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I cinque principali errori dei media su Gaza

 

 

Premessa: tratto da qui

 

L'impresa più ardua per i giornali è quella di fare il loro lavoro in tempi di guerra. Ma il conflitto fra Israele e Hamas rivela, ancora una volta, le palesi limitazioni della stampa tradizionale.
In particolare si rilevano cinque macroscopici errori. La minaccia maggiore alla precisione e alla comprensione giunge non tanto da articoli isolati spudoratamente di parte, quanto dalla massa di articoli che aderiscono agli standard distorti del giornalismo moderno.

1) I dati sulle vittime come barometro morale

Una volta Benjamin Disraeli affermò che esistono tre tipi di bugie: le bugie, le dannate bugie e le statistiche. I dati sulle vittime citati in queste settimane dai giornali corrispondono a tutte e tre. Le cifre offerte non sono credibili, la percentuale di civili colpiti è ignota, e il loro significato complessivo è offuscato dall'astrazione dal contesto.
I giornalisti spesso (sempre, NdT) si affidano alle statistiche fornite dal ministero della salute di Gaza, gestito direttamente da Hamas, che evidentemente ha un interesse specifico a gonfiare le cifre.
Reuven Ehrilch del Meir Amit Intelligence and Information Center ha riferito che la sua organizzazione ha esaminato 152 nomi forniti dal ministero retto da Hamas: «La lista è stata compilata frettolosamente, e in seguito sono state apportate delle modifiche. Ci sono diversi nomi di
persone inesistenti; i dettagli forniti sono spesso parziali, il che rende improbabile una effettiva identificazione. E poi ci sono nomi usati due e più volte, senza contare i palestinesi uccisi da fuoco amico (L'IDF stima che il 20% dei razzi e missili sparati da Hamas, ricade sulla Striscia di Gaza, NdT), anziché dall'artiglieria israeliana. E le liste non compiono alcuna distinzione fra civili e miliziani. Per Hamas, tutti i morti sono martiri».

Per avere un'idea, si consideri che molti organi di stampa spesso indicano la percentuale delle vittime considerate civili: il dato si attesta soventa all'80%. Ma come ha rilevato il New York Times, dopo un esame più approfondito dei dati, un numero insolitamente elevato di vittime è di età compresa fra i 20 e i 29 anni: l'età tipica dei terroristi coinvolti nei combattimenti; «allo stesso tempo donne e ragazzi di età inferiore ai 15 anni risultano scarsamente rappresentati nelle statistiche, pur costituendo complessivamente il 71% della popolazione complessiva».
Un altro elemento di distorsione è il raffronto offerto fra le vittime palestinesi e quelle israeliane, inferiore; come se vi dovesse essere una relazione fra i due dati. Come se si trattasse del punteggio di una gara sportiva.

Questi numeri, tuttavia, hanno una sfumatura moralistica, suggerendo che o Israele è aggressore, visto che i palestinesimorti sono molti di più; oppure che la minaccia palestinese non è così seria, visto che gli israeliani uccisi non sono moltissimi.
Ma si tratterebbe di una interpretazione parziale, che nulla rivela circa gli sforzi di Israele per minimizzare le vittime, e che non considera gli innumerevoli modi con cui Hamas ha messo a repentaglio la propria popolazione civile,trasformando le zone residenziali in zone di guerra.
Come ha scritto Bret Stephens sul Wall Street Journal, «l'unica utilità del conteggio delle vittime è che fornisce a giornalisti ed editorialisti l'opportunità di biasimare implicitamente Israele, senza preoccuparsi di esaminare leresponsabilità per questa guerra».
I dati grezzi, in questo modo, riescono più ad occultare che a rivelare.

 

2) La "sindrome del giornalista malandato"

 

Lavorare a Gaza comporta molti problemi per i giornalisti; non ultimo quello di subire le "pressioni" di Hamas ad adeguarsi alla retorica preferita dagli integralisti. Anche i reporter che non hanno mai subito minacce dirette, sanno che operano in un contesto in cui non è garantita l'immunità fisica. Inoltre, se il loro operato condizionerà la possibilità di accedere in futuro a Gaza, sanno bene che riportare fatti che irriterebbero Hamas comporterebbe il rischio di essere espulsi, o di non essere più ammessi in futuro.
La situazione è talmente delicata che persino la Foreign Press Association (FPA) ha emesso una ferma condanna della condotta di Hamas nei confronti dei giornalisti, citando diverse esempi di intimidazione emersi in queste settimane.
La stessa Hamas ha ammesso di aver intimidito i giornalisti: «Alcuni reporter entrati a Gaza sono stati sottoposti a "sorveglianza di sicurezza". Anche in queste circostanze, ci siamo adoperati per raggiungerli, facendo loro presente quando la loro condotta si è rivelata scarsamente professionale, se non immorale».

Ciò malgrado, clamorosamente, alcuni fra i più influenti giornalisti di stanza a Gaza, sostengono che la questione sia esagerata. Jodi Rudoren, corrispondente per il New York Times da Gerusalemme, definisce la dichiarazione della FPA una "sciocchezza".

 

Perché mai sminuire qualcosa che ha un ovvio impatto sulle notizie prodotte dal fronte? Tanto per cominciare, se i giornalisti fossero davvero liberi di rendicontare ciò che vedono, probabilmente andrebbero in un luogo diverso da quello in cui attualmente si trovano.
Come ha scritto il giornalista Michael Totten, dopo la pubblicazione della denuncia della FPA: «Ovviamente la guerra di Gaza è una storia rilevante, che merita di essere coperta; ma ciò poteva essere fatto benissimo dal versante israeliano. Quando possibile, sarebbe preferibile riportare da ambo i lati, ma fornire notizie equilibrate da Israele, unitamente ad una copertura da Gaza soggetta a censura, è cattivo giornalismo: punto e basta».


3) Rifiuto nel fornire informazioni rilevanti

Mentre molti giornalisti insistono nel ribadire che il loro lavoro non è condizionato da Hamas, al tempo stesso non riescono a spiegare perché i loro resoconti denuncino vistosi vuoti. A partire, per esempio, dalla clamorosa assenza di immagini che raffigurino miliziani di Hamas.
Quando la questione è stata sollevata al New York Times, la risposta è stata ancora più sconcertante: il quotidiano non ha alcuna foto da pubblicare. Il celebrato fotoreporter del Times, Tyler Hicks, si è spinto oltre: «Se avessimo accesso ai terroristi palestinesi, li fotograferemmo. Personalmente non ho mai visto una rampa di lancio di razzi. È come se non esistessero affatto».

Hicks spiega che i terroristi di Hamas colpiscono di nascosto, perché se si avventurassero in aree pubbliche, diventerebbero immediatamente un obiettivo. È abbastanza ragionevole: i miliziani di Hamas sono difficili da scorgere. Ma le immagini di palestinesi che protestano contro gli strike israeliani, o che partecipano straziati ai funerali, abbondano. Forse se i fotoreporter frequentassero aree meno pubbliche, avrebbero individuato qualcuno. Sempreché non fossero bloccati da Hamas.
I media, tuttavia, hanno trattato la faccenda esattamente come descritto da Hicks: è come se le piattaforme di lancio e i miliziani che sparano i missili non esistessero. Nelle immagini che giungono da Gaza, difficilmente si riescono a scorgere ambo le parti in lotta. I media dovrebbero fornire ai lettori un recoconto completo e non parziale. E se non dispongono di immagini, potrebbero impegnarsi a spiegare che Hamas è solita sparare da zone affollate da civili.
Ovviamente, quando i combattimenti perdono intensità, miracolosamente immagini e video cominciano ad apparire; sollevando un interrogativo: le immagini erano impossibili da ottenere, o le minacce di Hamas sono riuscite ad evitarne la divulgazione?
 

4) Enfasi eccessiva su foto di guerra raccapriccianti

Benché non esistano foto di miliziani di Hamas intenti ad attaccare Israele, non mancano le foto di ragazzi o bambini colpiti dall'aviazione di Gerusalemme. Queste foto hanno trovato vasta diffusione in Europa, contribuendo ad infiammarne le strade, alimentando e risvegliando sentimenti antisemiti.
Evidentemente, rappresentano in modo distorto i combattimenti che hanno luogo nella Striscia di Gaza. Nel complesso si promuove il messaggio secondo cui Israele è l'aggressore e non invece la vittima.


5) Riluttanza a rivelare gli obiettivi strategici di Hamas

Durante le settimane di combattimenti, e specialmente durante i periodi di tregua, i media hanno argomentato che la principale richiesta di Hamas fosse quella di allentare il blocco al largo delle coste di Gaza, e di consentire l'apertura di un porto e di un aeroporto.
Ma questo spiega appieno perché Hamas abbia impiegato gli ultimi anni a costruire una miriade di bunker e una fitta rete di tunnel che sconfinano in territorio israeliano?
Spiega perché Hamas abbia introdotto nella Striscia diecine di migliaia di missili e razzi, capaci di raggiungere il cuore di Israele? e perché continua a colpire le famiglie israeliane?
Hamas punta a conseguire la pace con Israele, e ad un allentamento delle misure di sicurezza al solo scopo di migliorare le condizioni dei palestinesi?
Non sarebbe più onesto ammettere che Hamas punta alla distruzione dello stato ebraico? C'è anche uno statuto che lo afferma senza alcuna reticenza.

Come argomenta S.E. Cupp sul New York Daily News: «Raramente in un articolo si ammette che l'obiettivo principale di Hamas, quello per cui è nata e per cui il ramo militare lavora, è la totale distruzione di Israele, e l'uccisione di tutti gli ebrei. Si tratta di una informazione fondamentale regolarmente trascurata. Ma ogni articolo che evita di menzionare questo dato, non si mostra intellettualmente onesto nei confronti dei lettori.
Pochi nell'industria dei media sembrano accorgersene, e il risultato è la creazione di una opaca e nebulosa equivalenza morale fra Israele e Hamas, del tutto fuori luogo».

Consentire ad Hamas di perseguire gli obiettivi fissati nell'atto costitutivo e dipingere il gruppo estremistico come moderato, è un modo per distorcere la realtà. I media hanno il dovere di descrivere il conflitto con obiettività: si tratta dell'aggressione di un movimento terrorista che persegue la distruzione di Israele, da un lato; e del tentativo di Israele di difendere la propria popolazione, dall'altro. Una raffigurazione che collochi Israele e Hamas sullo stesso piano è un esempio palese di cattivo giornalismo.
 

 

 

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