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Gli ebrei hanno diritto alla loro terra?

 

 

<< Ogni critica che mette in dubbio il diritto di Israele a esistere è antisemitismo e ogni critica che accusa Israele per i problemi del medio oriente è antisemitismo. >>

 

Tratto in buona parte da qui, qui e qui

 

Dato che mi sono accorto che perfino nel mondo ebraico passa spesso la bufala della questione mediorientale come la disputa su un paese che in antico sì era ebraico, ma che da "2000 anni" sarebbe in mano ai "palestinesi", mi sono deciso ad annoiarvi con un paio di piccoli fatti.

1. Il dominio ebraico antico su quella terra dura parecchio più di un millennio. Lo sappiamo sulla base di dati archeologici e non solo dalle Scritture. Il più antico testo egiziano che nomina gli ebrei come nemici è dell'XI secolo aC, la rivolta di Bar Kochba dopo cui i romani fanno pulizia etnica e rinominano Israele come palestina è del 135 dC. Per confronto il dominio romano nella penisola italiana regge poco più della metà, dal III secolo aC al V dC. Abbastanza, credo, per stabilire una presenza.

2. Dopo la distruzione del Tempio in Israele continua a esserci una cospicua popolazione ebraica, così vitale da produrre insigni fatti culturali: il Talmud gerosolimitano (chiuso nel V secolo), i Massoreti di Tiberiade (attivi fin oltre il X), un'accademia rabbinica riconosciuta da tutto il mondo come la più importante del mondo alla pari di quella babilonese (fino alle Crociate). Nonostante le continue angherie bizantine, proseguite poi dagli arabi Abbassidi, la popolazione restò a lungo prevalentemente ebraica o cristiana.

Il bel libro del sociologo delle religioni Rodney Stark, "Gli eserciti di Dio", tradotto in italiano da Lindau, mostra con dati abbondanti come ancora al tempo delle crociate non vi fosse in terra di Israele una maggioranza islamica. Le carte della Geniza del Cairo (A Jewish Archive from Old Cairo, The History of Cambridge University's Genizah Collection, Stefan C Reif, London: Curzon Press, 2000) documentano una continuità di scambi di cose e persone fra le comunità ebraiche di Egitto e Israele che si prolunga fino alle soglie del nostro Rinascimento, come fanno numerosi scritti di viaggiatori (famosi quelli di Beniamino de Tudela).

3. Il paese nel frattempo fu quasi completamente spopolato e desertificato dal disinteresse arabo per l'agricoltura. Solo ben dopo le Crociate e le stragi che ne seguirono iniziò ad esserci una maggioranza islamica. Nel Quattro e Cinquecento arrivano però ad arricchire le comunità ebraiche in Israele i fuoriusciti dalla Spagna, inclusi i grandi cabbalisti: è straordinaria la scuola di Safed (Tzfat), ma parecchi altri vivono a Gerusalemme e altrove. I testi vengono prima pubblicati a Venezia, poi si impiantano anche stamperie. Ci si ferma nel Seicento anche Shabbatai Zvi, con il suo assistente Nathan, che viene normalmente denominato dalla sua città natale "di Gaza".

4. Alla fine del Settecento Napoleone arriva dopo l'Egitto in Israele e assedia Acco. Scrive un proclama in cui dice che intende restaurare la libertà di quelle terre, costituendo uno stato ebraico. Dato che tutto era il generale corso, non ancora Primo Console né Imperatore, salvo che un mistico o un visionario, questo significa che esisteva nel paese allora una base ebraica sufficiente a sostenere questa possibilità. Del resto verso metà dell'Ottocento, al primo censimento del paese, la maggioranza della popolazione di Gerusalemme era già ebraica.

5. Se guardiamo alla popolazione musulmana, vediamo che non c'è mai stato uno stato palestinese o un suo autogoverno. Dall'VIII all'XI secolo la "Palestina" fu governata da Damasco e poi da Bagdad, poi per due secoli fu cristiana, quindi conquistata dai Mammelucchi egiziani, infine dal Cinquecento in mano ai turchi fino alla prima guerra mondiale (il che li autorizzerebbe a tentare una flottiglia per riconquistare il paese per loro, non per i palestinesi...). La capitale provinciale per tutto questo periodo non fu Gerusalemme, ma Damasco. Infatti i palestinesi a lungo si sono definiti "siriani del sud". Dalla seconda metà dell'Ottocento l'immigrazione ebraica non fa che crescere e rafforzarsi, fino a diventare maggioranza nel paese alla metà del secolo scorso.

Conclusione. La presenza ebraica e la pretesa ebraica sulla terra oggi contesa sovrasta quella islamica anche per i secoli in cui gli ebrei furono cacciati e perseguitati. Non vi è stato affatto solo un legame mitico per due millenni fra una popolazione ebraica staccata da Israele come vorrebbero i "postsionisti". La storia mostra un rapporto appassionato, continuo, ininterrotto fra il popolo di Israele e la sua terra. Nel corso dei secoli chi degli ebrei riusciva ad andare a vivere in Israele lo faceva, chi non poteva faceva dei sacrifici per farsi mettere almeno un pugno della terra di Israele nella propria tomba. Se vi è mai stata una popolazione attaccata a una terra, questi sono gli ebrei per quelle colline dolci e oggi finalmente rimboschite fra il fiume e il mare. Altro che "furti" e "terra palestinese".

 

Indro Montanelli in " Profughi palestinesi, vittime degli stati arabi " (Corriere della Sera, 16 settembre 1972 ) già scriveva:
"Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c'è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d'Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta. Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l'odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo. Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso."

 

Interessante anche quello che scrive Daniel Pipes sulla questione:

 

"I sionisti hanno rubato la terra dei palestinesi". È questo il mantra che l'Autorità palestinese e Hamas insegnano ai loro bambini e diffondono nei media.  Quest'asserzione riveste un'enorme importanza, come spiega Palestinian Media Watch: "Presentare la creazione dello Stato [israeliano] come un atto di ladrocinio e la sua esistenza come un'ingiustizia storica funge da base per il non-riconoscimento da parte dell'Ap del diritto d'Israele ad esistere". L'accusa di furto mina altresì la posizione dello Stato ebraico a livello internazionale. Un'immagine palestinese: uno squalo-Stella di David divora la Palestina.

Ma quest'accusa è fondata? No, non lo è.

 

Paradossalmente, la costruzione di Israele è l'esempio della più tranquilla ondata di immigrazione e della più pacifica creazione dello Stato della storia. Per comprenderne il motivo, occorre vedere il sionismo nel suo contesto. In poche parole, la conquista è la norma storica. Ovunque, il potere è stabilito con l'invasione e quasi tutti gli Stati sono stati fondati a spese di un altro. Nessuno comanda a tempo indeterminato, le radici di tutti riconducono altrove.

 

Le tribù germaniche, le orde dell'Asia Centrale, gli zar russi e i conquistadores spagnoli e portoghesi hanno ridisegnato le carte geografiche. I greci moderni hanno un debole collegamento con i greci dell'antichità. Chi può contare il numero di volte in cui il Belgio è stato invaso? Gli Stati Uniti sono nati sconfiggendo i Nativi americani. I re hanno razziato l'Africa, gli Ariani hanno invaso l'India. In Giappone, coloro che parlavano Yamato hanno eliminato tutti i piccoli gruppi come gli Ainu. Il Medio Oriente, grazie alla sua centralità e alla geografia, ha subito un eccessivo numero d'invasioni, tra cui quella greca, romana, araba, dei Crociati, selgiuchide, timuride, mongola e degli europei moderni.

In seno alla regione, le lotte dinastiche hanno costretto lo stesso territorio a essere conquistato e riconquistato, come nel caso dell'Egitto, ad esempio. Gerusalemme ha conosciuto numerose guerre: nel 70 d.C., l'imperatore Tito celebrò la sua vittoria sugli ebrei con la costruzione di un arco di trionfo sul quale sono rappresentati dei soldati romani che trasportano una menorah sottratta dal Monte del Tempio. La terra su cui ora sorge Israele non ha fatto eccezione.

In Jerusalem Besieged: From Ancient Canaan to Modern Israel, Eric H. Cline scrive così di Gerusalemme: "Nessun'altra città è stata più ferocemente contesa nel corso della sua storia". E avvalora quest'affermazione contando "almeno 118 differenti conflitti per e dentro Gerusalemme negli ultimi quattro millenni". Cline calcola che Gerusalemme è stata completamente distrutta almeno due volte, 23 volte assediata, 44 conquistata e 52 attaccata.

 

L'Ap fantastica che i palestinesi di oggi discendono da un'antica tribù cananea, i Gebusiti; però, di fatto, sono nella stragrande maggioranza una progenie di invasori e di immigrati in cerca di opportunità economiche. Ma in questo quadro di conquiste incessanti, di violenze e di sconfitte, gli sforzi sionisti di stabilire una presenza in Terra Santa fino al 1948 appaiono come sorprendentemente miti, essendo stati i sionisti più mercanti che militari.

Due grandi imperi, quello ottomano e britannico, hanno governato Eretz Israel. Al contrario, i sionisti non avevano una forza militare. Non è stato loro possibile diventare uno stato a tutti gli effetti attraverso la conquista. Piuttosto, hanno acquistato i terreni.

L'obiettivo dell'impresa sionista fino al 1948 era di acquisire proprietà dunam dopo dunam, e così per le aziende agricole e le case. Il Fondo nazionale ebraico, istituito nel 1901 per acquistare terreni in Palestina onde "contribuire alla creazione di una nuova comunità di ebrei liberi impegnati in un progetto attivo e tranquillo" era l'istituzione chiave – e non l'Haganà, l'organizzazione clandestina di difesa ebraica fondata nel 1920.

I sionisti hanno focalizzato altresì l'attenzione sul risanamento di ciò che era arido e considerato inutilizzabile. Non solo hanno fatto fiorire il deserto, ma hanno bonificato le paludi e le terre incolte, depurato i canali d'acqua, imboschito le colline spoglie, rimosso le rocce e il sale dal suolo. La bonifica ebraica e le misure igieniche hanno all'improvviso ridotto il numero di decessi per malattie.

 

Questa che vedete è la mappa geografica della Palestina, disegnata dalla Lega delle Nazioni, dopo la fine dell'Impero Ottomano. Il suo nome per intero era Palestina Ebraica, come decisero all'unanimità i 51 stati membri della Lega della Nazioni il 24 luglio 1922. Il fine era la ricostruzione su quella terra dello Stato di Israele, sotto mandato britannico.
Nello stesso documento veniva riconosciuto agli arabi il diritto all'autodeterminazione in quattro stati: Libano e Siria (mandato francese), Iraq e -più tardi- Transgiordania (mandato britannico).

 


John Adams, allora Presidente degli Stati Uniti, così si espresse:

" E' mio desiderio profondo che che gli ebrei abbiano di nuovo uno Stato indipendente in Giudea... una volta riedificato un governo indipendente, non più perseguitati... la vostra nazione sarà ammessa, con i suoi cittadini, a godere dei diritti doveri come succede in ogni parte del mondo.. ".
 

Fu solo quando la potenza mandataria britannica rinunciò alla Palestina nel 1948, cui fece subito seguito un ostinato tentativo da parte dei Paesi arabi di annientare ed espellere i sionisti, che questi ultimi impugnarono le armi per difendersi e andarono a procurarsi la terra con la conquista militare. E anche allora, come dimostra lo storico Efraim Karsh in Palestine Betrayed , la maggior parte degli arabi abbandonò le loro terre e solo pochissimi furono costretti ad andarsene.

Questa storia contraddice il racconto palestinese che "le bande sioniste rubarono la Palestina ed espulsero il suo popolo" che ha portato a una catastrofe "senza precedenti nella storia" (secondo un libro di testo dell'Ap per gli alunni di 17-18 anni) o che i sionisti "depredarono la terra palestinese e gli interessi nazionali, fondando il loro stato sulle rovine del popolo arabo palestinese" (scrive un editorialista nel foglio dell'Ap).

Le organizzazioni internazionali, gli editoriali dei quotidiani e le petizioni che circolano negli atenei reiterano questa menzogna in tutto il mondo. Gli israeliani dovrebbero tenere la testa alta e far rilevare che la costruzione del loro Paese fu basata sul movimento più civilizzato e meno violento che abbia mai avuto qualunque popolo nella storia. Le bande non hanno rubato la Palestina: i mercanti hanno acquistato Israele.

 

C'è da aggiungere anche che Israele pur di sperare di avere la pace, speranza poi disillusa, ha dato via gran parte del proprio territorio, cosa che nessun altro Paese avrebbe mai fatto.

 

 

 

Questa mappa mostra che Israele aveva il controllo del Sinai, Gaza, Libano meridionale e gran parte della Cisgiordania. Invece di accusare falsamente Israele di stato canaglia come fanno le mappe propagandistiche, mostra  come Israele sia forse l’unico stato nella storia che ha volontariamente rinunciato a più di due terzi delle aree che controllava, in cambio di niente di più che un accordo firmato – o a volte nemmeno quello. Mettendo a rischio la sicurezza del suo popolo. Questo perché Israele vuole, disperatamente, vivere in pace con i suoi vicini. Desiderio non ricambiato da quei vicini di casa, purtroppo. La vera mappa mostra le concessioni che Israele ha fatto nella speranza, spesso vana, di pace. Anzi, ha ottenuto solo danni ingenti.

 

Quando Israele, sotto pressione internazionale si è ritirata dal Libano, si è beccata sulla testa i missili di Hezbollah che hanno colpito mezza Israele, a nord. Quando Israele si è ritirata dalla Striscia di Gaza si è beccata sul groppone i missili di Hamas che hanno colpito l’altra metà del paese, a sud. Ogni volta che Israele ha iniziato colloqui di “pace” è stata colpita dal terrorismo. Oggi grazie alla barriera difensiva, è molto più difficile per i
terroristi entrare e colpire. Ma cosa succederà se Israele regalerà altri territori ai palestinesi?
Anche altre concessioni si sono rivolte contro Israele, come la puntale liberazione di  pericolosi criminali condannati in via definitiva in cambio di prevedibile aria fritta nei negoziati di pace, come accettare volontariamente di indebolirsi (come cedendo unilateralmente Gaza) e di rinforzare il nemico (liberando centinaia di prigionieri) in cambio di nulla. Ogni volta che Israele chiede al suo popolo “sacrifici per la pace” si risolve in un bagno di sangue unilaterale.

 

 

Nota 1: La ricostruzione storica dei confini di Israele (quelli reali) può essere letta in questo sintetico articolo: Clicca qui

 

Nota 2: molto interessante è la seguente la seguente presentazione Powerpoint che mostra brevemente cosa è accaduto tra ebrei ed arabi, tra israeliani e palestinesi dal 1929 in poi: Clicca qui

È interessante anche questa presentazione Powerpoint che ripercorre la storia di Israele e del sionismo: Clicca qui
 

 

 

 

PS: Sarebbe bello, eh, se la guerra araba dei cent'anni contro Israele (e prima l'Insediamento, la Colonia, lo yishuv che ne fu la premessa a partire dagli anni Venti del Novecento) fosse una semplice questione di confini. In fondo da quelle parti di terra incolta ce n'è tanta, milioni e milioni di chilometri quadrati, figuratevi se i 6.000 kmq di Giudea e Samaria (poco più della Liguria) o anche i meno di 30 mila di tutta Israele fanno problema. Ma così non è. Il problema per i musulmani sono gli ebrei.

Prime vittime di Maometto, le tribù ebraiche di Medina, massacrate con modalità ancora oggi imitate dall'Isis (una fossa comune aperta e tutti i maschi sgozzati, tutte le femmine trasformate in schiave sessuali). Primi “diffamatori” di Maometto i sapienti ebrei che non prendevano sul serio colui che confondeva regole e personaggi (lo sapete che il Corano identifica la figura di Maria madre di Gesù con la sorella di Mosè, la cui storia è ambientata 1400 anni prima?), naturalmente fatti ammazzare a sangue freddo dal “profeta”? Primi resistenti contro il genocidio islamico, come quella donna, moglie del capotribù ebraico di Medina, presa da Maometto come “moglie”, cioè violentata subito dopo il delitto che cercò di avvelenarlo e glielo disse in faccia. Nemici apocalittici, come dice quel “hadith” (detto attribuito al profeta) continuamente citato, secondo cui prima della redenzione ci sarà una battaglia finale per lo sterminio degli ultimi ebrei e alcuni si nasconderanno per non essere uccisi, ma le pietre e gli alberi che cercheranno di usare come rifugio li denunceranno ai musulmani. Popolo “protetto”, cioè schiavizzato in cambio di tasse e di umiliazioni, il più basso nella scala sociale, inferiore ad altri infedeli come i cristiani (lo dice il Corano), che ha l'ardire da cent'anni non solo di rifiutare la “vera fede” (lo ha sempre fatto dai tempi di Maometto, nonostante le sue iniziali speranze di conversione), ma di comandare i loro naturali superiori musulmani e di farlo addirittura in terra musulmana, cioè in realtà conquistata con le armi e colonizzata dall'Islam.

Insomma, combattere contro gli ebrei non è solo una guerra locale come tutte, che riguarda dei confini. E' una questione religiosa, una faccenda di fede, che ha impatto sul destino del mondo (per chi ci crede, naturalmente).

 

 

Le verità sul medio oriente

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