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La delegittimazione di Israele: minacce, diffamazione e boicottaggi

 

 

Premessa: tratto da qui e qui

 

La delegittimazione di Israele prende diverse e nuove forme: ai confini si preme con attacchi nuovi e paramilitari; all'interno di Israele il discorso sulla dittatura ebraica si configura come il principale strumento di diffamazione delle istituzioni e della politica israeliane; infine, nella comunità internazionale la "scomunica" di Israele invoca l'interruzione di ogni relazione.

Il problema dei confini
In occasione del giorno della nakba (la catastrofe salmodiata dai Palestinesi che ricorda la costituzione dello Stato di Israele) e del giorno della Naksa (la sconfitta che ha ferito l'onore arabo con la Guerra dei Sei Giorni), un nuovo modo di far pressione sui confini israeliani si è imposto come forma paramilitare di attacco ad uno stato sovrano. Le folle di civili siriani che si sono lanciate oltrepassando la zona cuscinetto che separa Israele alla Siria verso la rete di divisione trai due stati è stata accolta dalla stampa internazionale come un trionfo glorioso di un popolo oppresso contro la brutalità dello stato ebraico. I reportage, le foto, i video e i commenti lasciavano intendere che i civili siriani dimostrassero la spossata disperazione di un popolo sotto lo scacco di una dittatura, ma non quella del regime alawita al potere in Siria, bensì di quella ebraica oltre i confini dello stato in subbuglio. I siriani che volevano invadere Israele sono stati celebrati come i cittadini di Berlino Est che premevano sul muro che divideva la Germania Ovest dalla DDR, travolgendo la separazione e la barriera che li separava dalla libertà.
L'attacco ai confini di Israele è un nuovo modo di dimostrare dissenso verso l'insopportabile presenza ebraica in medio oriente, verso l'indecente esistenza dello stato di Israele. Questa nuova modalità ha un impatto ben più forte dei missili di Hamas e di Hezbollah, perché si impone mediaticamente come "la marcia del quarto stato", come la dimostrazione che nemmeno la popolazione ne può più dei soprusi israeliani nell'area. Questa pericolosa interpretazione si aggiunge ai venti di guerra che soffiano dal Libano e da Gaza, e che ben presto potrebbero congiungersi in un ennesimo vortice di violenza che trasporta missili e lancia anche inermi persone alla guerra contro Israele.

La diffamazione interna
Il discorso sulla "dittatura ebraica" si rende sempre più consistente sulla base della nuova legislazione approvata e proposta alla Knesset. La legge sulla Nakba, la legge sui finanziamenti alle ONG, la decisione di ritirare il passaporto diplomatico a Hanin Zuabi, la parlamentare israeliana che aveva partecipato alla flottiglia, sono tutti esempi scelti per costruire l'argomentazione anti-israeliana. Soffermarsi sugli aspetti giuridici di ogni legge sarebbe inutile. Spiegare che la legge sui finanziamenti delle ONG richiede semplicemente trasparenza sull'origine dei fondi e un pubblico rendiconto a cadenza trimestrale, come avviene in molti ordinamenti europei e occidentali, servirebbe forse a placare le ire dei detrattori di Israele? Comprendere che il ritiro del passaporto diplomatico ha più un significato simbolico che pratico potrebbe forse costituire una base di dialogo più serena?

I boicottaggi
I detrattori di Israele non si soffermano agli attacchi sulla stampa e negli articoli di analisi politica o negli ambienti accademici, ma si concretizzano anche in azioni economiche che richiedono l'interruzione dei rapporti con Israele. Ben poco serve spiegare che il Sudafrica avrebbe potuto beneficiare dei rapporti accademici con l'università di Ben Gurion per le tecniche agricole. Ben poco serve immaginare come potrebbe Israele beneficiare di relazioni diplomatiche serie e sincere atte anche ad avanzare gli interessi delle minoranze in Israele, del popolo palestinese e della sicurezza regionale.

In questi sforzi di mobbing anti-israeliano il diritto occupa sempre un posto privilegiato. Il diritto internazionale in particolare diviene un'arma affascinante e a basso costo. Le risoluzioni sono citate come dei mantra, le convenzioni come dei sacri veda. La tanto screditata scienza giuridica, noiosa oscura e a servizio del potere, diviene all'improvviso il riferimento primo, attorniato da un'aura di sacralità quasi ognuna di quelle convenzioni fossero state esplicitamente scritte per impedire che Israele esista e che Israele si comporti come si comporta. Il discorso anti israeliano è divenuto un atto di fede, privo di razionalità e richiede l'assenza del raziocinio. È forse tempo che ognuno diventi un po' esperto di diritto internazionale per far rivalere il raziocinio su un dialogo in cui la diversità di idee dev'esser mantenuta, ma in cui il delirio diffamatorio non può aver posto.

 

 

Il BDS promuove una politica incoerente e illogica, che si basa su argomentazioni razziste ammantate di “giustizia” e “diritti umani”. Anche Abu Mazen si è espresso contro il boicottaggio accademico pur appoggiando il boicottaggio economico delle aziende israeliane che operano oltre i confini armistiziali del 1949 (cosiddetta Linea verde). E’ incoerente perché sostiene di promuovere i diritti umani e la causa palestinese mentre si concentra solo su azioni anti-israeliane; è illogico perché sostiene di basarsi su principi di libertà e democrazia, promuovendo azioni che sono anti-democratiche e illiberali.

Perché proprio Israele, dove ognuno è libero di esprimere quello che vuole? Perché proprio gli accademici che contribuiscono allo sviluppo della democrazia e della libertà? Perché proprio le aziende che lavorano nei Territori di cui beneficiano anche i palestinesi? Cosa propongono i delegittimatori di Israele? Che benefici traggono i palestinesi dal BDS? Tutte domande logiche cui si risponde in maniera vaga, abbracciando la propaganda anti-sionista che fa dell’odio di Israele un vanto di principio.

Ma poi, perché quella parte lì? Non ci sarà antisemitismo?
Per esempio lo Zimbabwe, il cui regime è al potere da 26 anni, dove tutte le scuole sono sotto il controllo del potere e le borse di studio dipende dalla lealtà politica, o l'Iran, regime al potere da 34 anni, dove centinaia di studenti sono ancora in carcere in seguito alle proteste “verdi” di alcuni anni fa, o la Cina, regime al potere da 64 anni, dove all'università tutti i curricula comprendono le lezioni di ideologia marxista leninista e il partito controlla tutto... nessuno si è mai sognato di boicottare questi stati come pure altri luoghi democraticissimi, da Cuba all'Arabia Saudita.

Israele, dove il sistema universitario è libero come la stampa ( e pure accesamente antigovernativi entrambi in grande maggioranza) e dove a ogni elezione cambiano le maggioranze, invece sì ( http://www.tabletmag.com/scroll/156317/the-american-studies-association-guide-to-world-peace ).

Non vi sembra una scelta decisamente stupida del luogo da cui incominciare per togliersi la soddisfazione di un bel boicottaggio? Qualcuno li può prendere sul serio e cercare di dare loro buoni consigli per far capire che scelta hanno fatto, con chiari precedenti nazisti e violando un sacco di leggi e convenzioni internazionali ( http://blogs.timesofisrael.com/schooling-the-asa-on-boycotting-israel/  ), ma forse è tempo sprecato, perché non c'è peggior stupido di chi non vuol sentire: forse la sordità e l'ostinazione sono una componente dell'idiozia.

 

 



 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org