Il terrorismo islamico non nasce dalla follia

  

 

Premessa: tratto da qui Riprendiamo dal FOGLIO, con il titolo "Il terrorismo islamico non nasce da follia ma da lucida teologia. Tutti i danni generati dai nuovi professionisti dell'alibi", l'editoriale di Claudio Cerasa.

 

Alcuni anni fa, una ricerca americana realizzata da un pool di scienziati della New York University sperimentò per la prima volta nella storia un metodo quasi infallibile per bloccare i brutti ricordi prima ancora che questi vengano inscatolati nella memoria cerebrale. Per combattere le fobie, dissero le neuroscienziate Daniela Schiller ed Elizabeth Phelps basandosi su una serie di esperimenti realizzati prima sui topi e poi sugli uomini, bisogna che il ricordo scioccante venga manipolato entro sei ore da un fatto traumatico in modo da poter cancellare il sentimento di paura che si accompagna a un determinato evento. Il metodo si chiama “training di estinzione” e funziona così: si associa la visione di un quadrato blu emesso da un computer con una lieve scossa al livello del polso, in modo da abbinare l’emozione della paura a un determinato oggetto colorato, e una volta provocato il trauma si dividono le cavie in due categorie: a un primo gruppo di pazienti, dieci minuti dopo il trauma, si offre per una serie di volte lo stesso quadrato blu, eliminando la scossa; a un secondo gruppo di pazienti si offre la stessa cura, ma la si propone il giorno dopo. Il primo gruppo riesce a rimuovere il ricordo traumatico. Il secondo gruppo no. Semplice e lineare.

 

Il metodo del training di estinzione, seppur su un altro terreno, coincide perfettamente con la tecnica adottata da molti osservatori progressisti ogni volta che sono costretti a commentare la strage compiuta da un terrorista islamico. La tecnica è simile a quella dei quadrati blu: subito dopo un evento traumatico, per combattere una fobia particolare (l’islamofobia), si bombarda la testa dei lettori con immagini rassicuranti che tendono a descrivere il terrorista con alcune definizioni che lasciano intendere che l’autore del gesto traumatico sia soltanto un pazzo omicida, un folle senza scrupoli, un lupo solitario, un disadattato, uno squilibrato, uno schizzato in preda a un raptus omicida, un uomo spinto alla follia da un disagio sociale generato da un occidente miope, egoista e guerrafondaio che non si occupa a sufficienza dell’inclusione degli ultimi.

 

Negli ultimi giorni, come già successo a seguito di “gesti isolati” come quello di Orlando o San Bernardino, il metodo è stato usato anche con il terrorista di Nizza, descritto da molti giornali (soprattutto Repubblica ma non solo) come un lupo solitario autore di un gesto isolato. E non c’è dubbio che l’idea di rendere il terrorismo irrazionale, privo di senso, dunque inspiegabile, sia perfettamente razionale: se il terrorismo è senza senso, compiuto da un disadattato impazzito per un matrimonio finito male, possiamo non farci troppe domande (cos’è l’islam?) e possiamo associare l’immagine traumatica non a un evento che si può ripetere (il jihad) ma a un gesto isolato e difficilmente replicabile (il raptus). Lo sforzo è generoso e persino comprensibile, anche se a voler forzare la mano ci si imbatte a volte in alcuni autogol (notizia sul Corriere di sabato: su dieci terroristi, “solo” uno è schizofrenico; ma no dovremmo dire che su dieci terroristi nove sono perfettamente sani di mente?).

 

Ma il metodo, a ben vedere, è indice di un approccio distorto (irrazionale) con la realtà che ci porta a non comprendere una questione elementare: il jihad, in tutte le sue forme, anche quelle individuali, è una manifestazione lucida e razionale di una teologia alla base della quale si possono trovare tutte le ragioni che portano i sostenitori del jihad a lanciare campagne genocide contro gli yazidi e i cristiani in Iraq, a tagliare le gole agli apostati, a punire con la morte gli omosessuali, a passare con un Tir sopra il corpo di ottantaquattro francesi colpevoli di essere figli di un occidente infedele.

 

Il “gesto” isolato di un folle coincide in realtà con una sequenza di stragi ispirate da un messaggio sanguinario che trova una sua precisa giustificazione nei versetti del Corano e che risponde a un’ideologia sì medievale e violenta (uccidete gli infedeli con tutti i mezzi possibili anche quelli individuali) ma che purtroppo folle non è.

 

La non comprensione dell’islamismo, e della sua interpretazione più radicale, il nostro voler chiudere gli occhi di fronte alla radice culturale di chi si fa portavoce del jihad, è forse la grande differenza tra il terrorismo di oggi, quello di matrice islamista, e quello di ieri in Italia, per esempio quello legato alle Brigate Rosse. Per sconfiggere le Brigate Rosse furono necessari tre step: riconoscere che le azioni terroristiche non erano portate avanti da persone disturbate; mettere a fuoco, per contrastarla, l’ideologia che spingeva i terroristi ad agire; e passare dalla fase dei compagni o fascisti che sbagliano alla fase di nemici del popolo che andavano combattuti con tutti i mezzi possibili.

 

Per sconfiggere i martiri della guerra santa non si può dire che siano sufficienti i tre step (i professionisti della rimozione erano in forza anche ai tempi del terrorismo brigatista) ma i tre passaggi sono comunque necessari per non rimanere ancora a lungo muti e immobili tra chi considera il jihad un atto di pazzia individuale o al massimo un gesto traumatico portato avanti da qualche compagno che sbaglia. Al lettore impaurito si possono offrire tutti i quadratini blu del mondo ma più si cercheranno alibi rassicuranti meno si capirà che il trauma non è rimovibile se non combattendo i martiri con una forza incomparabilmente superiore a quella messa in campo da chi sceglie di uccidere (e di uccidersi) in nome del jihad.

 

 

I fanatici che uccidono in nome dell’islam agiscono all’interno del perimetro dell’islam

 

 

Premessa: tratto da qui

 

I fanatici che uccidono in nome dell’islam agiscono all’interno del perimetro dell’islam. […] I seguaci dell’Isis applicano al Corano alla lettera, fanno di questo il fondamento stesso della loro vita quotidiana , e vogliono riprodurre integralmente la prima forma politica conosciuta dall’islam, il Califfato. Il loro universo è certo anacronistico, ma corrisponde a una realtà che è esistita 14 secoli fa. […] I soldati dell’Isis giustificano le loro azioni con riferimento al Corano e si rifanno a un contesto particolare della storia dell’Islam, quello segnato dalle guerre del profeta Maometto a Medina. [Agiscono] sulla base di un principi scritto nero su bianco nel Corano [2:191]: ‘Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati’”. Se le cose stanno come nelle parole di Abdellah Tourabi (che Claudio Cerasa, sul Foglio del 21 agosto, vorrebbe si imparassero a memoria, e che io quindi incomincio col riprodurre), chi vuole rimuovere le radici religiose di questi atti terroristici è colpevole non di “cialtronismo populista”, ma di favoreggiamento: e come tale dovrebbe essere trattato. E invece quei musulmani “che provano a denunciare nelle proprie comunità l’orrore del fondamentalismo islamico e l’efferatezza della legge coranica”? Non se ne disconosce la buona fede, ma se ne riconosca l’inadeguatezza.

Perché la denuncia dell’orrore abbia effetto, bisogna che diventi condanna dell’errore. Perché i sentimenti umani non restino fatti individuali, bisogna che diventino posizioni dottrinarie. E’ necessario che venga esplicitamente riconosciuto che applicare oggi i princìpi enunciati dal profeta 14 secoli fa è un errore teologico, e che chi lo pratica si pone, lui e chi gli dà aiuto e supporto, fuori dalla religione islamica. Dispute teologiche hanno marcato la nostra storia. Sappiamo bene cosa possono smuovere questioni quali la comunione dei fedeli, se debba essere sotto una o due specie, la salvezza, se dipenda dalla sola fede o anche ex bonis operibus, la verità religiosa, se stia nella Bibbia o se ci sia bisogno di intermediari tra Dio e l’uomo. Noi non ci siamo limitati a denunciare e a condannare, noi ci siamo divisi per le nostre idee.

Abbiamo discusso, ragionato, definito, deliberato. Noi abbiamo avuto il Concilio di Trento. Questo è quello di cui c’è bisogno, l’analogo per l’islam di quello che fu il concilio di Trento: una sorta di professio fidei che isoli, come fece quella tridentina, chi vuole l’interpretazione letterale e anacronistica del Corano, da quelli che ne danno una lettura relativistica. Con tutte le conseguenze che ne derivano, non solo in termini di rispetto per la vita, ma anche più in generale di rispetto degli individui, uomini e donne. Né dovrebbero temersi le guerre cui diede origine la divisione tra protestanti e cattolici, e che insanguinarono l’Europa: perché qui le guerre ci sono già state, anzi sono state loro a far crescer e a diffondere il terrorismo islamista.

L’assenza di una gerarchia religiosa
Se fosse di ostacolo l’assenza di una struttura religiosa gerarchica, dell’autorità riconosciuta di un Pontefice, se addirittura lo scisma secolare sciiti sunniti lo rendesse impraticabile, i concili potrebbero esser due o più. L’importante è che lo spazio di chi professa il Corano in modo anacronistico venga totalmente delimitato, isolato senza scappatoie; che quella lettura venga dichiarata blasfema; che chi la pratica – loro e chi gli dà sostegno – siano trattati come si fa con gli eretici (come è stato fatto per i “versetti satanici”, per intenderci). I seguaci dell’Isis non esitano di andare incontro a morte sicura per testimoniare fedeltà alla loro lettura del Corano: difficile quindi che tra loro si pratichi il nicomedismo. Nei paesi islamici in cui vige la sharia, la condanna religiosa avrebbe anche effetti civili, con ovvi vantaggi ai fini della repressione del fenomeno. Che vantaggi deriverebbero all’islam “ufficiale”? Prima di tutto di diventare credibile quando denuncia l’orrore del fondamentalismo; e tanto di più quanto da parte occidentale aumenterà la pressione perché alle parole seguano i fatti. E’ fuor di ogni dubbio che la pacifica convivenza tra il resto del mondo e islam è un nostro obiettivo; ci sono moltissime ragioni perché sia, come storicamente è stata, di primario interesse per i vertici politico-religiosi dei paesi islamici. Togliere terreno alla cultura della violenza è interesse di tutti. Essere percepito come chi si rifiuta di farlo, dovrebbe non esserlo di nessuno.

 

 

 

Stiamo assistendo a una guerra combattuta in nome di una religione

 

Premessa: tratto da qui

 

“Voi siete la nazione la quale, invece di governare attraverso la Sharia di Allah nella sua costituzione e nelle sue leggi, ha scelto di inventare le proprie leggi come volete e desiderate”, scriveva Osama Bin Laden nella sua “Lettera al popolo americano” nel 1982. Ed è questo il punto.

Per l’Islam più integralista, l’occidente è avvolto nelle tenebre della jahiliyya, lo stato di ignoranza che non permette di vedere la luce portata dal profeta, l’unica luce che può rischiarare le coscienze ed elevare l’uomo alla verità suprema. La guerra a cui stiamo assistendo da decenni è una guerra asimmetrica, con un nemico ben definito in quanto circoscrivibile all’interno di un perimetro religioso e oltranzista, il quale, tuttavia non si incarna in uno stato, in un’entità politica nazionale a cui si può dichiarare guerra come nei conflitti tradizionali.

Lo sappiamo da tempo che è così, e questo rende il nemico molto più insidioso e inafferrabile e protetto. Protetto dalla grande massa musulmana definita moderata la quale fa da ventre molle, da confortevole placenta, a questa metastasi impedendo di essere identificata con il male. Dunque si può dire facilmente che l’Islam è a maggioranza pacifico e non sottoscriverebbe la violenza incessante che pure nasce al proprio interno e ad esso si riferisce, ma, allo stesso tempo si può e si deve dire appunto questo, che è pur sempre l’Islam che ha generato e genera il male di cui siamo testimoni. E dunque si deve per chiarezza e fermezza intellettuale non retrocedere da ciò che ne consegue.

Stiamo assistendo a una guerra combattuta in nome di una religione, in nome di una Weltanschauung non solo diversa ma opposta alla nostra, fondata su altri assunti, su altri presupposti. Quindi sì, si tratta di religione, si tratta del sacro, si tratta di una visione suprematista, il cui perno si regge, contrariamente all’ebraismo e al cristianesimo, sulla violenza. Ciò che Bernard Lewis aveva visto lucidamente nel 1954, quando in un lungo articolo sottolineava la profonda somiglianza di famiglia tra Islam e comunismo nel suo impianto totalitario, e andrebbe detto anche con nazismo e fascismo, come balzò immediatamente agli occhi di Adolf Hitler che nella fede maomettana riconosceva alcuni tratti inequivocabilmente affini ai propri feticci ideologici, l’Umma come il Volk, e la virtù maschia e guerriera dei musulmani speculare a quella delle “bionde belve nordiche”.

La lettera di Bin Laden al popolo americano sintetizza ciò contro cui combattiamo, perché è dell’occidente che essa parla, del suo assetto moderno e democratico grazie a cui le leggi dello stato non promanano da una fonte sacra ma dalla negoziazione, da quella discussione, che un grande reazionario come Donoso Cortes detestava così profondamente (odio inevitabile), è che è l’essenza del libero dibattito. Quel dibattito che deve essere strozzato sul nascere e sottomesso al volere divino incarnato nelle leggi da esso promananti.

Sottomissione, certo, come il titolo dell’ultimo romanzo di Houellebecq. Il nostro peccato è questo, lo stesso che ci imputava un altro reazionario, anticipatore del fascismo, De Maistre, il quale vedeva con suprema lucidità come l’ordinamento civile di una società che non fosse fondato sul mistico fosse destinato inevitabilmente alla precarietà, come tutto ciò che è umano. Ed è infatti l’odio per la fallibilità umana a trovarsi al centro di questa visione che vorrebbe sottometterci (di nuovo) alla rigidità senza scampo dei suoi codici “salvifici”. Dire che non è l’Islam, che la religione non c’entra è affermare il proprio divorzio dalla realtà per paura di doverne trarre le dovute conseguenze, quelle che Samuel P. Huntington aveva riassunto nel suo capolavoro, il clash of civilizations inevitabile, perché da sempre presente nella storia.

Non è nascondendo la testa sotto la sabbia che si può sfuggire alla durezza senza scampo dei fatti, ieri a New York, Londra, Madrid, Parigi, Manchester, Bruxelles, Berlino, Barcellona, Nizza, Orlando, e ovviamente, Israele, dove il rifiuto arabo-musulmano nei confronti dello Stato ebraico ha determinato da più di un secolo una violenza costante, arginabile unicamente con l’uso della forza in funzione della deterrenza.

Sarà, è, terribilmente difficile combattere questo nemico mobile e proteiforme che, una volta tagliata una delle sue teste la rigenererà traendo linfa e legittimazione dal proprio Libro, e lo sarà in particolare modo non affrontando la specificità di questo libro intriso di violenza e odio, chiamando le cose con il loro nome. Nomina sunt consequentia rerum.

 

 

Le verità sul medio oriente

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