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Il Sionismo è imperialista?

 

 

 

Premessa: tratto da qui Di Marco Paganoni  Si parla di un cavallo di battaglia della propaganda anti-israeliana di origine sovietica, che è tutt'ora dura a morire.
 

“Il movimento sionista è nazionale e non imperialista, il movimento arabo è nazionale e non imperialista e c’è posto per entrambi in Medio Oriente”. Lo scrisse nel 1919 l’emiro Feisal ibn Hussein, leader della rivolta araba contro i turchi.

Due mesi prima, a Parigi, aveva firmato con il presidente sionista Chaim Weizmann un accordo che riconosceva il diritto degli ebrei ad immigrare nella Palestina (occupata dagli inglesi) e a stabilirvi la loro sede nazionale. Pose un’unica condizione: che gli venisse riconosciuto il regno arabo unito a cui aspirava.

Ma Londra e Parigi tradirono quella promessa e i risorgimenti nazionali ebraico e arabo, a un passo dall’avviare una pacifica e fruttuosa convivenza, entrarono in rotta di collisione.

Quella rimane una delle rare occasioni in cui un leader arabo abbia mostrato di comprendere i potenziali vantaggi della cooperazione coi sionisti. Prevalse invece, rispetto alle aspirazioni ebraiche, un atteggiamento a metà tra opportunismo predatorio e intransigenza aggressiva, che non solo procurò innumerevoli lutti a entrambe le parti ma si dimostrò anche tragicamente miope sul piano storico e politico.

Quando, nella seconda metà dell’800, prese avvio la moderna immigrazione ebraica nella Palestina ottomana (per gli ebrei Eretz Israel, Terra d’Israele), gli arabi erano meno di trecentomila, e molti si erano stabiliti da poco in quel paese che non era mai stato esclusivamente arabo (gli ebrei, ad esempio, erano già maggioranza a Gerusalemme) e che non era mai stato una nazione araba indipendente. Era una regione arretrata e sotto-popolata, con un’agricoltura primitiva, poco commercio locale, industria quasi inesistente. Al vertice della società araba stavano gli effendi, grandi proprietari terrieri che sfruttavano i fellahin: contadini analfabeti, incatenati alla povertà e ai debiti, vessati da nomadi predoni.

Gli ebrei in arrivo – parte animati da alti ideali, parte profughi in fuga da recrudescenze di antisemitismo – si danno all’acquisto delle terre nel paese dei padri che sognano di redimere e portare a nuova vita. Intanto introducono moderne tecniche agricole nonché rapporti sociali, ideologie politiche, spirito e costumi del tutto nuovi e dirompenti per la comunità araba, tradizionale e patriarcale. Non stupisce che l’avvento della modernità portata dagli ebrei abbia scatenato l’opposizione dei ceti sociali che dal vecchio assetto traevano vantaggi e potere. Un’opposizione chiassosa e a tratti violenta, ma anche molto ambigua. “Uno dei paradossi dell’insediamento sionista – spiega Eli Barnavi – è il fatto che esso si sia realizzato grazie agli arabi di Palestina, grandi signori e piccoli fellah, che vendevano le loro terre agli enti sionisti.

Lo fecero tanto le grandi famiglie feudali, la cui avidità di guadagno aveva la meglio sulle considerazioni politiche, quanto le collettività dei villaggi, desiderose di sbarazzarsi di terre incolte ad alto prezzo”. Il valore commerciale della maggior parte delle terre, inizialmente molto basso, conosce un incremento vertiginoso, con il conseguente trasferimento di ingenti capitali dagli acquirenti ebrei ai venditori arabi.

Basti ricordare che negli anni ’40 gli enti ebraici pagavano più di mille dollari un acro di terra per lo più arida, quando nello stesso periodo un acro di terra fertile nello stato americano dello Iowa veniva pagato poco più di cento dollari. “Gli ebrei – scrisse la Commissione Simpson nel 1930 – hanno pagato prezzi molto alti per la terra, e spesso hanno anche versato a chi occupava quelle terre senza esserne proprietario somme considerevoli che non erano tenuti a pagare”.

Così vennero vendute, ad esempio, le terre demaniali nella valle di Beit She’an, a sud di Tiberiade, che negli anni ’20 gli inglesi avevano distribuito a tribù beduine che non sapevano cosa farsene; e le terre paludose della Valle di Hule, di proprietà d’una sola famiglia che viveva in Siria e che le aveva avute dal Sultano turco. Delle terre acquistate dagli enti fondiari ebraici tra il 1901 e il 1947, il 73% era stato ceduto dal demanio o da grandi proprietari terrieri, generalmente assenteisti. Vendette il sindaco arabo di Giaffa; vendette Assad Shuqeiri, padre di Ahmed Shuqeiri, futuro fondatore dell’Olp; vendettero molti membri del Consiglio Supremo Islamico.

Sono gli stessi anni in cui monta la campagna araba contro gli ebrei che “espropriano ed estromettono” gli arabi di Palestina. “E’ chiaro – scrisse re Abdullah di Transgiordania nelle sue memorie – che gli arabi sono prodighi nel vendere terre almeno quanto lo sono nel piangere e lagnarsi”. D’altra parte, notava l’Alto Commissario Britannico nel 1938, lamentare la perdita di terre è anche un modo per alzarne il prezzo.

Tanto più che, in quegli anni, gli arabi non vengono affatto estromessi. Anzi, attratti dallo sviluppo economico innescato dalla comunità ebraica, ne arrivano dai paesi vicini. “L’immigrazione araba – osserva negli anni ’30 il governatore britannico del Sinai – continua non solo dall’Egitto, ma anche dalla Transgiordania e dalla Siria, ed è difficile sostenere che gli arabi in Palestina vengano spodestati se nel frattempo continuano ad arrivarne altri”. Le migliori condizioni di vita determinano anche un incremento naturale dovuto al calo della mortalità, specie infantile (che tra il ’25 e il ’45 crolla da 201 a 94 per mille).

“La carenza di terre – afferma nel 1937 la Commissione Peel – non è tanto dovuta agli acquisti da parte ebraica, quanto all’aumento della popolazione araba”. “Un aumento – nota Baruch Kimmerling – iniziato dopo un lungo periodo di stagnazione e decremento demografico. Oltre agli immigranti da Egitto Siria e Libano, si ebbe una crescita naturale annua fra le più elevate del Medio Oriente: più del 20 per mille. In poco più di due decenni, fra il ‘22 e il ‘44, il numero degli arabi raddoppiò”. Fatto ancora più significativo, l’aumento si concentra proprio nei distretti dove è più alta la densità ebraica: tra il 1922 e il 1947, ad esempio, nelle città miste di Haifa e Gerusalemme gli arabi crescono rispettivamente del 290% e del 131%, mentre nelle città solo arabe di Nablus e Jenin aumentano del 42% e del 37%.

Nel frattempo l’yishuv, la comunità ebraica in Terra d’Israele, continuava a svilupparsi, inaugurava nuove sperimentazioni sociali (kibbutz), apriva strade, fondava città (Tel Aviv nel 1909), creava università (nel ‘24 il Technion di Haifa, nel ‘25 l’Università di Gerusalemme), rivitalizzava l’antica lingua ebraica, dava vita a una moderna democrazia dotata di partiti, giornali, sindacati. Alla fine degli anni ’30 lo stato degli ebrei di fatto esisteva, benché ancora sotto governo britannico, come riconobbe la Commissione Peel, che infatti propose per la prima volta di dividere il paese in due stati.

Ma nel maggio ‘39, alla vigilia della conflagrazione mondiale, spinta dalla necessità di ingraziarsi i nazionalisti arabi bellicosamente attratti dalle ideologie e dalla politiche delle potenze dell’Asse, Londra preferì varare un Libro Bianco che limitava pesantemente le concrete possibilità di immigrazione degli ebrei, anche di quelli intrappolati nell’Europa della Shoà.

L’idea di spartire la terra fra i due popoli riemerge solo più tardi, il 29 novembre 1947, con il voto dell’Assemblea Generale dell’Onu che raccomanda la suddivisione del Mandato Britannico in due stati, uno arabo e uno ebraico: è la risoluzione su cui si fonda la dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele (14 maggio 1948). Ma gli arabi si oppongono. Quando Abba Eban offre un estremo compromesso per scongiurare la guerra, il segretario della Lega Araba Azzam Pasha gli risponde candidamente:

“Il mondo arabo non vuole un compromesso. Non otterrete nulla con mezzi pacifici: noi ci sforzeremo di sconfiggervi. Può darsi che la vostra proposta sia ragionevole, ma il destino delle nazioni non viene deciso dalla logica”.

“E’ difficile capire – scriveva in quei giorni il London Times – come il mondo arabo in generale, e men che meno gli arabi di Palestina, possano affliggersi per quello che è solo il riconoscimento di un dato di fatto: la consolidata presenza in Palestina di una comunità ebraica compatta, ben organizzata e virtualmente già autonoma”.

E l’Unità spiegava: “Gli effendi, questi tenaci assertori dei diritti dei latifondisti arabi, vi ricorderanno che tra il 1922 e il 1944 gli ebrei sono passati da 84.000 a 554.000, ma non vi diranno che i musulmani sono aumentati nello stesso periodo da 589.000 a 1.061.000 grazie alla diminuita mortalità, principalmente infantile, mentre l’accresciuta fertilità del suolo, i lavori ebraici di bonifica e la nascita di città industriali hanno reso possibile alla Palestina di accogliere arabi dai paesi vicini. Il fellah che manda a scuola i suoi figli e che per la prima volta dopo secoli di miseria ha del denaro sono novità pericolose per una dominazione ancora medioevale. La lotta antiebraica prende così il suo carattere di lotta contro il progresso e contro la civiltà”.

Ergendosi a paladini della causa palestinese, i paesi arabi si lanceranno in una catastrofica guerra contro il neonato Israele, con il malcelato intento di spartirsene le spoglie. Israele riesce a difendersi, ma i territori destinati agli arabi palestinesi cadono sotto occupazione egiziana e giordana. Amman li annette, mentre l’Egitto fa stampare francobolli con la scritta “Gaza è parte della nazione araba” e fa dire a Shuqeiri: “Si sa che la Palestina non è altro che la provincia siriana meridionale della nazione araba”.

Chi farà le spese dell’infida solidarietà araba saranno in primo luogo gli sfollati palestinesi, in fuga dalla guerra verso i paesi fratelli dove verranno segregati nei campi profughi, succubi della scelta araba di usarli per decenni come strumento di propaganda e di terrorismo: vera e propria “carne da cannone” del revanscismo anti-israeliano.

 

 

 

La bufala del Sionismo = Colonialismo/Imperialismo

 

Premessa: tratto da qui e scritto da Manfred Gerstenfeld (è stato presidente per 12 anni del Consiglio di Amministrazione del Jerusalem Center for Public Affairs)

 

Per centinaia di anni, il cristianesimo ha diffuso l’idea che gli ebrei erano la personificazione del male assoluto, perché erano ritenuti responsabili dell’uccisione di Gesù. Con il progredire delle società laiche, questa odiosa menzogna si è gradualmente attenuata, insieme all’accusa contro gli ebrei di esserne i responsabili. Per la concezione del super-uomo nazista, gli ebrei erano per definizione sub-umani, vermi e microbi, la versione nazista del male assoluto. Dopo la seconda guerra mondiale è stato il nazismo a diventare il riferimento principale di tutto ciò che è demoniaco. Ai nostri giorni, l’Occidente attribuisce questa definizione di male assoluto a Israele. Il semiologo francese Georges Elia Sarfati ha scritto che “I quattro maggiori temi nella storia dell’Occidente –nazismo, razzismo, colonialismo e imperialismo- vengono usati per definire lo Stato di Israele. Sono legati alla memoria collettiva per cui sono facili da ricordare”.

 

Queste quattro definizioni vengono usate dei palestinesi e dai loro alleati e sono parte della guerra globale contro Israele, demonizzato e etichettato come stato nazista, colonialista e imperialista, un falso paragone che mina il suo stesso diritto di esistere. Che il sionismo e Israele siano equivalenti a imperialismo e rappresentino il potere coloniale in Medio Oriente, è largamente presente nella narrativa intellettuale e accademica. Una nuova interpretazione e gli studi sul post-colonialismo, sottolineano i legami tra le colonie di un tempo, viste attraverso l’esame di quanto hanno lasciato in eredità e in particolare le strutture di potere e l’influenza occidentale dei paesi ex coloniali. Una versione distorta di questa disciplina include la falsa rivendicazione di una natura imperialista e colonialista del sionismo e di Israele all’interno di questa ricerca storica.

 

In pratica, molti moderni studi sul post colonialismo sono basati sulle false tesi contenute nel libro “Orientalismo” di Edward Said, il quale sostiene che quasi tutta l’influenza occidentale sui paesi in via di sviluppo è stata negativa e distruttiva, con i colonizzatori che hanno imposto le loro culture e attitudini sulle popolazioni colonizzate, trattandole come se fossero dei primitivi. Chi ha suggerito questa distorta versione, ha diffuso una storia parallela tra i palestinesi e gli indigeni colonizzati per secoli dall’Occidente. Questi propagatori di odio dicono che il sionismo giustifica la colonizzazione dei popoli di colore da parte dei bianchi, che governano così l’intera popolazione sfruttandone le risorse. Ecco alcuni esempi.

 

Lo storico israeliano Ilan Pappé espone le sue teorie nel testo “Sionismo come Colonialismo: studio sul colonialismo in Africa e Asia”, dove sostiene che l’arrivo del sionismo alla fine del 19° secolo è strettamente collegato al periodo imperialista in Europa, quindi è intercambiabile con il modo di ragionare imperialista. Pappé ha scritto che “il sionismo non è stato l’unico caso nella storia in cui un progetto colonialista è stato perseguito nel nome di un ideale nazionale o non-colonialista. I sionisti sono ritornati in Palestina alla fine di un secolo in cui gli europei controllavano molte parti dell’Africa, i Caraibi e altri territori nel nome del ‘progresso’ o di un ideale, simile a quello del movimento sionista. Succedeva in un secolo in cui i francesi colonizzavano l’Algeria, rivendicando un legame atavico ed emotivo alla terra algerina, non meno profondo di quello dichiarato dai primi sionisti verso Erez Israel”.

 

Anche la scrittrice a attivista americana Alice Walker ha sviluppato questi temi, paragonando Israele all’Africa dell’Apartheid, all’America del segregazionismo e alla Germania nazista. Ha scritto questo falso paragone tra sionismo e poteri europei imperialisti nel libro “The Cushion in the Road”. Nel descrivere l’Apartheid in Sud Africa, ha scritto:

“...gli europei poveri, per migliorare le loro vite, imparavano a esprimersi in un buon inglese, sostenuti come erano da un sistema che favoriva i bianchi. Un potere illimitato per loro, come per i coloni ebrei in Palestina, se solo avessero voluto assimilarsi, accettando il bottino di guerra da chi deteneva il potere, contro gli indigeni schiavizzati. È una storia molto vecchia e terribile. Può vivere gente così disperatamente affamata quando altri ne hanno in abbondanza? Uno pensa a Hitler, ovviamente, a Napoleone, ai generali americani che combatterono guerre per conquistare Messico, Cuba, Filippine, Guatemala. Iraq e Afghanistan, e infiniti altri paesi di cui non ricordiamo nemmeno il nome.” Walker e altri propagatori di false equivalenze tra sionismo e colonialismo hanno suscitato forti reazioni.

 

Lo storico Richard Landes ha sottolineato l’ipocrisia di questa equivalenza sul suo website “The Augean Stables”, mettendo in evidenza la natura positiva della colonizzazione sionista sotto l’impero ottomano e il mandato britannico, totalmente in contrasto con le aspirazioni imperiali dei poteri europei dell’epoca e con il concetto sbagliato della Walker sulle colonie sioniste in Israele. Landes, a proposito dei paragoni della Walker con Hitler, Napoleone, i generali americani ecc. ha scritto:

“ Dietro queste valutazioni senza mezzi termini vi è una reale valutazione del ‘colonialismo’ e ‘imperialismo’ israeliano. Tutti gli altri progetti ( si veda la Spagna in America latina, gli inglesi in Sud Africa, i francesi in Algeria, si sono verificati sulla scia di una conquista. L’unico modo in cui i nuovi colonizzatori potevano rivendicare la terra era la conquista, al massimo con la cacciate degli abitanti, imponendo una opprimente supremazia militare. Il potere politico segue dopo la vittoria in guerra. Comportandosi così, i colonialisti/imperialisti europei seguivano regole valide da millenni. Landes conclude “ il progetto sionista di colonizzazione ha funzionato marcatamente in modo differente. Invece di arrivare a somma zero con vittorie militari, i sionisti scelsero la soluzione positiva del buon vicinato. Ammesso che non avevano le attitudini di conquistatori, e anche ammesso che costruirono difese contro gli attacchi da parte di ladri arabi e beduini che abitavano sul territorio, eppure, malgrado ciò, erano in buoni rapporti con i vicini, grazie alla modernizzazione che migliorava la vita di tutti gli abitanti.”

 

Martin Kramer, presidente del "Shalem Center”, ha detto che definire il sionismo una forma di colonialismo è un errore e una grave offesa a Israele. Definisce questa affermazione “ una grande menzogna, buona a tutti gli usi. Chi ci crede, si augura che nel più breve periodo Israele scomparirà. L’America deciderà di abbandonarla, o gli ebrei riterranno che mantenerla è troppo costoso, così se ne andranno in altri paesi più sicuri e confortevoli. Perché il colonialismo è qualcosa che dura solo se è conveniente. Le nazioni vere durano per sempre, i legami fra nazione e terra non verrà mai meno, lo stato è tenuto unito da legami di solidarietà attraverso le generazioni”

 

La falsa equivalenza sionismo=colonialismo può essere riassunta così. I colonialisti conquistarono altri paesi al fine di impossessarsi delle risorse e sfruttarle e ne depredarono le economie. I sionisti investirono capitali e capacità prima durante il mandato britannico, poi con lo Stato d’Israele, che portò benessere anche ai cittadini arabi, con il risultato che il reddito medio va moltiplicato diverse volte rispetto a quello dei paesi circostanti. Gli arabi palestinesi ne avrebbero partecipato in modo eguale, se non avessero dato retta alla violenza propagandata dai loro leader.

 

 

 

 

L'imperialismo coloniale arabo-islamico contro il popolo ebraico autoctono

 

 

 

Premessa: tratto da qui e qui  Sopra la Menorah (candelabro ebraico) su una moneta coniata in onore di Antigono, ultimo re degli Asmonei (I sec a.e.v.)

 

Mentre viene ancora portata vanti la propaganda sovietica che vuole gli ebrei come imperialisti e gli arabi come colonizzati da essi, la realtà può invece essere correttamente interpretata invertendo le parti. Infatti, gli ebrei sono un autonomo popolo autoctono in Palestina/Terra d’Israele, e l’attuale entità politica palestinese è l’espressione locale di un impero coloniale arabo-islamico. Si tratta di un cambiamento di paradigma che comporta importanti implicazioni per la comprensione del conflitto in Medio Oriente e delle vie per arrivare alla pace.

Nel suo saggio Who is indigenous? Peoplehood and ethnonationalist approaches to rearticulating indigenous identity, Jeff J. Corntassel propone quattro criteri, che riassumo. I membri di un popolo indigeno:

(1) si considerano atavicamente correlati e identificano se stessi, sulla base di narrazioni orali e/o scritte, come discendenti degli abitanti originari del loro terre ancestrali;

(2) hanno proprie istituzioni e reti di relazioni politiche, economiche e sociali, formali e/o informali, e proprie tradizioni culturali in continua evoluzione;

(3) parlano una lingua autoctona;

(4) distinguono se stessi dalla società dominante e/o da altri gruppi culturali mentre mantengono uno stretto rapporto con le loro terre ancestrali ed eventuali luoghi sacri.

Gli ebrei rispondono chiaramente a questi criteri. Ritengono che la nazione ebraica è nata in Terra d’Israele/Palestina. Per secoli il giudaismo è stata la sua religione di stato, l’ebraico la sua lingua e Gerusalemme la sua capitale. La nazione ebraica è stata conquistata e occupata da una serie di imperi stranieri: gli assiri, i babilonesi, i romani, gli arabi, i turchi ottomani e gli inglesi. Ebrei hanno vagato e si sono stabiliti un po’ in tutto il mondo, ma non hanno mai dimenticato il loro legame con la Terra d’Israele/Palestina. Questo stato di fatto venne riconosciuto dagli inglesi già nel 1922, quando il British Colonial Office scrisse alla Delegazione araba di Palestina:

“Questa comunità, con la sua popolazione urbana e rurale, le sue organizzazioni politiche, religiose e sociali, la sua lingua, i suoi costumi, la sua stessa vita, è dotata effettivamente di caratteristiche ‘nazionali’.

Alla domanda che cosa si intenda per sviluppo del ‘focolare nazionale ebraico’ in Palestina, si può rispondere che non è l’imposizione di una nazionalità ebraica all’insieme degli abitanti della Palestina, ma l’ulteriore sviluppo della comunità ebraica che già esiste, con l’assistenza degli ebrei da altre parti del mondo, in modo che possa diventare un centro in cui il popolo ebraico nel suo insieme possa trovare interesse e dignità, in base a etnia e religione.

Ma affinché tale comunità possa avere le migliori prospettive di libero sviluppo e possa offrire piena opportunità al popolo ebraico di dispiegare le sue capacità, è essenziale che si sappia che essa si trova in Palestina a pieno diritto e non per condiscendenza. Questo è il motivo per cui è necessario che l’esistenza di un focolare nazionale ebraico in Palestina sia garantita a livello internazionale, e sia formalmente riconosciuto il fatto che si basa su un antico legame storico”.

La seconda metà della mia ipotesi non nega l’esistenza di palestinesi. E’ chiaro che essi costituiscono un riconoscibile gruppo autodefinito. La mia ipotesi è che l’attuale entità politica dei palestinesi esiste come manifestazione di un impero coloniale arabo-islamico. Oltre a condividere la lingua, la religione e la cultura portate in Palestina dalle invasioni arabe, i palestinesi non parlano di se stessi come di un’entità distinta, separata dalla grande nazione araba regionale.

Nel 1922, la Delegazione araba di Palestina negava lo status autoctono del popolo ebraico: “Abbiamo dimostrato più volte che il presunto legame storico degli ebrei con la Palestina si fonda su dati storici molto tenui”. I palestinesi fondavano la loro rivendicazione sulla base della lunga colonizzazione araba della Palestina: “Gli arabi, da parte loro, sono insediati nel paese da più di 1.500 anni e sono gli attuali proprietari del territorio”.

 

Conquista araba nel VII secolo e.v.


Un popolo autoctono può condividere la sua patria. Gli ebrei non pensano che tutta la Terra d’Israele debba appartenere al popolo ebraico. Pensano che il popolo ebraico appartenga alla Terra d’Israele. E’ l’impero coloniale quello che non può permettere che un solo centimetro quadrato di terra passi sotto sovranità della popolazione autoctona.

Gli imperialisti coloniali ritengono che tutta la terra debba appartenere a loro e che qualunque porzione di terra controllata dalla popolazione autoctona sia “rubata”. Il Carta fondamentale dell’Olp recita: “Il destino della nazione araba e, invero, la stessa esistenza araba dipendono dal destino della causa palestinese”. Il conflitto intorno all’affermazione di uno stato nazionale per l’autoctono popolo ebraico non è solo una contesa su un pezzo di terra, ma su una minaccia alla legittimità di tutto il progetto di insediamento coloniale arabo-islamico.

Perché si affermi la pace, questo imperialismo coloniale arabo-islamico deve terminare.

 

 

Nell'anti-israelismo e nell'antisionismo c'è spesso una base tradizionalmente antisemita, questo è chiaro. Israele non è solo lo stato degli ebrei, è l'ebreo degli stati e viene trattato come gli ebrei venivano trattati durante l'esilio: ghettizzato, discriminato, boicottato, sospettato di crimini ridicoli e spesso infamanti, come “ammazzare bambini”.

Grazie a un millennio e mezzo e passa di martellante antigiudaismo cristiano, gli ebrei sono il gruppo che viene facile odiare e il loro stato, che non doveva mai essere costituito secondo la sensibilità cristiana (perché l'esilio dell'ebreo errante faceva parte della punizione del “popolo deicida”) segue la stessa sorte, unico fra gli stati del mondo.

Ma oltre a questa radice teologico-politica, nello schieramento istintivo da parte di molta sinistra a favore del terrorismo arabo vi è qualcosa di più generale, che si ripercuote anche contro Israele: l'idea che bisogna schierarsi con loro, anche se usano metodi di lotta atroci e inumani, perché sono i “più deboli”, “gli oppressi”, e dunque i nuovi proletari, la “moltitudine” di cui parlava Toni Negri nel suo best seller internazionale “Impero”. E' un atteggiamento così diffuso e irriflesso che non si può non farci i conti. Ma bisogna dire che esso è radicalmente sbagliato.

E' sbagliato sul piano etico, naturalmente. Il drone o l'aereo che cerca di uccidere il terrorista può sbagliare, naturalmente e coinvolgere persone che non c'entrano. In guerra è sempre successo, purtroppo, e questo è un buon motivo per cercare di evitare le guerre, per tentare di risolvere le dispute sul piano pacifico. Ma il colpo mira a un bersaglio preciso, a un combattente nemico.
Il terrorista suicida che si fa saltare nella metropolitana, o come è successo spesso in Israele negli autobus nei caffè nei supermercati nei ristoranti non cerca neanche di distinguere, non si dà obiettivi militari, se la prende con la gente qualunque dall'altra parte della barricata. Lo stesso fanno i razzi di Hamas, le molotov e i sassi sulle macchine, gli accoltellamenti casuali, le stragi di civili di altra religione, magari dopo aver marcato la loro casa con un segno infamante come facevano i nazisti.

C'è in questo modo di combattere l'idea, tipicamente razzista, che tutto l'altro popolo sia non solo nemico, ma degno di morire in massa, salvo che eventualmente si sottometta e si converta. Questo modo di combattere senza distinzione fra civili e militari è tipico dell'Islam, è all'origine del genocidio armeno e assiro, della distruzione dei greci che abitavano e avevano fondato le città della costa asiatica dell'Egeo che oggi si dicono turche, delle conquiste islamiche antiche della Spagna, dell'Africa del nord, della Mesopotamia.

Ma in questo modo di vedere le cose vi sono anche degli errori di fatto. Non è vero che gli arabi siano gli “umili”, i “deboli”. Loro non si vedono affatto così. Storicamente hanno sempre pensato a se stessi come i signori e si battono per riconquistare questo ruolo, che considerano oggi provvisoriamente usurpato.

Sono stati storicamente i più grandi colonialisti: partiti dalla penisola arabica deserta e spopolata, hanno conquistato e arabizzato mezzo mondo, accumulando ricchezze gigantesche depredate ai popoli che conquistavano e opprimevano, distruggendo la loro cultura e la loro economia. L'Africa del Nord era il granaio dell'Impero Romano, abitata da popolazioni berbere; la conquista araba le ha rese spopolate, incolte… e arabe; la Mesopotamia era abitata dai babilonesi, la Siria dagli assiri, che parlavano l'aramaico, ora virtualmente estinto.

L'Africa nera fu depredata dai mercanti di schiavi arabi, che per un certo periodo fornirono gli inglesi di carne umana per le colonie americane, ma molto più a lungo servirono il mercato domestico arabo. Le regole del Corano sono tipicamente coloniali: gli indigeni conquistati sono inferiori, se non si convertono devono riscattare la loro sopravvivenza con umiliazioni legali e fiscali senza fine.

Anche il territorio dell'antica Giudea e dell'attuale Israele è stato sottoposto a queste pratiche di arabizzazione forzata e anche di immigrazione islamica dall'Egitto, dall'Arabia Saudita, perfino dall'Anatolia e dal Caucaso. La “questione palestinese” in buona parte deriva da queste pratiche coloniali. E' facile mostrare che la “Nakbah” palestinese consiste esattamente in questa condizione di non essere più i padroni coloniali del Medio Oriente.

Quanto alla miseria, essa è essenzialmente autoinflitta: non c'è regione al mondo che abbia guadagnato tanto senza sforzo nell'ultimo secolo, quanto i paesi arabi del Medio Oriente col petrolio. Quel che non ha funzionato è il meccanismo di redistribuzione, di diversificazione, di investimento. I ceti dominanti arabi hanno usato questo denaro per godere di un lusso illimitato e non hanno pensato affatto a far vivere un'economia produttiva, a elevare la condizione di vita dei loro ceti popolari. I poveri arabi sono stati sfruttati, sì, ma dai loro capi, non dall'Occidente o da Israele.

Con gli ebrei è accaduto l'opposto. Oppressi per secoli in terra di Israele dai loro colonizzatori arabi, trattati come gli ultimi, oppressi spesso sterminati sia nel mondo islamico sia in quello cristiano, quando hanno potuto liberarsi hanno cercato di arrivare in Israele. Ci sono riusciti finalmente in massa a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, arrivando per lo più poverissimi, armati solo delle loro braccia, della loro intelligenza e del loro amore per la terra, aiutati in parte da donazioni degli ebrei europei più benestanti a comprare della terra che hanno sviluppato con straordinario successo.

La creazione di Israele è un atto di decolonizzazione sia dagli occupanti britannici sia dai colonialisti arabi. Il benessere attuale di Israele è la dimostrazione che un territorio desertico e desolato può essere reso fruttuoso col lavoro e che il fattore umano è almeno altrettanto importante per l'economia della ricchezza delle materie prime. L'odio arabo per Israele è in buona parte invidia, volontà predonesca di prendersi i beni che sono stati accumulati con la fatica di generazioni – invece di rimboccarsi le maniche e costruirli a propria volta. Gli ebrei sono odiati dagli arabi perché erano oppressi erano schiavi e si sono emancipati.

I progressisti dovrebbero stare dalla parte di una società di schiavi liberati (come già Israele fu all'uscita dall'Egitto). Ma la miopia ideologica impedisce di vedere le radici storiche dei problemi e ne coglie solo gli aspetti superficiali: i “poveri” palestinesi che rivendicano una terra “loro” (cioè che una volta occupavano come colonialisti, o piuttosto emanazione locali dei colonialisti turchi) e dato che l'esercito israeliano ha il torto di impedire loro di ammazzare liberamente gli ebrei, si danno, poverini, al terrorismo.

 

 

L'imperialismo ed il colonialismo arabo in breve

 

Come spiegato qui, l'Islam nasce nella penisola arabica, che in buona parte è desertica e spopolata. Maometto conquista la Mecca con circa 10 mila seguaci nel 622 e muore dieci anni dopo, avendo preso buona parte della penisola arabica, dove vivono alcune centinaia di migliaia di persone, in parte anche cristiani ed ebrei. Nel giro di una decina d'anni le forze islamiche conquistano quel che oggi sono Israele, Siria e Libano ( http://en.wikipedia.org/wiki/Muslim_conquest_of_the_Levant ), l'Armenia che copriva buona parte dell'attuale Turchia ( http://en.wikipedia.org/wiki/Arab_conquest_of_Armenia ), l'Egitto ( http://en.wikipedia.org/wiki/Muslim_conquest_of_Egypt ).

In altri dieci anni tutta la Mesopotamia e la Persia, il Nord Africa ( http://en.wikipedia.org/wiki/Muslim_conquest_of_the_Maghreb  ) e Cipro; nel giro di un secolo arrivano a concludere la conquista della Spagna spingendosi fino alla Francia del Nord ( http://en.wikipedia.org/wiki/Muslim_conquest_of_the_Maghreb ) e al Caucaso fino in Georgia. Seguiranno presto l'Italia meridionale e i grandi territori dell'Asia, fino in India. Un'espansione straordinaria, senza pari nella storia, a parte forte l'effimera impresa di Alessandro Magno.

Ma in tutti questi territori non abitavano arabi. Gli arabi si trovavano solo negli immediati dintorni della penisola arabica, erano poche centinaia di migliaia, al massimo qualche milione di beduini. I conquistati erano Armeni, Greci, Turchi, Persiani, Vandali, Latini, Assiri, Persiani, vari popoli africani; se ci concentriamo sui territori del Medio Oriente erano ebrei, popolazioni di lingua aramaica, siriaci, babilonesi.

Gli arabi erano una ristrettissima minoranza, molto meno del dieci per cento, che non poterono moltiplicarsi più di tanto e non solo governarono tutto questo mondo in maniera imperialistica e coloniale, ma riuscirono ad assimilarlo, imponendo alle popolazioni che non opposero una decisa resistenza la loro lingua e la loro cultura, oltre alla religione.

Resistettero e conservarono la loro identità i persiani, che però accettarono la religione e così i turchi (che allora erano ancora bande di nomadi dell'Asia) e i berberi; dall'altro rifiutarono la religione ma arabizzarono lingua e costumi i copti, gli assiri e anche gli ebrei. Per molti secoli gli arabi furono minoranza nei paesi che oggi pensiamo come loro. Ai tempi delle Crociate, mezzo millennio dopo Maometto, erano ancora minoranza nell'antica Giudea che oggi vogliono chiamare Palestina.

Ma la pressione fu feroce: ne vediamo gli esempi anche oggi, quando il primo risultato delle guerre civili in Siria e Iraq è la distruzione delle comunità locali non musulmane. Un secolo fa in Turchia c'erano molti milioni di cristiani greci, armeni e di altre etnie; i cristiani erano una forte minoranza in Siria e maggioranza in Libano fino a qualche decennio fa, per non parlare dei copti in Egitto. In un luogo altamente simbolico come Betlemme, sotto il governo della “moderata” Autorità Palestinese, i cristiani sono passati in qualche decennio da maggioranza a meno del 10% della popolazione.

Bisogna capire che queste popolazioni cristiane che l'Islam ha smantellato e continua a distruggere sono in buona parte gli abitanti originari dei luoghi: l'immigrazione è combattuta ferocemente, come è accaduto agli ebrei prima dello Stato di Israele; le conversioni dall'Islam ad altre religioni sono proibite e punite con la morte; i matrimoni misti possono avvenire solo se l'uomo musulmano si prende una donna cristiana e la converte.

Chi ha resistito in un'altra religione è lì da sempre e ha rifiutato di piegarsi alle angherie, alla disparità giuridica ed economica, alle stragi vere e proprie. Anche se per cercare di sopravvivere ha preso lingua e costumi arabi, le sue origini sono senza dubbio precedenti all'invasione: non sono arabi proprio perché non sono musulmani, sono egiziani (i Copti) , Assiri, Aramei, Armeni, Siriaci, ecc.

Residui di antiche e nobilissime culture sottomesse e distrutte da uno degli imperialismi più violenti che ci sia stato nella storia. Gli arabi si atteggiano oggi a vittime del colonialismo occidentale; ma la loro oppressione coloniale di mezzo mondo è stato molto più lungo, feroce e oppressivo di quello occidentale, paragonabile forse con la grande spinta degli Han che hanno sottomesso numerose popolazioni trasformandole in quella che è l'attuale Cina (e ancora li vediamo all'opera per esempio in Tibet), o con l'Impero romano che in un certo senso latinizzò il Mediterraneo occidentale fino a tutta la Francia, la Spagna e il Portogallo, ma anche l'attuale Maghreb.

 

 

 

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