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La Guerra contro gli Ebrei
 

 

Premessa: tratto da Qui

 

Oggi nel mondo è in corso una guerra contro gli Ebrei. Nei primi decenni dopo la fondazione dello stato di Israele la guerra fu di natura convenzionale, l'obbiettivo diretto: distruggere Israele a mano armata. Ma ben prima che cadesse il muro di Berlino questo approccio era fallito.

Allora giunse la seconda fase: il terrorismo. I terroristi presero di mira gli israeliani a casa e all'estero: dal massacro degli atleti israeliani a Monaco alla seconda intifada. I terroristi continuano ad attaccare gli Ebrei nel mondo anche oggi. Ma non sono riusciti ad abbattere il governo israeliano, nè a indebolire la determinazione degli israeliani.

Ora la guerra è in una terza fase: è una guerra soffice che vuole isolare Israele delegittimandolo. Il campo di battaglia è ovunque: nei mezzi di comunicazione, negli organismi internazionali, nelle ONG. In questa guerra l'obbiettivo è fare di Israele lo stato pariah. Il risultato è la assurda situazione odierna: Israele subisce sempre più l'ostracismo, mentre l'Iran, che non nasconde di volere la distruzione di Israele, si dota di armi nucleari apertamente, orgogliosamente, apparentemente senza tema di ritorsioni.
 


Bisogna partire da una cosa talmente elementare che non la si dice mai, e magari si rischia di dimenticarla, perché non è tanto conveniente per i palestinisti e per coloro che li sostengono.
In quei territori che la Bibbia chiama Eretz Israel, la Terra di israele, è in corso una guerra, che ha avuto alti e bassi ma continua da tempo. Se non ci fosse una guerra non ci sarebbe bisogno di colloqui di pace.
Ma com'è iniziata questa guerra e quando e chi esattamente la fa a chi?
Be', un fatto certo è che non è iniziata nel 1967, con l'"occupazione". Israele ha preso il controllo di Giudea, Samaria e Gaza, del Golan (e anche del Sinai che poi ha restituito all'Egitto in cambio di un trattato di pace), dopo una guerra vera e propria, con battaglie di aerei e di carri armati contro tutti gli stati arabi coalizzati.

Lo stesso tipo guerra con gli stessi schieramenti c'era stata prima, nel 1948 e ci fu anche dopo, nel 1973. Prima del '48 c'erano stati due cicli bellici diversi, nel 1921 (Hebron) e nel 1936 (Safed) e tanti episodi intermedi.
In quel caso non erano impegnati eserciti regolari, ma milizie e folle arabe locali. Più o meno le stesse che operarono all'inizio degli anni Ottanta e poi nel 2002. In mezzo ci furono numerosi episodi terroristici sia locali (infiltrazioni dai paesi vicini, autobus fatti saltare, assalti a persone isolate), sia internazionali, dai dirottamenti aerei alle olimpiadi di Monaco, dagli attentati di Fiumicino e Roma a Buenos Aires e a Burgas, per non parlare della collaborazione dei palestinisti alla Shoà. Che cosa unifica queste vicende così diverse che vanno dalle guerre tradizionali ai pogrom dal terrorismo delle bombe negli autobus e nei ristoranti ai dirottamenti aerei?
Semplice: il target e l'obiettivo. Il target sono gli ebrei. Non gli israeliani, gli ebrei. Da questi episodi bellici sono sempre stati esentati gli arabi israeliani, che pure hanno il passaporto, la targa della macchina, i diritti politici e i privilegi sociali degli altri cittadini di Israele. Non sono loro il nemico, sono gli ebrei, prima e dopo la costituzione dello stato di Israele.
I belligeranti, da Nasser ad Assad, i terroristi da Arafat a Fatah e ad Hamas parlano di sionisti, di "coloni", di israeliani - ma intendono ebrei, come dicono regolarmente nei loro discorsi in arabo, come il loro primo leader, il Muftì di Gerusalemme Amin Al Husseini diceva chiaramente nei discorsi che teneva alle SS e alla radio di Hitler.

Dunque si tratta di una guerra contro gli ebrei.
E l'obiettivo è la distruzione del loro stato e possibilmente il loro sterminio. Questo scopo è un po' occultato dalla propaganda recente più furba, ma è stato dichiarato mille volte, dal capo della lega araba nella guerra del '48, da Husseini non solo nei discorsi nazisti ma anche prima, da Ahmadinedjad, dallo statuto di Hamas, da Arafat quando parlava in arabo per il suo pubblico. Dunque c'è una guerra che dura da quasi cento anni, che ha gli ebrei come target e la loro distruzione come obiettivo: il tentativo di un genocidio di lunga durata.

Badate, non è una guerra FRA "Israele" e "Palestina", sia perché Israele non esisteva prima del '48 e la "Palestina" ancora non esiste, non è uno stato vero, ma anche perché non è una guerra FRA ebrei e arabi. E' una guerra DEGLI arabi contro gli ebrei. Gli ebrei, che erano sempre stati presenti sulla loro terra, anche se in mezzo a mille vincoli e persecuzioni, privi di potere politico, ricominciarono a tornare in massa su quelle terre non appena furono emancipati in Occidente, a partire dalla metà dell'Ottocento.
Il movimento si sviluppò poi impetuosamente col movimento sionista. Fu sempre un'immigrazione pacifica e disarmata. Gli ebrei compravano le terre che andavano a dissodare, con le forme legali e il permesso delle autorità (se c'era, spesso l'immigrazione si riduceva perché ostacolata con vari pretesti). Non occupavano le terre, lo ripeto, le compravano.
Non erano una banda coloniale, erano immigranti, di solito poveri ma molto determinati e preparati. Fu contro questa immigrazione, che cercava rapporti di buon vicinato con gli arabi locali, come mostrano per esempio gli scritti di Herzl e di Buber) che si scatenò la guerra, prima con piccoli episodi di banditismo e di aggressione, poi con i grandi pogrom organizzati dal Muftì e con le guerre degli eserciti arabi.
La posizione degli ebrei e poi di Israele è sempre stata difensiva.
Israele vuole vivere in pace sulla terra che gli è stata assegnata dalla comunità internazionale ormai quasi un secolo fa, con la dichiarazione Balfour e poi il trattato di San Remo. Avendo pochissimo territorio, meno dell'un per cento degli stati arabi circostanti, è stato anche disposto a cederne una parte in cambio della pace. E' successo così col Sinai, col Libano meridionale, con Gaza, con le zone di Giudea e Samaria affidate alla gestione dell'Autorità Palestinese.
Mal gliene è incolto, perché ogni zona consegnati agli arabi è diventata la base di nuove aggressioni: Hamas a Gaza, Hezbollah nel Libano, i terroristi di Fatah in Giudea e Samaria, terroristi assortiti nel Sinai.
Dunque c'è la guerra, ma è una guerra che Israele subisce, che non vuole e non provoca. Israele non ha pretese sul Cairo e su Damasco, dove è stato spesso in grado di fare arrivare i propri eserciti; sono gli arabi che hanno pretese su Gerusalemme - con la sfacciataggine di giustificare questa pretesa negando la storia e l'archeologia, dicendo di essere loro gli indigeni e che quella è sempre stata una città musulmana, anche ai tempi di re Davide e di Gesù, magari facendo diventare islamici anche loro...
Questi semplici dati di fatto sulla guerra hanno una conseguenza sulla pace.


La pace non verrà quando Israele farà "concessioni", come mostra l'esperienza, perché queste concessioni non bastano mai.
La pace verrà quando gli arabi cesseranno l'aggressione.
Molto concretamente: se da Gaza smettessero di sparare razzi sulle città israeliane, di cercare di rapire soldati israeliani o di ammazzarli con bombe mentre pattugliano il confine... ci sarebbe la pace.
Una pace all'inizio fragile e diffidente, che potrebbe poi crescere. Gli scambi aumenterebbero, i permessi di passaggio crescerebbero. Se dai territori dell'Anp non venisse più terrorismo ad alta o a bassa intensità (la "resistenza popolare"), se si smettesse di incoraggiare la violenza, di fare guerra legale e diplomatica a Israele, se ci fosse più collaborazione sulla lotta alla criminalità politica... ci sarebbe la pace.
I permessi di lavoro diverrebbero più numerosi, il commercio si intensificherebbe, le popolazioni integrerebbero le risorse, probabilmente sarebbe possibile delegare più poteri e territori all'Autorità palestinese, soprattutto se nel frattempo diventasse democratica e meno corrotta.
La tensione è artificiale, la guerra è provocata, è nell'interesse di burocrazie e milizie (e agenzie dell'Onu) che vivono di questo.
Basterebbe che gli arabi si decidessero ad accettare che gli ebrei hanno diritto di vivere sul loro stato e smettessero di usare la violenza e la pace si potrebbe fare.
Come è accaduto in Europa dopo la seconda guerra mondiale, quando si è stabilizzato lo status quo e antichi confini controversi sono stati accettati interrompendo un ciclo bellico infinito. Purtroppo questa prospettiva è lontana. Magari arriverà, ma è lontana.
Nel frattempo Israele non può che difendersi e assicurare la propria superiorità militare. Perché quel po' di tranquillità che regna fra il Giordano e il mare (a differenza del Sinai, a differenza della Siria, dell'Egitto, della libia, dell'Iraq) è dovuta a una sola cosa, la potenza dell'esercito israeliano, sola vera forza di pace nella regione.

 

La politica israeliana non è espansionista, checché ne dicano i nemici. Tutt'al contrario è una politica di resistenza. Se tatticamente nella maggior parte dei combattimenti Israele ha preso l'offensiva, a causa della scarsa profondità di manovra del suo territorio, strategicamente Israele è sulla difensiva, è una fortezza assediata, che cerca di prevenire chi vuole distruggerlo e di logorare il suo impianto bellico.

Israele non può conquistare i paesi arabi, 500 volte più vasti e 50 volte più abitati di lui; i paesi arabi possono pensare invece di distruggerlo. E' questa la logica fin dal '48 e anche prima, dallo scoppio della guerra aperta degli arabi contro gli ebrei negli anni Venti del secolo scorso.

Israele sa che non ha alleati solidi, neppure gli Stati Uniti, che gli hanno impedito di vincere fino in fondo molte volte: nel '56 e nel '67, nelle guerre in Libano, nella “seconda Intifada”. Come è stata tradita dalla Gran Bretagna diverse volte, dalla Francia nel '67, dall'Unione Sovietica a partire dagli anni Cinquanta. In queste condizioni non può vincere, solo resistere. Dissuadere gli attaccanti. Esercitare deterrenza.

In più deve combattere una vera e propria guerriglia politica, legale e mediatica. Si tratta di una situazione critica dove Israele è costretta a combattere per la sua sopravvivenza con forze enormemente più grandi.

 

 

 

La Shoà non è mai finita davvero

 

Premessa: tratto da qui e qui

 

Una volta dicevamo "mai più" e ancora forse osiamo ripeterlo per la Giornata della Memoria o Yom Hashoà. Mai più stragi, mai più discriminazioni, mai più ebrei nel mirino dei carnefici. Ma di fatto ci ritroviamo con una terribile continuità delle persone uccise in quanto ebree.
C'è stata la strage in Bulgaria, prima Tolosa, prima ancora Eilat, i Fogel, Mumbai... La memoria si satura, gli anniversari si sovrappongono: chiediamo invano che nella cerimonia olimpica si ricordi la strage di Monaco di quarant'anni fa; l'attentato di Burgas è accaduto lo stesso giorno di quello che devastò il centro sociale ebraico di Buenos Aires, fra un po' saranno i trent'anni di quello di Roma, i palestinesi hanno appena onorato come eroi i resti di un centinaio di terroristi di cui Israele ha riconsegnato loro i resti...

E si moltiplicano anche i tentativi di strage contro gli ebrei: negli ultimi mesi Istanbul e la Thailandia, l'India e l'Azerbaijan e Cipro, tutti con una chiara matrice iraniana o di Hezbollah, spesso con arresti e confessioni dei responsabili; a una recente audizione alla Knesset un responsabile militare ha parlato di dieci tentativi analoghi a quello di Eilat negli scorsi mesi provenienti dal Sinai, sventati dall'esercito israeliano.

E naturalmente ci sono i razzi da Gaza ora anche provenienti dalla Libia, altri razzi dal Sinai, le armi chimiche della Siria che rischiano di finire ad alimentare l'arsenale ricchissimo di Hezbollah, puntato contro il nord; sullo sfondo la bomba atomica e i missili a lunga gittata che l'Iran continua a costruire nonostante tutti gli embargo : tutta una rete che si stringe intorno a Israele e agli ebrei.

E per favore, nessuno mi venga a dire che Israele e gli ebrei sono cose diverse, problemi diversi, che i poveri palestinesi o iraniani fanno solo la guerra a Israele e noi non c'entriamo: basta andare davanti a una sinagoga, a una scuola o una casa di riposo e vedere le camionette militari e le altre misure di sicurezza, i dirigenti che devono muoversi con la scorta, e così in mezzo mondo; basta vedere un po' di sermoni islamici su Youtube per capire che c'è un solo problema, un solo terrorismo.

Non erano israeliani ma ebrei i morti di Tolosa, quelli di Buenos Aires, il piccolo Gay Taché a Roma. E anche se l'attacco fosse a uno Stato, che guerra è ammazzare turisti che vanno in spiaggia all'estero, sgozzare bambini, cercare di fare esplodere diplomatici in paesi terzi, mettere bombe in pullman e ristoranti? Questo problema, il nostro problema, è infatti del tutto eccezionale nel panorama internazionale.

Quale altra religione, quale altra minoranza, quale altra nazione è braccata in questo modo?
Quali altri turisti devono temere per la loro vita non recandosi in luoghi tumultuosi come lo Yemen o il Mali dove forse è ragionevole attendersi dei guai, ma in una tranquilla spiaggia del Mar Nero o anche a casa propria, di notte, nel sonno?
Quale altro paese viene continuamente minacciato di essere "cancellato dalla carta geografica", boicottato culturalmente ed economicamente, indagato dalle organizzazioni internazionali se si difende don una barriera di sicurezza o reagisce ai bombardamenti dei suoi vicini?
Chi deve difendere confini e aeroporti da minacciate invasioni di vicini e "militanti"?
Quale stato riceve a anni e anni una media di cento razzi o colpi di mortaio al mese su case civili, scuole, fabbriche?

Gli ebrei si sono ormai un po' assuefatti a questa situazione. Quando un consiglio dei diritti umani dell'Onu, che è stato presieduto fino all'anno scorso dalla Libia di Gheddafi e forse ha ancora al suo interno Siria e Iran e analoghi modelli di democrazia, emette la quinta o la tredicesima o la ventesima condanna di Israele, non fanno nulla. Si dimenticano quasi che è un altro tassello di un piano aggressivo condotto instancabilmente. Quando un altro organismo dell'Onu, che si dice culturale e mai si sognerebbe di ammettere l'Eta proclamando al contempo la cattedrale di San Juan de Compostela patrimonio culturale dell'inesistente paese basco, ammette invece l'Anp come Stato e decide che la basilica della Natività o la Tomba di Rachele sono patrimonio culturale palestinese, lo stesso gli ebrei non fanno nulla.
Quando il Comitato Olimpico si rifiuta di commemorare gli atleti israeliani ammazzati durante le Olimpiadi di Monaco, protestano educatamente, raccolgono firme, e naturalmente il comitato olimpico ha più paura del boicottaggio dei ricchi arabi e del loro terrorismo che delle loro firme e abbozza.

Gli ebrei si difendono, ma restano educati e civili. Chi ha mai sentito dire il più estremista politico israeliano che tutti gli arabi andrebbero sterminati? Chi ha paura di attentati ebraici alle scuole arabe o ai diplomatici, ai turisti, agli atleti arabi nel mondo? Quando in Israele qualche estremista sfregia una moschea con una scritta, o fa un atto di terrorismo vero, com'è accaduto una sola volta vent'anni fa, i colpevoli non sono certo esaltati, ma condannati dall'opinione pubblica, indagati e processati. Anzi, sono tentati di essere i primi della classe in tolleranza e apertura, di fingere che esista un "processo di pace" dove c'è un piano a tappe ripetutamente proclamato da Fatah e Hamas per espellere tutti gli ebrei dalla "Palestina storica".
 

Durante l’occupazione nazista dell’Europa, il leader più importante degli arabi palestinesi era il Gran Muftì di Gerusalemme, Mohammed Al-Husseini, le cui idee erano simili a quelle naziste. Compilò un elenco contenente i punti in comune tra islam e nazismo, sette per la precisione, e li inviò ai membri della Divisione SS,che lui stesso aveva creato, formata da musulmani bosniaci.
Durante la seconda Guerra mondiale, una volta che i tedeschi avessero conquistato la Palestina, Al-Husseini pianificò la costruzione di un campo di sterminio come Auschwitz, dotato anche di un crematorio, in vista della costruzione delle camere a gas, dove eliminare gli ebrei della Palestina e dei Paesi arabi.
Il leader degli arabi palestinesi “moderati” è stato per molti anni Ragheb bey el-Nashashibi, sindaco di Gerusalemme, che si era espresso molte volte a favore dello sterminio di massa degli ebrei. Dopo le rivolte del 1929, lo scrittore francese Albert Londres –non ebreo- chiese a El-Nashashibi perché gli arabi avevano massacrato anziani e devoti ebrei a Hebron e Safed, con i quali non avevano mai avuto problemi. Il sindaco rispose: “ In guerra ci si comporta come in guerra, non uccidi chi vuoi, uccidi chi devi. La prossima volta verranno uccisi tutti, vecchi e giovani”. Londres gli chiese allora, con sarcasmo: “ Non puoi ucciderli tutti, ce ne sono 150.000”. Nashashibi rispose tranquillo “ Oh, no, basteranno due giorni”.

Al-Husseini può essere considerato il predecessore di Hamas, le cui intenzioni genocide sono ben spiegate nel loro statuto. L’articolo 7 pone le basi ideologiche dell’omicidio di massa, quando afferma che Hamas aspira a “ realizzare la promessa di Allah, non importa quanto tempo ci vorrà. Il Profeta –Allah lo benedica e lo accolga- ha detto: “Il giorno del giudizio verrà solo quando i musulmani avranno ucciso gli ebrei, anche se si nasconderanno dietro pietre e alberi. Le pietre e gli alberi diranno oh musulmani, oh Abdullah, dietro di me c’è un ebreo, vieni e uccidilo. Solo l’albero di Gharkad.. non dirà nulla, perché è un albero degli ebrei”

Chi volesse verificare le più recenti espressioni genocide di Hamas può visitare il sito web di Palestinian Media Watch (PMW). Un esempio recente di islamo-nazismo è la dichiarazione di Muhammad Deif, il capo militare di Hamas, durante la guerra a Gaza “ Oggi voi israeliani combattete contro i soldati di Dio, che amano morire per Allah come voi amate la vita, e che fanno a gara tra loro per diventare martiri come voi cercate di evitare di morire”.
PMW ha anche citato recentemente una trasmissione TV nella quale Ismail Haniyeh, leader di Hamas, già Primo Ministro palestinese, ha detto: “ noi amiamo la morte come i nostri nemici amano la vita ! noi amiamo il martirio, il modo in cui muoiono i leader di Hamas”. La stessa TV ha poi diffuso un sermone nel quale veniva ripetuto che l’ideologia di Hamas, in accordo con l’islam, sterminare gli ebrei è il destino dei musulmani. Il sito PMW diffonde molti sermoni palestinesi che incitano a uccidere israeliani e ebrei.

Ma Hamas non è il solo ad avere il monopolio del genocidio degli ebrei. L’omicidio di massa degli ebrei fa parte, anche se in misura minore, di numerosi media palestinesi. Un esempio si può trovare nel sermone televisivo del venerdì - il canale ufficiale dell’Autorità nazionale palestinese- di Ahmed Abu Halabiyah, rettore del centro di studi avanzati islamici dell’Università di Gaza – quindi un documento ufficiale, accademico e governativo che esprime la visione religiosa dell’Anp e della società palestinese. Halabiyah afferma: “ Gli ebrei sono ebrei.. non sono né moderati né vogliono la pace, sono tutti bugiardi. Devono essere sgozzati e uccisi.. gli ebrei sono come una molla, se vi avvicinate e la pestate con i vostri piedi vi colpirà, facendovi del male… è vietato provare nei vostri cuori misericordia per gli ebrei, in ogni luogo e in ogni paese, dovete combatterli ovunque vi troviate, quando li incontrate, uccideteli”.

Esempi genocidi di questo genere ce ne sono un’infinità. Molti in Europa, inclusi i partiti politici, i media e importanti leader della società civile, in genere critici verso Israele, rimangono in silenzio di fronte a questi appelli dell’islamo-nazismo palestinese. Il loro silenzio aiuta indirettamente questi predicatori dell’omicidio di massa.

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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