Striscia di Gaza: da 10 anni palestinesi ostaggio di Hamas

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Nel 2017 cade il decimo anniversario del sanguinoso colpo di stato di Hamas che permise la creazione di un quasi-stato islamista e terroristico ai confini meridionali di Israele. Si tratta di un anniversario che ben pochi abitanti di Gaza possono festeggiare.

 

Il 10 giugno 2007 ebbero inizio i feroci scontri fra Hamas e Fatah. Nel giro di pochi giorni Fatah perse il controllo della Striscia di Gaza e Ismail Haniyeh divenne di fatto il capo di un nuovo stato terroristico in Medio Oriente. Da quando quei cinque giorni di guerra civile palestinese hanno portato alla separazione fra l’Autorità Palestinese governata da Fatah in Cisgiordania e il regime di Hamas a Gaza, Hamas ha costretto la sua popolazione a subire diverse guerre, rovinose e inutili, contro Israele. E continua a investire soldi ed energie nei preparativi per un altro round del conflitto nell’illusoria speranza di poter sconfiggere le Forze di Difesa israeliane.

 

In realtà, non mancavano le alternative. Quando Israele si ritirò dalla Striscia di Gaza nell’estate 2005, lasciò dietro di sé serre e impianti per milioni di dollari che potevano essere utilizzati per coltivare prodotti agricoli. Invece vennero usati per produrre razzi e ordigni e per nascondere gli ingressi dei tunnel terroristici che passano sotto il confine con Israele. A causa di questo assiduo impegno nelle attività terroristiche, Hamas è riuscita a procurare il tasso di disoccupazione più alto al mondo a una popolazione che riceve l’elettricità poche ore al giorno e che non può contare su una fornitura regolare di acqua potabile.

 

Hamas ha usato il suo decennale dominio per trasformare Gaza proprio in quel campo di prigionia di cui i suoi sostenitori accusano Israele. Invece di utilizzare gli aiuti dall’estero, su cui si regge il suo governo, per costruire case e ricostruire gli edifici colpiti nelle guerre che essa ha provocato contro Israele, la dirigenze terroristica di Hamas dirotta gli indispensabili materiali da costruzione nell’edificazione della sua rete di tunnel d’infiltrazione terroristica, in vista di un’ennesima inutile guerra che, come le precedenti, serve evidentemente a distogliere l’attenzione della sua popolazione dai suoi abusi di potere.

 

Sostanzialmente Hamas sta tenendo in ostaggio la propria gente, e impedisce attivamente un miglioramento della qualità della vita nel momento in cui decide di dedicare risorse ed energie alla distruzione dello stato ebraico anziché al benessere della propria popolazione.

 

Dal canto suo, Israele ha avvertito le Nazioni Unite che la Striscia di Gaza è sull’orlo di una crisi per carenza di acqua, di elettricità o di entrambe. L’Independent ha riferito di recente che Yoav Mordechai, coordinatore per le attività governative israeliane nei Territori, ha inviato lettere all’emissario delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente e ad altri uffici esortandoli a intervenire per evitare che la situazione dei civili si deteriori ulteriormente. Queste lettere sono il secondo avvertimento inviato da Israele negli ultimi sei mesi. “Anziché preoccuparsi del benessere degli abitanti – scrive Mordechai – Hamas li danneggia e rende le cose difficili per l’organizzazione internazionale che ha lavorato duramente per garantire l’approvvigionamento di acqua potabile. Hamas dovrebbe immediatamente garantire l’elettricità necessaria per far funzionare l’impianto di desalinizzazione a vantaggio dei residenti, e invece preferisce dirottare l’energia elettrica nei suoi tunnel terroristici e nelle case dei suoi capi”.

 

Nonostante tutto questo, Israele continua a far entrare ogni giorno a Gaza centinaia di camion carichi di rifornimenti, anche se non sarebbe tenuto a farlo. Gaza condivide un confine con l’Egitto, il quale dovrebbe assumersi le sue responsabilità verso i palestinesi. Il problema è che il Cairo non ha alcuna intenzione di prendersi questa gatta da pelare.

 

Una chiara indicazione che Hamas resta fedele al proprio dichiarato obiettivo di distruggere Israele è stata la recente nomina come suo capo a Gaza del terrorista dell’ala dura Yahya Sinwar. Ex ergastolano delle carceri israeliane (rilasciato nel 2011 nell’ambito del ricatto di Hamas per la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit), Sinwar è uno spietato garante della fedeltà assoluta all’interno del gruppo terroristico, e un irriducibile nemico di Israele.

 

Dieci anni dopo essersi impadronita di Gaza, Hamas è un fallimento completo su tutti i fronti. Non provvede alle esigenze della sua popolazione e non riesce nemmeno a prestare fede al suo giuramento di distruggere Israele. Israele non deve aspettarsi tanto presto dei cambiamenti. Benché abbia pubblicato di recente un documento politico un po’ riveduto, Hamas non ha modificato la sua Carta fondativa e rimane esplicitamente impegnata per l’annientamento di Israele. Quello che potrebbe invece cambiare è l’atteggiamento del mondo arabo verso Gaza. Negli ultimi dieci anni i paesi arabi si sono tenuti a distanza da Gaza per via della sua estrema instabilità e della consapevolezza che non si vedono esiti positivi all’orizzonte. Tuttavia, se veramente hanno a cuore i palestinesi e desiderano davvero un accordo di pace con Israele, potrebbero iniziare ad adoperarsi per un vero cambiamento nella Striscia di Gaza. Sono passati dieci anni di troppo. C’è solo da sperare che non sia troppo tardi.

 

 

C’è qualche probabilità che lo stato palestinese in Cisgiordania possa essere sostanzialmente diverso da quello a Gaza?

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Gaza è uno stato palestinese. Un mini-stato, se si vuole essere precisi (comunque più esteso di stati come Malta e Maldive, tanto per dire). Uno stato, se si vuole, che in prospettiva dovrebbe essere unito alle regioni di Giudea e Samaria (Cisgiordania) per formare uno stato palestinese più grande. Ma comunque bisogna ammettere che Gaza è uno stato palestinese. Tutta la sua popolazione è palestinese. Sin dall’estate 2005 Ariel Sharon ha fatto in modo che non vi si trovasse più un solo ebreo, né civile né militare: requisito che la maggioranza dei palestinesi considera indispensabile per uno stato palestinese. Gaza ha un governo, un esercito, una polizia e dei tribunali che amministrano un specie di giustizia. Gaza non è occupata da nessuno. È di fatto uno stato palestinese sovrano. In questi ultimi dieci anni i palestinesi hanno avuto la possibilità di mostrare al mondo come funziona un governo palestinese al servizio della popolazione palestinese sotto il suo controllo. E Gaza è incontestabilmente uno stato fallito.

Conosciamo l’obiezione: ma vivono sotto il blocco, come ci si può sviluppare in tali circostanze? Beh, come blocco non è granché, visto che ogni giorno entrano a Gaza centinaia di camion carichi di prodotti e materiali, che l’elettricità viene fornita da Israele, che migliaia abitanti di Gaza vengono curati negli ospedali israeliani (compresi i parenti dei capi di Hamas). E poi questo “blocco” se lo sono procurato da sé. Se non fosse per l’arsenale di razzi immagazzinati a Gaza – i razzi che vengono periodicamente lanciati su città e villaggi israeliani quando fa comodo a Hamas – ogni restrizione imposta da Israele sarebbe già stata tolta da molto tempo. E se i governanti di Gaza si fossero preoccupati di coltivare buone relazioni con i loro vicini egiziani, avrebbero potuto organizzare liberi passaggi attraverso il confine con il Sinai.

Ma anche nelle attuali circostanze, cosa ha fatto il governo di Hamas per la popolazione palestinese di Gaza? Nel corso degli anni è stata riversata a Gaza una caterva di soldi provenienti da varie fonti, e il governo di Hamas ha riscosso tasse su tutto ciò su cui poteva mettere le mani. Gran parte di quel denaro è stato speso per armi, munizioni, razzi e per scavare tunnel sotto il confine verso Israele. Altro denaro è stato sperperato per corrompere funzionari anziché usarlo per abitazioni, istruzione e servizi alla popolazione.

Dunque, questo stato palestinese è uno stato fallito. I palestinesi che vivono in Giudea e Samaria sotto “occupazione” israeliana stanno molto meglio della popolazione che vive a Gaza sotto “governo” palestinese. E gli abitanti di Gaza stavano meglio prima che Gaza diventasse indipendente, di quanto non stiano adesso.

Coloro che propugnano la creazione di uno stato palestinese in Giudea e Samaria (Cisgiordania) dovrebbero dare un’occhiata da vicino allo stato palestinese che già esiste a Gaza. C’è qualche probabilità che lo stato palestinese in Cisgiordania possa essere sostanzialmente diverso da quello a Gaza? O non potrebbe essere persino peggio, dal punto di vista di Israele? “Due stati per due popoli” – la formula che Mahmoud Abbbas (Abu Mazen) si rifiuta di adottare – suona bene in teoria, ma potrebbe tradursi in una ricetta per ulteriori guerre e sofferenze nella regione.

E non solo gli israeliani dovrebbero preoccuparsi delle conseguenze di uno stato palestinese in Giudea e Samaria. Dovrebbero pensarci bene anche i palestinesi che ci vivono, in Giudea e Samaria. La loro sorte, vivendo in un simile stato, sarebbe probabilmente assai peggiore di quella che è adesso. Vogliono davvero condividere il destino dei palestinesi di Gaza?

Certo, i palestinesi che credono che servire Allah richieda di aggredire gli ebrei è difficile che si facciano convincere. Il palestinese del villaggio di Deir Abu-Mash’al che, a sangue freddo, dieci giorni fa, ha pugnalato a morte l’israeliana Hadas Malka alla porta di Damasco a Gerusalemme ha lasciato a sua madre una lettera i cui diceva che si sarebbero incontrati in paradiso. Improbabile che quel paradiso sia lo stato palestinese.

 

 

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