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Il tifo contro Israele dei media europei e la disinformazione cronica sul Medio Oriente
 

  

Premessa: tratto da qui

 

E' una questione di coraggio. Per vincere la battaglia contro i tagliatori di teste dell'ISIS e contro gli altri jihadisti selvaggi sunniti come loro o sciiti come gli Hezbollah, occorre guardare al Medio Oriente abbandonando i vecchi stereotipi. Essi ci hanno sempre ripetuto la leggenda di un conflitto Israelo-Palestinese miccia e dinamite, origine di ogni esplosione regionale. Niente di più falso: il Medio Oriente è una fornace di odio islamico diretto soprattutto verso il nostro mondo e fra gruppi musulmani. Israele è considerato l'empio rappresentante del mondo Occidentale, una scheggia di proprietà islamica da cui gli ebrei devono sparire.

Da questo odio, quel piccolo Paese si difende da prima ancora della sua fondazione avvenuta nel 1948. La guerra e il terrorismo si avventarono contro gli ebrei che tornavano agli inizi del ‘900 alla loro terra d'origine (e non dopo la Shoah, usandola strumentalmente per avere un pezzo di terra non loro, come la narrativa comune vorrebbe farci credere). Più avanti, non sono stati solo gli Stati Arabi a puntare alla distruzione di Israele ma anche l'Iran e la Turchia: tutto il mondo islamico sogna di infliggere questa sconfitta ai "miscredenti" all'ebraismo e al cristianesimo, e di tornare alle glorie dei tempi di Maometto e poi dell'Impero Ottomano.

L'Iran è la testa del fronte sciita che punta a dominare il mondo, la Turchia sunnita della Fratellanza Musulmana: ambedue hanno motivi religiosi per partecipare alla gara, sempre vincente, di chi brucia più bandiere con la Stella di David e si candida a uccidere più ebrei.

Quando si guarda al conflitto mediorientale credendolo Israelo-Palestinese, si perde di vista l'odio contro Israele di più di 400milioni di arabi e di più di un miliardo e mezzo di musulmani, un Paese di oltre 8 milioni di abitanti, di cui un milione e 88mila arabi e con eguali diritti e tenore di vita, viene così ritratto agli occhi del mondo come la parte forte contro una minoranza di vittime dell'imperialismo, del colonialismo, del capitalismo internazionale...

Lo schema che l'Occidente applica, pur di non affrontare la vera faccia del terremoto che scuote da sempre la regione, accetta in gran parte la lettura araba, e nasce dalla paura di mettere in sottordine lo scontro sciita-sunnita che uccide a centinaia di migliaia, il terrorismo palestinese che ha fatto migliaia di morti innocenti per le strade, Al Qaeda con l'11 di settembre, l'ISIS con le decapitazioni...Israele ne è la prima vittime e anche il primo antagonista guerriero ed è in un paradossale travisamento che l'Europa lo guardi con gli occhiali della Guerra Fredda e dell'Europa post nazionale: l'antisemitismo classico si è sommato all'odio tipico del globalismo europeo per l'identità nazionale di Israele, per l'ispirazione religiosa, per il disturbo che crea in una zona di dittature fallite un Paese tecnologicamente all'avanguardia, strenuamente democratico, dove gli omosessuali e le minoranze non devono nascondersi, dove le donne fanno il giudice o il manager indossano maniche corte e gonne al ginocchio. Israele disturba la globalizzazione selvaggia.

Dunque l'Europa invece di difenderlo, lo attacca, lo attaccano i giornali, i politici, gli intellettuali conformisti. A tutti questi non interessa affatto chi è il nemico di Israele, se il feroce Hamas islamista che ha appena dichiarato di non volere uno Stato palestinese ma "lo Stato islamico della Palestina" o Fatah che pretende di essere moderato e invece ha rifiutato ogni proposta di pace.

La baronessa Ashton, da Alto Rappresentante per la Politica Estera dell'UE, è un campione della fissazione israelofobica: mentre Assad ammazzava 240mila persone, lei protestava per un prigioniero che faceva lo sciopero della fame in un carcere israeliano ed emanava regole di boicottaggio per i prodotti dei "Territori occupati" che invece sono, anche secondo l'ONU, "disputati". Israele, costretto a una guerra indesiderata, conquistò zone occupate dalla Giordania e non da un mai esistito Stato Palestinese. Comunque, tutti i Paesi arabi riuniti a Khartoum nel 1967, rifiutarono con i loro famosi "3 no" (alla pace, alla trattativa, al riconoscimento) la restituzione di quei territori contesi proposta subito da Israele.

Perché il "no" vero è al legame degli ebrei con questa terra ritenuto lontano, discontinuo; così risultano illegali non solo i "territori" ma la nazione che non mai ha passato un momento della sua esistenza senza essere violentata dal terrorismo, dalla guerra, dall'odio religioso. E vi ha fatto coro la paura, l'interesse petrolifero, la stupidità e l'antisemitismo dell'Europa.

Israele non ha mai fatto niente che vagamente somigli all'aggressività e al razzismo dei suoi vicini. Però, si difende con determinazione con un ottimo esercito i cui soldati sono pronti al sacrificio: ma quest'estate, durante la guerra a Gaza lo si è accusato di pulizia etnica, di abiezione morale, di apartheid, di genocidio. In gran parte è colpa nostra, dei giornalisti, che per la maggior parte identificano la loro professione col raccontare l'oppressione dei palestinesi a causa della crudeltà israeliana.

Se non scrivi di questo, non sei un giornalista, se osi raccontare che Abu Mazen intitola le piazze ai terroristi, che gli assassini dei tre studenti uccisi sono considerati shahid, martiri, che è strano che il moderatissimo Abu Mazen faccia un governo di coalizione coi terroristi di Hamas, che il bambino-simbolo Mohammed al Dura non fu assassinato dagli israeliani ma solo forse morì in uno scontro a fuoco probabilmente per le pallottole palestinesi, che l'esercito segue il codice militare più morale del mondo, se spieghi che sgomberare i territori oggi può significare, come nel caso di Gaza, trovarsi dei missili iraniani puntati sul centro di Gerusalemme e sull'aeroporto.. la corporazione si adombra, ti guarda come un fissato, ci passa sopra. Così è accaduto a Gaza. La guerra non era solo a Gaza, milioni di israeliani venivano bombardati senza tregua: non se ne parlava che di striscio, solo Gaza era penosamente protagonista.

L'Europa così è stata coperta di cortei e slogan antisraeliani e antisemiti. Berlino cantava: "Ebrei vi prenderemo"; la Norvegia, il Belgio gridavano: "Uccidete gli ebrei"; a Parigi si attaccavano le sinagoghe. L'attacco antisemita aveva il segno dell'odio per Israele, l'accusa era "genocidio". Ora, la guerra del 9 luglio iniziò perché Hamas, attaccava kibbutz, ospedali, scuole, case, con missili a pioggia e dai tunnel; e Israele, molto reticente, dovette però rispondere per fermare i missili. La cosiddetta "vendetta" israeliana per il rapimento dei tre studenti uccisi, è una menzogna. Hamas ha provocato la guerra sparando da Gaza, una mossa strategica di grande propaganda e prestigio terrorista e anti Abu Mazen, puntando allo sradicamento dell'enclave ebraico in Medio Oriente.

Hamas non vuole "due Stati per due popoli": vuole eliminare gli ebrei e, in quanto Stato islamico, perseguita la minoranza cristiana. Ha scelto, proprio come gli Hezbollah, o l'ISIS, o Jabhat al Nusra, o al Qaeda, l'arma della violenza. Molti giornali non l'hanno raccontato, sono tornati alla "causa palestinese", alla distruzione, alla morte della gente di Gaza in guerra.

Un giornalista onesto, se non fosse stato terrorizzato da Hamas e non fosse stato convinto di avere come compito quello di documentare che Israele perseguita i palestinesi, avrebbe raccontato come i guerriglieri, vestiti come civili, avessero piazzato i lanciamissili e le imboccature dei tunnel dentro le case, nelle scuole, negli ospedali, dove era nascosto tutto lo stato maggiore di Hamas. Solo quattro giornalisti hanno testimoniato come fosse permesso raccontare null’altro se non dei feriti e dei morti palestinesi. Una volta fuori da Gaza hanno spiegato come i guerriglieri sparavano facendosi scudo della loro gente: se Israele cercava di neutralizzare i missili, ne scapitavano dunque, malgrado la volontà dell'esercito, anche gli scudi umani di Hamas.

Di questa storia la maggior parte dei lettori dei quotidiani sono stati tenuti all'oscuro. Invece, proprio l'esperienza nella Striscia avrebbe chiarito che la regione è un vulcano e che l'Islam radicale ne sia la miccia e la lava, un'ideologia che con le sue diverse incarnazioni ora scuote il mondo. Se un giornalista avesse avuto il gusto di mostrare ai suoi lettori, da vicino, i pilastri fondanti delle due parti in causa, avrebbe raccontato che la Carta di Hamas promette di ammazzare tutti gli ebrei, di creare il califfato mondiale, spiega che gli ebrei hanno causato la seconda mondiale e la rivoluzione francese, madre della democrazia, e quella russa, roba da miscredenti.

Uno sguardo alla società mostrerebbe un'immagine vicina a quella dell'ISIS, gli incappucciati uccisi in ginocchio senza processo per "collaborazionismo", un popolo affamato dai propri ricchissimi leader che non hanno condiviso con la popolazione civile i sussidi giganteschi ricevuti, un mondo di repressione islamista e di persecuzioni. Dall'altra parte invece una società appassionatamente e polemicamente democratica, determinata da un corpo di leggi egualitarie, un esercito severissimo con chi viola le regole di Ginevra, un giudiziario miracoloso per giustizia e equidistante, un parlamento dove sono elette anche le più aggressive minoranza arabe. Ma a noi tutto questo non è importato mai, non importa. E così l'Occidente conduce la sua strana guerra ideologica contro il migliore dei suoi difensori e alleati.

 

 


Quelle vittime israeliane la cui morte viene sempre minimizzata

 

Premessa: tratto da qui

 

Mentre i leader di tutto il mondo condannavano l’uccisione di quattro israeliani al ristorante Max Brenner di Tel Aviv (Max Brenner è uno dei marchi israeliani di cioccolata presi di mira dal boicottaggio), i media italiani e stranieri sbagliavano ancora una volta i titoli. Fra le vittime della strage, oltre a un ex commando delle forze di sicurezza israeliane e a due donne, anche un professore della Ben Gurion University, il sociologo e antropologo Michael Feige. Il ministero della Difesa, ora sotto la guida di Avigdor Lieberman, ieri ha promesso che “la vita a Yatta non sarà più uguale” (è il nome del villaggio palestinese da cui provengono i due terroristi). “Catturati gli aggressori”, ha titolato il sito di Repubblica, senza mai usare la parola “terroristi”. Il Corriere della Sera li chiamava invece “killer”. Dal Monde a Libération passando per il Nouvel Obs, tutta la stampa francese ha usato la parola “fusillade”: sparatoria.

 

La Cnn ha riportato dell’attentato mettendo fra virgolette la parola “terroristi”. La Bbc ha usato l’espressione “Tel Aviv shooting”, sparatoria, mentre le forze di sicurezza israeliane avevano già fermato i terroristi e non c’erano dubbi sulla matrice dell’attentato. Anche Sky News ha usato “Mass Shooting in Tel Aviv”, mentre il Guardian ha scritto: “Three Dead in Tel Aviv Market Shooting”. L’Independent ha fatto di peggio: “Tel Aviv shooting, three killed and six wounded in Israeli capital attack”. Non solo non c’è la parola “terrorismo”, ma Tel Aviv diventa “capitale” anziché Gerusalemme (l’Independent ha modificato il titolo dopo le proteste di Honest Reporting). Neppure il New York Times è riuscito a dire la verità e ha riferito dei terroristi come “Palestinian gunmen”. La migliore è stata la disinibita Fox News, che ha titolato: “Terror in Israel”. Era così difficile? Gli stessi media che hanno “sbagliato” i titoli, non hanno saputo o voluto mostrare le immagini dei palestinesi in festa a Gaza, a Hebron, a Tulkarem e alla Porta di Damasco a Gerusalemme, che hanno distribuito dolci ai passanti per celebrare l’attentato al ristorante di Tel Aviv.

 

I giornali e le televisioni di tutto il mondo non sembrano aver imparato niente da quando è scoppiata “l’Intifada dei coltelli”. Per dirla con Simon Plosker, direttore di Honest Reporting, “nessun giornale in Europa ha riconosciuto chi sta attaccando chi”. Vittima israeliana e terrorista palestinese sono sempre finiti sullo stesso piano. L’Independent anche allora era riuscito a strangolare la verità con uno sproposito di parole: “Ragazzo di sedici anni diventa la settima vittima palestinese delle forze di sicurezza dopo un accoltellamento a Gerusalemme”. Neppure il Telegraph, giornale conservatore inglese, ieri riusciva a scandire “terrorista”, così come a ottobre scrisse: “Forze di sicurezza israeliane uccidono altri quattro palestinesi”. “Palestinese ucciso dopo inseguimento della polizia a Gerusalemme”, era stato il capolavoro a ottobre di Msnbc. Ieri la rete americana ha riferito di un “mass shooting”, neanche fosse successo nella scuola Columbine. Su Sky News, neppure la parola “palestinese” è emersa: “Polizia israeliana: gli attacchi di Gerusalemme fanno tre morti”.

 

Il canale televisivo saudita al Arabiya è stato più onesto dei media occidentali, definendo “vittime” i morti israeliani. E Dahham al Enazi, membro dell’Associazione dei giornalisti sauditi, ha condannato così la strage: “L’uccisione di civili innocenti, come accaduto durante l’attacco di Tel Aviv, è terrorismo“. Terrorismo, non sparatoria. Altrettanto più onesta, nella sua sinistra franchezza, la giornalista di al Jazeera, Salma al Jamal, che ieri ha detto: “L’Operazione Ramadan è la migliore risposta alle storie sul ‘processo di pace'”. Anche molti comitati di redazione dalle nostre parti la sottoscriverebbero.

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org