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L'Islam e l'ideologia di morte moderna

 

 

Premessa: tratto da qui, qui e qui

 

Qualunque persona normale capisce che se il più aggressivo movimento terrorista del momento si chiama Isis (e le prime due lettere significano Islamic State, che naturalmente è una traduzione, ma in arabo il senso è lo stesso: al-Dawla al-Islāmiyya); se l'organizzazione ombrello del terrorismo si chiama Fratellanza Musulmana; se gli abbozzi di Stato dei terroristi pretendono il nome di Califfato (da al Khalifa, il successore, beninteso di Maometto); se sulle loro bandiere è scritta la dichiarazione di fede islamica; se vanno all'attacco, a Gaza come a Mosul come in Sudan o in Nigeria, gridando “Allah è grande”; se c'è una cintura di fuoco e di guerre tutto intorno al mondo islamico - dalla Cina al Caucaso, da Bali ai Balcani, dalla Libia allo Yemen –: be' forse il sospetto che coi più gravi problemi del mondo attuale e in particolare col terrorismo c'entri proprio l'Islam piuttosto che il sindacato dei postelegrafonici o l'associazione dei cultori del ballo liscio forse non è campato in aria.

Aggiungete che in nome dell'Islam e non delle corse di cavalli o dei tuffi carpiati sono stati compiuti i più sanguinosi attentati che hanno funestato il nostro tempo: alle Twin Towers di New York, nella metropolitana di Londra e nella stazione ferroviaria di Madrid, per non parlare di quelli diretti contro le comunità ebraiche a Tolosa e a Bruxelles. E sono i capi religiosi di molte comunità islamiche, fa cui diversi in Italia, non gli arbitri di basket o le guide alpine, che la nostra pur prudentissima (in questo campo) magistratura ha dovuto incriminare come propagandisti e reclutatori del terrorismo.

 

Il terrorismo ha una religione specifica, sempre quella e si chiama Islam. Non si ha notizia di terroristi non musulmani in giro per il mondo a fare stragi. Non esistono terroristi cristiani, buddisti, ebrei. Non esistono terroristi cinesi o brasiliani o indiani. L'India è stata per quasi due secoli colonia britannica, mai nessun indiano è andato in Inghilterra o in Europa a gettare bombe.
La Cina ha avuto, con il comunismo di Mao, 50 milioni di morti. Mai visti terroristi cinesi andare a farsi esplodere da qualche parte.
Gli ebrei sono stati perseguitati e massacrati in Europa per 2000 anni ma non sono mai esistiti terroristi ebrei pronti a fare massacri di europei per vendicare le sofferenze subite.
A parte gli anni di piombo in cui Brigate Rosse, Brigate Nere e Baader Meinhof, peraltro amici e compari degli stragisti palestinesi, imperversavano tra Italia, Germania e Francia, tutti i terroristi rispondono a un' unica religione, l'Islam e a un'unica cultura o subcultura, quella musulmana.


Qualcuno dice, anzi i più autorevoli come Obama e i giornaloni sostengono con incrollabile convinzione che non è l'Islam, ma un mostro che in qualche modo gli si è sostituito, il terrorismo in astratto, la follia, i criminali, il baubau, l'uomo nero... Ma l'Islam si è sempre comportato in questa maniera, da quando Maometto decise lo sterminio di tutti gli ebrei dopo averli assediati e sconfitti nell'oasi di Kheibar. La violenza e l'intolleranza islamica non sono un'invenzione recente, accompagnano tutta la sua storia, i rapporti con gli ebrei come quelli con i cristiani, gli induisti, i loro stessi compagni di fede ritenuti eretici.

 

 

Se uno guarda alla storia islamica, fin dalla vita di Maometto e subito dopo la sua morte con gli imam, morti per lo più ammazzati fra loro, con la sanguinosa serie di successioni omayadi e abbassadi, giù giù fino a oggi, tutta la storia dell'Islam è una serie interminabile di congiure, guerre civili, lotte per il potere, quasi senza meccanismi legittimi di accesso al potere.
Per cinquecento anni poi gli arabi sono stati soggetti al potere turco, non all'imperialismo occidentale, che sul Levante ha comandato per pochi decenni, fra la fine della Prima Guerra Mondiale e la fine della Seconda. Non che non abbia combinato guai, soprattutto quello inglese che ha cercato di imporsi facendo promesse un po' a tutti e coltivando la divisione nella speranza di governare.

Ma insomma gli arabi sono quel che sono, hanno la cultura politica che dimostrano soprattutto per la loro storia. E in sostanza dimostrano di non essere in grado di evitare la violenza e l'oppressione. Qualche volta capita che si tengano elezioni in qualcuno di questi paesi, ma sono per lo più truccate e comunque chi vince non pensa affatto, com'è regola della democrazia, che il suo potere sia provvisorio e debba essere restituito all'elettorato e magari sostituito a tempo debito. Semplicemente si accomoda e fa quel che può per non essere allontanato: scrive costituzioni autoritarie come in Egitto, ammazza i leader dell'opposizione come in Tunisia, li accusa di crimini inventati come in Iraq, fa strage di chi protesta, resiste alle sollevazioni popolari con la forza delle armi come in Siria e in Bahrein. Nel caso frequente che gli oppositori arrivino a uno stallo e nessuno riesca a distruggere l'altro, si suddividono il territorio, come è accaduto con l'Autorità Palestinese, in sostanza anche con l'Iraq e sta accadendo in Siria e Libia.

Per questa ragione è prevedibile che la fase dei torbidi che la regione sta attraversando non finisca affatto presto e che gli Stati disegnati dopo la prima Guerra Mondiale sulle rovine dell'impero ottomano si frammentino in pezzi etnici o religiosi: Curdi e Alawiti, Sunniti e Sciiti, Anp e Hamas, eccetera.
Tutto ciò è alimentato dalla grande spinta islamista, che non va pensata in termini politici, come se fosse un partito, ma in termini identitari e di valori. Non vi è separazione netta fra islamisti "moderati" (la Fratellanza musulmana), "estremisti (i "salafiti") e "terroristi (i talebani, Al Qaeda), perché i dissensi sono semplicemente di natura tattica, il fenomeno è lo stesso ed è il riflesso politico di un'identità profonda che non era stata scalfita dall'occidentalizzazione delle élites e dalle vicende politiche, ma che ora riprende il proprio cammino come ha fatto con qualche interruzione per mille e quattrocento anni: "purificando" a intervalli il proprio interno e aggredendo gli "infedeli" intorno.

La distruzione di monumenti funebri di santi islamici, spesso oggetti d'arte meravigliosi, di biblioteche e dei segni di altre culture, che avviene in questi anni dall'Afganistan a Timbuctù, passando per i musei del Cairo e la Tunisia, non è altro che la ripetizione delle spinte "purificatrici" che si sono ripetute nei secoli a intervalli regolari.
L'assalto a Israele, ma anche ai cristiani dell'Africa e della Siria, Turchia, Egitto, Iraq; l'intolleranza in luoghi una volta abbastanza aperti come l'Indonesia e il Pakistan, il tentativo, più o meno subdolo ma spesso dichiarato, di invasione dell'Europa e di cancellazione di popolazioni di confine come in Armenia e in Kossovo, la decisione di far pesare il proprio numero in tutte le sedi internazionali, l'assalto ai singoli individui visti come portabandiera di una resistenza culturale, con i numerosi tentativi di assassinio di questi anni ad autori di fumetti, romanzi, film, articoli "antislamici": tutto questo non è altro che il rinnovamento con mezzi nuovi di una spinta espansiva che si esercita con qualche pausa nei secoli da mille e quattrocento anni.
L'Islam non manda missioni religiose, non converte come il Cristianesimo. Procede con eserciti, impone la sua legge e sa che le conversioni seguiranno.

E' ingenuo al limite dell'ottusità pensare di limitare questo fenomeno con buone parole e solenni trattati. Anche su questo l'Islam è chiarissimo: con gli infedeli non possono esserci paci, solo tregue. E le tregue durano finché conviene all'Islam, cioè fino a che l'avversario appare più forte. Questo spiega l'esplosione di violenza attuale: non è l'imperialismo o l'oppressione che provoca la rivolta e la guerra, ma la debolezza dell'avversario, la sua irresolutezza, la sua stessa offerta di pace.
I governanti attuali farebbero bene a leggere qualche storia dell'impero bizantino, che resistette ai musulmani per sette secoli, contraendosi progressivamente, a volte riprendendosi, a volte perdendo rovinosamente (magari grazie alla collaborazione degli eserciti europei che lo assalivano alle spalle).
Costantinopoli ha retto per quanto era forte e disposto a combattere; alla fine ha ceduto. E in un mondo che era al novanta per cento cristiano (l'Anatolia, il Levante, la Mesopotamia, l'Egitto, il Nordafrica, Costantinopoli stessa, per mille anni la più grande e gloriosa città cristiana del mondo) oggi non restano quasi più popolazioni non musulmane.
A parte qualche minoranza sotto attacco in Libano e in Egitto, qualche piccola isola in Iraq e in Siria. E naturalmente gli ebrei in Israele, che hanno avuto il torto terribile agli occhi dell'Islam di volersi riprendere la loro terra già conquistata dall'Islam e colonizzata dagli arabi.

Per questo Israele è così odiata, perché è il segno di una resistenza possibile, della non irrevocabilità della conquista musulmana, della presenza forte della modernità occidentale, della libertà, del pluralismo in una terra destinata, dal punto di vista islamico, alla sottomissione. Gli israeliani da subito scelsero di lavorare la terra direttamente, di non essere colonialisti nel senso di sfruttatori del lavoro di altri popoli. Hanno comprato la terra che abitano; è ridicolo solo pensare che "rubino la terra" agli arabi, dato che vivono su circa 25 mila chilometri quadrati (l'Italia ne ha 300 mila circa) su circa 13 milioni dei paesi arabi circostanti.
Il problema è la differenza. E la resistenza. Di questo oggi si tratta, su questo oggi si lotta.


Gli islamici predicano un’indiscussa obbedienza a Dio, a cui gli uomini devono sacrificare la loro vita. L’editorialista saudita Mozammel Haque, in un intervento alla Moschea centrale di Londra, ha spiegato: “Il sacrificio della vita e della ricchezza secondo la dottrina di Allah è il culmine della fede di un uomo”.

Nonostante l’affermazione teologica che l’uomo è libero, gli islamici hanno un approccio fatalistico alla vita. Se una persona muore, è perché è arrivato il giorno prestabilito; le modalità con cui la vita finisce non hanno rilievo. Tali credenze fanno sì che tra i combattenti, ci sia una disponibilità ad avere poca o nessuna paura della morte. Citano il versetto del Corano: “La loro ricompensa sarà essere accanto al Signore, non avranno nulla da temere né saranno afflitti”. Gli islamici predicano la "istishhad", il martirio volontario, che si conclude con la morte . Inoltre, i martiri potranno dopo la morte possedere 72 vergini e incontrare 50 parenti in paradiso. (27) Le ricompense promesse rendono la morte materialmente migliore della vita e incoraggiano gli jihadisti al martirio.

In pratica, questo significa che il pensiero islamico non si pone alcun problema nei confronti di quel che le nazioni occidentali vedono come immorale e inaccettabile, cioè l’uccisione di civili. Se si verifica un danno collaterale, ad esempio su scuole o ambulanze, quando i soldati di Hamas sparano, non vi è alcuna colpa: si vede che le vittime civili del fuoco incrociato erano destinate a morire. L’esule saudita Muhammad al-Massari spiega che ogni civile ucciso in un attacco contro il nemico “non soffrirà (ma) ... diventerà lui stesso un martire”. Nel corso della guerra del 2006, tra Israele e Hezbollah, il Segretario Generale di Hezbollah Hassan Nasrallah “si scusò” per un attacco a Nazareth, in cui rimasero uccisi due bambini arabi israeliani, ma disse anche che i due bambini verranno considerati “martiri”.

Molti musulmani, per esempio Zuhair Afaneh, Presidente della Società islamica della Pennsylvania Centrale criticano la giustificazione religiosa per crimini di guerra citando un versetto del Corano: “Chiunque uccide un essere umano per fini diversi dall' omicidio colposo o si renda responsabile di corruzione, sarà come se avesse ucciso tutta l’umanità, e chiunque salva la vita di un solo uomo, sarà come se avesse salvato la vita di tutta l’umanità “. Altri islamici però, citano versi alternativi in contrapposizione. Forse non tutti questi estremisti hanno adeguate giustificazioni religiose. Ne deriva che i gruppi islamici si sentono autorizzati a commettere atti orrendi contro la popolazione civile, tra cui uccisioni di massa, decapitazioni, e l’uso dei bambini in attacchi terroristici.

Lo sceicco Faysal Mawlawi, Vice Presidente del Consiglio europeo per la Fatwa e la Ricerca, ha spiegato: “Se il nemico dei musulmani attacca civili musulmani, allora è lecito per noi musulmani applicare la regola della reciprocità e attaccare i civili nemici”. Lo studioso musulmano egiziano Yusuf al-Qaradawi, che è a capo del Consiglio europeo per la Fatwa e la Ricerca, ha aggiunto che “le operazioni che includono martiri ... non sono in alcun modo escluse nell’ambito del terrorismo, anche se le vittime includono alcuni civili”. Nel luglio del 2003, il quotidiano pan-arabo Asharq al-Awsat con sede a Londra, aveva riferito che Qaradawi aveva emesso una sentenza religiosa atta a incoraggiare gli attacchi suicidi contro gli israeliani, indipendentemente dal fatto che fossero civili o militari.

La validità delle missioni suicide ha condotto diversi gruppi islamici a vantarsi di “amare la morte”, allo stesso modo in cui gli ebrei e i cristiani amano la vita. Tali iniziazioni alla guerra si estendono anche ai bambini tramite il lavaggio del cervello, nonostante le convenzioni internazionali siano contrarie al fatto che i bambini partecipino a combattimenti. La televisione ufficiale dell’Autorità palestinese incoraggia regolarmente i bambini alla violenza. Un video istruisce i bambini su “com’è dolce il profumo degli shahid (martiri), com’è dolce la fragranza della terra. La sua sete è placata dal sangue che esce da un giovane corpo”. Più recentemente, la televisione di Hamas ha trasmesso un sosia di Topolino che invita i bambini a combattere e, se necessario, a morire allo scopo di estendere la Palestina fino a includere tutto Israele.

Se la teologia islamica fornisce l’ispirazione morale per la strategia del terrorismo, la guerra psicologica consente di assicurarne i benefici nella pratica. La guerra psicologica è “l'uso pianificato della propaganda e di altre azioni psicologiche che hanno lo scopo principale di influenzare opinioni, emozioni, atteggiamenti e presentare i comportamenti ostili dei gruppi stranieri, in modo da raggiungere i propri obiettivi ”. Anche se le operazioni psicologiche sono indirizzate a soldati e civili nemici - gli islamici fanno vedere i loro civili come parte dell’equazione militare- diventando di fatto un meccanismo per ottenere un vantaggio tattico.

Una chiamata alla jihad è la coscrizione obbligatoria per tutti i cittadini a partecipare alle operazioni militari; per scelta, da parte di un combattente, involontariamente da parte della vittima. Una pubblicazione jihadista rivolta alle donne lo dice chiaramente: “ Il sangue dei nostri mariti e il corpo dei nostri figli sono la vostra offerta sacrificale” Da un punto di vista psicologico, l’espansione dei gruppi islamici alla lotta, includendo madri, bambini, e altri civili, contribuisce a creare un senso di forza e di solidarietà, e il risultato va ben oltre quello che un gruppo limitato di combattenti sarebbe in grado di produrre.

Gli Hezbollah, per esempio, sono stati in grado di galvanizzare una protesta internazionale per i civili morti il 30 Luglio del 2006 in seguito all’attacco israeliano su Kfar Qana, fino ad ottenere una battuta d’arresto nelle operazioni. Queste tattiche non sono limitate a forze irregolari e paramilitari. Dove le ideologie islamiche regolano le operazioni militari, la protezione dei civili diventa irrilevante. Giora Eiland descrive l’Iran come disposto a sacrificare fino a metà della propria popolazione, al fine di compiere ciò che la leadership di Teheran vede come un imperativo religioso: distruggere Israele.

Esistono esempi sul sacrificio forzato: l’ayatollah Ruhollah Khomeini, leader della rivoluzione islamica e Guida Suprema dell’Iran durante la guerra Iran-Iraq, aveva definito la morte di migliaia di bambini in operazioni di sminamento una “benedizione divina”. Lo scienziato politico tedesco Matthias Kuntzel descrive come le autorità iraniane avevano dato ai giovani, alcuni erano poco più che decenni, chiavi di plastica per il paradiso, da appendersi al collo. Fino ad oggi la Repubblica islamica iraniana mantiene nelle forze armate unità suicide che “cercano il martirio”.

La volontà degli islamici di subire danni collaterali, e persino di perseguire tattiche appositamente progettate allo scopo di causare la morte dei loro stessi civili, ne potenzia la capacità di sfruttare le stesse vittime civili, al fine di conquistare la simpatia dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. Ampie relazioni da parte dell’israeliana ONG Monitor, documentano come i contrattacchi israeliani, che causano danni ai palestinesi, suscitino le critiche a Israele da parte di organizzazioni dei diritti umani, la cui condanna o ignora o minimizza il diritto di Israele all’autodifesa.

Anche se i codici morali limitano il raggio d’azione di Israele, tale restrizione non impedisce che si accusi in modo assurdo Israele di “crimini di guerra”. Durante l’operazione "Scudo Difensivo" a Jenin, accuse inesistenti di un “massacro” furono strombazzate da parte dell’Autorità palestinese, delle Nazioni Unite, delle varie ONG, dell’Unione europea, dei media e in particolare in quelli britannici. Fu poi dimostrata l’infondatezza di tali affermazioni, ma in quel momento offrirono uno strumento essenziale per l’operazione psicologica: minare la legittimità morale dell’autodifesa israeliana.

Infine, la combinazione degli eserciti regolari e un’alleanza, o ritenuta tale, con l ’ideologia islamica, fanno sì che paesi come la Siria e l’Iran siano una sfida grandissima per Israele. Come le organizzazioni terroristiche, anch’essi prestano poca attenzione alle restrizioni autoimposte degli eserciti occidentali, ma a differenza della maggior parte dei gruppi terroristi, possiedono la competenza, le armi, e le finanze per rappresentare una minaccia militare molto maggiore.

 

 

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