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Il lodo Moro: quando l'Italia si alleò con i terroristi palestinesi

 

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Il 3 ottobre 2008 sul quotidiano israeliano Yediot Aharonot fu pubblicata una lunghissima intervista del corrispondente dall’Italia Menachem Ganz a Francesco Cossiga, ex ministro dell’Interno e poi presidente della Repubblica. Un’intervista che ebbe solo una debole eco sui media italiani. Parlando al quotidiano israeliano, Cossiga rivelava che sarebbe stato firmato un accordo segreto tra Italia e terrorismo palestinese quando era presidente del Consiglio Aldo Moro; i servizi segreti avrebbero chiuso gli occhi sulle attività logistiche ed economiche dei terroristi in Italia, in cambio di una sorta di immunità dagli attentati, che non preservava però i cittadini ebrei. Infatti, nel 1982 ci fu l’attacco alla Sinagoga di Roma.

 

In realtà il cosiddetto “Lodo Moro” era noto da tempo, ma nessun politico italiano aveva ammesso con tanta dovizia di particolari la vicenda. Già nell’estate del 2008, alcune esternazioni di Cossiga a proposito della strage di Bologna del 2 agosto 1980 avevano riaperto la vergognosa pagina di “realpolitik all’italiana”, ma l’intervista offre dettagli inediti.

 

“Vi abbiamo venduti”, ha dichiarato infatti Cossiga. “Lo chiamavano ‘Accordo Moro’ e la formula era semplice: l’Italia non si intromette negli affari dei palestinesi, che in cambio non toccano obiettivi italiani”. Ma gli ebrei erano esclusi dall’equazione. Cossiga ha anche dichiarato che oggi la situazione è per certi versi analoga: “C’è un accordo con Hezbollah in Libano”. Menachem Gantz riferisce che in casa di Francesco Cossiga, nel cuore del quartiere Prati di Roma, sventolano l’una accanto all’altra tre bandiere: quella dell’Italia, quella della Regione Sardegna e quella di Israele. Ma, nota il corrispondente “Non sempre l’ex presidente della Repubblica italiana è stato un amante di Sion. Negli anni Cinquanta, fu lui a fondare l’Associazione Italia – Palestina. Poi, quando era presidente del Senato, ha persino dato, nel suo Gabinetto, asilo ad Arafat quando era stato emesso un mandato di cattura nei suoi confronti. Ma oggi, a ottant’anni, Cossiga ama Israele”.

 

Gantz ha chiesto a Cossiga: “Se l’Italia aveva ottenuto l’immunità dal terrorismo palestinese, come mai ebbero luogo nel Paese attentati sanguinosi contro obiettivi ebraici?”. La risposta: “In cambio di ‘mano libera’ in Italia, i palestinesi hanno assicurato la sicurezza del nostro Stato e l’immunità di obiettivi italiani al di fuori del Paese da attentati terroristici, fin tanto che tali obiettivi non collaborassero con il sionismo e con lo Stato d’Israele”. Gli ebrei, ovviamente, sono stati considerati “fiancheggiatori dei sionisti”, quindi esclusi dall’immunità. Questo accordo è costato la vita a Stefano Taché, due anni, nell’attentato alla Sinagoga di Roma del 9 ottobre ’82. Le volanti della polizia di solito presenti davanti al Tempio si allontanarono poco prima dell’attentato. E nel dicembre del 1985, all’aeroporto di Fiumicino, terroristi palestinesi attaccarono con mitra e bombe a mano il banco dell’El Al e quello della compagnia americana TWA. Tredici persone furono uccise e settanta ferite. Una vergogna che peserà per sempre su chi firmò l’accordo, come pure la morte di Leon Klinghoffer sull’Achille Lauro, con il capo dei terroristi lasciato scappare da Bettino Craxi a Sigonella.

 

“Per evitare problemi, l’Italia assumeva una linea di condotta  tale da non essere disturbata o infastidita”, continua Cossiga nell’intervista del 2008. “Poiché gli arabi erano in grado di disturbare l’Italia più degli americani, l’Italia si arrese ai primi. Posso dire con certezza che anche oggi esiste una simile politica. L’Italia ha un accordo con Hezbollah in Libano per cui le forze UNIFIL chiudono un occhio sul processo di riarmo, purché non siano compiuti attentati contro gli uomini del suo contingente”. Forse lo stesso accordo protesse i soldati italiani in Libano, nel 1983, quando invece, in due diversi attentati con auto-bomba, furono uccisi 241 americani e 58 francesi.

 

Cossiga ammette di essere rimasto sorpreso per l’indifferenza con cui è stata accolta in Italia la sua rivelazione. “Ero convinto che la notizia pubblicata in agosto avrebbe risvegliato i media, che magistrati avrebbero cominciato ad indagare, che sarebbero cominciati gli interrogatori dei coinvolti. Invece c’è stato il silenzio assoluto”. I rapporti complessi con il meccanismo del terrorismo palestinese, Francesco Cossiga li ha conosciuti per la prima volta alla sua nomina a ministro dell’Interno nel 1976. “Già allora”, continua nella sua intervista a Yediot Aharonot, “mi fecero sapere che gli uomini dell’OLP tenevano armi nei propri appartamenti ed erano protetti da immunità diplomatica. Mi dissero di non preoccuparmi, ma io riuscii a convincerli a rinunciare all’artiglieria pesante ed accontentarsi di armi leggere”. Più tardi, quando era presidente del Consiglio nel 1979-1980, gli divenne sempre più evidente il fatto che esistesse un accordo chiaro tra le parti. “Durante il mio mandato, una pattuglia della polizia aveva fermato un camion nei pressi di Orte per un consueto controllo”, racconta. “I poliziotti rimasero sbigottiti nel trovare un missile terra-aria, che aveva raggiunto il territorio italiano via mare”. Nel giro di alcuni giorni, racconta Cossiga, una sua fonte personale all’interno del SISMI passò al segretario del governo informazioni in base alle quali il missile andava restituito ai palestinesi. “In un telegramma arrivato da Beirut era scritto che secondo l’accordo, il missile non era destinato ad un attentato in Italia, e a me fu chiesto di restituirlo e liberare gli arrestati”. Cossiga stesso, va sottolineato, non era stato mai ufficialmente informato dell’esistenza di questo telegramma. Se non fosse stato per la sua fonte nel SISMI, non sarebbe stato consapevole di tutta questa storia. “Col tempo cominciai a chiedermi che cosa potesse essere questo accordo di cui si parlava nel telegramma. Tutti i miei tentativi di indagare presso i Servizi e presso diplomatici si sono sempre imbattuti in un silenzio tuonante. Fatto sta che Aldo Moro era un mito nell’ambito dei Servizi Segreti”.

 

A proposito dell’attentato alla Sinagoga di Roma, Cossiga dichiara che l’unico attentatore arrestato, non per mano italiana, è Abd El Osama A-Zumaher. Fu arrestato in Grecia mentre trasportava esplosivo con la sua auto. I greci lo liberarono dopo sei anni, ed egli scappò in Libia. Le autorità italiane non ne hanno mai chiesto l’estradizione. “Oggi”, ammette Cossiga, “non si può più scoprire tutta la verità su quanto accaduto. L’Italia non chiederà mai la sua estradizione e i libici non lo consegneranno”.

 

Cossiga ha colto però nel sistema Italia una sorta di “reciprocità dell’ignavia”, una “equivicinanza” ante litteram. “L’Italia non si immischia in quanto non la concerne. Anche l’azione del Mossad contro gli assassini degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972 è passata per Roma”, dice. Come noto, Adel Wahid Zuaitar fu ucciso a Roma. “Crede che l’Italia non potesse, a suo tempo, arrestare i due agenti che lo fecero fuori?”.  Yediot Aharonot chiede: “Lei paragona l’eliminazione di un terrorista all’assassinio di un bambino di due anni all’uscita della sinagoga?” “No, assolutamente no. Se avessi saputo che le volanti della polizia erano state istruite ad andarsene quella mattina, nell’ambito di quell’accordo di cui mi hanno sempre negato l’esistenza, forse tutto sarebbe andato diversamente”. La colpa, tuttavia, Cossiga la attribuisce solo ed esclusivamente ad Aldo Moro. E sostiene che la politica di altri Paesi europei era analoga: “La Germania ha liberato il commando dei terroristi che uccisero gli atleti a Monaco di Baviera, e anche la Francia si è comportata in modo simile. Questa era la politica europea. Tranne gli inglesi, ovviamente”. Il magistrato Rosario Priore, membro della Corte di Cassazione di Roma, conferma le dichiarazioni di Cossiga: “L’Accordo Moro è esistito per anni”, ha dichiarato, “l’OLP aveva in territorio italiano uomini, basi ed armi”. Quello che oggi preoccupa di più è la certezza di Cossiga sul fatto che l’Italia abbia un accordo con Hezbollah, che ne consente il riarmo. La minaccia per Israele è grave.

 

 

 

Patto anti-attentati con i palestinesi. Ecco la prova dell'accordo segreto

 

Premessa: tratto da qui

 

Per la prima volta un documento scritto, segreto e riservatissimo, attesta l’esistenza del cosiddetto Lodo Moro, cioè il patto stipulato negli anni ’70 fra l’Italia e i palestinesi secondo cui gli arabi potevano trasportare armi nel nostro Paese in cambio dell’immunità dagli attentati. Il documento è un messaggio cifrato inviato il 17 febbraio 1978 dal Libano dal colonnello Stefano Giovannone, capo centro Sismi a Beirut, ai suoi superiori in Italia. Nel testo Giovannone lancia l’allarme su un’imminente «operazione terroristica di notevole portata programmata asseritamente da terroristi europei», di cui gli ha appena parlato il suo interlocutore abituale e cioè George Habbash, leader del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Non si dice quale sia questa operazione, perché Giovannone non lo sa. Ed ecco che arriva, nella seconda parte del messaggio, la prova del Lodo Moro: «A mie reiterate insistenze per avere maggiori dettagli, Habbash mi ha assicurato che l’Fplp opererà in attuazione confermati impegni miranti escludere nostro Paese da piani terroristici». Nero su bianco: «Attuazione confermati impegni». C’era un patto per tenere l’Italia fuori dalle bombe e i palestinesi si impegnavano a rispettarlo. Il Lodo Moro, appunto. Circostanza inquietante, un mese dopo questo dispaccio cifrato proprio Moro venne rapito dalle Brigate Rosse che lo uccisero il 9 maggio. Era questa l’«operazione di notevole portata» di cui parlava Habbash? Difficile dirlo, ma è difficile anche pensare a una coincidenza. E proprio Moro, nelle sue lettere dalla prigionia citò per ben due volte Giovannone, che era un suo fedelissimo. 
 
Si tratta di una scoperta eccezionale, resa pubblica dall’ex deputato bolognese di An-Fli Enzo Raisi, da anni strenuo sostenitore dell’esistenza del Lodo Moro e della correlata ‘Pista palestinese’ per la strage alla stazione di Bologna, che il 2 agosto 1980 provocò 85 morti e 200 feriti. È lo scenario alternativo alle condanne definitive dei tre neofascisti per la bomba. Secondo la Pista palestinese, invece, fu il gruppo del famigerato terrorista internazionale Carlos lo Sciacallo, legato a doppio filo all’Fplp, a compiere l’attentato di Bologna. Una ritorsione contro l’Italia che poco prima aveva arrestato uno dei capi del Fronte, Abu Saleh. Tesi bocciata però dalla Procura di Bologna, che aveva aperto un’inchiesta bis sulla strage salvo poi chiedere l’archiviazione, arrivata dal gip lo scorso febbraio. E uno degli argomenti forti sostenuti dal pm Cieri era proprio che non esistevano prove del Lodo Moro. Ora però tutto cambia, perchè le parole di Giovannone sono molto chiare. 
 
«Finalmente c’è il primo documento scritto che attesta l’esistenza del Lodo Moro – dice Raisi, che oggi vive in Spagna –. Ne ha parlato di recente in Commissione Moro lo storico Marco Clementi e noi siamo andati a ritrovarlo negli archivi di Stato. È stato il governo Renzi a desecretarlo, gliene rendo merito, e ora tutti possono leggerlo. Un documento importantissimo perché fa crollare completamente la tesi del pm Cieri. Com’è possibile che io dalla Spagna trovi questo documento e gli inquirenti dall’Italia non l’abbiano mai trovato?». Raisi presto depositerà un nuovo esposto sulla strage di Bologna: «Di quale attentato parlava Giovannone? Difficile dirlo – conclude –, certo la circostanza temporale con il rapimento Moro fa riflettere». 

 

 

 

"Trattai io il lodo Moro: Mani libere a noi palestinesi"

 

Premessa: tratto da qui (intervista del 2008)

 

L'occhio di Bassam Abu Sharif vaga verso le montagne di roccia rossa che circondano Gerico. L'altro è fisso da oltre trent'anni nello stesso sguardo cristallizzato. «Un regalo del Mossad», dice. Nel 1970, era il portavoce del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, finito sulla copertina di Time come il «volto del terrore», durante i dirottamenti di Dawson's Field. Quel volto viene devastato da un pacco bomba, spedito a Beirut due anni dopo.
Con la mano destra mutilata, si sforza di infilare le piccole pile nell'apparecchio acustico.
Ora è pronto a ricordare il periodo a fianco di George Habash, nell'ufficio politico del Fronte.
E' lui che ha reclutato Ilich Ramirez Sanchez (e lo ha battezzato con il nome di battaglia Carlos), è lui che ha seguito, tra gli anni Settanta e Ottanta, la «politica estera» dell'Fplp, i rapporti internazionali, compresi quelli con l'Italia. Fino alla rottura con il gruppo e al ruolo di consigliere per Yasser Arafat.
E' un uomo di 62 anni che, dopo la conversione a sostenitore della pace, ha voglia di raccontare. A volte fatica a ricordare le date, a volte le usa come appiglio per la memoria. Premette di poter parlare della «strategia generale», senza dettagli sulle operazioni. «Quello che le dico è la verità, non tutta la verità ».

Francesco Cossiga, in un'intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, parla di un accordo tra l'Italia e i palestinesi. Lo chiama «lodo Moro». Esisteva un'intesa con il Fronte popolare, potevate trasportare armi e esplosivi, garantendo in cambio immunità dagli attacchi?
«Ho seguito personalmente le trattative per l'accordo. Aldo Moro era un grande uomo, un vero patriota. Voleva risparmiare all'Italia qualche mal di testa. Non l'ho mai incontrato. Abbiamo discusso i dettagli con un ammiraglio, gente dei servizi segreti, e con Stefano Giovannone (capocentro del Sid e poi del Sismi a Beirut, ndr). Incontri a Roma e in Libano. L'intesa venne definita e da allora l'abbiamo sempre rispettata».

Che cosa prevedeva?
«Ci veniva concesso di organizzare piccoli transiti, passaggi, operazioni puramente palestinesi, senza coinvolgere italiani. Dovevamo informare le persone opportune: stiamo trasportando A, B, C... Dopo il patto, ogni volta che venivo a Roma, due auto di scorta mi aspettavano per proteggermi. Da parte nostra, garantivamo anche di evitare imbarazzi al vostro Paese, attacchi che partissero direttamente dal suolo italiano ».

Chi dovevate informare dei transiti?
«I servizi segreti. Chi altro? Non il ministero del Turismo».

L'intesa era valida anche per altre organizzazioni palestinesi?
«Posso parlare per il Fronte popolare ».

Qual era il ruolo di Saleh Abu Anzeh in Italia? Viene arrestato dopo il sequestro di due lanciamissili, destinati al Fronte popolare, e trovati in possesso di militanti di Autonomia Operaia.
«Saleh, Saleh... Adesso è grassissimo (ride). L'incidente è avvenuto prima dell'accordo, altrimenti l'avrei giustiziato personalmente, perché contravveniva al patto che io avevo sottoscritto ».

Il caso è del '79, l'accordo doveva essere già in vigore.
«E' vero era già in vigore. Vuol dire che Saleh aveva ricevuto ordini da altri ».

 

 

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