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Gli italiani e le leggi razziali: altro che 'brava gente'
 

 

Premessa: tratto da qui, qui e qui

 

La Shoah non fu un colpo di follia istantaneo, iniziò con le leggi razziste, in Germania nel '36 e in Italia nel '38, ebbe una lunga prima fase propagandistica di odio disprezzo e discriminazione, che - bisogna continuare a dirlo per evitare le versioni all'acqua di rosa degli "Italiani brava gente" - fu accettata e praticata largamente dalla popolazione italiane e tedesca.
Non si trattò affatto, come scrive Hannah Arendt, per questo esaltata dalla Von Trotta e da altri - di disciplina cieca, di obbedienza senza pensiero, di "banalità del male". Non erano affatto dei banali esecutori obbedienti gli squadristi che spesso andarono ben oltre le indicazioni del regime nell'assalire gli ebrei o i delatori che li denunciarono o gli intellettuali cortigiani (come Bocca, Scalfari, Fanfani, e tanti altri futuri "democratici", non solo gli Almirante, che esaltarono con i loro scritti la "dottrina della razza"). Per trovare una serie senza fine di questi esempi, vi consiglio di leggere il libro recente "Di pura razza italiana" di Mario Avigliano e Marco Palmieri".
Sostenere che la Shoah è stata fatta da puri esecutori di ordini "banali" in quanto "senza pensiero", come fa Arendt e che naturalmente gli ordini venivano da "un pazzo", o da pochi criminali, è estremamente consolante, perché in definitiva non è colpa di nessuno: un matto è per definizione incapace di intendere e volere, i carnefici, come hanno sostenuto sempre per giustificarsi eseguivano solo gli ordini, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scordiamoci il passato.
E invece no, esiste l'antisemitismo, il quale è una passione ancorché nera, che questa passione suscita attività ingegnosa, autonoma e criminale. Che per cercare di eliminare simbolicamente o materialmente gli ebrei non c'è bisogno di ordini, ed eventualmente questi ordini possono anche essere sollecitati (come spesso fecero gli antisemiti italiani col regime) o interpretati in maniera sadica.
Che infine c'è un pensiero antisemita, che alcune delle menti più brillanti del secolo scorso furono violentemente antisemite e appoggiarono il genocidio, da filosofi come Heidegger (amante della Arendt che lei si rifiutò sempre di condannare) a teorici del diritto come Carl Schmitt, da grandi poeti come Ezra Pound a scrittori innovativi come Céline, a storici della religione come Eliade ed Evola per non parlare delle migliaia di intellettuali giornalisti, giuristi, giovani brillanti che collaborarono per un verso o per l'altro.
 

Racconta Norberto Bobbio che durante la guerra a Padova, dove allora insegnava, nel bar che era solito frequentare apparve un avviso che proibiva l'ingresso agli ebrei: «"Adesso strappo quel cartello", dissi fra me e me. Ma sono uscito senza averlo fatto. Non ne avevo avuto il coraggio. Quanti atti di viltà, di cosciente viltà, come questo abbiamo commesso allora?».
Nel dopoguerra, per lungo tempo, l'inclinazione all'autoassoluzione da parte degli italiani, nel quadro più generale della «defascistizzazione» del Paese, attraverso la raffigurazione del regime fascista come dittatura da «operetta», ha portato all'errata conclusione che le leggi razziali fossero state disapprovate dai più e non fossero mai state davvero applicate, o quantomeno non in modo scrupoloso ed efficace. Così come nessuna colpa sarebbe imputabile agli italiani per la drammatica efficacia della Shoah nella penisola, con oltre 7.500 vittime.

 

È molto diversa la conclusione cui giunge la ricerca di Mario Avagliano e Marco Palmieri, intitolata "Di pura razza italiana". L'Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali (Baldini & Castoldi), che esce oggi in libreria, proprio nei giorni in cui cade il 75 anniversario della promulgazione dei provvedimenti antiebraici. I due autori hanno scandagliato le relazioni dei fiduciari della polizia politica e del Minculpop, delle spie dell'Ovra, dei prefetti e dei funzionari del Pnf sullo «spirito pubblico», oltre agli atti e alla corrispondenza dei burocrati locali e ai diari e alle lettere dei protagonisti dell'epoca.

Il risultato è una cronaca impietosa, una sorta di «romanzo criminale» dell'antisemitismo italiano. Una sequela di documenti, prese di posizione, episodi razzisti, che definitivamente oscura quel mito degli «italiani brava gente» in cui per tanti decenni ci siamo riconosciuti per non fare i conti con le pagine nere della nostra storia.

Dal caleidoscopio delle reazioni della popolazione nel periodo 1938-1943, analizzato da Avagliano e Palmieri in pagine emozionanti, che colpiscono e indignano, risulta che gli italiani di «razza ariana» assistettero o presero parte all'antisemitismo di Stato in vario modo: quali persecutori, propagandisti, teorici, complici, delatori, profittatori, spettatori più o meno indifferenti (la categoria dei bystanders, per utilizzare l'espressione di Raul Hilberg, uno dei massimi studiosi della Shoah) e, in misura minoritaria, come oppositori o solidali (in alcuni casi potremmo dire Giusti).

Soprattutto all'inizio, il tema delle leggi razziali, introdotte in Italia dal regime fascista tra il settembre e il novembre del 1938, non suscitò grandi passioni né forti dissensi. La cifra prevalente, guardando alla maggioranza della popolazione, fu senz'altro l'indifferenza.

Ma, come scrivono i due autori, «il "non vedo, non sento e non parlo" praticato dalla maggioranza degli italiani non si può però valutare con il metro semplicistico della pusillanimità. Al dunque esso si tramutò in connivenza e adesione di fatto, poiché contribuì a realizzare l'obiettivo della persecuzione, vale a dire l'isolamento, la separazione e l'esclusione degli ebrei dal resto della società».

 

Dopo una fase iniziale nella quale non mancarono dubbi, incomprensioni e critiche, sia pure sottovoce, che videro protagonisti diversi antifascisti (in particolare gli esuli in Francia), parte del clero e dei cattolici (tradizionalmente divisi tra una corrente filogiudaica e una antisemita) e le classi meno abbienti o meno istruite, il consenso verso la politica razziale del regime crebbe progressivamente presso tutti gli strati sociali e anche nel mondo cattolico di base.

In particolare il sentimento antigiudaico fece registrare un consistente incremento nei primi due anni di guerra, nei quali la propaganda fascista sull'ebreo «nemico dell'Italia» attecchì anche tra i ceti popolari, con diversi episodi di violenza fisica o verbale (ebrei picchiati, sinagoghe incendiate o distrutte, scritte e volantini di minaccia).

 

Uno scenario che iniziò a mutare solo tra il 1942 e il 1943, quando il disastro bellico, le forti difficoltà economiche e la crisi del fascismo provocarono la messa in discussione di tutti gli architravi della politica del regime. La grande cultura italiana del tempo reagì alle leggi razziali in preda a quella che Concetto Marchesi, nel gennaio 1945, sul primo numero di «Rinascita», definirà «libidine di assentimento». Fu quasi del tutto assente, tranne poche eccezioni (Benedetto Croce, Arturo' Toscanini, l'economista Attilio Cabiati), una protesta visibile degli intellettuali.

Anche gli editori, con la lodevole eccezione dei Laterza, epurarono i testi degli autori ebrei senza opporre resistenza. Avagliano e Palmieri pubblicano le lettere di giubilo inviate a Mussolini: «Caro Duce, il popolo italiano attende con spasimo atroce che venga definitivamente eliminata la stirpe ebraica dal sacro suolo della Patria», scrive a Mussolini un anonimo studente universitario. Aggiungendo: «In nome di tutti i nostri morti abbi il coraggio di imitare Hitler alla lettera e sino alla fine. eia! eia! eia! alalà!!!».

 

Anche buona parte della burocrazia si distinse per la solerzia e la rigidità nell'applicazione delle, misure razziali, spesso anticipandone o aggravandone gli effetti. «Potete intanto stare tranquillo — scrive ad esempio il podestà di un comune molisano scelto come località d'internamento al questore di Campobasso — che sappiamo con chi abbiamo a che fare, con gli ebrei! Razza maledetta».

Nel settore economico, non mancarono i casi di sciacallaggio, di opportunismo, di speculazione, da parte di commercianti, industriali, imprenditori. Il veleno dell'antisemitismo, iniettato nel corpo della società italiana dalla virulenta propaganda fascista, colpì perfino i bambini, come attestano i numerosi episodi documentati nel libro.

 

Anche la Chiesa, dopo l'iniziale opposizione di papa Pio XI alla politica razzista del regime (e in particolare al divieto di matrimoni misti), mise il silenziatore alle critiche alle leggi razziali e anzi diversi cardinali o esponenti religiosi, come padre Agostino Gemelli, sposarono le misure antisemite del fascismo.

I percorsi della solidarietà furono limitati: alcuni acquistarono beni passibili di confisca a prezzi di mercato, senza approfittare della situazione, altri fecero da prestanome per consentire ai titolari ebrei di non perdere aziende ed esercizi commerciali, altri ancora scrissero lettere al re, al duce e a personaggi influenti del regime per chiedere una qualche forma di clemenza e mitigazione della persecuzione in favore di amici o conoscenti ebrei.

Qualche parola di conforto — di «calda e piena manifestazione di solidarietà» e di «giustizia umana», come si legge in alcune lettere di perseguitati — fu comunicata a livello individuale e privato, possibilmente lontano da sguardi indiscreti. E ancora doveva arrivare la vergogna di Salò.

 

 

Nota: Le leggi razziali fasciste sono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi (leggi, ordinanze, circolari, ecc.) che vennero varati in Italia fra il 1938 e il primo quinquennio degli anni quaranta, inizialmente dal regime fascista e poi dalla Repubblica Sociale Italiana, rivolti prevalentemente contro le persone di religione ebraica
Con le leggi del 1938 venne istituito un sistema antiebraico che, probabilmente, costituì ciò che di più violento era realizzabile in Italia.

La persecuzione era composta da tanti singoli atti, aventi specifiche finalità ma rispondenti ad un disegno di carattere generale: giungere alla totale arianizzazione del paese. Gli ebrei si videro revocati molti diritti civili, subendo un repentino declassamento di fatto. Fino al 1943, l’obiettivo primo del fascismo fu quello di eliminare tutti gli ebrei dal territorio, con rapidità e definitivamente, agendo in maniera tale da stimolare i perseguitati, separati dal resto della popolazione, ad emigrare.

 

Agli ebrei fu vietato tra l'altro: di essere portieri in case abitate da ariani, esercitare il commercio ambulante, essere titolari di agenzie d'affari, di brevetti e varie, il commercio dei preziosi, l'esercizio dell'arte fotografica, di essere mediatori, piazzisti, commissionari, l'esercizio di tipografie, la vendita di oggetti d'arte, il commercio dei libri, la vendita di oggetti usati, la vendita di articoli per bambini, la vendita di apparecchi radio, la vendita di carte da gioco, l'attività commerciale ottica, il deposito e vendita di carburo di calcio, l'impiego di gas tossici, essere titolari di esercizi pubblici di mescita di alcolici, la raccolta di rottami metallici e di metalli, la raccolta di lana da materassi, l'ammissione all'esportazione della canapa, l'ammissione all'esportazione di prodotti ortofrutticoli, la vendita di oggetti sacri, la vendita di oggetti di cartoleria, la raccolta di rifiuti, la raccolta e la vendita di indumenti militari fuori uso, la gestione di scuole da ballo, di scuole di taglio, l'esercizio del noleggio di film, la gestione di agenzie di viaggio e turismo, di possedere la licenza per autoveicoli da piazza, la pubblicazione di avvisi mortuari e di pubblicità, l'inserimento del proprio nome in annuari ed elenchi telefonici, di essere affittacamere, di possedere concessioni di riserve di caccia, di detenere apparecchi radio, di essere insegnanti privati, di accedere alle biblioteche pubbliche, di far parte di associazioni culturali e sportive di essere titolari di permessi per ricerche minerarie, di esplicare attività doganali, di pilotare aerei di qualsiasi tipo, di allevare colombi viaggiatori, di ottenere il porto d'armi, di fare la guida e l'interprete.

Le cose mutarono qualche tempo dopo l’8 Settembre 1943 e in concomitanza con la legge del Gennaio 1944; l’influenza diretta dei tedeschi, che agirono in proprio e senza controllo, modificò la situazione e si assistette a deportazioni, arresti e appropriazioni di beni che dovevano servire nell’immediato.

I provvedimenti adottati contro gli ebrei alla fine del 1943 e nei primi mesi del 1944 non furono però determinati solo dalla necessità di accontentare i tedeschi, ma certamente anche dalle precarie condizioni economiche della neonata Repubblica Sociale Italiana: tutte le confische attuate andavano a riempire le casse, sicuramente non floride, della RSI.

La guerra e la fame di risorse contribuirono sin da subito a rafforzare le motivazioni economiche degli espropri, che fino a quel momento si erano mossi non certo a seguito di una necessità così impellente; in questa fase si fecero sentire indubbiamente anche gli appetiti personali di gerarchi, funzionari e militari i quali tentarono più che mai di accaparrarsi facili bottini.

Le nuove disposizioni incisero su un insieme di beni più ampio di quello coinvolto nella legislazione precedente e, a seguito della loro applicazione, si crearono una serie di vicende estremamente drammatiche che coinvolsero intere famiglie toccandole negli aspetti più intimi. L’applicazione della nuova disciplina rivelò la crudeltà e l’accanimento della politica di fondo del regime, e portò a vicende sconvolgenti proprio nelle situazioni più piccole ed apparentemente marginali. I decreti di confisca, come previsto dall’art. 8, venivano pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale d’Italia ed elencavano tutti i beni posseduti dall’ebreo.

 

Insomma, ci sarebbe moltissimo da dire riguardo la lunga lista di nefandezze che lo Stato italiano e gli italiani commisero contro gli ebrei durante il periodo delle leggi razziali, una pagina nera e crudele di storia recente che, incredibilmente, pochi conoscono e si cerca quasi di nascondere.

 

 

 

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