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Il senso dell'accusa cattolica di deicidio

 

 

Premessa: tratto da Qui 

 

Se si prendono alla lettera i vangeli canonici, l'accusa di deicidio, rivolta agli ebrei, diventa inevitabile. E fa bene Walter Peruzzi a sostenere che "l'idea del 'deicidio' come responsabilità collettiva di tutto il popolo ebreo, che lo marchia e giustamente lo espone alla persecuzione, alla discriminazione e alla diaspora, non è un'idea di qualche isolato padre della Chiesa ma una sorta di opinione comune della Chiesa fin dai primi secoli cristiani. Essa venne formulata in modo ufficiale e solenne a metà del V secolo da Leone I Magno..."(Il cattolicesimo reale, Odradek ed., Roma 2008, p. 275).

Gli ebrei hanno ucciso il "figlio di dio" sapendo che lui si dichiarava tale. E non si sono mai pentiti d'averlo fatto. Sotto questo aspetto, l'antisemitismo dei manipolatori del quarto vangelo raggiunge il livello più alto, nell'ambito del Nuovo Testamento. Non c'è alcuna possibilità di dialogo tra il Cristo e i suoi interlocutori, che difendono le radici del giudaismo.

L'accusa di deicidio è equivalente a quella di ateismo, benché gli ebrei dichiarino di essere sempre stati monoteisti. In sostanza sono gli stessi vangeli che, avendo la pretesa di sostenere che Cristo era un dio, cioè sostituendo una questione politica con una teologica, finiscono inevitabilmente col diventare antisemiti. E' infatti impossibile perdonare un popolo che uccide il figlio del dio onnipotente, che come tale si pone, in piena autoconsapevolezza, per l'intero genere umano. Neanche se si pentissero, potrebbero essere perdonati, a meno che non smettessero d'essere ebrei e diventassero cristiani, come fece il fariseo Saulo di Tarso.

Ma oggi che farebbe un ebreo che volesse rinunciare alla propria confessione restando però credente? Quale delle tre confessioni cristiane accetterebbe: ortodossa, cattolica o protestante? Se guardiamo i grandi geni dell'umanità: Spinoza, Marx, Freud, Einstein, Chaplin..., vien da pensare che molto probabilmente un ebreo oggi diventerebbero ateo.

Forse anche per questo la chiesa cattolica ha smesso di considerarli deicidi: in un mondo secolarizzato quell'accusa non ha più senso, anzi rischia di far passare gli ebrei come dei campioni di ateismo, che è per detta chiesa ideologia assai più pericolosa che non quella ebraica. Senza poi considerare che gli storici (anche quelli borghesi) tendono a vedere l'antisemitismo degli Stati come una prosecuzione di quello cattolico-romano, ereditato dal protestantesimo. Sicché rientra nell'interesse della chiesa porre cesure nei confronti del proprio passato e rifarsi in un certo senso la verginità.

Nel Concilio Vaticano II essa ha voluto far vedere ch'era disposta a ritirare l'accusa di deicidio, indipendentemente dal fatto che gli ebrei volessero o meno pentirsi del loro delitto. Oggi però possiamo rivedere totalmente i termini della questione, visto che la presunta "divinità" del Cristo risulta essere frutto di una mera interpretazione mistica della tomba vuota.

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Nel mondo imperiale romano l'accusa di deicidio non veniva formulata dalle gerarchie cattoliche semplicemente per distinguere la propria religione da una concorrente, la cui origine geografica comune poteva ingenerare qualche confusione; essa serviva anche per cercare la compiacenza delle autorità romane, che avevano bisogno di una religione affidabile e universale, utile ad aggregare un impero diviso in tante etnie lingue e culture, una religione non localistica come quella pagana, né settaria come quella ebraica, e che soprattutto non fosse in alcun modo politicizzata.

Dovranno passare oltre tre secoli prima che il potere imperiale, con Costantino, si rendesse conto che solo il cristianesimo rispondeva nel modo migliore ai requisiti richiesti. E in quel momento l'ebraismo non era stato considerato neanche lontanamente come una possibile alternativa. Semmai a Cristo alcuni imperatori preferirono l'antico dio del Sole, detto Mitra, del mondo indopersiano.

Tuttavia l'antisemitismo andò crescendo a dismisura anche dopo la svolta liberale di Costantino, in quanto gli ebrei, avendo perduto definitivamente la loro nazione e venendo esclusi per principio da cariche pubbliche e da altre professioni di rilevanza sociale, s'erano dovuti arrangiare a svolgere mansioni d'ogni genere, anche quelle proibite dalla legislazione cristiana, o comunque moralmente vituperate (come p.es. l'usuraio). Con l'inevitabile conseguenza ch'essi avevano finito col sentirsi una comunità ingiustamente discriminata, quando non addirittura perseguitata, perennemente sulla difensiva, intenzionata sempre più a trovare occasioni di riscatto sociale ed economico nei confronti dell'odiato mondo pagano e cristiano. Di qui il crescente risentimento istituzionale e popolare, che s'era innescato come una reazione a catena: quello che proprio non si sopportava degli ebrei erano le grandi capacità intellettuali, vissute in uno spirito settario e in una condizione economicamente agiata.

L'antisemitismo fu però molto più forte in epoca romana che non in quella medievale, proprio perché in quest'ultima (almeno sino alla fase altomedievale), non essendovi rapporti sociali basati sullo scambio economico dei beni ma sull'autoconsumo, le occasioni di riscatto per la popolazione ebraica erano inevitabilmente ridotte al minimo. Non a caso la comunità ebraica tornò di nuovo ad arricchirsi dopo la nascita dei Comuni, quando cominciarono a imporsi meno vincoli morali allo sfruttamento economico di risorse altrui, umane e materiali. E non a caso proprio a partire dal Mille riprese vigore un acceso antisemitismo, la cui giustificazione stava anche nel fatto che gli ebrei non erano tenuti dalla loro legge ad avere scrupoli, quando era in gioco il business, nei confronti del "non-ebreo".

Per i cristiani questo era il modo più semplice per scaricare le tensioni che si accumulavano quando i loro ideali venivano palesemente contraddetti da una pratica di tutt'altro tenore (la classe borghese non nasce grazie agli ebrei ma grazie ai cristiani). L'antisemitismo è sempre stato gestito dai cristiani come valvola di sfogo per ovviare a quei conflitti sociali causati dallo sfruttamento del lavoro altrui. La minoranza ebraica (ma analoghi trattamenti venivano riservati anche agli islamici, agli eretici ecc.) veniva letteralmente spogliata di tutti i propri beni. Si partiva da una discriminazione largamente condivisa, per poi colpire chiunque non avesse forza sufficiente per opporvisi.

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Ma cerchiamo di capire meglio l'accusa di deicidio. E' probabile che se si chiedesse a un ebreo che senso ha essere accusato d'aver ucciso un "dio", risponderebbe con un sorrisetto. E' difficile che qualcuno (ebreo o non ebreo) possa avere una consapevolezza del genere, anche perché di regola, nell'antichità, si pensava il contrario, e cioè che fossero gli dèi ad ammazzare gli uomini. Al massimo un ebreo di duemila anni fa poteva avere la convinzione d'aver fatto fuori uno che si proponeva, in maniera illusoria, come liberatore nazionale dal dominio romano. Al di là di una pura e semplice rappresentazione politica del messia non si poteva andare e, se vogliamo, non lo si potrebbe neppure oggi, se si escludono le questioni religiose che i suoi discepoli traditori hanno farcito sopra la sua tomba vuota.

Sotto questo aspetto l'accusa d'aver fatto morire un liberatore nazionale può essere rivolta anche al movimento nazareno, che non fece niente per cercare di liberarlo dalle mani dei suoi carnefici (romani ed ebrei collusi), né fece qualcosa di significativo dopo la sua morte, proseguendo la sua missione liberatrice. Il Cristo fu tradito dai suoi prima e dopo la croce.

L'insurrezione armata dei giudei infatti avvenne circa 30 anni dopo quel tragico venerdì: un tempo sufficiente per permettere ai romani e di organizzarsi e di sferrare un colpo demolitore alla credibilità di Israele. E noi non sappiamo se a quella rivolta giudaica i cristiani abbiano partecipato, in quanto la tradizione pervenutaci li vede rifugiarsi come pecore a Pella, in attesa che la tragedia avesse fine.

I cristiani (e non a caso smisero di chiamarsi "nazareni") erano diventati tanto più anti-giudaici quanto più si allontanava la possibilità di un riscatto politico d'Israele dall'oppressione di Roma imperiale. Anzi, quanto più il cristianesimo rinunciava all'idea di una liberazione nazionale, tanto più i suoi intellettuali, nel delineare le cause della morte del Cristo, evitavano di fare differenze tra un partito politico ebraico e l'altro. Nel quarto vangelo molte volte viene scritto, dai manipolatori di Giovanni, che gli oppositori di Gesù erano, sic et simpliciter, i "giudei", una categoria che veniva usata in chiave non "politica" ma "metafisica".

Qui tuttavia va fatta una precisazione. All'interno del movimento nazareno, subito dopo la morte del Cristo, si scontrarono varie interpretazioni della tomba vuota, finché, ad un certo punto, ebbe la meglio quella petrina, secondo cui il messia, pur essendo indubbiamente morto, era anche "risorto" e sarebbe presto tornato per ridare la libertà alla Palestina.

Pietro cioè aveva offerto una soluzione di compromesso ai capi-giudei: "noi non vi accuseremo di alcun delitto politico, in quanto, secondo noi, la morte di Cristo era inevitabile, voluta direttamente da dio, per motivi che noi non possiamo sapere, però noi vi chiediamo di aderire alla versione definitiva che abbiamo dato circa la sua scomparsa dal sepolcro, considerando quindi Gesù come il vero messia che doveva venire". I partiti giudei, come noto, rifiutarono questa proposta e anzi iniziarono a perseguitare i nazareni, ritenendoli responsabili di diffondere una rassegnazione politica nei confronti dei dominatori stranieri (tra i persecutori farisei, su mandato del sommo sacerdote, vi era lo stesso Saulo di Tarso).

Noi non sappiamo che fine fece la maggior parte degli apostoli, i quali, se si esclude Pietro, sono inspiegabilmente del tutto assenti negli Atti degli apostoli. Quelli che non avevano accettato la sua versione mistica dei fatti o che volevano continuare la battaglia politica, che fine avevano fatto? Nel vangelo supercensurato di Giovanni, tra le righe delle ultime pagine, si può intravedere l'obiezione che alcuni apostoli mossero alle tesi petrine, là dove parlano Tommaso, Maria Maddalena e lo stesso Giovanni Zebedeo. Vi è addirittura un punto (21,18) in cui si fa in qualche modo capire che Pietro sarebbe stato costretto ad accettare, proprio in forza delle sue stesse tesi mistiche, un'evoluzione (paolina) delle cose contro la sua volontà: "quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti". E chi se non Paolo avrebbe snaturato completamente le origini ebraiche del cristianesimo petrino, togliendo ad esso qualunque velleità o reminiscenza politica?

In Paolo l'antisemitismo è venuto formandosi a partire dalla lettera ai Galati, poiché fino a quella ai Romani egli sembrava voler offrire ai Giudei la possibilità di rientrare in una misteriosa prospettiva soteriologica. A suoi giudizio, infatti, il tradimento degli ebrei era servito per far credere ai pagani nell'esistenza di un unico dio: se tutti avessero accettato l'idea che il messia risorto era il figlio di dio incarnato, non ci sarebbe stato alcun motivo di combattersi. I popoli pagani ed ebrei sarebbero diventati contemporaneamente "cristiani".

Paolo comincia a odiare seriamente gli ebrei quando vede che i cristiani provenienti dal giudaismo vogliono imporre alle comunità da lui fondate dei vincoli ch'egli da tempo considerava superati (il primo dei quali era la circoncisione). La lettera ai Galati documenta bene questa sua profonda amarezza. L'odio nei confronti degli ebrei non si poneva a livello politico, poiché questi ebreo-cristiani avevano già accettato le tesi mistiche della resurrezione e della figliolanza divina del Cristo, ma si poneva a livello ideologico.

Tale contrapposizione netta di "civiltà" raggiunge l'apice nel quarto vangelo (restando ovviamente entro i limiti del Nuovo Testamento), là dove i dialoghi tra il Cristo e i giudei sul fatto ch'egli ambiva a dichiararsi dio in virtù delle sue miracolose guarigioni compiute nel giorno vietato del sabato, marciavano su strade parallele, senza mai incrociarsi. Leggendo quel vangelo si arriva prima o poi a un punto in cui è necessario prendere una decisione: o si diventa antisemiti, volendo restare cristiani, oppure, se si parte da posizioni non religiose ma ateistiche, si deve cominciare a dar ragione agli ebrei, in quanto uno storico non può considerare accettabile l'idea di rinunciare a una liberazione nazionale in nome di principi mistici.

In altre parole, il fatto di aver voluto mistificare l'interpretazione politica della strategia antiromana, che il movimento nazareno aveva elaborato al tempo di Gesù, trasformandola in un'opposizione ideologica tra vecchia e nuova religione, tra giudaismo e cristianesimo, tra monoteismo e di-teismo (che poi diventerà tri-teismo), ha indubbiamente contribuito ad alimentare un certo antisemitismo, senza peraltro risolvere in alcun modo i due principali problemi di allora: lo schiavismo sociale e l'imperialismo romano.

L'antisemitismo è stato tanto più forte quanto più si voleva imporre uno scontro di civiltà, in cui la parte politica prevalente, prima quella cattolico-romana, poi quella liberal-borghese, veniva a porsi come fulcro dell'opposizione a qualunque altra civiltà non cattolica o non capitalistica. L'antisemitismo è diventato il pretesto per scatenare un odio universale (e quindi politico) contro qualunque civiltà estranea a quelle dominanti in Europa occidentale e negli Stati Uniti

Oggi l'antisemitismo è venuto meno soltanto perché il dominio dell'occidente (cattolico-protestante e borghese) è assoluto, universale, e solo perché, dopo la catastrofe delle due guerre mondiali, l'Europa occidentale ha dovuto cedere la quasi totalità della propria egemonia militare agli Stati Uniti, i quali si servono proprio di Israele come punta di diamante nel Medio Oriente, al fine di destabilizzare un'area geografica fortemente caratterizzata dall'islam.

Oggi non è più l'antisemitismo il perno attorno a cui far ruotare consensi favorevoli all'egemonia mondiale del capitalismo, ma semmai è l'antislamismo. Infatti l'attuale ebraismo non ha assolutamente da dire nulla contro il capitalismo, anzi, quando viene vissuto nella maniera più laica possibile, ne è una delle espressioni più significative.

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Peruzzi, nel libro citato sopra, s'è limitato a criticare l'antisemitismo dal punto di vista della moderna concezione democratica dei diritti umani, mostrando il lato intollerante della religione cattolica, ma non è entrato nel merito della questione che fece nascere l'antisemitismo cristiano già a partire dai vangeli. Cioè non si tratta soltanto di ribadire il principio dell'uguaglianza di tutte le religioni di fronte alla legge (pluralismo confessionale), ma anche di precisare che nella diatriba ebraismo/cristianesimo di duemila anni fa, l'accusa rivolta agli ebrei di aver ucciso un messia che si proclamava "figlio di dio" è storicamente assurda, in quanto il Cristo semmai professava l'ateismo, ovvero l'idea che l'unico dio dell'universo è l'uomo.

Per non parlare del fatto che sul piano politico, se veramente il Cristo si fosse paragonato, in maniera esclusiva, a dio, avrebbero anche potuto esserci delle giustificazioni nella decisione che venne presa di toglierlo di mezzo. Questo per dire che la chiesa romana non va soltanto contestata sul piano giuspolitico (quello in cui è più facile farlo), ma anche sul piano ideologico, entrando nel merito delle questioni teologiche che le appartengono e che vanno affrontate secondo i principi dell'umanesimo laico.

Bisogna anzi chiedersi, visto che gli ebrei hanno voluto giustiziare un messia che si proclamava ateo e comunista, se non sia il caso di riconsiderare in maniera positiva l'accusa di antisemitismo o di antigiudaismo, naturalmente all'ovvia condizione di metterla sullo stesso piano di quella che oggi usano i comunisti nei confronti del capitalismo. Un giudaismo che oppone all'ateismo del Cristo il proprio rigido monoteismo e alla socializzazione dei beni le proprie differenze di classe e di casta, non è meno pericoloso di un capitalismo che, nella sostanza, si comporta nella stessa maniera.

Stiamo ovviamente ragionando per assurdo, poiché quando la chiesa romana parlava di antisemitismo, lo faceva da un punto di vista religioso (gli ebrei avevano ucciso la divinoumanità) e certamente non per perorare la causa del socialismo democratico. La tesi della figliolanza divina del Cristo era servita proprio per negare qualunque valore al comunismo primitivo. Semmai erano gli ebrei che, attendendo un messia politico, ambivano a creare un regno di giustizia su questa terra.

Peruzzi ha avuto il merito di farci capire che l'aumento dell'antisemitismo andò di pari passo all'aumento del potere politico della chiesa romana. Avrebbe però dovuto aggiungere che l'antisemitismo era tanto maggiore quanto minore era la credibilità che le idee cristiane riuscivano a riscuotere nell'ambito della società civile. La storia infatti ci insegna che ogniqualvolta le ideologie non risolvono i problemi materiali delle masse popolari, le istituzioni si servono di diversivi per distrarre l'attenzione di quest'ultime.

Questo spiega il motivo per cui in Europa occidentale l'antisemitismo fu più forte nel Basso che non nell'Alto Medioevo, e spiega anche il motivo per cui, oltre all'antisemitismo, la chiesa romana scatenò le persecuzioni anticlericali e le crociate contro l'islam, e quest'ultime due ebbero sempre un impatto più forte di qualunque pogrom antisemita.

 

 

Il Papato e l'antisemitismo

 

Premessa: tratto da Qui 

 

Risale al V secolo la prima manifestazione di antisemitismo da parte non di un cristiano più o meno autorevole ma del vicario di Cristo in terra. Essa si deve a Leone I Magno, il papa che secondo la leggenda avrebbe salvato Roma da Attila, che nei suoi Sermoni, ricorda così la crocifissione di Gesù: «Quella mattina il sole, per voi ebrei, non è sorto ma tramontato. Ai vostri occhi non si mostrò la luce normale, ma un abbaglio terribile fece calare le tenebre nel vostro cuore empio. Quella mattina distrusse il vostro tempio e i vostri altari, vi privò della legge e dei profeti, abolì la vostra stirpe reale e sacerdotale e trasformò le vostre feste in un eterno lutto; perché il vostro piano era fatale e crudele: sacrificare alla morte ‘il creatore della vita’ e ‘il Re dei re’»…

Per Pio V la de-santificazione l’abbiamo suggerita altra volta, anche recentemente (v. Scherza coi santi), in ragione della sua attività complessiva di grande inquisitore e poi di papa, sterminatore di eretici, omosessuali, giornalisti, turchi. Ma anche la sua condotta verso gli ebrei merita speciale attenzione poiché se Pio XII tacque di fronte ai crimini altrui, Pio V ne commise direttamente, in proprio.

Nel 1569, tre anni dopo essere stato eletto papa, emanò la bolla Hebraeorum, con la quale ordinò l'espulsione degli ebrei da tutte le terre dello Stato Pontificio, eccettuate Ancona e Roma, nonché la distruzione di tutto ciò che ricordasse l'esistenza di una loro comunità, compresi i cimiteri. Gli ebrei di Bologna si trasferirono in territorio estense, portando con sé i loro morti. Le comunità ebraiche di Ravenna, Fano, Camerino, Orvieto, Spoleto, Viterbo, Terracina, sparirono per sempre. Gli ebrei che vivevano intorno a Roma dovettero riparare nel ghetto della città, già sovraffollato.

Nella stessa bolla, Pio V accusava il popolo ebreo di “deicidio” e, in più, di stregoneria: «Il popolo ebreo - si legge - il solo un tempo eletto da Dio, poi abbandonato per la sua incredulità, meritò di essere riprovato, perché ha con empietà respinto il suo Redentore e lo ha ucciso con morte vergognosa. La loro empietà è giunta ad un tal livello che, per la nostra salvezza, occorre respingere la forza di tanta malizia, la quale con sortilegi, incantesimi, magia e malefici induce agli inganni di Satana moltissime persone incaute e semplici» (in C. Nitoglia, Le leggi razziali).

Nel 1570, poi, Pio V introdusse nel Messale romano da lui varato una vecchia preghiera medievale modificata solo nel 1959 da Giovanni XXIII, e oggi parzialmente ripristinata da Benedetto XVI fra le proteste delle comunità ebraiche: la Oremus et pro perfidis judeis, che li accusa di cecità e prega per la loro conversione alla “vera” religione.

L’ostilità verso gli ebrei caratterizzò anche Pio IX, proclamato beato nel 2000 da Giovanni Paolo II, fin dal rapimento di un bambino ebreo che viveva a Bologna, nello Stato pontificio.

Nel 1852, quando aveva un anno, essendo ammalato in modo grave, Edgardo Mortara fu battezzato di nascosto dalla domestica cattolica. Tanto bastò: cinque anni dopo la cosa si riseppe e i poliziotti pontifici irruppero in casa dei Mortara su ordine delle autorità ecclesiastiche, rapirono il bambino e lo portarono a Roma, dove fu rinchiuso in un istituto religioso fino ad età adulta, quando (questa volta di sua volontà) si fece prete. Inutili le proteste dei genitori e perfino di molti sovrani europei: per Pio IX era “scattato” il caso previsto da Benedetto XIV del battesimo legittimo anche se illecito. Nel 1858, nel Colloquio con una delegazione di ebrei romani recatasi da lui per protestare, Pio IX ebbe l’impudenza di dichiarare: «Potevo forse respingere il bambino che voleva farsi Cristiano [parliamo di un bambino di sei anni!, NdR]? Del resto, se i Mortara non avessero avuto una domestica cattolica [cosa vietata dalle leggi papali, NdR], tutto questo non sarebbe successo».

Né fu il solo caso. Nel 1864 si fece entrare con l’inganno l’undicenne Giuseppe Coen nell’ospizio dei catecumeni di Roma, dove restò fin quando uscì per farsi carmelitano nonostante le clamorose proteste e la disperazione della famiglia: una sorella ne morì, la madre impazzì.

Che ai rapimenti si accompagnasse un convinto antisemitismo è testimoniato dalle dichiarazioni di Pio IX. Fra i Discorsi ai fedeli di Roma del 1867-78, ad esempio, si trova questa invettiva: «verrà giorno, terribile giorno della divina vendetta, che [i giudei] dovranno pur render conto delle iniquità che hanno commesse»; oppure si interpreta l’episodio di Gesù che si fa aiutare a portare la croce da un Cireneo (pagano) anziché dai giudei come prova di «quanto era già stato predetto, cioè che alla depravata nazione ebrea altre nazioni sarebbonsi sostituite per conoscere e seguire Gesù».

Naturalmente ci siamo limitati a questi tre papi perché si sta parlando di papi santi. Se si volesse allargare il discorso ad altri santi, non papi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Si va da Agostino o Giovanni Crisostomo, che ritengono gli ebrei figli del diavolo e la diaspora un castigo per il deicidio, al celebre Ambrogio, vescovo di Milano, celebrato per il suo impegno sociale, che ascriveva a suo merito incendiare sinagoghe; da Tommaso d’Aquino, per cui gli ebrei sono stati giustamente condannati a “eterna schiavitù” e possono essere privati di ogni proprietà per i loro delitti fino a Bernardino da Siena, che ritiene i banchieri e i medici ebrei rispettivamente colpevoli di strangolare economicamente e di avvelenare i cristiani o a Carlo Borromeo, sodale di Pio V, che vietò ogni rapporto fra ebrei e cristiani per tutelare la fede e la morale.

Anche estendendo lo sguardo ai papi non santi, gli antisemiti abbondano: Innocenzo III e il Concilio Laterano IV imposero agli ebrei di portare un segno di riconoscimento; Clemente IV ribadì questa e altre vessazioni, definendoli popolo “deicida” (di “nazione deicida” parlava del resto Gregorio XVI ancora nell’Ottocento e dopo di lui Pio IX, come si è detto); Giovanni XXII fece dare alle fiamme il libro sacro Talmud, perché pieno di “esecrabili bestemmie”; Gregorio XIII assimilò la fede ebraica agli insulti al cristianesimo e alle stregonerie, deferendo la materia all’Inquisizione; Benedetto XIV accreditò l’omicidio rituale di bambini cristiani da parte di ebrei; Pio VI emanò l’Editto sugli ebrei, condensato di tutte le vessazioni, compreso l’obbligo di non uscire la notte dal ghetto. Per non dire dei papi che dal XV al XVII secolo si divertivano a vedere le corse dei giudei dove, scrive un cronista cattolico, «correvano otto ebrei nudi… favoriti dalla pioggia, dal vento e dal freddo come gli infedeli meritavano, e dopo quelle bestie con due gambe, correvano altre con quattro».

Ma a interessarci sono soprattutto le affermazioni antisemite, sulla “nazione deicida”, di Pio V e Pio IX, di Leone I e di altri papi o Concili, perché smentiscono l’idea accreditata ancora da Giovanni Paolo II nella sua richiesta di perdono del 2000 che l’antigiudaismo cristiano sia addebitabile solo a “figli” e “figlie” della Chiesa, come ha ripetuto anche Benedetto XVI nella sua visita alla sinagoga romana: «La Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono». È la tesi di Giovanni Paolo II nel documento Noi ricordiamo del 1998 (corsivi nostri): «Nel mondo cristiano - non dico da parte della Chiesa in quanto tale - interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo ebreo e la sua presunta colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando sentimenti di ostilità nei confronti di questo popolo».

Viceversa “interpretazioni erronee e ingiuste”, rispetto a quella sostenuta oggi, furono date proprio “da parte della Chiesa in quanto tale” e fu essa quindi a generare ostilità verso gli ebrei. Non solo Tommaso d’Aquino, Agostino e molti altri padri e dottori della Chiesa, ma papi e concili fecero dell’antisemitismo una dottrina insegnata ai fedeli. È di questo errore dottrinale, commesso per secoli e secoli dalla Chiesa in barba all’infallibilità, che Benedetto XVI dovrebbe oggi chiedere scusa, de-santificando i papi antisemiti – anziché limitarsi a versare lacrime per delle colpe che scarica al tempo stesso, ipocritamente, sulle spalle dei "figli" e delle "figlie".

 

Una citazione finale la merita anche Pio XII, che non ebbe mai il coraggio di condannare lo sterminio degli ebrei. Le domande alle quali il Vaticano dovrebbe rispondere sono:

1) perché la Santa Sede non prese mai posizione, ufficialmente, contro la deportazione degli ebrei, nemmeno quelli romani?

2) perché Pio XII non fece nulla per bloccare i treni della morte in partenza dall'Italia e diretti ai campi di sterminio?
3) perché durante il discorso di Natale 1942, Pio XII condannò le violenze naziste senza fare nessun riferimento esplicito agli ebrei?
4) perché il Vaticano non condannò il pogrom nazista del 1938 passato per la storia come la «notte dei cristalli»? A questo punto ci vien da chiedere se i silenzi di Pio XII sullo sterminio del popolo ebraico erano voluti oppure solo casuali. Qualunque sia la risposta, ci sono stati.
5) perché, una volta caduto il nazifascismo, Pio XII si dichiarò contrario all'abrogazione delle leggi razziali ?

Alcuni ebrei riuscirono a salvarsi grazie all'iniziativa di alcuni preti, i quali fecero tutto di loro iniziativa, non secondo direttive del pontefice. Pio XII stette zitto di fronte ai rastrellamenti, non disse nulla contro le leggi razziali e si battè perché non venissero abrogate in seguito. Sei milioni di ebrei sono stati sterminati durante la seconda guerra mondiale nel silenzio della Santa Sede. E anche dopo, Pio XII non disse nulla.

 

 

L'accusa del sangue
 

Premessa: tratto da qui

 

L'accusa del sangue è stato uno degli strumenti usati dagli antisemiti in passato per giustificare persecuzioni, torture ed uccisioni ai danni degli ebrei.

 

Per il mondo ebraico esiste la festa di Pesach, che ricorda l'uscita degli ebrei dall'Egitto e la loro costituzione come popolo. Il simbolo principale di questa festa e la sua regola più nota è l'obbligo per tutta la sua durata di evitare tutti gli alimenti lievitati, come il pane e la pasta e di sostituirli con un pane speciale, detto azzimo, fatto solo di acqua e farina, senza sale o lievito, e cotto appena impastato in maniera tale da evitare la lievitazione naturale.

Non mi soffermo qui sulla complessa simbologia di questa regola, voglio solo dirvi che gli antisemiti di ogni tempo vi si sono accaniti contro, deformandola per usarla come prova dell'odio feroce che gli ebrei nutrirebbero contro i loro vicini. Il modo plastico per esprimere questo concetto era di sostenere che il pane azzimo per svolgere il suo ruolo rituale, dovesse essere impastato del sangue di cristiani o musulmani, possibilmente bambini, ammazzati alla bisogna.

Questa bizzarra metafora, propagandata come un fatto, si chiama “calunnia del sangue”. Ne è stata recuperata l'origine nell'Inghilterra medievale, come vi ho raccontato in una cartolina recente e da allora si è ripetuta largamente nel mondo cristiano come in quello islamico, anche in Italia nel tardo Medioevo a Trento e Marostica, provocando ogni volta stragi e persecuzioni spaventose.

 A nulla è servita la sua assurdità, il fatto che l'omicidio sia proibito dal Decalogo, che vi sia nella Bibbia la prescrizione di trattare il prossimo come se stessi e gli stranieri secondo la stessa legge valida per il popolo ebraico, che al limite la specie umana rientri banalmente fra quelle interdette dalle regole alimentari ebraiche (come scimmie, cavalli, maiali, conigli ecc. che non ruminano o non hanno lo zoccolo fesso) e perfino che il sangue, qualunque tipo di sangue anche animale, è strettamente interdetto nell'alimentazione, perché rappresenta la vita, e per esempio gli ebrei osservanti trattino la carne di cui si cibano in maniera di eliminarne tutto il sangue, col particolare metodo di macellazione e poi salandola e lavandola accuratamente.

Per non parlare del fatto che il pane azzimo usato ritualmente dev'essere composto di pane e acqua e nient'altro, neppure un pizzico di sale, figuriamoci delle sostanze organiche.

Non importa. Per gli antisemiti che gli ebrei mangino i bambini, profanino l'ostia, avvelenino i pozzi, rubino gli organi dei loro prigionieri, ammazzino i bambini palestinesi eccetera eccetera è un articolo di fede. E purtroppo si è trovato anche un professore ebreo italiano di storia che non nomino per rispetto al nome che porta, il quale ha usato le confessioni degli ebrei torturati e poi ammazzati tutti a Trento per insinuare il dubbio che sì, qualche setta ebraica fanatica forse aveva commesso ciò di cui era stata accusata: dopotutto l'avevano confessato tutti sotto tortura, in maniera uniforme e nei verbali del processo, guarda un po', non stava scritto che gli accusatori gliel'avessero suggerito, come condizione per smettere per un attimo di squartarli e abbrustolirli...

 

 

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Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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