Cosa si intende per il confine chiamato Linea Verde?

 

 

<< L’unica definizione possibile di Linea Verde è “la linea che demarcava le terre conquistate con la forza dai paesi arabi dopo la guerra del ’48”: accreditarla come un confine significa avvalorare formalmente l'aggressione dei paesi arabi. >>

 

Premessa: tratto da qui Nell'immagine un tratto della “Linea Verde” a Gerusalemme negli anni dell’occupazione giordana della parte est della città

 

Quando trattano la questione degli insediamenti israeliani, i mass-media dicono invariabilmente che sono costruiti in terra “palestinese” o che si trovano nei “territori palestinesi”. È un’espressione largamente adottata e che invece dovrebbe essere modificata. Indipendentemente dal fatto che uno sia a favore o contro gli insediamenti, descriverli in modo così tassativo è semplicemente sbagliato. Facendolo, si impedisce al lettore di capire i termini della questione e le rivendicazioni delle parti in causa. Peggio, definire queste aree come “palestinesi” avalla la conquista di territori con la forza e l’uso della forza per “accampare diritti”, il che costituisce una violazione della Convenzione di Ginevra.

Israele è un paese abbastanza unico sotto molti aspetti. Uno di questi è la (parziale) mancanza di confini riconosciuti. Molti paesi hanno in corso controversie di confine, ma Israele si è ritrovato senza frontiere accettate a livello internazionale per il semplice fatto che i paesi vicini si rifiutarono di riconoscerle. Quando cessarono i combattimenti della guerra di indipendenza scatenata dall’aggressione araba del ’48 contro lo stato ebraico appena sorto, venne tracciata una linea divisoria fra gli ebrei e gli arabi: è quella che oggi viene chiamata “Linea Verde”. L’unica cosa su cui entrambe le parti concordavano era che quella linea non doveva essere interpretata come un confine internazionale. Le parti arabe insistettero perché negli accordi d’armistizio tra Israele ed Egitto, Siria e Giordania venisse esplicitamente detto che la linea non era un confine definitivo. Ad esempio, l’accordo d’armistizio israelo-egiziano (Armistice Agreement UN Doc S/1264/Corr.1, 23 febbraio 1949) afferma che

“la linea di demarcazione dell’armistizio non deve essere interpretata in alcun senso come un confine politico o territoriale e viene delineata senza pregiudizio dei diritti, delle rivendicazioni e delle posizioni di ciascuna delle parti per quanto riguarda la soluzione ultima della questione palestinese”.

Ripetiamo: la clausola venne inserita principalmente su insistenza degli arabi. Gli arabi non volevano accettare la Linea Verde perché non volevano accettare che fosse nato un nuovo paese chiamato Israele e affermavano apertamente che la guerra non era finita, era solo in pausa.

Ma anche Israele non voleva accettare la Linea Verde come confine internazionale. Farlo significava rinunciare alla rivendicazione di territori storici ebraici. Comunità ebraiche come quelle di Gush Etzion, a sud-ovest di Gerusalemme, o Kalia e Beit HaArava, presso Gerico, o Kfar Darom, nell’area di Gaza, erano cadute nelle mani degli arabi. Accettare la Linea Verde come confine significava accettare che quei luoghi, strappati con la forza, si trovassero definitivamente al di fuori dei confini di Israele. E poi c’era Gerusalemme, che la Linea Verde spaccava in due parti. E la parte che era stata occupata militarmente dalla Legione Araba di Giordania non era semplicemente la parte orientale della città. Era la parte in assoluto più importante per gli ebrei e per il nuovo stato: la Città Vecchia, con il Muro Occidentale (“del pianto”) e il Monte del Tempio, era caduta sotto controllo arabo. Gli ebrei ne erano stati espulsi. Non c’era modo che Israele potesse accettare che, a causa dell’aggressione araba e della guerra, la Città Vecchia rimanesse per sempre al di fuori dello stato e preclusa a tutti gli ebrei. Ancora oggi il punto fondamentale è che, per Israele, accettare la Linea Verde come confine internazionale significherebbe avvalorare l’aggressione militare degli arabi che scatenarono guerra.

La Convenzione di Ginevra vieta l’acquisizione di territori con la forza militare. Chi critica Israele sostiene che il divieto deve valere per qualunque attività edilizia israeliana nelle aree che Israele non controllava tra il 1948 e il 1967. Ma quelle aree erano state conquistate con la forza dalla Giordania ad ovest del fiume Giordano (e dall’Egitto nell’area di Gaza). Quell’aggressione ha forse generato diritto? Dove erano le voci dei critici quando in quelle aree, nel 1948, veniva attuata la pulizia etnica delle comunità ebraiche?

La realtà è che l’unica definizione possibile di Linea Verde è “la linea che delimitava le terre conquistate con la forza dai paesi arabi dopo l’aggressione del ’48”. Chi sostiene che tutti i territori controversi e la parte orientale di Gerusalemme appartengono agli arabi palestinesi, di fatto sostiene il “diritto” di delineare territori con la forza militare. Ma non è appunto questo l’argomento che viene utilizzano per definire illegali le attività israeliane in quelle aree?

Le rivendicazioni non definiscono di per sé i confini. A seguito di conquiste militari, il territorio in questione è rimasto sotto controllo arabo per 19 anni, dal 1948 al 1967, e da allora sotto controllo israeliano per cinquant’anni. All’interno di questo territorio vi sono aree in cui la rivendicazione araba-palestinese ha maggior forza e altre in cui ha maggior forza la rivendicazione israeliana. Ma si tratta solo di rivendicazioni. In mancanza di un accordo concordato tra le parti, è sbagliato prestabilire o pregiudicare la sovranità su quelle aree. Di diritto e di fatto, non sono territori palestinesi più di quanto non siano israeliani.

Quindi, quando i giornalisti trattano questo argomento, dovrebbero stare attenti a non farsi manipolare da coloro che, contraddittoriamente, attaccano come illegali le rivendicazioni israeliane nell’area e allo tesso tempo prendono per valide le rivendicazioni arabo-palestinesi sulla stessa area. Quest’area andrebbe correttamente definita “territorio conteso”. E quando i mass-media riferiscono delle controverse attività edilizie ebraiche nel territorio conteso dovrebbero essere abbastanza onesti da riferire anche delle controverse attività edilizie arabo-palestinesi nello stesso territorio.

Ci sono opinioni diverse su quello che sarebbe lo “stato della Palestina”. L’Assemblea Generale delle Nazionale Unite ha riconosciuto la Palestina come “stato non membro”. Tuttavia il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha respinto tale designazione. Una cosa chiara è che questa entità non dispone di confini legali internazionalmente riconosciuti. Quindi se un giornalista dice ai lettori che il territorio oltre la Linea Verde è territorio palestinese afferma una cosa non vera. Il fatto che i palestinesi rivendicano una certa area per il loro stato futuro non significa che quell’area appartenga loro di diritto.

Gli insediamenti israeliani sono stati e continueranno ad essere senza dubbio una delle questioni più trattate dai mass-media circa il conflitto. Ma è una questione tutt’altro che semplice e i mass-media dovrebbero prendersi cura di spiegare i dettagli ai loro lettori, senza sostenere acriticamente le rivendicazioni di una delle parti. Possiamo e dobbiamo insistere affinché i giornalisti forniscano ai lettori i concetti di base, mettendoli in condizione di capire i termini reali del contenzioso relativo a una questione che continua ad allarmare il resto del mondo.

 

 

Perché Israele non può tornare ai confini della linea verde?

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Vi spieghiamo perché la “pace” fra Israele e “Palestina” non è possibile oggi, almeno se presuppone uno stato di “Palestina” nel senso proprio del termine stato, cioè un’entità politica autonoma, che gestisce autonomamente tutta la propria vita, inclusa la sicurezza e nei confini della “linea verde” che fu quella dell’armistizio dopo la guerra di indipendenza del 1947-49 e che alcuni, sbagliando, definiscono “confini del ‘67”.
Perché è impossibile una soluzione del genere? Chi vive in Israele o l’ha girato facendoci caso in fondo lo sa - ma repetita juvant. Per chi non ha queste esperienze, vorrei invitarvi a guardare qualche immagine, andando a questo indirizzo web: https://www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/21820 .

Ci trovate una mappa dell’Israele centrale (ma vi consiglio questa che è più chiara: https://www.google.it/maps/place/%D8%B1%D9%86%D8%AA%D9%8A%D8%B3%E2%80%AD/@32.0467705,34.8389177,12z/data=!4m5!3m4!1s0x151d3218e64e490d:0x2e5a9b74a6341a88!8m2!3d32.029973!4d35.018973) e una serie di fotografie, che mostrano quel che si può vedere dal paese di Rantis, sulla colline che sovrastano la pianura costiera centrale di Israele, appena oltre la linea verde.

Che cosa c’è di così speciale in queste fotografie, prese con una comune macchina fotografica fornita di un po’ di zoom? Niente, si vedono benissimo gli edifici dell’aeroporto Ben Gurion, distinguendo la zona degli arrivi e del duty free, gli aerei parcheggiati e collegati ai finger. Nessuna meraviglia, la distanza fra il villaggio e il centro dell’aeroporto è di circa 10 chilometri, gli aerei che atterrano passano a due o tre chilometri. In un’altra serie, appena un po’ sgranate ma ben distinguibili si vedono le torri del centro di Tel Aviv, che sono a 20 chilometri. Con una bella giornata, traendo vantaggio dall’altezza delle colline, si distinguono a occhio nudo. Nella fotografia si riconoscono benissimo tutti i dettagli dei grattacieli che segnano il paesaggio di Tel Aviv, per esempio quelle molto caratteristiche del complesso Azrieli, vicino a Sarona e al ministero della difesa.

Vi chiederete che problema c’è in questo. Molto semplice: dove arriva la vista di una macchina fotografica arriva anche il mirino di un’arma. Non occorrono basi di lancio sofisticate, basta un lanciarazzi a spalla o al massimo quelle rampe portatili alte un metro che usano da Gaza. La distanza dell’aeroporto dalle colline è uguale a quella dal nord della striscia di Gaza ad Ascalon, che è continuamente bombardata, e quella da Tel Aviv è uguale a quella da Gaza a Asdot, pure attaccata spesso. La ragione per cui nessuno ora bombarda Tel Aviv dalle colline è solo che in quei posti c’è l’esercito israeliano a sorvegliare. Se se ne andasse e non potesse più intervenire non c’è il minimo dubbio che i terroristi vi si insedierebbero e sparerebbero da lì sugli aerei e sui grattacieli. Lo stesso accadrebbe per tutte le altre città del centro del paese, che sono più vicine di Tel Aviv alla linea verde e naturalmente anche a Gerusalemme, che già fra il ‘48 e il ‘67 fu spesso bersaglio di cecchini arabi.

Come impedire questa situazione? Per favore non parlatemi di presidi internazionali; affidereste voi la vita di Israele ai gloriosi soldati olandesi che hanno brindato con i carnefici serbi prima di andarsene da Srebrenica, evitando di disturbare la mattanza? O ai bravi caschi blu dell’Onu che fanno un così buon lavoro nell’evitare che Hezbollah si riarmi nel Libano meridionali? O a quelli stanziati sul Golan che quando la guerra civile siriana si è fatta dura si sono rifugiati sotto la protezione dell’esercito israeliano?

Di fatto ci sono solo due soluzioni per evitare che da Rantis o da cento posti analoghi i terroristi si mettano a bombardare Tel Aviv: o ci pensa l’esercito israeliano, ma allora bisogna scordarsi uno stato di Palestina (a parte tutti gli altri argomenti per non farlo).

O cambia completamente l’atteggiamento della dirigenza dell’Autorità Palestinese, di Hamas e degli altri gruppi politici palestinisti, che rinunciano per davvero e una volta per tutti a fare la guerra allo stato ebraico, smettono il loro continuo incitamento al terrorismo, invece di pagare stipendi ai terroristi condannati a una pena detentiva e alle famiglie di quelli morti durante i loro crimini li arrestano a loro volta.

Vi sembra impossibile? Ma è quello che ci si aspetta da qualunque stato normale: se ci fossero dei terroristi in Italia che compissero stragi per favorire l’annessione all’Italia del Canton Ticino, il governo italiano intitolerebbe loro piazze e scuole e li finanzierebbe, o li arresterebbe? Bene, se accadesse questo, se si consolidasse una normalità civile nell’Autorità Palestinese, l’esistenza di luoghi “palestinesi”i da cui è possibile sparare sull’aeroporto Ben Gurion non sarebbe più importante del fatto che ci siano colline svizzere da cui non è lontano l’aeroporto di Malpensa o la città di Como. Ma, con tutto l’ottimismo possibile, nessuno può sperare che questa trasformazione avvenga nei prossimi mesi e forse neanche nei prossimi decenni. Ecco perché lo “Stato di Palestina” sulla linea verde non è compatibile con la sicurezza di Israele e l’elettorato israeliano certo non accetterebbe la sua creazione.

 

 

Comunità ebraiche distrutte nella guerra d’indipendenza del 1948

 

 

 

 

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