba che possedeva il diritto esclusivo di sovranità su quella terra, sua patria storica”.

Dopo un fantasioso riassunto degli avvenimenti successivi (inclusa una inesistente distruzione del Tempio ad opera di Alessandro Magno), il memorandum afferma: “Quando gli arabi musulmani giunsero nel VII secolo a liberare la Palestina dai Bizantini, non trovarono alcun ebreo in quel paese”.

Il fatto è che i cananei sono una popolazione fenicia originaria di Creta, non hanno nulla a che spartire con gli arabi, le cui piccole tribù beduine più settentrionali arrivavano solo al Sinai. Inoltre nel 637, al momento della conquista araboislamica, vi erano così tanti ebrei a Gerusalemme che pochi decenni prima nel 614 si erano ribellati con successo all’imperatore bizantino Eraclio, riuscendo a imporre per 15 anni, sino al 629, un regno ebraico autonomo.

Nel contesto arabo-islamico, in cui a tutt’oggi non esistono istituti universitari di Storia a un livello minimo di decenza (lo afferma l’insospettabile Edward Said), la storia è un’opinione vaga, piegata con violenza al proprio tornaconto politico. Ultimo, risibile esempio di queste farneticazioni storiche viene da Recep Tayyip Erdogan, presidente turco, al primo Summit dei leader musulmani dell’America latina, svoltosi a Istanbul: “Marinai musulmani arrivarono in America nel 1178.

Nei suoi diari, Cristoforo Colombo ha fatto riferimento alla presenza di una moschea sulla cima di una montagna a Cuba, quindi la religione islamica era diffusa già prima dell’arrivo degli europei nel 1492”. Esempio da manuale della strampalata metodologia storica di un leader musulmano, questa affermazione si basa sulla risibile opera “storica” del 1996 di Youssef Mroueh, della “As-Sunnah Fundation of America”, che interpreta come reale, e non solo metaforica, una notazione di Colombo circa la forma di un rilievo simile a una moschea nei pressi di Gibara, sulla costa di Cuba. Un delirio.

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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