Voto Unesco nega ebraicità di Hebron, una città storica degli ebrei

 

 

<< Il voto su Hebron conferma un’antica attitudine: defraudare il popolo d’Israele del suo retaggio fino a negare (a parole e coi fatti) la sua stessa esistenza. >>

 

Premessa: tratto da qui

 

Per la seconda volta in meno di una settimana l’Organizzazione Onu per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) ha adottato una risoluzione che disconosce i millenari legami fra il popolo ebraico e uno dei siti più venerati dall’ebraismo. Dopo il recente voto sulla Città Vecchia di Gerusalemme, venerdì scorso i 21 paesi del Comitato per il Patrimonio dell’Umanità Unesco riuniti a Cracovia, in Polonia, hanno decretato (con 12 voti a favore, 3 contrari e 6 astenuti) che la Tomba dei Patriarchi nella città vecchia di Hebron è un sito “in pericolo” del patrimonio palestinese, disconoscendo i legami ebraici e cristiani con il sito venerato come luogo di sepoltura delle principali figure bibliche Abramo, Isacco e Giacobbe e delle mogli Sara, Rebecca e Leah, patriarchi e matriarche del popolo d’Israele. Israele afferma che la risoluzione su Hebron – che si riferisce alla città come “islamica” – nega migliaia di anni di legame fra il popolo ebraico e la città. “A seguito di questa risoluzione – ha detto domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – ho disposto di tagliare un altro milione di dollari dalla quota che Israele versa alle Nazioni Unite e di trasferire questi fondi alla costituzione del Museo del patrimonio del popolo ebraico a Hebron e nella vicina Kiryat Arba”.

La Tomba dei Patriarchi diventa così il terzo sito dello “stato di Palestina” iscritto dall’Unesco nella “Lista del Patrimonio mondiale in pericolo”. Gli altri due sono il luogo di nascita di Gesù a Betlemme e il “paesaggio culturale nella Gerusalemme meridionale “, cioè le colline terrazzata di Battir.

Scrive Seth J. Frantzman: «Le votazioni all’Unesco, in particolare su Hebron e Battir, hanno più a che fare con la politica e con il conflitto tra Israele e palestinesi che non con l’interesse storico di preservare il patrimonio mondiale. Senza il coinvolgimento di Israele e palestinesi, Hebron avrebbe comunque meritato l’inclusione in un elenco dei siti di straordinario valore della regione: con migliaia di anni di storia alle spalle, è venerata come il luogo di sepoltura dei patriarchi della Bibbia Abramo, Isacco, Giacobbe, Sarah, Rebecca e Lea. L’edificio principale venne fatto costruire da Erode ed è considerato una delle sue strutture meglio conservate. Fu poi utilizzato come chiesa sotto i crociati e solo successivamente come moschea, con l’aggiunta nel XIV secolo di elementi islamici che portarono al suo aspetto attuale. L’Unesco avrebbe potuto dichiarare l’edificio e la zona circostante un sito speciale non diversamente da quello che ha fatto con settori di Città del Messico o del centro storico di Cordoba. Ma a Città del Messico l’Unesco non ha fatto nessun tentativo di negare l’eredità azteca, così come a Cordoba non ha dimenticato di sottolineare che solo “nel XIII secolo, sotto Ferdinando III il Santo, la Grande Moschea venne trasformata in una cattedrale”. A Hebron, invece, c’è il chiaro tentativo di tacere e sminuire l’aspetto ebraico della Tomba dei Patriarchi come se non avessero alcuna importanza migliaia di anni di legame ebraico con il sito e il fatto che lo stesso edificio attuale sia stato costruito in origine come un sito ebraico. La stessa politicizzazione è stata fatta dall’Unesco per inserire il sito di Battir, una scelta dettata più che altro dalla volontà di impedire in quella zona la costruzione da parte di Israele della barriera anti-terrorismo. Battir non ha un valore unico o speciale in confronto a centinaia di altri villaggi agricoli del tutto simili, eppure è diventato un sito dell’Unesco per via della controversia con Israele. Da quando è stato iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale “in pericolo” non vi è stato nessun investimento importante da parte palestinese e pochissimi sono i turisti che lo visitano. Inoltre, anche nella candidatura di Battir – la Beitar dei tempi della ribellione ebraica contro Roma – è stato cancellato ogni legame con la storia ebraica e se ne parla solo come di un sito “rappresentativo di svariati secoli di cultura e interazione umana con l’ambiente”. Nessuna menzione del fatto che fu il luogo della rivolta di Bar Kochba contro l’Impero Romano né del fatto che ancora oggi in arabo quel luogo viene chiamato “Khurbet al-Yahud”, che significa “la rovina degli ebrei”.» (Da: Jerusalem Post, 7.7.17)

Il rapporto del Consiglio di esperti dell’Unesco ICOMOS affermava che la candidatura palestinese della Grotta dei Patriarchi e della Città Vecchia di Hebron come Patrimonio Mondiale palestinese non soddisfaceva alcuni criteri essenziali e per di più ignorava la maggior parte della storia ebraica e cristiana del sito. Nella bozza di risoluzione palestinese, tuttavia, tutta questa parte del rapporto è stata eliminata, lasciando solo la frase in cui gli esperti ICOMOS notano che Israele questa volta non ha collaborato con loro. Scoperta la falsificazione, l’ambasciatore d’Israele all’Unesco Carmel Shama-Hacohen si è appellato alla direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova, che è dovuta intervenire per far rettificare il documento. “Qualcuno in questa organizzazione ha perso ogni vergogna e ha cercato di trasformare con l’inganno una relazione critica verso palestinesi in una raccomandazione a loro favorevole”, ha dichiarato Shama-Hacohen. Tuttavia venerdì mattina Libano Cuba e Kuwait hanno preteso la reintroduzione della prima stesura accampando questioni procedurali e aprendo in questo modo la strada all’approvazione della risoluzione.

Tre paesi (Polonia, Croazia e Giamaica) avevano chiesto invano il voto segreto, cosa che è stata di fatto negata nel corso di una votazione particolarmente agitata.

L’ambasciatore di un paese arabo che non ha rapporti diplomatici con Israele si è scusato con il suo collega israeliano Carmel Shama-Hacohen per non aver potuto votare contro la risoluzione dell’Unesco su Hebron, spiegando che l’avrebbe fatto se il voto fosse stato realmente segreto, cosa “difficile da affermare”. “Non ho avuto scelta”, ha scritto l’ambasciatore arabo in un messaggio a Shama-Hacohen, che ha gli ha risposto: “Lo so, amico mio. Per me è come se l’avessi fatto”. I tre paesi arabi che siedono nel Comitato per il Patrimonio dell’Umanità Unesco sono Kuwait, Libano e Tunisia.

Un’altra decisione delirante dell’Unesco – ha commentato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un video su Twitter e TouTube – Questa volta hanno stabilito che la Tomba dei Patriarchi è un sito palestinese, cioè non ebraico, e che è in pericolo. Non è un sito ebraico?! Il sito venerato come luogo di sepoltura di Abramo, Isacco e Giacobbe, Sara, Rebecca e Leah, i nostri patriarchi e matriarche. Un sito in pericolo? In realtà solo nei siti dove è presente Israele, come Hebron, la libertà di religione è garantita a tutti. Nel resto del Medio Oriente moschee, chiese e sinagoghe vengono spazzate via dappertutto. Noi continueremo a proteggere la Grotta dei Patriarchi, la libertà di religione per tutti e continueremo a difendere la verità”.

Il ministro dell’istruzione Naftali Bennett, che è anche a capo del Comitato nazionale israeliano dell’Unesco, ha dichiarato: “Il legame ebraico con Hebron risale a migliaia di anni fa. Hebron, luogo di nascita del Regno di Davide e Tomba dei Patriarchi, il primo acquisto ebraico in Terra d’Israele e luogo di riposo dei nostri antenati, è uno dei siti più antichi del nostro popolo. La risoluzione dell’Unesco deve essere respinta e i nostri sforzi per rafforzare la città dei nostri padri devono essere incrementati. La nostra presenza a Hebron è stata continuativa fino al 1929 quando gli arabi massacrarono decine di ebrei. Quella strage tuttavia non poté recidere i nostri legami con la città e la Tomba dei Patriarchi, luogo ebraico sin dai tempi biblici. Nessun voto cambierà queste semplici verità”.

Il presidente d’Israele Reuven Rivlin ha detto che l’Unesco, con questa decisione, “ancora una volta appare decisa a continuare a diffondere menzogne anti-ebraiche e ad attenersi al suo rigoroso silenzio sul patrimonio che viene cancellato da brutali estremisti nel resto di questa regione”.

Il portavoce del Ministero degli esteri israeliano Emmanuel Nachshon ha affermato che la decisione rappresenta una “macchia morale” sull’Unesco, “un’organizzazione irrilevante che promuove una fake history (falsa storia)”.

L’ambasciatore d’Israele all’Onu Danny Danon ha definito il voto “una decisione vergognosa che distrugge l’ultimo pezzetto di credibilità che l’Unesco aveva ancora”. Danon ha aggiunto che “questo grave tentativo di tagliare i legami tra Israele, Hebron e le Tombe dei padri e delle madri del nostro popolo è una cosa infame, che offende profondamente il popolo ebraico”.

Il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha condannato la decisione, definendo l’Unesco “un’organizzazione politicizzata, sciagurata e antisemita, che approva decisioni ignobili. Nessuna risoluzione di un’organizzazione irrilevante può danneggiare i nostri diritti storici di migliaia di anni sulla Grotta dei Patriarchi” ha detto Lieberman, aggiungendo che la decisione dimostra ancora una volta che l’Autorità Palestinese “non persegue la pace, bensì l’istigazione e la calunnia contro Israele”.

Il ministro di scienza, tecnologia e spazio Ofir Akunis ha definito la decisione dell’Unesco “stupida, falsa e patetica”. “Questa decisione imbarazzante – ha aggiunto Akunis – non ha alcuna importanza, giacché nessuna menzogna può cambiare la realtà storica del legame di quattromila anni tra popolo ebraico, Hebron e Gerusalemme”.

Anche esponenti dell’opposizione israeliana hanno condannato la decisione Unesco. Yair Lapid, leader di Yesh Atid, ha definito il voto di venerdì scorso “una spregevole falsificazione della storia che deriva nella migliore della ipotesi da totale ignoranza, nella peggiore da ipocrisia e antisemitismo”.

Durante il suo discorso all’Unesco dopo la votazione, il rappresentante israeliano Carmel Shama-Hacohen è stato più volte interrotto dallo squillo del suo cellulare. Avviandosi a concludere, Shama-Hacohen ha detto ai delegati presenti che il suo idraulico lo stava cercando per un problema urgente nella toilette del suo appartamento: un problema, ha detto dal podio Shama-Hacohen, “molto più importante della risoluzione appena approvata”. Intervistato domenica da radio Galei Tzahal, Shama-Hacohen ha ovviamente confermato che “non c’era nessun idraulico al telefono: è stato solo il modo che ho scelto per terminare il mio discorso facendo sì che possano ricordare il nostro totale disprezzo per la sostanza della loro decisione”.

 

 

Hebron tra storia e menzogne

 

 

Premessa: tratto da qui Nella foto: ebrei ad Hebron nel 1921

 

Molto tempo prima che l’Onu e organizzazioni come l’Unesco venissero anche solo concepite, anzi molto tempo prima che esistessero gli stati nazionali come li conosciamo (per non dire dello stato palestinese), quelli che oggi conosciamo come ebrei abitavano in Terra d’Israele, condividevano una lingua e un patrimonio comune e si sentivano uniti da una serie di testi canonici divenuti la Bibbia ebraica. Costoro consideravano Hebron una città santa risonante di storia e significati religiosi.

Indipendentemente da quanto è stato deciso venerdì scorso all’Unesco, un’organizzazione che viene regolarmente strumentalizzata per favorire i limitati interessi di popoli che presumibilmente patiscono il dominio occidentale, semplicemente non è possibile negare o minimizzare i legami degli ebrei con la città di Hebron: legami che sono persino più profondi e probabilmente più antichi dei legami fra ebrei e Gerusalemme, un’altra città che l’Unesco ritiene priva di storia ebraica.

La Bibbia ebraica narra di come Abramo comprò della terra a Hebron per seppellire Sara. Secondo la tradizione, tutti e tre i patriarchi vi sono stati sepolti con le loro mogli. Nell’Esodo, è posta particolare enfasi sulla richiesta di Giacobbe di essere sepolto lì, un elemento che può essere visto come l’espressione tangibile della sua speranza che il popolo ebraico vi tornasse dopo la fine dell’esilio in Egitto. E’ da Hebron che passarono gli esploratori inviati da Mosè a perlustrare il paese prima che il popolo ebraico entrasse nella terra promessa. A Hebron Re David consolidò il suo regno dopo la morte di Saul. A Hebron Re Erode fece costruire il muro che tuttora circonda la Grotta dei Patriarchi. E fu nel mercato di schiavi Terebinth di Hebron che gli ebrei furono venduti in cattività dopo la sconfitta della rivolta anti-romana di Simon Bar-Kokhba nel 135 e.v. che precipitò nell’esilio gli ebrei dalla Terra d’Israele.

Agli ebrei fu proibito vivere a Hebron durante il periodo bizantino. Tuttavia, stando ai documenti rinvenuti nella famosa Geniza del Cairo, sotto il successivo dominio musulmano gli ebrei vi tornarono e vi mantennero una comunità organizzata. Nel corso dei secoli la presenza ebraica in città declinò o rifiorì a seconda della maggiore o minore tolleranza del potere dominante. I cristiani tendevano ad essere meno accomodanti, i musulmani di più. Nel 1481 il viaggiatore italiano Meshullam da Volterra trovò più di 20 famiglie ebraiche a Hebron. Le donne ebree si travestivano da musulmane per entrare nella Grotta dei Patriarchi (trasformata in moschea).

Nel periodo tardo-ottomano la comunità ebraica crebbe. Ebrei espulsi dalla Spagna e dal Portogallo cominciarono ad arrivare a Hebron nel XVI secolo. Nel 1823, il movimento hassidico Lubavitch stabilì una presenza nella città. Il tribunale hassidico di Karlin vi venne istituito nel 1866. Negli anni ’20 del XX secolo, dopo che il governo lituano aveva tentato di arruolare nell’esercito gli studenti di yeshiva (seminario talmudico), nella città venne fondata la Yeshiva di Hebron che attrasse centinaia di studenti ebrei provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti.

I violenti pogrom arabo-palestinesi del 1929 orchestrati contro gli ebrei di Hebron dal mufti Haj Amin al-Husseini, fanatico antisemita e ammiratore del nazismo, lasciarono più di 60 morti fra uomini, donne e bambini, e decine di feriti. Nel 1936, all’incombere di nuove violenze arabe, i britannici evacuarono gli ultimi ebrei che rimanevano a Hebron. Fu solo dopo la vittoria d’Israele nella guerra dei sei giorni del giugno ’67 che gli ebrei poterono tornare a vivere a Hebron.

Tutte queste informazioni, e altre ancora, sono facilmente reperibili. Eppure tutto questo non compare nella risoluzione dell’Unesco su Hebron. Ed un rapporto dell’Unesco si spinge al punto di incolpare Israele per non aver suggerito una proposta alternativa a quella palestinese. Perché? Forse che i funzionari dell’Unesco non hanno mai sentito parlare di Bibbia, di Google o di Wikipedia?

Il voto dell’organizzazione culturale delle Nazioni Unite che dichiara Hebron un patrimonio mondiale palestinese “in pericolo” non ha nulla a che fare con l’istruzione, la scienza e la cultura. È invece una forma di propaganda. La riscrittura della storia ostacola e complica ulteriormente gli sforzi per affrontare i problemi reali che nelle attuali condizioni impediscono una soluzione politica del conflitto israelo-palestinese. E questo funziona in entrambe le direzioni. Anche fermarsi agli innegabili legami degli ebrei con la Terra di Israele e con luoghi come Hebron e Gerusalemme non è sufficiente per risolvere il conflitto. Il diritto degli ebrei ad uno stato sovrano nella loro patria storica è inalienabile. Ma questo di per sé non aiuta la ricerca pragmatica, qui e ora, di un modo per far convivere ebrei e arabi palestinesi.

Certo, minimizzare o negare i legami degli ebrei con il Monte del Tempio o con Hebron è sintomo di un odio più profondo, probabilmente fondato su invidia e rancore: i musulmani sanno bene che questi e altri siti non avrebbero alcuna santità per i loro fedeli se non fossero stati, prima e innanzitutto, luoghi di profonda risonanza spirituale, storica e religiosa per gli ebrei.

È un peccato che l’Unesco si sia prestata a farsi complice di questo sabotaggio diplomatico dei più autentici forzi di pace.
 


Nota:


Nel testo relativo alla “Città Vecchia di Hebron/Al-Khalil”, pubblicato sul sito del Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco, l’unico fugace riferimento a tutta la storia ebraica della città e della Tomba dei Patriarchi (un luogo santo ebraico, poi trasformato in chiesa, su cui successivamente venne eretta una moschea) si trova nella frase: «Questo sito divenne un luogo di pellegrinaggio per le tre religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islam».

Si confronti questo generico accenno con il testo che lo stesso sito dell’Unesco dedica al “Centro storico di Cordoba” (Spagna): «Il periodo di massima gloria di Cordoba iniziò nell’VIII secolo dopo la conquista moresca, quando vennero costruite circa 300 moschee … Nel XIII secolo, sotto Ferdinando III, la Grande Moschea di Cordoba venne trasformata in una cattedrale e vennero erette nuove strutture difensive …»

 

 

L’opera dell'Unesco di sradicamento di una storia e di una cultura è impressionante

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Davvero non si capisce la stupidità negazionista, l’accanimento demenziale, l’ostinazione cieca e avvilente con cui l’Unesco, un organismo che in teoria dovrebbe difendere la cultura e l’arte in tutto il pianeta, ma in realtà è diventata il ricettacolo di ogni menzogna e di ogni servilismo verso i despoti del mondo, nel corso degli ultimi anni si è incaponita nelle sue risoluzioni che negano e mortificano la storia degli ebrei. E davvero non si capisce perché mai le democrazie libere e anche l’Italia dovrebbero dare ancora retta a un organismo che nei giorni scorsi a Cracovia, a Cracovia, provocazione nella stupidità, a pochi chilometri da Auschwitz-Birkenau, si è permesso di cancellare con una risoluzione appoggiata dal vasto fronte antisemita la storia intrecciata all’ebraismo di Hebron, luogo dove sorgono le tombe di Abramo e di Sara, di Isacco e di Giacobbe. Ora è il turno del negazionismo sui Hebron, prima c’era stato quello sul Muro del Pianto e la cancellazione addirittura di ogni impronta ebraica su Gerusalemme. L’antisionismo è solo una scusa. L’opera di sradicamento di una storia e di una cultura è impressionante.

 

Dicono: ma quello è un luogo geopoliticamente dei palestinesi. E allora? Adesso, dopo la pulizia etnica bisogna teorizzare la pulizia archeologica, la purezza etno-razziale di un luogo anche nella sua storia, nei suoi monumenti, nella sua dimensione artistica, architettonica, religiosa?

 

E’ davvero stupefacente che non ci si renda conto della violenza culturale che questa sequenza di vergognose idiozie di cui l’Unesco si sta macchiando sta perpetrando. L’imperativo antisemita per cui gli ebrei non devono esistere, non deve esistere il loro Stato di Israele si arricchisce di un annichilimento retroattivo: gli ebrei non sono mai esistiti, le loro tombe, Gerusalemme, i luoghi dell’identità ebraica devono essere «Judenfrei» persino nella memoria e nella storia. E chi lo dice? Lo dice un pugno di tirannie dove la libertà della ricerca culturale è negata al pari di ogni altra libertà, così diverse dall’unico luogo dove, detto tra parentesi, è garantita la libertà culturale e politica: cioè lo Stato di Israele. Un violenza culturale che noi facciamo finta di dimenticare, altro che «mai più», dando credito e risorse all’Unesco, una delle sigle più screditate del nostro tempo.

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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