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Perché l'Unione Europea ha deciso di discriminare i prodotti dello Stato ebraico

 

 

Premessa: tratto da Qui  Sopra: Germania, 1938, Notte dei cristalli - Europa, oggi, BDS - Trovate le differenze

 

Nel momento in cui scrivo questo articolo, l’Europa è sconvolta da una minaccia terrorista come non ne aveva conosciute da tempo e ciò ha messo in secondo piano l’ondata terrorista che continua ancora in Israele e anche il problema dei rapporti fra Unione Europea e Stato ebraico, che in questo momento si concentra sulla decisione di applicare un’etichettatura obbligatoria ed evidentemente discriminatoria alle merci prodotte nelle località poste al di là della linea armistiziale del ‘49, che furono il risultato della guerra che sei paesi arabi mossero contro Israele fin dal momento della sua costituzione e che Israele vinse: una “Linea verde” che fu stabilita con accordi che ne escludevano esplicitamente il carattere di confini internazionali. E’ necessario pensare purtroppo che i tre temi cui ho accennato - terrorismo islamista in Occidente, terrorismo arabo in Israele, conflitto politico fra Unione Europea e Stato ebraico - siano destinati a permanere almeno nel medio termine ed è quindi necessario continuare a riflettere e a intervenire su ciascuno di essi, senza farci abbagliare da ciò che emerge alla cronaca in un momento o nell’altro.

 

Per questa ragione è importante ragionare sull’etichettatura europea dei prodotti di Giudea e Samaria, che è un sintomo estremamente significativo di una situazione di conflitto in corso. Una parte importante della popolazione israeliana ha origini europee (magari mediate da un periodo di soggiorno negli Usa), il funzionamento del sistema politico israeliano somiglia di più al modello europeo di ogni altro stato (per esempio la legge è di origine britannica), il sistema multipartitico somiglia molto a quello italiano o francese, il livello di intervento pubblico e l’importanza dei sindacati sono abbastanza simili alle strutture tedesche. Bisogna prendere atto però che da decenni gli stati europei e dietro di essi le loro società sono ostili verso Israele. Le ragioni sono molte, sedimentate le une sopra le altre.

 

C’è il vecchio, durissimo fondo dell’antigiudaismo cristiano, una predicazione d’odio che inizia già con i Vangeli e continua incessante nella teologia e nella pratica cristiana fino a travasarsi nell’odio per gli ebrei del pensiero laico (Voltaire, Kant, Marx) nell’antisemitismo “scientifico” ottocentesco e nel nazismo. C’è il complesso di colpa della Shoà, che si tramuta facilmente in aggressività e rivincita (“anche voi siete come i nazisti”). C’è la voglia di piacere al mondo arabo e dunque di dirsi partecipi del loro antisionismo. C’è la riproduzione degli schieramenti del comunismo, per cui gli arabi fanno parte del campo del progresso e Israele è un “lacchè dell’imperialismo”. C’è invidia e timore per un giovane stato dinamico, capace di difendersi e di fare cose che l’Europa ha oggi paura di imitare.

 

Quel che è importante comprendere è che l’etichettatura dei prodotti di Giudea e Samaria non è un provvedimento solo economico, non ha naturalmente nessun rapporto con la “corretta informazione dei consumatori” (negli stessi giorni in cui discriminava i prodotti di Israele, l’Unione Europea toglieva l’obbligo di indicare il luogo di elaborazione dei prodotti alimentari industriali). Il danno economico sarà certamente limitato. Quel che conta è l’aspetto politico, cioè il valore simbolico di questa decisione. E cioè che l’Unione Europea, che non è un organismo internazionale superiore se non agli stati che ne fanno parte (dunque non di Israele), si arroga il diritto di stabilire i confini di Israele, escludendone di sua iniziativa i territori contesi. Come se Israele, per ragioni sue, decidesse che la Catalogna non è più Spagna e i prodotti della Corsica e di Nizza debbano essere dichiarati “made in Italy”, perché la Francia non li possiederebbe legittimamente.

 

E’ chiaro che una scelta del genere è del tutto contraria a ogni legalità internazionale: ogni stato (o superstato, come l’Europa si atteggia) si arrogherebbe il diritto di decidere a casa d’altri. Anche su questo punto bisogna chiedersi perché l’Unione Europea prende un atteggiamento del genere solo su Israele e su nessuno degli altri circa 200 conflitti territoriali che agitano il pianeta. Perché per esempio non imporre alla Turchia etichette o altri strumenti che accertino come nei suoi prodotti nulla sia stato fatto nella zona occupata di Cipro Nord (che è territorio europeo)? Perché non chiedere alla Russia lo stesso per la Crimea (territorio ucraino) e l’Abkazia (territorio georgiano)? Perché non farlo rispetto all’ex-Sahara spagnolo col Marocco, che gode di finanziamenti europei per sfruttare le risorse minerali e ittiche di questo territorio occupato? Potrei andare avanti a lungo, ma è chiaro che sotto c’è una pretesa di superiorità rispetto allo stato ebraico che non può non far pensare ai secoli in cui gli ebrei in Europa erano “proprietà” di questo o quel sovrano, e al modo in cui “per il loro bene” erano rinchiusi nei ghetti, obbligati a sottoporsi a vari tentativi di conversione, impediti di svolgere molti mestieri. E’ un accostamento che non deriva solo da una sensibilità ebraica, ma che risulta chiaro a chiunque esca dalla cronaca e segua la dinamica storica dei rapporti fra ebrei e politica europea.

 

Al di là di questi problemi di principio, è evidente che con l’etichettatura, che è premessa strumentale del boicottaggio, e magari in futuro non solo dei prodotti di Giudea e Samaria, ma di tutto Israele, l’Europa ripropone uno schieramento dalla parte degli arabi antisraeliani che è ribadito in mille cose dalle votazioni all’Onu e all’Unesco alle dichiarazioni politiche, dai comportamenti dei diplomatici in Israele fino al finanziamento sistematico delle organizzazioni “non governative” che vivono di fondi governativi o di fondazioni euroamericane che aizzano gli arabi a ribellarsi all’ “occupazione” e sono fiancheggiatrici della “lotta popolare” che sfocia nel terrorismo. Questa posizione è un errore gravissimo, che ignora il fatto sempre più chiaro che Israele e l’Europa hanno lo stesso terribile nemico, l’islamismo assassino che colpisce a Parigi come a Gerusalemme. Alcuni stati europei, come la Germania e l’Ungheria si sono accorti di questo e hanno deciso di rifiutare l’etichettatura. Altri, come la Svezia, sono apertamente schierati dalla parte degli islamisti. Su tutto questo è necessario provocare il più possibile dibattito pubblico, perché i pregiudizi delle élites europee sono pieni di contraddizioni e inconciliabili coi fatti. Solo discutendone apertamente è possibile modificarli.

 

 

 

Un 'libro nero' sulla UE

 

Premessa: tratto da Qui

 

L’Europa avrebbe potuto dare una immagine positiva in Israele, invece di finire in un potenziale “libro nero”. Le importazioni di Israele dall’Europa sono superiori alle esportazioni per un valore di parecchi miliardi di euro e i rapporti di collaborazione tra UE e Israele sono di grande rilievo dato l’alto livello della creatività scientifica israeliana.
Eppure la UE per molti decenni ha calunniato e diffamato Israele. In linea con la natura divisa delle moderne società ‘post-moderne’, le sue decisioni non sono omogenee, per questo la totalità delle attitudini negative verso Israele possono non essere subito evidenti.
La calunnie su Israele hanno anche contribuito alla crescita negli ultimi decenni dell’anti-semitismo in Europa, anche se mancano ancora statistiche fra i vari stati europei.
In più, dopo aver cancellato la definizione di anti-semitismo, la UE non l’ha sostituita con un’altra, una precondizione indispensabile per consentire la lotta contro l’anti-semitismo.

I tentativi di combattere questo odio sono stati deboli, le iniziative verbali, quindi senza efficacia. La diffamazione e la delegittimazione della sovranità di Israele hanno raggiunto dimensioni enormi. Se un “Libro nero” di Israele potesse parlare, sarebbe di grande aiuto per fare chiarezza sulle iniziative UE, rivelerebbe i molti modi usati dall’Europa per discriminare e diffamare Israele. Potrebbe elencare, per esempio, i comportamenti con i quali la UE ha nascosto l’estremo razzismo e le azioni criminali dei paesi arabi e musulmani.

E’ arrivato il momento di dar vita a questo “libro nero”. La UE si trova nel caos più completo per quanto riguarda la crisi dei rifugiati, dovuta alla propria incompetenza, dopo aver ignorato il problema per molti anni.
La crisi attuale ha aumentato la tensione tra i singoli paesi europei. Le discussioni in Inghilterra se rimanere o uscire dalla UE (Brexit) forniscono un’altra prova della debolezza dell’Europa.
Alcuni degli argomenti anti-UE potrebbero far parte di un rapporto sulle posizioni adottate contro Israele. Lo stesso vale per quanto riguarda la crisi dei rifugiati.

Per l'Ungheria vi sono 900 aree mal funzionanti in Europa, sotto il controllo di immigrati, dove le autorità non possono far rispettare la legge.
In questo “libro nero” andrebbe inclusa l’alta percentuale di cittadini UE – il 40%- che considerano il comportamento di Israele simile a quello dei nazisti, o che sta conducendo una guerra di sterminio contro i palestinesi. Queste assurde e così diffuse opinioni, rappresentano una schiacciante condanna dell’Europa contemporanea.

La frequenza di queste azioni contro Israele è così alta da avere raggiunto il proprio obiettivo diffamatore, realizzato da istituzioni della società civile, come i media, Ong, chiese progressiste, università, sindacati ecc.
Se veramente Israele avesse perseguito una guerra di sterminio, i palestinesi si sarebbero estinti da tempo, mentre il loro numero è in costante crescita.
Questa falsa equivalenza morale, che paragona Israele ai nazisti, era stata già usata decenni fa da alcuni leader socialdemocratici, oggi defunti, come il presidente francese François Mitterand, il primo ministro svedese Olof Palme e il primo ministro greco Andreas Papandreou.

Bisognerebbe portare altri esempi, perchè non è possibile redigere, per ora, un indice completo del contenuto di questo “libro nero”.
Alcuni capitoli sono evidenti, la UE non solo insiste nel chiamare i territori contesi del West Bank “occupati”, rifiuta persino di entrare nel merito. Migliaia di giuristi e avvocati hanno scritto alla UE, ricevendo soltanto risposte burocratioche. Se la UE fosse davvero convinta che i territori del West Bank sono occupati, non avrebbe dovuto evitare il dibattito.

Un altro capitol potrebbe essere dedicato alla etichettatura dei prodotti di Giudea, Samaria e Golan. Il fatto che la UE non applichi lo stesso criterio in altre situazioni simili evidenzia il doppio standard, una delle caratteristiche dell’antisemitismo.
La vicenda delle etichettature ha spinto il Simon Wiesenthal Center a includere la UE fra i primi posti nella lista 2015 delle diffamazioni anti-semite.
Anche le votazioni all’Assemblea Generale dell’Onu e altre istituzioni Onu meriterrebero un capito a parte. Dore Gold ha dimostrato che il voto europeo all’Onu esprima l’abituale pregiudizio anti-israeliano, sottolineando come la UE partecipi alla demonizzazione di Israele alle Nazioni Unite.

Un successivo capitolo deve essere dedicato alla delegittimazione della sovranità di Israele. Andrebbero analizzati i finanziamenti europei alle Ong israeliane- razziste umanitarie- che ignorano le azioni criminali palestinesi. Senza dimenticare i finanziamenti illegali sulle costruzioni nell’Area C.

La UE ha permesso l’immigrazione incontrollata dai paesi musulmani per decenni, contribuendo in grande misura alla crescita dell’anti-semitismo nei paesi europei. Ecco un altro capitolo del “libro nero”. I musulmani sono stati responsabili dei primi attacchi anti-semiti in Europa sin dalla fine del secolo scorso, sono stati gli autori di tutti i crimini contro gli ebrei in Europa. Ma i musulmani non sono l’unico fattore che rende problematica la situazione degli ebrei in molti paesi europei.

Passando dalle analisi al problema reale, chi dovrebbe finanziare questo “libro nero”? Non potrebbe essere il governo israeliano, a causa della natura delle sue relazioni con l’Europa, e nemmeno dalle organizzazioni ebraiche. Si presenta allora una eccellente opportunità per chi vuole partecipare alla realizzazione di un rapporto sovranazionale contro la diffamazione.
La diffamazione europea di Israele non terminerà con la pubblicazione del “libro nero”, ma la UE merita che i fatti vengano conosciuti. Coloro che desiderano difendere Israele da questi attacchi feroci, avranno a disposizione una fonte di informazione credibile, utile per criticare tutti gli aspetti negativi della UE, le sue politiche discriminatorie verso un partner importante sia per il commercio che per le relazioni scientifiche.

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org