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I diritti negati del popolo palestinese

  

  

Premessa: tratto da qui e qui

 

Dal 1948 i palestinesi vengono considerati un popolo oppresso e i cui diritti sono costantemente negati da Israele. La retorica della Potenza Occupante e della Resistenza Armata serve a delegittimare lo Stato israeliano di fronte alla comunità internazionale e, oltre a essere palesemente falsa, nasconde al pubblico la strumentalizzazione ai danni della comunità palestinese condotta dagli altri Stati arabi del Medio Oriente. 

Molti ricorderanno le recenti esecuzioni sommarie di Hamas nei confronti di presunti collaborazionisti dello Stato sionista o il clima in cui si svolsero le elezioni in cui l’organizzazione terroristica ha preso il potere a Gaza. Ciò che i media invece non raccontano è la sistematica negazione di qualsiasi diritto basilare da parte di Stati che spesso gridano al mostro Israele e al suo olocausto di bambini.


In tutti gli stati arabi (eccetto la Giordania) ai palestinesi è vietato richiedere la cittadinanza a causa di un decreto della Lega Araba emanato nel 1959 “al fine di preservare l’entità e l’identità palestinese”. A questo si aggiunge una sostanziale limitazione della libertà di circolazione, a causa della difficoltà con cui vengono accettati i loro documenti di viaggio, e l’impossibilità di essere rappresentati politicamente visto che ai palestinesi è vietato candidarsi  alle elezioni nazionali (e in alcuni casi anche di votare!). 

La non concessione della cittadinanza a chi nasce nel paese ospitante è una chiara violazione dell’Articolo 7 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

Passiamo ora in rassegna tutte le violenze subite dai rifugiati palestinesi nei singoli Stati che compongono il Medio Oriente.


 

Egitto

Già nel 1948 tutti i palestinesi che varcarono il confine per approdare in Egitto vennero rispediti indietro a combattere gli israeliani. Un’azione disumana di cui si parla poco e che descrive al meglio la strumentalizzazione di cui si accennava prima. 

Quei pochi che riuscirono a stabilirsi in campi profughi vennero cacciati l’anno seguente in seguito alla decisione del governo egiziano di rifiutare la presenza dell’UNRWA sul territorio nazionale. Da quel momento ben pochi palestinesi sono riusciti ad insediarsi in Egitto viste anche le difficoltà nel procurarsi istruzione e posti di lavoro. 

Nel 2013 la guerra civile in Siria mette in fuga un grande numero di persone, fra questi un gruppo di siriano-palestinesi che non appena giungono ad Alessandria vengono spediti in carcere.

Spesso si sente parlare di Gaza come di una prigione a cielo aperto per colpa degli israeliani, non si capisce perchè le stesse accuse non vengono fatte agli egiziani che dal 2013 tengono chiuso il valico di Rafah vietando il transito persino ai feriti.

 

Libano

Dal 1962 i palestinesi sono considerati a tutti gli effetti “stranieri in patria”. Inoltre fino al 2010 era in vigore una lista di 73 categorie professionali a cui i palestinesi non potevano accedere, in seguito il numero è stato ridotto a 50. Tutt’oggi ai palestinesi non è possibile lavorare come medici, giornalisti, avvocati o svolgere qualsiasi mestiere abbastanza redditizio. 

A questo si aggiunge il divieto di vivere fuori dai campi profughi e numerose limitazioni al diritto di istruzione. Per mascherare la situazione reale di discriminazione le leggi si riferiscono a imprecisati “stranieri la cui nazionalità non è riconosciuta”. 

Migliaia sono state le vittime palestinesi durante la guerra civile in Libano: almeno 5000 tra il 1975 e il 1978, un numero imprecisato tra il 1985 e il 1988 in quella che è stata definita la Guerra dei Campi

Anche il Libano ha dovuto fronteggiare le conseguenze della guerra civile in Siria: rifugiati provenienti da tutta la regione si sono riversati al confine nella speranza di trovare cibo e un tetto sotto cui dormire. Come già visto per l’Egitto i siriani di origine palestinese non sono ben accetti negli altri paesi arabi: almeno 200 di loro si sono visti negare l’ingresso e sono dovuti tornare in Siria.


Giordania

La Giordania è forse lo Stato che più di tutti ha cercato di disfarsi dei suoi abitanti palestinesi. Già nel 1967, alla fine della Guerra dei Sei Giorni, la cittadinanza fu negata agli abitanti di Gaza che tentarono di tornare nei confini giordani. 

Ad oggi ci sono almeno 165,000 palestinesi in Giordania che, non essendo cittadini, non possono ottenere nessun servizio offerto dallo Stato. Proprio in Giordania nel 1970 si sono svolti i fatti di Settembre Nero in cui migliaia di palestinesi vennero uccisi o espulsi e i loro campi profughi demoliti. 

Negli anni poi la politica nei confronti dei palestinesi giordani originari della West Bank è stata quella di revocargli la cittadinanza, mossa giustificata come “favorevole alla loro causa”. Nel 2012 si è arrivati addirittura ad una legge elettorale che limita la rappresentanza palestinese in Parlamento a meno del 10%.  

A differenza di Egitto e Libano, ai siriano-palestinesi non è stato negato l’ingresso in Giordania ma sono stati separati dagli altri profughi e sistemati in speciali campi di accoglienza.


Siria

Prima dell’inizio della guerra civile i palestinesi in Siria erano almeno 500,000. Nonostante un’integrazione migliore nella struttura socio-economica dello Stato gli era comunque proibito fin dagli anni ’70 il diritto di voto attivo e passivo. 

Durante la guerra civile la maggior parte dei palestinesi è scappata verso i confini occidentali, chi invece ha scelto di rimanere ha dovuto affrontare la fame e gli orrori del conflitto come i rifugiati del campo di Yarmuk.


Libia

Il regime di Gheddafi ha commesso una moltitudine di atti razzisti nei confronti di tutte le minoranze presenti nel paese. Dopo aver espulso gli ebrei, nel 1994 fu il turno dei palestinesi: almeno 30,000 le persone cacciate e a cui vennero confiscate le abitazioni

La situazione non è migliorata con la morte del colonnello, l’avvento della rivoluzione e il collasso del sistema giudiziario hanno permesso a chi aveva subito confische da parte del governo di rivendicare le vecchie proprietà. I primi a farne le spese sono stati proprio i circa 45,000 palestinesi residenti nell’area di Tripoli che sono stati cacciati a forza dalle loro case

Proprio oggi il Ministro degli Esteri libico ha annunciato che ai palestinesi è vietato l’ingresso in Libia per paura che questi fomentino azioni di terrorismo.

 

 

Yarmouk: Se non c'è di mezzo Israele, i palestinesi possono pure crepare

 

Aprile 2015, la Olp ha annunciato che non ha la minima intenzione di intervenire in armi nel campo palestinese di Yarmouk, alla periferia di Damasco, teatro di violenti combattimenti. Abu Mazen, insomma, non intende fare nulla per evitare l'ennesimo massacro di palestinesi a opera di arabi. Una tragedia che per l'ennesima volta non ha nulla a che fare con Israele e mette in luce quella ferocia palestinese e araba che i media occidentali da sempre si rifiutano di vedere.
I fatti, dall'inizio: i 180.000 rifugiati palestinesi di Yarmuk sono trattati da 60 anni come paria dai siriani. Rinchiusi in un ghetto, non hanno diritto di lavorare all'esterno, di avviare un'attività economica, di comprare una casa o un terreno. Vivono dei sussidi dell'Onu e delle rimesse dei parenti. Negata rigidamente la cittadinanza siriana. Yarmouk, insomma è una delle «bombe atomiche arabe» (definizione di Nasser) scientificamente organizzate dai vari rais, che hanno tenuto per decenni i palestinesi nei campi profughi in condizioni di semi schiavitù, rifiutandosi di integrarli, per usarli come carne da cannone disperata contro Israele.

 

Yarmuk, inoltre, era ed è la "capitale" del gruppo palestinese Fplp-Cg, di Ahmed Jibril, da sempre alleato col regime para nazista di Damasco e ferocemente in armi contro la stessa Olp. Awersario di Yasser Arafat, subordinato all'alleanza con i macellai Assad padre e figlio, il Fplp-Cg partecipò persino al massacro arabo del campo palestinese di Tell al Zatar di Beirut nell'agosto del 1976, che nessuno ricorda, ma che fu peggio di quello di Sabra e Chatila che invece viene ricordato in occidente solo perché se ne attribuisce - falsamente - la responsabilità a Israele (i macellai furono invece gli arabi cristiani).

Da sempre contrario al processo di pace, il Fplp-Cg è responsabile di molti attentati e stragi di leader arabi ed è da sempre il cane da guardia del regime di Damasco. Per questo, quando nel 2012 i ribelli laici siriani della Free Syrian Army tentarono di attestarsi a Yarmouk per meglio attaccare il regime a Damasco, in una fase in cui né l'Isis, né al Qaeda erano ancora presenti in Siria, il Fplp-Cg li ha combattuti con ferocia, difendendo il regime siriano.


Spopolato e dissanguato dalla guerra civile, Yarmouk è ora sotto attacco dell'Isis. I palestinesi che vi muoiono a centinaia di fame, freddo, sete e colpi di armi da fuoco sono vittime della ferocia contrapposta di due eserciti arabi. Come sempre. Come nel 1970 nel Settembre Nero di Amman (20.000 palestinesi uccisi da arabi). Con un di più: la dissidenza palestinese "di sinistra" che comprende oltre al Fplp-Cg anche il Fdlp e altre organizzazioni, che spesso hanno ucciso alti esponenti della Olp, è asservita ai peggiori regimi arabi (ieri Saddam Hussein, oggi Beshar al Assad).
Abu Mazen rifiuta quindi di mandare i suoi uomini a combattere a fianco dei palestinesi di Yarmuk e dell'esercito siriano contro l'Isis, perché è convinto, a ragione, che l'uno e l'altro si equivalgano e che comunque, se potessero, ucciderebbero lui e tutta la dirigenza palestinese moderata.


Yarmouk, insomma, fa emergere il lato oscuro, sanguinario, demente, della vicenda palestinese, che ha sempre visto le leadership arabe usare delle sofferenze palestinesi come cinica leva per le proprie strategie politiche da macellai. Col risultato che dal 1948 a oggi i palestinesi uccisi da Israele sono la metà dei palestinesi uccisi dagli arabi o dai palestinesi. Ma nessuno lo dice. Perché è di moda, di nuovo, accusare gli ebrei di essere assetati di sangue.

 

 

 La silenziosa pulizia etnica dei palestinesi che non interessa a nessuno perché non si può incolpare Israele

 

Tratto da qui

 

Non è un segreto che la maggior parte dei paesi arabi maltrattino da tempo i loro fratelli palestinesi sottoponendoli a una serie di leggi discriminatorie stile-apartheid e a norme che spesso negano loro i diritti fondamentali. In paesi come l’Iraq, il Libano, la Giordana, l’Egitto e la Siria, i palestinesi vengono trattati come cittadini di seconda e terza categoria, un fatto che costringe molti di loro a cercare una vita migliore negli Stati Uniti, in Canada, Australia e in vari paesi europei. Di conseguenza, oggi, parecchi palestinesi si sentono a disagio nei loro paesi di origine e in altri paesi arabi.

 

La situazione dei palestinesi nei paesi arabi ha iniziato a deteriorarsi dopo l’invasione irachena del Kuwait, nell’agosto 1990. I palestinesi furono i primi a “congratularsi” con Saddam Hussein per la sua invasione del vicino paese, che soleva fornire annualmente all’Olp decine di milioni di dollari. In molti, però, fuggirono dal Kuwait a causa dell’anarchia e dell’assenza di leggi che prevalsero dopo l’invasione irachena.

 

Quando il Kuwait venne liberato l’anno successivo da una coalizione guidata dagli Stati Uniti, circa 20.000 palestinesi furono espulsi dall’emirato ricco di petrolio come ritorsione per aver appoggiato l’invasione del paese da parte di Saddam. Altri 150.000 palestinesi erano fuggiti dal Kuwait prima della guerra del Golfo. Essi sospettavano una nuova incursione e si preoccuparono di ciò che sarebbe loro accaduto una volta che il Kuwait fosse stato liberato. La maggior parte dei palestinesi che lasciarono spontaneamente il Kuwait, o che furono espulsi, si stabilirono in Giordania.


I palestinesi residenti in Iraq stanno ora pagando un prezzo molto alto. Dal 2003, il loro numero è sceso da 25.000 a 6.000. Gli attivisti palestinesi dicono che gli iracheni stanno conducendo una campagna di pulizia etnica contro la popolazione palestinese presente nel paese. Secondo questi attivisti, dopo il crollo del regime di Saddam Hussein, le milizie sciite in Iraq hanno sistematicamente attaccato e intimidito la popolazione palestinese, inducendo molti a fuggire. Essi asseriscono che gli sciiti sono contrari alla presenza nel loro paese di sunniti non iracheni, compresi i palestinesi – soprattutto nella capitale Baghdad. Inoltre, a loro dire, molti sunniti che si sono opposti a Saddam hanno anche ingaggiato una guerra contro i palestinesi, come rappresaglia per l’appoggio da loro offerto al dittatore.

Thamer Meshainesh, leader della Lega per i palestinesi in Iraq, pochi giorni fa ha detto che i palestinesi si trovano a dover affrontare “violazioni senza precedenti” e “un numero crescente di attacchi”. Egli ha messo in guardia dal fatto che i palestinesi in Iraq sono stati presi di mira da varie milizie, come parte di una sistematica politica volta ad allontanarli dal paese.


Abu al-Walid, un ricercatore palestinese che da molti anni segue la difficile situazione dei palestinesi in Iraq, ha rimarcato che 19.000 dei 25.000 palestinesi residenti in Iraq hanno già abbandonato il paese. Egli ha anche notato che i palestinesi vengono presi quotidianamente di mira col pretesto di un loro coinvolgimento nel terrorismo. Secondo il ricercatore, molti palestinesi catturati dalle milizie sciite in Iraq sono stati brutalmente torturati e costretti a “confessare” il loro presunto coinvolgimento in atti di terrorismo.


Meshainesh e Abu al-Walid hanno accusato l’Autorità palestinese (Ap) di non riuscire ad aiutare i palestinesi residenti in Iraq. Essi hanno detto che l’unico tentativo compiuto dall’Ap a riguardo si è limitato a una “vuota retorica”.

 

I palestinesi dell’Iraq stanno pagando le conseguenze per essersi intromessi negli affari interni del paese. Questo è quanto accaduto ai palestinesi in Siria, Libano e in Libia. I palestinesi si trovano spesso coinvolti, direttamente o meno, nelle rivalità esistenti in seno ai paesi arabi. E quando sono in pericolo, gridano aiuto, come avviene oggi in Iraq.

 

Ma la cosa più interessante è la totale indifferenza mostrata dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, dai media e dall’Autorità palestinese (Ap) verso il maltrattamento dei palestinesi nei paesi arabi.

 

L’Ap, i cui dirigenti sono impegnati quotidianamente nell’incitamento contro Israele, non ha tempo di preoccuparsi della propria gente nel mondo arabo. I leader dell’Autorità palestinese vogliono denunciare alla Corte penale internazionale “i crimini di guerra” commessi da Israele a causa della guerra condotta lo scorso anno contro Hamas e la continua costruzione di insediamenti in Cisgiordania.

Ma quando si tratta di pulizia etnica e delle torture cui sono sottoposti i palestinesi in paesi come l’Iraq, la Siria e il Libano, essi preferiscono fare finta di niente.

 

Allo stesso modo, i media internazionali sembrano aver dimenticato che ci sono decine di migliaia di palestinesi che vivono in vari paesi arabi. Gli unici palestinesi che i giornalisti occidentali conoscono e di cui si preoccupano sono quelli che risiedono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

 

Questi giornalisti non si curano dei palestinesi del mondo arabo perché non si può incolpare Israele della loro condizione. La notizia che un arabo viene ucciso o torturato non merita alcuna menzione in un importante quotidiano occidentale. Ma quando un palestinese si lamenta delle autorità israeliane o dei coloni ebraici (settlers), molti giornalisti si precipitano a coprire questo sviluppo “di rilievo”.

 

La pulizia etnica dei palestinesi in Iraq non è uno strano fenomeno nel mondo arabo. Nel corso degli ultimi anni, decine di migliaia di palestinesi sono fuggiti dalla Siria. La maggior parte si è spostata in Libano e Giordania, dove le autorità stanno facendo tutto il possibile per assicurare che i profughi palestinesi sappiano di essere sgraditi. Gli attivisti palestinesi stimano che nel giro di pochi anni non ci saranno più palestinesi in Iraq e in Siria.
 

Le Nazioni Unite e altri organismi internazionali ovviamente non sentono parlare della pulizia etnica dei palestinesi nel mondo arabo. Essi sono talmente ossessionati da Israele che preferiscono ignorare le sofferenze dei palestinesi sotto i regimi arabi.

 

Non solo i paesi arabi disprezzano i palestinesi, ma vogliono anche che essi siano un problema esclusivamente di Israele. Ecco perché dal 1948, i governi arabi si rifiutano di permettere ai palestinesi di risiedere in modo permanente nei loro paesi e diventare cittadini con pari diritti. Ora, questi paesi arabi non solo negano ai palestinesi i loro diritti fondamentali, ma li uccidono, li torturano e li sottopongono a pulizia etnica. E tutto questo accade mentre i leader mondiali continuano a nascondere la testa sotto la sabbia e a stigmatizzare Israele.

 


 

Le verità sul medio oriente

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