La realtà che gli ebrei di Palestina sono palestinesi

  

 

Premessa: tratto da qui Nell'immagine sopra, ebrei di Gerusalemme nel 1895

 

Spogliare dell’attributo di palestinesi gli ebrei di Palestina costituisce un’operazione intrinsecamente antisemita, concettualmente analoga a quella fatta dalle leggi razziali degli anni ’30 in Germania e Italia

 

Lo sanno tutti. Le ricorrenti, ossessive campagne per boicottare Israele, per espellerlo dagli enti internazionali, per condannarlo davanti ai “tribunali” delle Nazioni Unite, per dipingerlo come uno stato che pratica l’apartheid, per isolarlo e diffamarlo davanti all’opinione pubblica mondiale non migliorano di una virgola la condizione degli arabi palestinesi, non promuovono il dialogo e la coesistenza, non avvicinano di un millimetro la pace. Servono invece benissimo per delegittimare lo stato ebraico, cioè per indurre o consolidare la percezione che lo stato fondato dalla comunità ebraica in una parte della ex Palestina Mandataria britannica sia illegittimo, illegale, abusivo. Dunque immorale e in quanto tale da cancellare o, nella più “moderata” delle ipotesi, da sopportare obtorto collo come un increscioso fatto compiuto.

 

Purtroppo questa percezione – che mette Israele dalla parte del torto per il solo fatto di essere nato – viene favorita e avvalorata da un abuso lessicale che si è ormai imposto ad ogni livello: l’uso del termine “palestinesi” per indicare unicamente gli arabi di Palestina, trasformando per ciò stesso tutti gli altri abitanti della Palestina, e segnatamente gli ebrei, in estranei per definizione. Se i “palestinesi” sono per definizione arabi (preferibilmente musulmani), gli ebrei non possono che essere degli intrusi, degli invasori, dei colonialisti e via di questo passo.

 

Non si faccia l’errore di considerala una pignoleria marginale. Le parole veicolano concetti ed è su quei concetti che si costruiscono percezioni, giudizi e comportamenti. Spiegava George Orwell in 1984 che la funzione principale della neolingua totalitaria è quella di irreggimentare il vocabolario a tal punto che non sia più nemmeno possibile pensare certi concetti perché “non ci sono più le parole per esprimerli”.

 

Fino a pochi decenni fa il termine palestinese non era affatto sinonimo di arabo-palestinese, e gli ebrei di Palestina (o Terra d’Israele) si potevano a buon diritto fregiare del titolo di palestinesi. Non suscitava nessuna sorpresa definire palestinese il Talmud Yerushalmì redatto a Tiberiade tra il IV e il VI secolo (in quanto distinto dal Talmud Bavlì redatto in Babilonia tra il V e il VII secolo). Pareva perfettamente logico intitolare Palestine Post un quotidiano fondato nel 1932 da ebrei del Mandato Britannico (oggi Jerusalem Post). Era del tutto naturale chiamare palestinesi gli ebrei del Mandato Britannico arruolati volontari nella Brigata Ebraica che parteciparono con le forze alleate alla guerra in Italia contro i nazi-fascisti. E si potrebbe continuare.
 

Spogliare dell’attributo di palestinesi gli ebrei di Palestina o Terra d’Israele li ha resi semanticamente alieni con un’operazione concettualmente analoga a quella fatta dalle leggi razziali degli anni ’30 che imposero arbitrariamente la scissione fra i concetti di tedesco e di ebreo, di italiano e di ebreo, rendendo automaticamente alieni gli ebrei in Germania e in Italia. Sottrarre agli abitanti ebrei della Palestina la qualifica di palestinesi riservandola ai soli abitanti arabi (musulmani) costituisce un’operazione intrinsecamente antisemita che – come ogni operazione antisemita – ha innanzitutto lo scopo di fomentare fenomeni di rigetto contro gli ebrei. Forse dovremmo tutti smettere di assecondarla.

 

Certo, molti ebrei di Palestina (ma non tutti) discendono da famiglie ebraiche che si sono stabilite nel paese “solo” negli ultimi 130 anni o giù di lì. Ma questo è vero anche per molti arabi palestinesi. Non siamo noi a dirlo: lo ammette – implicitamente – la stessa Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, la quale definisce “palestinesi” tutte le persone che abitavano in Palestina nei due anni prima della nascita dello stato di Israele, e precisamente “during the period 1 June 1946 to 15 May 1948”. Evidentemente erano davvero tantissimi gli arabi che si erano stabiliti nella Palestina Mandataria in tempi molto recenti – più recenti di tanti loro vicini ebrei – se la stessa agenzia Onu ritenne opportuno fissare margini temporali così grottescamente limitati.
 

Porre fine al furto di identità che ha fatto degli arabi di Palestina gli unici palestinesi, come se gli ebrei non fossero abitanti legittimi in quella terra, è un passaggio politicamente, culturalmente e psicologicamente indispensabile se si vuole arrivare ad una soluzione di pace equa e duratura. Si rilegga la Risoluzione Onu 181 del 29 novembre 1947: essa parla esplicitamente dei “due popoli palestinesi” (“two Palestinian peoples”) ai quali raccomanda la creazione di due stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico (“Arab and Jewish States”). Se politici, diplomatici, opinionisti, insegnanti e giornalisti parlassero anche oggi dei “due popoli palestinesi”, quanto sarebbe diversa – più giusta e più realistica – la percezione della legittimità dello stato ebraico d’Israele, la comprensione dei termini del conflitto, la ricerca della sua possibile composizione?
 

La soluzione “due stati per due popoli” potrà affermarsi e durare soltanto se e quando tutto il mondo e gli arabi in primis si convinceranno veramente ed esplicitamente, e insegneranno alle giovani generazioni, che esistono due popoli palestinesi, uno arabo e uno ebraico, entrambi titolati ad esercitare la propria autodeterminazione nei rispettivi stati, uno arabo e uno ebraico; soltanto se e quando verrà riconosciuto il diritto storico e politico degli ebrei ad uno stato ebraico in Palestina, abbandonando le campagne internazionali per delegittimarlo, l’ottusa velleità di cancellarlo dalla carta geografica, la greve e martellante pubblicistica, dalle scuole alle moschee, che mira a dipingerlo come una mostruosa costruzione aliena da eliminare.

 

 

Nota: denominare Palestina tout-court il futuro stato arabo-palestinese, scrupolosamente ripulito da ogni presenza e memoria ebraica, significa dare vita a un’entità antisemita di nome e di fatto

 

 

Un particolare della mappa della spartizione del mandato Britannico allegata alla Risoluzione Onu 181 (1947): nella legenda, come nel testo della risoluzione, le locuzioni “Arab State” (stato arabo) e “Jewish State” (stato ebraico)

 

 

Agli ebrei è stato indebitamente sottratto l'attributo di “palestinesi” per farli apparire estranei nella loro stessa terra

 

 

Sentiamo spesso affermazioni storiche come queste circa i palestinesi:
Mahmoud Al-Habbash, ministro dell’Autorità Palestinese per gli affari religiosi: “I palestinesi sono in questa terra da cinquemila anni”.
Muhammed Hussein, gran mufti di Gerusalemme dell’Autorità Palestinese: “Nostro Signore Gesù era chiaramente palestinese”.
In un dibattito altamente politicizzato vale la pena chiedersi: che cosa costituisce un fatto e che cosa un’invenzione?

Origine della parola Palestina
Le prime versioni del termine Palestina (Peleset, Palashtu, Palaistine) fanno riferimento a una piccola regione sulle coste del Mediterraneo confinante con l’Egitto abitata dai Filistei, un antica popolazione egea che, come molte altre, è scomparsa nel corso del tempo e non ha nessun collegamento con i palestinesi [arabi] di oggi.

Il nome Palestina fu usato per la prima volta ufficialmente dall’imperatore romano Adriano. Durante il suo imperio, Adriano massacrò la popolazione ebraica ribelle nel regno di Giudea e mandò in esilio gran parte della popolazione ebraica rimanente. Adriano era deciso a cancellare migliaia di anni di presenza ebraica nel paese, documentata da ampi ritrovamenti archeologici e toponimi in uso ancora oggi. Perciò decise di cambiare il nome della provincia di Giudea in quello di Siria Palestina (in latino: Syria Palaestina) tratto dagli scomparsi nemici degli antichi ebrei, i Filistei.

La Giudea fu l’ultimo stato indipendente esistito nel paese. Secolo dopo secolo, gli ebrei rimasti e altri gruppi vissero sotto il dominio di successive potenze straniere. All’epoca dell’Impero Ottomano, il nome Palestina veniva usato come generico termine geografico per indicare la terra a sud della Siria. Sicché, quando la regione cadde nelle mani degli inglesi alla fine della prima guerra mondiale, del tutto naturalmente essi la chiamarono Palestina. La Società delle Nazioni, predecessore delle Nazioni Unite, assegnò alle potenze vincitrici della prima guerra mondiale il mandato di governare il Medio Oriente e preparare le popolazioni locali all’indipendenza. Quest’area finì sotto il “Mandato Britannico sulla Palestina”.

Due popolazioni vivevano nel Mandato sulla Palestina: arabi ed ebrei, entrambi considerati palestinesi. Così, gli ebrei crearono l’Orchestra Sinfonica di Palestina che al momento dell’indipendenza di Israele sarebbe diventata la Filarmonica d’Israele; fondarono la Banca Anglo-Palestinese che sarebbe diventata la Bank Leumi (Banca Nazionale) israeliana; e questo poster, spesso usato oggi a sostegno di argomenti anti-israeliani, era in realtà una pubblicità sionista che promuoveva il turismo nella patria ebraica in Palestina.

Nel 1947 il Mandato terminò e le Nazioni Unite decisero di dividere il paese in due stati indipendenti, ebraico e arabo. Gli ebrei accettarono la risoluzione dell’Onu e chiamarono il loro stato Israele. Il mondo arabo, invece, respinse il piano a due stati e, non appena se ne andarono gli ultimi soldati britannici, attaccarono il nuovo vicino indipendente appena nato. Dopo la guerra, la Giordania si annesse la Cisgiordania e l’Egitto prese il controllo della striscia di Gaza, entrambe aree destinate dal piano di spartizione alla parte araba. Nessuno dei due paesi ritenne di dover istituire uno stato indipendente in queste aree. Di conseguenza, non si concretizzò uno stato arabo nell’ex Mandato Britannico sulla Palestina.

L’identità palestinese continuò a crescere dopo il 1948 culminando nel 1964 quando la Lega Araba promosse la creazione dell’Olp, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, dichiarando che questo gruppo arabo era “il popolo palestinese”. L’Olp rivendicava l’intera area dell’ex Mandato: ma sebbene invocasse la distruzione di Israele, non metteva in discussione il governo egiziano e giordano (su Gaza e Cisgiordania). Le aspirazioni arabe continuarono a concentrarsi unicamente sull’eliminazione dello stato d’Israele, fomentando una nuova guerra, nel 1967, durante la quale Israele assunse il controllo dei territori dell’ex Mandato in Cisgiordania e Gaza.

Sono dunque vere, quelle affermazioni storiche sul popolo palestinese?
Mahmoud Al-Habbash, ministro dell’Autorità Palestinese per gli affari religiosi: “Non c’è stato nessun periodo della storia senza la presenza del popolo palestinese in questa terra”.
Mustafa Barghouti, parlamentare dell’Autorità Palestinese. “Nostro Signore Gesù fu il primo palestinese ad essere torturato in questa terra”.

No, queste affermazioni sono false. Gesù nacque 134 anni prima che i romani cambiassero il nome della Giudea in Siria Palestina; più di 1.900 anni prima che esso diventasse il nome del Mandato Britannico, e circa 2.000 anni prima che esso venisse largamente adottato da una popolazione araba della regione. Gesù era invece un ebreo, che viveva nel regno di Giudea.

Ma a parte tutta la storia, Israele e la comunità internazionale hanno sostenuto le aspirazioni nazionali palestinesi attraverso ripetute offerte di pace basate su una soluzione a due stati (1937: Commissione Peel; 1947: Piano di spartizione Onu; 2000: Summit di Camp David; 2008: Processo di Annapolis). Purtroppo, a discapito di tutti gli abitanti della regione, i dirigenti palestinesi hanno respinto tutte quelle offerte. Continuano a fare false affermazioni storiche nella speranza di cancellare i legami ebraici col paese e negare i diritti degli ebrei in questa regione.

Promuovi la pace per entrambi i popoli, non le menzogne che li allontanano.

 


 

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