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La delegittimazione di Israele sui media italiani

 


Premessa: tratto da Qui 

 

Analizzare la comunicazione intorno a Israele somiglia per certi versi, salvo i rischi e di disagi del fronte, naturalmente, a fare il corrispondente di guerra. E' sui media infatti che si combattono la maggior parte delle battaglie più significative nel momento in cui è sempre più difficile risolvere i conflitti con la potenza militare pura.

Questo non vuol dire naturalmente che non ci siano scontri e vittime vere, in particolare nella modalità asimmetrica e vigliacca del terrorismo. Ma la maggior parte dei conflitti armati e degli scontri fisici sono a loro volta fatti per ottenere effetti di informazione e in definitiva sull'atteggiamento dell'opinione pubblica e dei politici che le rendono conto. Se a lungo è stato vero il detto di Clausewitz per cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, oggi è vero che l'informazione svolge lo stesso luogo e spesso è motivata dalle ragioni del conflitto, costituisce una sua mossa.
Questo è particolarmente vero nel caso di Israele. I palestinesi sanno benissimo che Israele è uno stato di successo, con un'economia che si espande a un ritmo superiore a quello di tutti i paesi occidentali, ma senza essere spinta dai prezzi delle materie prime, e senza partire dai livelli minimi che spiegano l'espansione di tanti paesi del Terzo Mondo e con una disoccupazione molto bassa. Sanno che il suo sistema politico è omogeneo a quello occidentale, che vi è comunanza di cultura e di interessi, sanno anche che il sistema politico economico e sociale israeliano è attraente per la loro base, che nonostante tutte le remore ideologiche e religiose spesso aspira a integrarvisi, come dimostrano le sempre più numerose domande di cittadinanza israeliana degli arabi di Gerusalemme.


Hanno bisogno dunque di drammatizzare la situazione, di prendere sempre nuove iniziative per rilanciare il conflitto e possibilmente squalificare Israele, non tanto agli occhi di chi sta lì o conosce le cose come stanno, ma del pubblico internazionale.

E quindi colgono ogni occasione, anzi ne creano appena possibile per produrre nuove fiammate polemiche. La posizione prediletta è quella di creare sul terreno delle violazioni delle norme che mettano in pericolo la normalità della vita di Israele, ponendolo nel dilemma se reprimere queste manifestazioni, dando luogo alla propaganda contro la "violenza", la "repressione" o almeno la "mancanza di misura" di queste reazioni, oppure lasciare che le violazioni avvengano indisturbate e si amplifichino, mettendo in pericolo la vita e il benessere dei cittadini, i confini e l'autorità dello Stato. Il caso di Gaza, dei suoi missili sulla popolazione civile, delle flottiglie e delle marce che sfidano il blocco è sotto questo riguardo estremamente tipico.
La stampa occidentale in generale, e in particolare quella che si vuole di qualità, perché esprime le posizioni di una sinistra ideologica e narcisisticamente moralistica ("Repubblica" e "El Pais", "Le Monde" e il "New York Times") di fronte a questo gioco risponde pienamente al suo ruolo di megafono amplificatore della propaganda.

Difficile dire perché lo faccia, com'è che si faccia piacere più dei repressori medievali sanguinari del tipo di Hamas invece della democrazia israeliana: senza dubbio in questo vi è la "cultura della vergogna", come l'hanno chiamata alcuni, per cui gli intellettuali occidentali invece di essere fieri di far parte della civiltà che ha portato al mondo un'era di progresso economico e sociale, di pace e prosperità che non c'era mai stata nella storia, si sentono colpevoli e soprattutto sentono colpevoli i simboli dell'Occidente coma l'America e Israele; ma c'entra anche in certi casi più consapevolmente uno schieramento geopolitico erede della vecchia fredda (naturalmente con i "progressisti" schierati con i rottami della storia eredi del vecchio "campo socialista").

Ma vi è soprattutto il fatto che coloro che cercando di rovesciare lo staus quo, come i palestinesi, per forza cercano continuamente di provocare disgrazie e incidenti, cioè notizie – che è la materia prima di qualunque informazione. E dunque il loro lavoro è premiato, le loro esagerazioni accettate, il loro vittimismo pienamente rispecchiato dai media.


Le smentite alla propaganda più squinternata, che arrivano regolarmente, sono ignorate o sono comunque date molto sottotono rispetto alle notizie scandalistiche, col bel risultato di non cancellare mai la propaganda riprodotta. Il caso recente più chiaro è stato quello delle marce "di massa" contro il confine israeliano, tentate per il giorno della "Naqba" (cioè la "catastrofe" che sarebbe poi la proclamazione dell'indipendenza israeliana) e un paio di settimane dopo quello della "Naqsa" (cioè la "sconfitta" del '67, un'invenzione recentissima degli strateghi della comunicazione antisraeliana).

In realtà le masse erano alcune centinaia di persone "cammellate" da campi profughi distanti centinaia di chilometri con un apposito servizio di bus. Che si trattasse di una manifestazione organizzata dal regime siriano in difficoltà per distogliere l'attenzione delle stragi che stava commettendo ai danni dei suoi stessi cittadini, era così chiaro che hanno dovuto scriverlo anche i giornali internazionali e perfino quelli italiani, con l'eccezione di pochi irriducibili antisionisti di estrema destra o sinistra (le posizioni del "Manifesto" o di "liberazione" su Israele sono praticamente identiche a quelle di "Rinascita").

Ma i titoli dei giornali sposavano senza riserve la versione della televisione di regime siriana, con Israele che sparava su poveri manifestanti disarmati e faceva decine di vittime. I resoconti dei giornali sono praticamente uguali (con le solite eccezioni di "Libero", "Il giornale", "L'Opinione", certi opinionisti del "Corriere" (ma non la redazione, in particolare la redazione web che è particolarmente accanita nella sua propaganda antisionista).

Nessuno ha mandato un inviato a vedere e praticamente nessuno si è chiesto come in un paese in stato d'assedio viaggiano carovane di manifestanti in pullman; qualcuno ha parlato di manifestanti non solo palestinesi ma anche siriani, senza approfondire l'interessante integrazione. La notizia presto diffusa sulle reti internazionali delle somme pagate a chi ha partecipato è stata pudicamente taciuta da quasi tutti i giornali, come quella della causa di alcuni morti (forse i soli morti veri): una molotov destinata ai soldati israeliani finita per imperizia o trascurataggine su un campo minato, con le conseguenze immaginabili.


Nessuno ha rilevato che la difesa delle frontiere fa parte dei diritti/doveri di uno stato, facendo notare per esempio il parallelismo con la decisa azione francese al confine italiano di appena un paio di settimane prima, di fronte a un'invasione solo economica, senza i sottintesi politici di questa che mirando al "ritorno degli emigrati" chiedeva in sostanza la distruzione naturalmente "pacifica" di Israele.

La più parte dei giornali, poi, ha nascosto il senso della sparatoria avvenuta in un campo profughi della Siria del Nord, dove quattordici palestinesi erano stati ammazzati dalle guardie del corpo di un paio di gerarchi dei gruppi naturalmente molto "rivoluzionari" e dunque vicini al "socialismo" della dittatura siriana: quei gruppi cioè che con l'inganno avevano cinicamente portato i loro familiari a morire in un'invasione insensata, per poter comprare così con qualche cadavere non un posto al tavolo delle trattative, come a suo tempo Mussolini aveva giustificato l'ingresso in guerra contro la Francia, ma un po' di titoli di prima pagina dei giornali internazionali.


Insomma, vi è una complicità sempre più chiara fra giornalismo "benpensante" e movimenti palestinesi, terroristi e no. Una complicità che fa riflettere i giornalisti più attenti al valore della loro professione, come P.G. Battista, che si è espresso autorevolmente su questo tema. E che dovrebbe far riflettere anche l'ordine dei giornalisti, se non fosse che il suo presidente, per coronare e giustificare questa complicità, ha ospitato nei mesi scorsi presso la sede dell'Ordine e partecipato personalmente alla conferenza di lancio della "flottiglia 2" contro Israele, che è esattamente la versione marina di queste marce contro i confini e la legalità internazionale.

 

 

Media italiani e Israele: prevenzione, disinformazione e propaganda

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Capita qualche volta che l'attenzione critica al modo in cui la stampa italiana (e in genere occidentale) tratta Israele e le questioni mediorientali - quella caratteristica di questa rubrica e di molti siti e gruppi di Facebook dedicati al pubblico ebraico - sia vista a sua volta come scorretta, come una forma di estremismo o di intolleranza. Perché, ci si chiede, la stampa dovrebbe avercela particolarmente con Israele, perché non accettare le opinioni così autorevolmente espresse non solo dai giornali militanti di sinistra più o meno estrema, come il “Manifesto” o l'Unità”, ma anche da quotidiani “autorevoli” come da noi “Repubblica" e in parte il “ Corriere”, all'estero “Le Monde”, “El Pais” o il "New York Times".

Ritornerò alla fine su questo problema del perché vi sia un atteggiamento prevenuto della stampa (e anche di buona parte dell'informazione televisiva, come “Rai 24”, “Rai3” eccetera). Per ora mi sembra importante sottolineare il fatto che questa prevenzione, o peggio disinformazione e propaganda, c'è, agisce, determina l'”agenda informativa”, cioè le notizie che si pubblicano e il loro rilievo, ma anche il modo in cui esse vengono raccontate, oltre che naturalmente i commenti.


Il caso vuole che nelle scorse settimane ci sia stato un evento abbastanza isolato e puntuale da poter essere preso come pietra di paragone; o forse non è affatto un caso, perché atti di terrorismo capitano sistematicamente in Israele e sono trattati sempre alla stessa maniera dai media, con prevenzione e un atteggiamento pedagogico-propagandistico che punta ad orientare l'opinione pubblica in senso anti-israeliano.
Mi riferisco al ciclo di violenza svoltosi attorno a Gaza nelle giornate fra il 10 e il 14 marzo. Ricostruisco brevemente i fatti. I servizi segreti israeliani hanno avuto notizia che i “comitati di resistenza popolare”, una succursale di Hamas, stavano preparando un grave attentato nel Sinai. E' la stessa organizzazione che ha rapito Shalit, cedendolo poi da gestire a Hamas e che ha svolto l'assalto all'autobus che andava a Eilat ad agosto. L'aviazione israeliana ha sparato un razzo uccidendo il leader dei CRP che stava organizzando l'operazione. E' un comportamento lecito?
Certo che lo è.
L'attività terrorista inizia con la preparazione dell'attentato e non con la sua esecuzione; se non si potessero fermare i terroristi se non dopo che hanno ucciso, il mondo sarebbe un posto di gran lunga più pericoloso. Oltretutto il terrorista ucciso era stato scarcerato pochi mesi fa in occasione dello scambio per la liberazione di Shalit e avvertito che se avesse ripreso l'attività terrorista sarebbe stato un obiettivo legittimo dell'autodifesa di Israele.
In seguito all'uccisione del capo terrorista, i CPR hanno iniziato a bombardare il Sud di Israele. Sui cittadini israeliani di città come Sderot e BeerSheva sono arrivati oltre centocinquanta fra missili anche sofisticati e colpi di mortaio. Questo bombardamento era diretto sulla popolazione civile, è stata per esempio distrutta una scuola. Il fatto che non siano state registrate finora perdite umane dipende dal fatto che Israele ha messo a punto un sistema d'arma difensiva, Iron Dome, che riesce ad abbattere la maggior parte dei razzi diretti su zone fittamente abitate.
E' stato cioè merito della tecnologia israeliana e non certo dell'innocuità dei missili dei terroristi. Israele ha reagito in maniera molto misurata, evitando di ripetere l'operazione Piombo Fuso, non bombardando Gaza in maniera generica, ma colpendo le cellule che sparavano razzi e colpi di mortaio, e le fabbriche d'armi dei terroristi. Quasi solo terroristi, non civili, sono stati uccisi nei colpi perfettamente mirati dell'aviazione israeliana, anche se è noto che i terroristi cercano sempre la copertura dei civili del loro stesso popolo. Anche questo è un miracolo della tecnologia militare israeliana. Anche qui la domanda è: quello di Israele è un comportamento lecito? E la risposta è di nuovo: certo che lo è, anzi, è un comportamento obbligatorio.
Lo stato ha l'obbligo di difendere i suoi cittadini, di impedire ai violenti di compiere i loro delitti.


Come ha reagito la stampa? Ecco alcuni titoli del'11 marzo, giorno culminante dei fatti: “Il Fatto”: > (notate le virgolette intorno ai terroristi).

“Il Manifesto”: “Raid aerei d'Israele, una strage di palestinesi ” (notate le parole chiave “raid”, “strage”, “palestinesi” - non terroristi) . Il messaggero”: “Raid su Gaza, strage di palestinesi” (fotocopia del “Manifesto”). “Repubblica: “ A Gaza un giorno di guerra uccisi nei raid 15 palestinesi “ (idem: “raid”, “palestinesi”, altra parola chiave: guerra). Stampa: “Raid di Israele su Gaza uccisi quindici miliziani” (qui i palestinesi sono diventati “miliziani”, eufemismo per non condannare i terroristi; ma il “raid” c'è sempre). L'Unità: “Gaza sotto le bombe per un raid "mirato" ma è strage di civili”. (non solo c'è la “strage”, ma riguarda dei “civili”, il che è smentito nel corpo stesso dell'articolo). “Il Corriere”: “Giorno di guerra a Gaza Israele uccide 15 palestinesi” (ancora la guerra e i palestinesi generici, implicitamente civili innocenti). Aggiungo un titolo del “Corriere on line, che contiene un'altra parola chiave, “assalto”: “ “A Gaza la violenza non si ferma: 5 palestinesi uccisi - Altri 2 morti dopo l'assalto dell'aviazione israeliana“.


I corpi degli articoli, con la vistosa eccezione dell'”Unità” e del suo titolo menzognero sui “civili” corrisponde ai titoli, con una vistosa eccezione: che nei titoli non c'è mai, neppure una volta, la menzione del fatto che i palestinesi avevano sparato centocinquanta razzi su città e paesi del territorio israeliano (non delle “colonie”), tutti diretti su obiettivi civili. Raccontare la reazione israeliana agli atti di terrorismo, senza menzionare questi o sottovalutandone la portata o comunque citandoli nell'articolo e non nei titoli e dopo la reazione, invertendo cioè il rapporto fra causa ed effetto è una tecnica comune dei resoconti dei media su Israele, ma qui il gioco è assolutamente scoperto, come nel caso dell'ultimo titolo che ho citato. Ed è unanime, dal “Corriere” al “Manifesto”.

Mi sembra un caso in cui la prevenzione e peggio, la disinformazione e la propaganda siano assolutamente espliciti. Lo stesso discorso si potrebbe fare sulla stampa internazionale e sulle agenzie. Ha fatto rumore di recente nel mondo dei media americani (un rumore relativo, perché su questo punto c'è molta omertà, in America come in Italia) uno studio scientifico sulla disinformazione sistematica operata da una delle massime agenzie di stampa del mondo, la Reuters sulle cronache dal Medio Oriente (chi lo volesse leggere può trovarlo qui: http://sites.roosevelt.edu/hsilverman/files/2011/11/Reuters-article-JABR.pdf )

Resta da capire la ragione di questa prevenzione così generale da sembrare buon senso. Vi è il terzomondismo di buona parte di giornalisti che si occupano di esteri, un certo orientamento antiamericano e di conseguenza antisraeliano che deriva dalla formazione di sinistra di buona parte di quel ceto semi-intellettuale di massa da cui escono buona parte dei giornalisti.
Vi sono poi anche concreti interessi economici delle proprietà che sanno di non subire reazioni di uno stato democratico come Israele ma temono l'ira araba. E vi è una buona dose di antisemitismo che gira sottopelle, non dichiarato, nelle nostre società. Un antisemitismo ipocrita, che onora gli ebrei morti nei lager ma detesta gli ebrei vivi e che si difendono. Sono temi molto delicati, da documentare con attenzione.

 

 

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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