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Miti e fatti: I Profughi

di Mitchell G. Bard

 

 

Miti da confutare


16.a. "Un milione di Palestinesi è stato espulso da Israele tra il 1947 ed il 1949".

16.b. "Gli Ebrei chiarirono fin dall'inizio che non avevano alcuna intenzione di vivere in pace con i loro vicini arabi".

16.c. "Gli Ebrei hanno creato il problema dei profughi espellendo i Palestinesi".

16.d. "L'invasione araba ha fatto poco danno agli Arabi palestinesi".

16.e. "I capi arabi non hanno mai incoraggiato i Palestinesi a fuggire".

16.f. "Gli Arabi palestinesi sono dovuti fuggire per non essere massacrati come era accaduto ai pacifici abitanti di Deir Yassin".

16.g. "Israele si è rifiutato di consentire ai Palestinesi di tornare alle loro case in modo che gli Ebrei potessero rubare i loro beni".

16.h. "Le risoluzioni dell'ONU chiedono ad Israele di rimpatriare tutti i profughi palestinesi".

16.i. "Israele ha bloccato i negoziati della Commissione di Conciliazione sulla Palestina".

16.j. "I Palestinesi che volevano tornare a casa non erano un pericolo per la sicurezza d'Israele".

16.k. "I profughi palestinesi sono stati ignorati da un mondo noncurante".

16.l. "I Paesi arabi hanno fornito gran parte dei fondi per l'aiuto ai profughi palestinesi".

16.m. "I Paesi arabi hanno sempre dato il benvenuto ai Palestinesi ed hanno fatto del loro meglio per risistemarli".

16.n. "Milioni di Palestinesi sono confinati in squallidi campi profughi".

16.o. "Israele ha costretto i profughi palestinesi a rimanere nei campi della Striscia di Gaza".

16.p. "I profughi sono sempre stati rimpatriati, soltanto ai Palestinesi è stato impedito di tornare a casa".

16.q. "Se i profughi palestinesi fossero stati rimpatriati, il conflitto arabo-israeliano sarebbe potuto terminare".

16.r. "Israele ha espulso altri Palestinesi nel 1967".

16.s. "L'UNRWA è un'organizzazione puramente umanitaria che non ha responsabilità alcuna per il terrore e l'istigazione che nascono nei campi profughi".



[I Miti in dettaglio]



16.a. [Mito]

"Un milione di Palestinesi è stato espulso da Israele tra il 1947 ed il 1949".

16.a. [Fatti]

I Palestinesi lasciarono le loro case nel 1947-1949 per diverse ragioni. Migliaia di ricchi Arabi partirono prevedendo una guerra, altre migliaia risposero agli appelli dei capi arabi di levarsi dal percorso delle armate d'invasione, una manciata fu espulsa, ma la maggior parte è semplicemente fuggita per non trovarsi nel bel mezzo di una battaglia.

Molti Arabi sostengono che da 800.000 ad 1.000.000 di Palestinesi sono diventati profughi nel 1947-1949. L'ultimo censimento fu compiuto dai Britannici nel 1945. Esso rinvenne circa 1.200.000 residenti permanenti arabi in _tutta_ la Palestina. Un censimento del 1949 compiuto dal Governo d'Israele contò 160.000 Arabi viventi nel paese dopo la guerra. Nel 1947 viveva un totale di 809.100 Arabi nel medesimo territorio [1]. Questo significa che non più di 650.000 Arabi palestinesi sarebbero potuti diventare profughi. Un rapporto del Mediatore ONU sulla Palestina totalizzò una cifra ancora minore - 472.000, e calcolò che soltanto 360.000 profughi arabi avevano chiesto aiuto [2].

Sebbene si sia sentito parlar molto sulle sventure dei profughi palestinesi, si dice molto poco degli Ebrei fuggiti dai paesi arabi. La loro situazione è stata per molto tempo precaria. Durante i dibattiti ONU del 1947, i capi arabi li minacciariono. Per esempio, il delegato egiziano disse all'Assemblea Generale: "Le vite di un milione di Ebrei nei paesi islamici sarebbero messe in pericolo dalla spartizione" [3].

Il numero degli Ebrei fuggiti dai Paesi arabi in Israele negli anni seguiti all'indipendenza d'Israele fu quasi il doppio del numero di Arabi che lasciarono la Palestina. A molti Ebrei fu consentito di portar via poco più della camicia che indossavano. Questi profughi non desideravano affatto essere rimpatriati. Si sente parlar poco di loro perché non sono rimasti profughi a lungo. Degli 820.000 profughi ebrei tra il 1948 ed il 1972, 586.000 furono sistemati in Israele con grande spesa, e senz'offerta alcuna di risarcimento da parte dei governi arabi che avevano confiscato i loro beni [3a]. Israele ha pertanto sempre sostenuto che ogni accordo per risarcire i profughi palestinesi deve comprendere anche un risarcimento arabo per i profughi ebrei. Finora i Paesi arabi si sono rifiutati di pagare qualsiasi risarcimento alle centinaia di migliaia di Ebrei che furono obbligati ad abbandonare i loro beni prima di fuggire da quei paesi.

Il contrasto tra le accoglienze dei profughi ebrei e dei palestinesi è reso ancora più evidente quando uno pensa alla differenza tra gli spaesamenti geografici e culturali esperiti dai due gruppi. La maggior parte dei profughi ebrei ha viaggiato per centinaia (ed alcuni per migliaia) di miglia verso un paesucolo i cui abitanti parlavano una lingua diversa. La maggior parte dei profughi arabi non ha mai lasciato la Palestina: essi viaggiarono per poche miglia fino all'altra parte della linea d'armistizio, rimanendo in seno all'ampia nazione araba a cui appartenevano linguisticamente, culturalmente ed etnicamente.

16.b. [Mito]

"Gli Ebrei chiarirono fin dall'inizio che non avevano alcuna intenzione di vivere in pace con i loro vicini arabi".

16.b. [Fatti]

In molte occasioni i capi ebrei chiesero agli Arabi di rimanere in Palestina e di diventare cittadini d'Israele. L'Assemblea degli Ebrei di Palestina emise quest'appello il 2 Ottobre 1947:

"Faremo tutto quel che potremo per mantenere la pace e stabilire una cooperazione vantaggiosa per entrambi [Ebrei ed Arabi]. È adesso, qui ed ora, proprio da Gerusalemme, che un appello deve uscire verso le nazioni arabe perché uniscano le loro forze con gli Ebrei e lo Stato ebraico che nascerà e lavorino spalla a spalla per il nostro bene comune, per la pace ed il progresso di [paesi] sovrani ed eguali [4].

Il 30 Novembre, il giorno dopo il voto di spartizione dell'ONU, l'Agenzia Ebraica annunziò: "Il tema principale dietro le celebrazioni spontanee a cui stiamo assistendo oggi è il desiderio della nostra comunità di cercare la pace e la sua determinazione ad ottenere una fruttuosa cooperazione con gli Arabi" [5].

La Proclamazione d'Indipendenza d'israele, emessa il 14 Maggio 1948, invitò inoltre i Palestinesi a rimanere nelle loro case e divenire eguali cittadini del nuovo Stato:

Nel mezzo di un'aggressione assurda, noi chiamiamo comunque gli abitanti arabi dello Stato d'Israele a mantenere le vie della pace ed a fare la loro parte nello sviluppo dello Stato, sulla base di una piena ed uguale cittadinanza ed adeguata rappresentatività in tutti i suoi corpi ed istituti ... Noi porgiamo la nostra mano in pace e da buoni vicini a tutti i paesi vicini ed ai loro popoli, e li invitiamo a cooperare con la nazione ebraica indipendente per il bene comune di tutti.

16.c. [Mito]

"Gli Ebrei hanno creato il problema dei profughi espellendo i Palestinesi".

16.c. [Fatti]

Se gli Arabi avessero accettato la risoluzione ONU del 1947, nessun Palestinese sarebbe divenuto un profugo, ed esisterebbe uno stato arabo indipendente accanto ad Israele. La responsabilità del problema dei profughi è degli Arabi.

L'inizio dell'esodo arabo si può far risalire alle settimane immediatamente seguenti all'annuncio della risoluzione di spartizione dell'ONU. I primi a partire erano circa 30.000 ricchi Arabi che previdero la guerra imminente e fuggirono nei paesi arabi vicini aspettandone la fine. Degli Arabi meno ricchi dalle città a popolazione mista della Palestina si trasferirono in cittadine completamente arabe per restare con i parenti o gli amici [6]. Alla fine del Gennaio 1948, l'esodo fu così allarmante che l'Alto Comitato Arabo-Palestinese chiese ai paesi arabi vicini di rifiutare il visto a questi profughi e di rendere i confini a loro impenetrabili [7].

Il 30 Gennaio 1948 il giornale di Giaffa Ash-Sha'ab, riferì: "I primi della nostra quinta colonna sono coloro che abbandonano le loro case ed attività e vanno a vivere altrove ... Al primo segno di guai essi se la filano per evitare di portare la loro parte del peso della lotta" [8].

Un altro giornale di Giaffa, As-Sarih (30 Marzo 1948) fustigò gli abitanti dei villaggi arabi presso Tel Aviv per aver "attirato la disgrazia su di noi 'abbandonando i villaggi'" [9].

Intanto, un capo del Comitato Nazionale Arabo ad Haifa, Hajj Nimer el-Khatib, disse che i soldati arabi a Giaffa stavano maltrattando i residenti. "Essi rapianvano persone e case. La vita valeva ben poco, e l'onore delle donne veniva profanato. Questo stato di cose indusse molti residenti [arabi] a lasciare la città sotto la protezione dei carri armati britannici" [10].

John Bagot Glubb, il comandante della Legione Araba di Giordania, disse: "I villaggi venivano frequentemente abbandonati prima ancora che fossero minacciati dall'avanzare della guerra" [11].

I resoconti della stampa contemporanea di grandi battaglie in cui un gran numero di Arabi fuggì mancano in modo palese di citare qualsiasi espulsione forzata da parte delle forze ebraiche. Si descrivono di solito gli Arabi come "in fuga" od "evacuando" le loro case. Quando si accusano i Sionisti di "espellere e spossessare" gli abitanti arabi di città come Tiberiade ed Haifa, la verità è ben diversa. Ambo le città erano nei confini dello Stato ebraico secondo lo schema di spartizione dell'ONU e per entrambe combatterono sia gli Ebrei che gli Arabi.

Le forze ebraiche si impossessarono di Tiberiade il 19 Aprile 1948 e l'intera popolazione araba di 6.000 persone fu evacuata sotto la supervisione militare britannica. Il Consiglio della Comunità Ebraica avrebbe poi emesso un comunicato: "Noi non li abbiamo spossessati: loro hanno scelto da sé questa via ... Che nessun cittadino tocchi i loro beni" [12].

Ai primi di Aprile, 25.000 Arabi (si stima) lasciarono l'area di Haifa in seguito ad un'offensiva delle forze irregolari capitanate da Fawzi al-Qawukji, ed a voci che l'aviazione araba avrebbe presto bombardato le zone ebraiche intorno al Monte Carmelo [13]. Il 23 Aprile l'Haganah prese Haifa. Un rapporto di polizia britannico da Haifa, datato 26 Aprile, spiegò che "gli Ebrei compiono ogni sforzo per persuadere la popolazione araba a restare ed a continuare le loro vite normali, a mantenere aperti i loro esercizi ed i loro affari, e di stare certi che le loro vite ed i loro possedimenti saranno al sicuro" [14]. Infatti, David Ben-Gurion aveva manadato Golda Meir ad Haifa per tentare di persuadere gli Arabi a restare, ma ella non riuscì a convincerli perché essi temevano di essere considerati traditori della causa araba [15]. Alla fine della battaglia, più di 50.000 Palestinesi se n'erano andati.

"Decine di migliaia di uomini, donne e bambini arabi fuggirono verso la periferia est della città in auto, camion, carretti ed a piedi in un tentativo disperato di raggiungere il territorio arabo finché gli Ebrei non catturarono il Ponte Rushmiya verso la Samaria e la Palestina del Nord e non li tagliarono fuori. Migliaia spinsero ogni natante disponibile, anche delle barche a remi, in acqua dalla costa per fuggire via mare verso San Giovanni d'Acri". - New York Times (23 Aprile 1948)

A Tiberiade ed Haifa, l'Haganah diede ordine che nessuno dei beni degli Arabi fosse toccato, ed ammonì che i trasgressori sarebbero stati severamente puniti. Ad onta di questi sforzi, tutti gli Arabi, salvo 5.000 o 6.000 evacuarono Haifa, e molti partirono con l'assistenza dei trasporti militari britannici.

Il delegato della Siria all'ONU, Faris el-Khouri, interruppe il dibattito all'ONU sulla Palestina per descrivere la presa di Haifa come un "massacro" e disse che quest'azione era "ulteriore prova che il 'programma sionista' è annichilire gli Arabi all'interno dello stato ebraico se si compie la partizione" [16].

Però il giorno dopo il rappresentante britannico all'ONU, Sir Alexander Cadogan, disse ai delegati che i combattimenti ad Haifa erano stati provocati alcuni giorni prima dai continui attacchi degli Arabi contro gli Ebrei, e che i resoconti di massacri e deportazioni erano erronei [17].

Lo stesso giorno (23 Aprile 1948) Jamal Husseini, il presidente dell'Alto Comitato Palestinese, disse al Consiglio di Sicurezza dell'ONU che invece di accettare l'offerta di tregua dell'Haganah, gli Arabi "preferivano abbandonare le loro case, le loro proprietà ed ogni cosa che possedevano al mondo e lasciare la città" [18].

Il Console Generale USA ad Haifa, Aubrey Lippincott, scrisse il 22 Aprile 1948, ad esempio, scrisse che "i capi arabi locali, dominati dal Muftì" stavano ordinando "a tutti gli Arabi di lasciare la città, e molti lo hanno fatto" [19].

Un ordine dell'esercito emesso il 6 Luglio 1948 chiarì che le città ed i villaggi arabi non si dovevano demolire o bruciare, e che gli abitanti arabi non dovevano essere espulsi dalle loro case [20].

Certo, l'Haganah impiegò la guerra psicologica per incoraggiare gli Arabi ad abbandonare alcuni villaggi. Yigal Allon, il comandante del Palmach (la "forza d'urto dell'Haganah") disse di aver fatto sì che degli Ebrei parlassero agli Arabi nei villaggi vicini e dicessero loro che una grande forza ebraica era in Galilea con l'intenzione di bruciare tutti i villaggi arabi nella regione del Lago Hula. Agli Arabi fu detto di andarsene finché erano in tempo e, secondo Allon, fecero proprio quello [21].

Nell'esempio più drammatico, nell'area Ramle-Lod, le truppe israeliane che cercavano di proteggere i loro fianchi ed alleviare la pressione sulla Gerusalemme assediata, costrinsero una parte della popolazione Araba a recarsi in un'area ad alcune miglia di distanza che era occupata dalla Legione Araba. "Le due cittadine avevano funto da base per le unità irregolari arabe, che avevano frequentemente attaccato i convogli ebraici e gli insediamenti vicini, bloccando al traffico ebraico la via principale per Gerusalemme" [22].

Come fu chiaro dalle descrizioni di ciò che accadde nelle città con la più grande popolazione araba, questi casi erano chiaramente le eccezioni, che spiegano solo una piccola parte dei profughi palestinesi.

16.d. [Mito]

"L'invasione araba ha fatto poco danno agli Arabi palestinesi".

16.d. [Fatti]

Una volta iniziata l'invasione nel Maggio 1948, la maggior parte degli Arabi rimasti in Palestina partirono per i paesi vicini. Sorprendentemente, anziché agire come una "quinta colonna" strategicamente rilevante che avrebbe combattuto gli Ebrei da dentro il paese, i Palestinesi scelsero di fuggire verso la sicurezza degli altri paesi arabi, confidando ancora di poter tornare. Uno dei principali nazionalisti palestinesi dell'epoca, Musa Alami, rivelò l'atteggiamento degli Arabi in fuga:

Gli Arabi di Palestina lasciarono le loro case, furono dispersi e persero tutto. Ma lì rimaneva una solida speranza: gli eserciti arabi erano alla vigilia del loro ingresso in Palestina per salvare il paese e riportare le cose al loro stato normale, punir l'aggressore e gettare l'oppressivo Sionismo con i suoi sogni e pericoli in mare. Il 14 Maggio 1948 folle di Arabi erano in piedi lungo le strade che portavano alle frontiere della Palestina, dando un benvenuto entusiasta agli eserciti che avanzavano. Passarono i giorni e le settimane, sufficienti per adempiere alla sacra missione, ma gli eserciti arabi non salvarono il paese. Non fecero altro che lasciarsi scappar di mano San Giovanni d'Acri, Sarafand, Lod, Ramle, Nazaret, gran parte del sud ed il resto del nord. Ed allora la speranza svanì (Middle East Journal, Ottobre 1949).

Come i combattimenti raggiunsero aree che erani prima rimaste tranquille, gli Arabi iniziarono a vedere la possibilità della sconfitta. Come la possibilità divenne realtà, la fuga degli Arabi crebbe - più di 300.000 partirono dopo il 15 Maggio - lasciando circa 160.000 Arabi nello Stato d'Israele [23].

Sebbene la maggior parte degli Arabi fosse fuggita prima del Novembre 1948, ce n'erano ancora che scelsero di partire perfino dopo la fine delle ostilità. Un esempio interessante è stato l'evacuazione di 3.000 Arabi da Faluja, un villaggio tra Tel Aviv e Bersabea:

Gli osservatori pensano che se fosse stata ben consigliata dopo l'armistizio israelo-egiziano, la popolazione araba avrebbe potuto restare, guadagnandoci. Essi affermano che il Governo israeliano aveva garantito la sicurezza delle persone e dei beni. Ma nessuno sforzo fu fatto dall'Egitto, dalla Transgiordania o perfino dalla Commissione di Conciliazione sulla Palestina per consigliare gli Arabi di Faluja ad agire in un modo o nell'altro (New York Times, 4 Marzo 1949).

"Il problema [dei profughi] fu una conseguenza diretta della guerra che i Palestinesi - e ... i Paesi arabi confinanti - avevano iniziato" - Lo storico israeliano Benny Morris, The Guardian, (21 Febbraio 2002).

16.e. [Mito]

"I capi arabi non hanno mai incoraggiato i Palestinesi a fuggire".

16.e. [Fatti]

C'è una congerie di prove che dimostrano che i Palestinesi furono incoraggiati a lasciare le loro case per aprire la strada agli eserciti arabi d'invasione.

The Economist, che spesso criticava i Sionisti, riferì il 2 Ottobre 1948: "Dei 62.000 Arabi che una volta vivevano ad Haifa non ne sono rimasti più di 5.000 o 6.000. Diversi fattori hanno contribuito alla loro decisione di cercar scampo nella fuga. Ci sono pochi dubbi ormai che il fattore più potente è stato l'annuncio radiofonico dell'Alto Comitato Arabo, che ordinava agli Arabi di andarsene ... Fu chiaramente intimato che quegli Arabi che fossero rimasti ad Haifa ed avessero accettato la protezione ebraica sarebbero stati trattati da rinnegati".

Il resoconto di Time della battaglia di Haifa (3 Maggio 1948) era simile: "L'evacuazione di massa, in parte stimolata dalla paura, in parte dagli ordini dei capi arabi, ha fatto del quartiere arabo di Haifa una città fantasma ... Ritirando i lavoratori arabi i loro capi speravano di paralizzare Haifa".

Benny Morris, lo storico che documentò casi in cui dei Palestinesi furono espulsi, scoprì anche che i capi arabi incoraggiarono i loro fratelli ad andarsene. Il Comitato Nazionale Arabo a Gerusalemme, seguendo le istruzioni dell'8 Marzo 1948 dell'Alto Comitato Arabo, ordinò che le donne, i bambini ed i vecchi di diverse parti di Gerusalemme abbandonassero le loro case: "Ogni opposizione a quest'ordine ... è un ostacolo alla guerra santa ... e nuocerà alle operazioni dei combattenti in questi distretti" (Middle Eastern Studies, Gennaio 1986).

Morris disse inoltre si dice che ai primi di Maggio delle unità della Legione Araba ordinarono l'evacuazione di tutte le donne ed i bimbi dalla cittadina di Beisan. Si dice che l'Esercito di Liberazione Arabo avesse ordinato l'evacuazione di un altro villaggio a sud di Haifa. La partenza delle donne e dei bambini, dice Morris, "infiacchì il morale degli uomini rimasti a guardare le case ed i campi, contribuendo infine all'evacuazione definitiva dei villaggi. Una simile evacuazione a due stadi - prima le donne ed i bambini, e gli uomini settimane dopo - si verificò a Qumiya nella Valle di Izreel, tra i Beduini di Awarna nella Baia di Haifa ed in diversi altri luoghi".

Chi diede simili ordini? Capi come il Primo Ministro iraqeno Nuri Said, che dichiarò: "Frantumeremo il paese con le nostre armi e distruggeremo ogni posto in cui gli Ebrei cercheranno rifugio. Gli Arabi dovrebbero portare le loro mogli ed i loro figli in zone sicure finché i combattimenti non saranno terminati" [24].

Il Segretario delll'Ufficio della Lega Araba a Londra, Edward Atiyah, scrisse nel suo libro "The Arabs": "Quest'esodo all'ingrosso fu dovuto in parte alla credenza degli Arabi, incoraggiati dalle millanterie di una stampa araba irrealistica e dalle irresponsabili esternazioni di alcuni capi arabi che sarebbe stata solo una questione di settimane prima che gli Ebrei fossero sconfitti dagli eserciti dei Paesi arabi e gli Arabi palestinesi avessero la possibilità di rientrare e riprendere possesso del loro paese" [25].

Nelle sue memorie, anche Haled al Azm, il Primo Ministro siriano del 1948-1949, ammise il ruolo arabo nell'aver persuaso i profughi a partire: "Sin dal 1948 noi abbiamo continuato a chiedere il ritorno dei profughi alle loro case. Ma siamo stati proprio noi ad incoraggiarli ad andarsene. Soltanto alcuni mesi separavano la nostra richiesta a loro perché se ne andassero ed il nostro appello alle Nazioni Unite perché emanassero una risoluzione sul loro ritorno" [26].

"I profughi confidavano che la loro assenza non sarebbe durata a lungo, e che sarebbero tornati entro una o due settimane", disse Monsignor George Hakim, un Vescovo cattolico greco-ortodosso [sic!] di Galilea, al giornale di Beirut Sada al-Janub (16 Agosto 1948). "I loro capi avevano promesso loro che gli eserciti arabi avrebbero schiacciato le 'bande sioniste' assai rapidamente e che non c'era motivo di farsi prendere dal panico o di temere un lungo esilio".

Il 3 Aprile 1949 la Near East Broadcasting Station (Cipro) disse: "Non si deve dimenticare che l'Alto Comitato Arabo incoraggiò la fuga dei rifugiati dalle loro case a Giaffa, Haifa e Gerusalemme" [27].

"I Paesi arabi incoraggiarono gli Arabi di Palestina a lasciare le loro case temporaneamente in modo da essere lontani dall'itinerario degli eserciti arabi d'invasione", secondo il giornale giordano Filastin (19 Febbraio 1949).

Un profugo citato nel giornale giordano Ad Difaa (6 Settembre 1954) disse: "I Governi arabi ci dissero: uscite cosicché noi si possa entrare. Usciti noi siamo, ma entrati non sono".

"Il Segretario Generale della Lega Araba, Azzam Pasha, rassicurò i popoli arabi che l'occupazione della Palestina e di Tel Aviv sarebbe stata tanto semplice quanto una passeggiata militare", disse Habib Issa nel giornale libanese di New York Al Hoda (8 Giugno 1951). "Egli rimarcò che essi erano già alla frontiera e che tutti i milioni che gli Ebrei avevano speso per la terra e lo sviluppo economico sarebbero stati facile bottino, poiché sarebbe stata una cosa semplice gettare gli Ebrei nel Mediterraneo ... Fu dato fraterno consiglio agli Arabi di Palestina di lasciare la loro terra, le loro case ed i loro beni e di stare temporaneamente negli stati fratelli e confinanti, per evitare che le armi degli eserciti arabi invasori li falciassero".

Il timore degli Arabi fu naturalmente esacerbato da panzane di atrocità ebraiche seguite all'attacco di Deir Yassin. La popolazione nativa non aveva capi che li calmassero; i loro portavoce, come l'Alto Comitato Arabo, agivano dalla sicurezza degli stati confinanti ed agirono più per suscitare timori che per placarli. I capi militari locali furono di consolazione scarsa o nulla. In un caso, il comandante delle truppe arabe a Safed si recò a Damasco. Il giorno dopo, i suoi soldati si ritirarono dalla città. Quando i residenti si resero conto di essere senza difesa, fuggirono in preda al panico [28].

Secondo il Dr. Walid al-Qamhawi, un ex-membro del Comitato Esecutivo dell'OLP, "furono il timore collettivo, il disintegrarsi del morale ed il caos in ogni campo ad esiliare gli Arabi di Tiberiade, Haifa e di dozzine di cittadine e villaggi" [29].

Come il panico si diffuse per tutta la palestina, il rivoletto di profughi divenne un fiume, arrivando ad oltre 200.000 al momento in cui il Governo provvisorio dichiarò l'indipendenza dello Stato d'Israele.

Perfino Re Abdullah di Giordania, scrivendo nelle sue memorie, incolpò i capi palestinesi del problema dei profughi:

"La tragedia dei Palestinesi fu che la gran parte dei loro capi li aveva paralizzati con promesse false ed infondate che essi non erano soli; che 80 milioni di Arabi e 400 milioni di Mussulmani sarebbero venuti in loro soccorso all'istante e per miracolo" [30].

"Gli eserciti arabi entrarono in Palestina per proteggere i Palestinesi dalla tirannia sionista, ma invece li abbandonarono, li costrinsero ad emigrare ed a lasciare la loro patria, e li rinchiusero in prigioni simili ai ghetti in cui vivevano un tempo gli Ebrei" - Il Portavoce dell'OLP Mahmud Abbas ("Abu Mazen") [31].

16.f. [Mito]

"Gli Arabi palestinesi sono dovuti fuggire per non essere massacrati come era accaduto ai pacifici abitanti di Deir Yassin".

16.f. [Fatti]

Le Nazioni Unite avevano deciso che Gerusalemme fosse una città internazionalizzata separata dagli stati arabo ed ebraico demarcati nella risoluzione di partizione. I 150.000 abitanti ebrei erano sotto costante pressione militare; i 2.500 Ebrei che vivevano nella Città Antica furono vittime di un blocco arabo che durò cinque mesi prima che fossero costretti alla resa il 29 Maggio 1948. Prima della resa, e per tutto l'assedio a Gerusalemme, i convogli ebraici tentarono di raggiungere la città per alleviare la scarsità di cibo, che in Aprile era divenuta critica.

Intanto le forze arabe, che si erano impegnate in imboscate sporadiche e disorganizzate fin dal Dicembre 1947, iniziarono un tentativo organizzato di tagliare la strada maestra che collegava Tel Aviv a Gerusalemme - l'unica via per i rifornimenti alla città. Gli Arabi controllavano diversi punti strategici che guardavano sulla strada e consentivano loro di sparare ai convogli che cercavano di portare rifornimenti alla città assediata. Deir Yassin era posto su una collina, ad un'altezza di poco meno di 800 metri, con una splendida vista sui dintorni, ed era posto a meno di un miglio dai sobborghi di Gerusalemme. La popolzione era di 750 abitanti [32].

Il 6 Aprile iniziò l'Operazione Nachshon, volta ad aprire la strada per Gerusalemme. Il villaggio di Deir Yassin fu compreso nella lista dei villaggi arabi che si dovevano occupare nel quadro dell'operazione. Il giorno dopo il comandante dell'Haganah David Shaltiel scrisse ai capi del Lehi e dell'Irgun:

"Ho saputo che avete in programma un attacco a Deir Yassin. Vorrei far notare che la presa e la tenuta di Deir Yassin sono una sola fase del nostro piano strategico. Non mi oppongo a che siate voi a condurre l'operazione, purché siate capaci di tenere il villaggio. Se non ci riuscite vi diffido dal farlo saltare in aria, perché i suoi abitanti lo abbandonerebbero, e le sue rovine e le sue case abbandonate verrebbero occupate da forze straniere ... Per giunta, se delle forze straniere lo rilevassero, questo ostacolerebbe il nostro piano strategico per la creazione di un campo d'aviazione" [33].

L'Irgun decise di attaccare Deir Yassin il 9 Aprile, mentre l'Haganah era ancora impegnata nella battaglia di Kastel. Questo fu il primo grande attacco dell'Irgun contro gli Arabi. Prima l'Irgun ed il Lehi avevano concentrato i loro attacchi contro i Britannici.

Secondo il capo dell'Irgun Menachem Begin, l'attacco fu condotto da 100 membri di quell'organizzazione; altri autori dicono che c'erano 132 uomini di ambo i gruppi. Begin affermò che un camioncino dotato di un altoparlante fu guidato fino all'ingresso del villaggio prima dell'attacco, ed emise un'avviso ai civili di evacuare la zona, cosa che molti fecero [34]. La maggior parte degli autori sostiene che l'avviso non fu mai emesso perché il camioncino con l'altoparlante finì in un fossato prima che potesse trasmetterlo [35]. Uno dei combattenti disse che il fossato fu colmato ed il camioncino proseguì verso il villaggio. "Uno di noi parlò all'altoparlante in Arabo, dicendo agli abitanti di gettar le armi e svignarsela. Non so se udirono, ma so che questi appelli non fecero effetto" [36].

Contrariamente a ciò che sostengono le storie revisioniste per cui la città era piena di pacifici innocenti, i residenti e dei soldati stranieri aprirono il fuoco sugli attaccanti. Un combattente descrisse la sua esperienza:

"La mia unità si lanciò all'attacco e superò la prima fila di case. Fui tra i primi ad entrare nel villaggio. C'eranno alcuni altri ragazzi con me, ognuno incoraggiando l'altro ad avanzare. In cima alla strada vidi un uomo con abiti color cachi che stava correndo in avandi. Pensai che fosse uno dei nostri e gli dissi: 'Avanza verso quella casa'. Improvvisamente si voltò, prese la mira col fucile e sparò. Era un soldato iraqeno, ed io fui colpito al piede" [37].

La battaglia fu feroce e durò diverse ore. L'Irgun subì 41 perdite, tra cui quattro morti.

Sorprendentemente, dopo il "massacro", l'Irgun scortò per tutta la cittadina un rappresentante della Croce Rossa e tenne una conferenza stampa. La successiva descrizione della battaglia compiuta dal New York Times fu in sostanza uguale a quella di Begin. Il Times disse che oltre 200 Arabi furono uccisi, 40 catturati e 70 donne e bambini poi liberati. Nell'articolo non si faceva cenno alcuno ad un massacro.

"Paradossalmente, gli Ebrei dicono che circa 250 dei 400 abitanti del villaggio [furono uccisi], mentre i superstiti arabi dicono solo 110 di 1.000" [38]. Uno studio dell'Università di Bir Zeit, basato su discussioni con ogni famiglia del villaggio, giunse ad una cifra di 107 civili arabi morti e 12 feriti, insieme con 13 "combattenti", prova che il numero dei morti fu inferiore al proclamato e che nel villaggio si erano acquartierati dei soldati [39]. Altre fonti arabe hanno poi suggerito che il numero avrebbe potuto essere anche inferiore [40].

Di fatto, gli attaccanti lasciarono aperta una via di fuga dal villaggio, ed oltre 200 residenti se ne andarono illesi. Per esempio, alle 9:30 del mattino, circa cinque ore dopo l'inizio del combattimento, il Lehi evacuò 40 vecchi, donne e bambini su un camion e li portò ad una base a Sheikh Bader. Poi gli Arabi furono portati a Gerusalemme Est. Vedendo gli Arabi in mano agli Ebrei sollevò il morale della gente di Gerusalemme, che era in quel momento demoralizzata dagli impasse nei combattimenti [41]. Un'altra fonte dice che 70 donne e bambini furono portati via e consegnati ai Britannici [42]. Se l'intento fosse stato massacrare gli abitanti, non si sarebbe evacuato nessuno.

Dopo che gli Arabi rimasti finsero la resa e poi spararono ai soldati ebrei, alcuni Ebrei uccisero indiscriminatamente soldati e civili arabi. Nessuna delle fonti specifica quante donne e bambini furono uccisi (il resoconto del Times dice che si trattò di circa la metà delle vittime; le cifre originali sulle perdite vennero dalla fonte Irgun), ma ce n'erano tra le vittime.

Almeno alcune delle donne che furono uccise erano divenute dei bersagli a causa di alcuni uomini che tentarono di camuffarsi da donna. Il comandante dell'Irgun riferì, ad esempio, che gli attaccanti "trovarono degli uomini vestiti da donna e pertanto iniziarono a sparare alle donne che non si affrettavano ad andare al luogo designato per raccogliere i prigionieri" [43]. Un'altra storia fu raccontata da un membro dell'Haganah che udì un gruppo di Arabi di Deir Yassin che dicevano: "Gli Ebrei scoprirono che i guerrieri arabi si erano camuffati da donne. Gli Ebrei perquisivano anche le donne. Una delle persone che veniva controllata, capì di essere stato scoperto, prese una pistola e colpì il comandante ebreo. I suoi nemici, pazzi di rabbia, spararono in ogni direzione ed uccisero gli arabi della zona" [44].

Al contrario di alcune affermazioni dei propagandisti arabi dell'epoca e qualcuna anche dopo, non si è mai potuto provare che una qualsiasi delle donne sia stata stuprata. Al contario, tutti gli abitanti del villaggio intervistati hanno negato l'accusa. Come molte affermazioni, questo fu un trucco propagandistico deliberato, ma che si ritorse contro i suoi autori. Hazam Nusseibi, che lavorava per il Servizio Radiodiffusione della Palestina nel 1948, ammise che gli fu detto da Hussein Khalidi, un capo arabo palestinese, di inventarsi le accuse di atrocità. Abu Mahmud, un residente a Deir Yassin nel 1948, disse a Khalidi: "Non c'è stato stupro", ma Khalidi rispose: "Noi dobbiamo dir questo, cosicché gli eserciti arabi vengano a liberare la Palestina dagli Ebrei". Nusseibeh disse alla BBC 50 anni dopo: "Questo è stato il nostro errore più grave. Non ci rendemmo conto di come avrebbe reagito il nostro popolo. Non appena essi udirono che delle donne erano state stuprate a Deir Yassin, i Palestinesi fuggirono terrorizzati" [45].

L'Agenzia Ebraica, non appena avuta notizia dell'attacco, espresse immediatamente il suo "orrore e disgusto". Essa inviò inoltre una lettera che esprimeva lo shock e la disapprovazione dell'agenzia al Re di Transgiordania Abdullah.

L'Alto Comitato Arabo sperava che dei resoconti esagerati su un "massacro" a Deir Yassin avrebbero scosso la popolazione dei paesi arabi e li avrebbe indotti a premere sui loro governi per intervenire in Palestina. Invece, l'impatto immediato fu stimolare un nuovo esodo palestinese.

Appena quattro giorni dopo la pubblicazioni degli articoli su Deir Yassin, una forza araba tese un'imboscata ad un convoglio ebraico che si recava all'Ospedale Hadassah, uccidendo 77 Ebrei, tra cui dottori, infermiere, pazienti, ed il direttore dell'ospedale. Altre 23 persone furono ferite. Questo massacro non ricevette molta attenzione, e non viene mai citato da chi è lesto a tirar fuori Deir Yassin. Comunque, ad onta di attacchi come questo contro la comunità ebraica in Palestina, in cui più di 500 Ebrei furono uccisi nei primi quattro mesi dopo la decisione di spartizione, gli Ebrei non fuggirono.

I Palestinesi sapevano, ad onta di tutta la loro retorica contraria, che gli Ebrei non stavano tentando di annichilirli; altrimenti non sarebbe stato permesso loro di evacuare Tiberiade, Haifa, od qualsiasi altra città catturata dagli Ebrei. Inoltre, i Palestinesi poterono trovar rifugio negli stati vicini. Ma gli Ebrei non avevano nessun luogo in cui rifugiarsi se lo avessero voluto. Erano pronti a combattere fino alla morte per il loro paese. E così fu per molti, dacché gli Arabi erano interessati ad annichilire gli Ebrei, come palesò il Segretario Generale della Lega Araba Azzam Pasha in un'intervista alla BBC alla vigilia della guerra (15 Maggio 1948): "Gli Arabi intendono condurre una guerra di sterminio ed uno straordinario massacro di cui si parlerà come dei massacri mongoli e delle Crociate".

I riferimenti a Deir Yassin sono rimasti per decenni un argomento fondamentale della propaganda anti-israeliana proprio perché l'incidente fu un caso unico.

16.g. [Mito]

"Israele si è rifiutato di consentire ai Palestinesi di tornare alle loro case in modo che gli Ebrei potessero rubare i loro beni".

16.g. [Fatti]

Israele non poteva semplicemente consentire a tutti i Palestinesi di tornare, ma ha sempre cercato una soluzione al problema dei profughi. La posizione d'Israele fu espressa da David Ben Gurion (1 Agosto 1948).

"Quando i Paesi arabi sono pronti a concludere un trattato di pace con Israele, questo problema potrà ricevere una soluzione costruttiva come parte della sistemazione generale, e con la giusta considerazione per le nostre controrichieste a proposito della distruzione di vite e beni ebraici, degli interessi a lungo termine delle popolazioni ebraica ed araba, della stabilità dello Stato d'Israele e della durevolezza delle basi della pace tra esso ed i suoi vicini, l'attuale posizione e destino delle comunità ebraiche nei paesi arabi, le responsabilità dei governi arabi per la loro guerra di aggressione e le loro responsabilità per le riparazioni, tutto questo conterà nella questione se, fino a che punto, ed a che condizioni, gli ex-residenti arabi del territorio d'Israele avranno il permesso di tornare [46].

Il Governo d'Israele non era indifferente alla piaga dei profughi; fu approvata un'ordinanza che creava un Amministratore delle Proprietà Abbandonate "per prevenire l'occupazione illegale di case vuote e sedi commerciali, per amministrare le proprietà senza padrone, e per garantire la coltivazione dei campi abbandonati, e salvare i raccolti ..." [47].

Il pericolo implicito nel rimpatrio non impedì ad Israele di consentire ad alcuni rifugiati di ritornare, e di offrirsi di riprenderne un numero sostanzioso come condizione per firmare un trattato di pace. Nel 1949 Israele si offrì di consentire alle famiglie che furono separate durante la guerra di ritornare, di sbloccare i conti dei profughi congelati nelle banche israeliane (furono alla fine sbloccati nel 1953), di risarcire le terre abbandonate e di rimpatriare 100.000 profughi [48].

Gli Arabi respinsero tutti i compromessi israeliani. Essi non intendevano compiere alcuna azione che potesse essere interpretata come riconoscimento d'Israele. Essi fecero del rimpatrio una precondizione per i negoziati, cosa che Israele rifiutò. Il risultato fu il confinamento dei profughi nei campi.

Ad onta della posizione presa dai Paesi arabi, Israele sbloccò i conti bancari congelati dei profughi arabi, il cui totale superava 10 milioni di Dollari, risarcì in contanti migliaia di richiedenti, e diede migliaia di ettari di terreno come proprietà alternative.

16.h. [Mito]

"Le risoluzioni dell'ONU chiedono ad Israele di rimpatriare tutti i profughi palestinesi".

16.h. [Fatti]

Le Nazioni Unite presero in mano il problema dei profughi ed adottarono la Risoluzione 194 l'11 Dicembre 1948. Essa chiedeva ai Paesi arabi e ad Israele di risolvere tutti i problemi aperti o direttamente, o con l'aiuto della Commissione di Conciliazione sulla Palestina creata da questa risoluzione. Inoltre, il Punto 11 sancisce:

" ... che ai profughi desiderosi di ritornare alle loro case _e di vivere in pace_ con i loro vicini si dovrebbe permettere di farlo non appena sia praticamente possibile, e che si dovrebbe pagare un risarcimento per i beni di coloro che scelgono di non tornare e per la perdita od il danno di beni che secondo i principi del diritto internazionale o dell'equità dovrebbero essere risarciti dai Governi o dalle autorità competenti. Ordina alla Commissione di Conciliazione di facilitare il rimpatrio, la _risistemazione_ e la riabilitazione economica e sociale dei profughi ed il pagamento dei risarcimenti ... " (sottolineature aggiunte).

Le parole sottolineate dimostrano che l'ONU ammetteva che non ci si poteva aspettare che Israele rimpatriasse una popolazione ostile che avrebbe potuto mettere la sua sicurezza a repentaglio. La soluzione al problema, come a tutti i precedenti problemi di profughi, richiedeva che

almeno alcuni Palestinesi si risistemassero in terra araba; inoltre la risoluzione coniuga il verbo "dovere" al condizionale [should] anziché all'indicativo [shall], cosa che dal punto di vista giuridico lo svuota del valore imperativo.

La risoluzione accoglieva gran parte delle preoccupazioni d'Israele a proposito dei profughi, ritenuti una potenziale quinta colonna se si consentiva loro di tornare senza condizioni. Gli Israeliani considerarono la soluzione del problema dei profughi una parte negoziabile di un complessivo piano di pace. Come spiegò il Presidente Chaim Weizmann: "Noi siamo ansiosi di aiutare queste risistemazioni, purché si stabilisca una vera pace ed i Paesi arabi facciano la loro parte. La soluzione del problema arabo si può ottenere solo attraverso uno schema di sviluppo di tutto il Medio Oriente, a cui le Nazioni Unite, i Paesi arabi ed Israele daranno ognuno il suo contributo" [49].

All'epoca gli Israeliani non si aspettavano che il problema dei profughi diventasse tanto importante; essi pensavano che i Paesi arabi avrebbero risistemato la maggior parte e che si potesse mettere a punto un compromesso sul resto nel contesto di un accordo complessivo. Ma gli Arabi non avevano più voglia di compromessi nel 1949 di quanta ne avessero nel 1947. Infatti, essi rigettarono la risoluzione ONU all'unanimità.

La discussione dell'ONU sui profughi era cominciata nell'estate del 1948, prima che Israele avesse ottenuto la piena vittoria militare; pertanto gli Arabi credevano ancora di poter vincere la guerra e consentire ai profughi di tornare trionfanti. La posizione araba fu espressa da Émile Ghoury, Segretario dell'Alto Comitato Arabo:

"È inconcepibile che si debbano rimandare i profughi alle loro case finché sono occupate dagli Ebrei, dacché questi ultimi li prenderebbero in ostaggio e li maltratterebbero. Questa proposta non è che un'evasione dalle responsabilità da parte dei responsabili. Sarà il primo passo per il riconoscimento arabo dello Stato d'Israele e della spartizione [50].

Gli Arabi chiesero che le Nazioni Unite affermassero il "diritto" dei Palestinesi di tornare alle loro case, e non intendevano accettare niente di meno finché la loro sconfitta non divenne a tutti evidente. Allora gli Arabi reinterpretarono la Risoluzione 194 come se avesse dato ai profughi il diritto assoluto al rimpatrio e da allora hanno sempre chiesto che Israele accettasse quest'interpretazione. In ogni caso, qualunque sia l'interpretazione, la 194, come le altre risoluzioni dell'Assemblea Generale, non è legalmente vincolante.

"La richiesta palestinese del 'diritto al ritorno' è completamente irrealistica e la si sarebbe potuta risolvere con risarcimenti monetari e la risistemazione nei Paesi arabi" - Il Presidente egizio Hosni Mubarak [51].

16.i. [Mito]

"Israele ha bloccato i negoziati della Commissione di Conciliazione sulla Palestina".

16.i. [Fatti]

Ai primi del 1949, la Commissione di Conciliazione sulla Palestina aprì i negoziati a Losanna. Gli Arabi insistettero che Israele cedesse il territorio perduto nei combattimenti del 1948 ed acconsentisse al rimpatrio. Gl Israeliani dissero alla commissione che la soluzione del problema dei profughi dipendeva dalla conclusione della pace.

Israele fece una sostanziosa offerta di rimpatrio durante questi negoziati. Il governo disse che avrebbe accettato 100.000 profughi nel quadro di una soluzione generale del problema. Israele sperava che ogni stato arabo prendesse un simile impegno. L'offerta fu respinta.

Il 1 Aprile 1950 la Lega Araba adottò una soluzione che vietava ai suoi membri di negoziare con Israele.

La CCP fece un'altro sforzo per riunire le parti nel 1951, ma alla fine gettò la spugna. Essa riferì:

"I Governi arabi ... non sono del tutto pronti ad implementare il paragrafo 5 della suddetta risoluzione, che richiede la completa composizione di tutte le questioni aperte tra loro ed Israele. I Governi arabi nei loro contatti con la commissione non hanno dimostrato alcuna disponibilità ad arrivare ad un simile accordo di pace con il Governo d'Israele [52].

16.j. [Mito]

"I Palestinesi che volevano tornare a casa non erano un pericolo per la sicurezza d'Israele".

16.j. [Fatti]

Quando si fecero i piani per costituire uno stato ai primi del 1948, i capi ebraici della Palestina si aspettarono che la nuova nazione avrebbe incluso una significativa popolazione araba. Dal punto di vista israeliano ai profughi era già stata data la possibilità di stare nelle loro case ed essere parte del nuovo stato. E circa 160.000 Arabi avevano scelto di farlo. Rimpatriare quelli che erano fuggiti sarebbe stato, nelle parole del Ministro degli Esteri Moshe Sharret, "pazzia suicida" [53].

Nel mondo arabo, i profughi furono visti come una potenziale quinta colonna dentro Israele. Come scrisse un giornale libanese:

"Il ritorno dei profughi dovrebbe creare una grande maggioranza araba che servirà come il più efficace dei mezzi per ripristinare il carattere arabo della Palestina, formando una possente quinta colonna per il giorno della vendetta e della resa dei conti" [54].

Gli Arabi credevano che il ritorno dei profughi avrebbe virtualmente garantito la distruzione d'Israele, un desiderio espresso dal Ministro degli Esteri Egizio Muhammad Salah ad-Din:

"È beninteso e ben noto che gli Arabi, chiedendo il ritorno dei profughi in Palestina, intendono il loro ritorno come signori della Madrepatria, non come schiavi. Ad essere più schietti, essi intendono la liquidazione dello Stato d'Israele" (Al Misri, 11 Ottobre 1949).

La sventura dei profughi non cambiò dopo la Guerra di Suez. Anzi, anche la retorica rimase invariata. Nel 1957, la Conferenza dei Profughi ad Homs, in Siria, approvò una risoluzione che affermava:

"Ogni discussione volta alla soluzione del problema palestinese che non si basi sull'assicurare il diritto dei profughi ad annientare Israele sarà ritenuta una profanazione del popolo arabo ed un atto di tradimento" (Beirut al Massa, 15 Luglio 1957).

Si può tracciare un parallelo con l'epoca della Rivoluzione Americana, durante la quale molti coloni fedeli all'Inghilterra fuggirono in Canada. I Britannici vollero che la neonata repubblica consentisse ai lealisti di tornare per rivendicare le loro proprietà. Benjamin Franklin respinse la proposta in una lettera a Richard Oswald, il negoziatore britannico, datata 26 Novembre 1782:

"I Vostri ministri esigono che noi si debba ricevere ancora nel nostro seno coloro che sono stati i nostri più amari nemici e restituire le loro proprietà a coloro che hanno distrutto le nostre: e questo quando le ferite che ci hanno inflitto sanguinano ancora!" [55].

16.k. [Mito]

"I profughi palestinesi sono stati ignorati da un mondo noncurante".

16.k. [Fatti]

L'Assemblea Generale in seguito votò, il 19 Novembre 1948, la fondazione del Sollievo delle Nazioni Unite per i Profughi Palestinesi (UNRPR) per somministrare aiuti ai profughi. L'UNRPR fu sostituita l'8 Dicembre 1949 dall'Agenzia per il Sollievo ed i Lavori delle Nazioni Unite (UNWRA), a cui fu dato un bilancio di 50 Milioni di Dollari.

L'UNWRA fu progettata per continuare il programma di sollievo iniziato dall'UNRPR, sostituire le erogazioni dirette con lavori pubblici e promuovere lo sviluppo economico. Nell'ideale dei proponenti il piano, le erogazioni dirette sarebbero state quasi completamente sostituite da lavori pubblici, e l'assistenza residua sarebbe stata fornita dai governi arabi.

L'UNRWA aveva poche possibilità di successo però, dacché cercava di risolvere un problema politico con mezzi economici. A metà degli anni '50 era diventato evidente che né i profughi né i Paesi Arabi erano disposti a cooperare ai progetti di sviluppo su larga scala originariamente previsti dall'Agenzia come strumento per alleviare la situazione dei Palestinesi. I Governi arabi, e gli stessi profughi, non erano disposti a contribuire ad un qualsiasi piano che si potesse interpretare come un incoraggiamento a risistemarsi. Essi preferirono aggrapparsi alla loro interpretazione della Risoluzione 194, che essi ritenevano avrebbe alla fine portato al rimpatrio.

Profughi palestinesi registrati dall'UNRWA [56]:

............ (1) - (2) - ..... (3) - ..... (4)

Giordania ...... - .10 - 1.639.718 - ..287.951 Libano ......... - .12 - ..382.973 - ..214.728 Siria .......... - .10 - ..391.651 - ..109.466 Cisgiordania ... - .19 - ..607.770 - ..163.139 Striscia di Gaza - ..8 - ..852.626 - ..460.031

Totale ......... - .59 - 3.874.738 - 1.235.315

(1) = Zona di operazioni (2) = Campi ufficiali (3) = Rifugiati censiti (4) = Rifugiati censiti nei campi

16.l. [Mito]

"I Paesi arabi hanno fornito gran parte dei fondi per l'aiuto ai profughi palestinesi".


16.l. [Fatti]

Mentre i profughi ebrei dai Paesi arabi non ricevettero aiuti internazionali, i Palestinesi ricevettero milioni di dollari attraverso l'UNRWA. All'inizio, gli Stati Uniti diedero un contributo di 25 Milioni di Dollari, ed Israele di appena 3 Milioni. L'impegno totale arabo ammontò a circa 600.000 Dollari. Per i primi 20 anni, gli Stati Uniti hanno fornito più di due terzi dei fondi, mentre i Paesi arabi continuarono ad offrirne solo una porzioncella. Israele ha dato più soldi all'UNRWA della maggior parte dei Paesi arabi. I Sauditi non hanno raggiunto il contributo israeliano fino al 1973, il Kuwait e la Libia non lo raggiunsero fino al 1980. Addirittura, nel 1994 Israele ha dato più denaro all'UNRWA di tutti i Paesi arabi salvo l'Arabia Saudita, il Kuwait, il Marocco.

Gli Stati Uniti sono di gran lunga il maggior contribuente all'organizzazione, che ha donato quasi 90 Milioni di Dollari, circa il 31% delle entrate dell'organizzazione (293 Milioni di Dollari). Intanto, pur con tutta la retorica sul sostegno alla Palestina, i paesi arabi hanno contribuito solo per il 2% al bilancio dell'UNRWA [57].

Dopo aver trasferito la responsabilità per praticamente tutta la popolazione palestinese in Cisgiordania ed a Gaza all'Autorità Palestinese, Israele non controlla più alcun campo profughi ed ha smesso di contribuire all'UNRWA. Nel frattempo, oltre a ricevere un'erogazione annuale dall'UNRWA per i profughi, l'AP ha ricevuto miliardi di dollari in aiuti internazionali, eppure non è ancora riuscita a costruire una sola casetta per consentire ad una sola famigliola di uscire da un campo profughi ed avere una residenza permanente. Dato l'ammontare degli aiuti (circa 5 Miliardi e mezzo di Dollari fin dal 1993) che l'AP ha ricevuto, è scioccante ed offensivo che più di mezzo milione di Palestinesi sia obbligato dai suoi stessi capi a rimanere in squallidi campi.

16.m. [Mito]

"I Paesi arabi hanno sempre dato il benvenuto ai Palestinesi ed hanno fatto del loro meglio per risistemarli".

16.m. [Fatti]

La Giordania è stata l'unico paese arabo a dare il benvenuto ai Palestinesi ed ad offrir loro la cittadinanza (fino ad oggi la Giordania è l'unico paese arabo dove i Palestinesi, intesi come gruppo, possono diventare cittadini). Re Abdullah considerava gli Arabi palestinesi ed i Giordani un popolo solo. Nel 1950 egli annesse la Cisgiordania e vietò l'uso del termine "Palestina" nei documenti ufficiali [58].

Sebbene la demografia mostrasse che c'era ampio spazio per il reinsediamento in Siria, Damasco rifiutò di prendere in considerazione l'accettare qualsiasi profugo, salvo quelli che avrebbero potuto rifiutare il rimpatrio. La Siria ha inoltre rifiutato di risistemare 85.000 profughi nel 1952-1954, sebbene le fossero stati offerti aiuti internazionali a questo scopo. Anche dall'Iraq ci si aspettava che accettasse un gran numero di profughi, ma si dimostrò riluttante. Il Libano insisteva che spazio per i Palestinesi non ne aveva. Nel 1950 l'ONU tentò di risistemare 150.000 profughi da Gaza in Libia, ma ebbe un altolà dall'Egitto.

Dopo la guerra del 1948, l'Egitto controllava la Striscia di Gaza ed i suoi abitanti (più di 200.000), ma rifiutò di lasciar entrare i Palestinesi in Egitto o di consentir loro di trasferirsi altrove. Il modo in cui l'Egitto trattava i Palestinesi a Gaza era tanto orribile che la radio dell'Arabia Saudita paragonò il regime di Nasser a Gaza al dominio hitleriano nell'Europa occupata durante la 2^ Guerra Mondiale [59].

Nel 1952 l'UNWRA costituì un fondo di 200 Milioni di Dollari per offrire casa e lavoro ai profughi, ma esso rimase intatto.

"I Paesi Arabi non vogliono risolvere il problema dei profughi. Vogliono mantenerlo come una piaga aperta, come affronto alle Nazioni Unite ed arma contro Israele. Non gliene importa nulla ai capi arabi se i profughi vivono o muoiono" - L'ex-direttore dell'UNRWA Ralph Garroway, Agosto 1958 [60].

Negli anni seguenti è cambiato ben poco. I governi arabi hanno spesso offerto lavoro, casa, terra ed altri benefici ad Arabi e non-Arabi, salvo i Palestinesi. Per esempio, l'Arabia Saudita decise di non adoperare i profughi palestinesi per alleviare la sua carenza di manodopera a cavallo tra gli anni '70 ed '80, ed reclutò invece migliaia di Sud-coreani ed altri Asiatici per coprire i posti.

La situazione è addirittura peggiorata dopo la [Prima] Guerra del Golfo. Il Kuwait, che impiegava un gran numero di Palestinesi, ma aveva negato loro la cittadinanza, ne espulse più di 300.000. "Se della gente è una minaccia per la sicurezza, come stato sovrano abbiamo il diritto di escludere chiunque non vogliamo", disse l'Ambasciatore kuwaitiano negli Stati Uniti Saud Nasir As-Sabah (Jerusalem Report, 27 Giugno 1991).

Al giorno d'oggi, i profughi palestinesi in Libano non hanno diritti sociali e civili, ed un accesso assai limitato alle cure mediche ed all'istruzione. La maggior parte si affida esclusivamente all'UNRWA come unica fornitrice di istruzione, sanità, sussidi e servizi sociali. Considerati stranieri, ai profughi palestinesi la legge vieta di lavorare in oltre 70 mestieri e professioni [61].

I profughi palestinesi ritennero l'ONU responsabile del miglioramento della loro condizione; eppure, molti Palestinesi erano infelici del trattamento ricevuto dai loro fratelli arabi. Alcuni, come il leader nazionalista palestinese Musa Alami, erano increduli: "È vergognoso che i Governi arabi impediscano ai profughi arabi di lavorare nei loro paesi e chiudano loro le porte in faccia e li imprigionino nei campi" [62]. Ma la maggior parte dei profughi concentrò il loro scontento sui "Sionisti", incolpando della loro sventura loro, anziché gli eserciti arabi sconfitti.

16.n. [Mito]

"Milioni di Palestinesi sono confinati in squallidi campi profughi".

16.n. [Fatti]

A metà del 2001, il numero dei profughi palestinesi nei ruoli UNRWA era salito a 3,9 milioni, cinque o sei volte il numero che aveva lasciato la Palestina nel 1948. Un terzo dei profughi palestinesi registrati, circa 1,2 milioni, vive in 59 campi profughi riconosciuti in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Gli altri due terzi dei profughi registrati vivono nelle città e cittadine (o nei loro paraggi) dei paesi ospiti, ed in Cisgiordania ed a Gaza, spesso nei paraggi dei campi profughi ufficiali [63].

16.o. [Mito]

"Israele ha costretto i profughi palestinesi a rimanere nei campi della Striscia di Gaza".

16.o. [Fatti]

Durante gli anni in cui Israele ha controllato la Striscia di Gaza, si è fatto uno sforzo consistente per dare una residenza stabile ai Palestinesi. I Palestinesi si opposero perché gli abitanti frustrati ed amareggiati dei campi fornivano manodopera alle diverse fazioni terroristiche. Inoltre, i Paesi arabi abitualmente spingevano per l'adozione di risoluzioni ONU che chiedessero ad Israele di desistere dal trasferire i profughi palestinesi dai campi a Gaza ed in Cisgiordania. Essi preferivano tenere i Palestinesi come simbolo dell'oppressione israeliana.

Ora i campi sono nelle mani dell'Autorità Palestinese, ma poco si fa per migliorare la condizione dei Palestinesi che ci vivono. La giornalista Netty Gross visitò Gaza e chiese ad un funzionario perché i campi del luogo non erano stati smantellati. Le si rispose che l'Autorità Palestinese aveva preso la "decisione politica" di non far nulla per gli oltre 400.000 Palestinesi che vivevano nei campi finché non avessero luogo i negoziati conclusivi con Israele (Jerusalem Report, 6 Luglio 1998). Fino ad oggi, l'AP non ha usato un cent dei miliardi di dollari di aiuti stranieri che ha ricevuto per costruire alloggi permanenti per i profughi.

16.p. [Mito]

"I profughi sono sempre stati rimpatriati, soltanto ai Palestinesi è stato impedito di tornare a casa".

16.p. [Fatti]

Ad onta dell'intransigenza araba, nessuno pensava che il problema dei profughi sarebbe durato. John Blandford Jr., il Direttore dell'UNRWA, scrisse nel suo rapporto del 29 Novembre 1951 che egli si aspettava che i Governi arabi si assumessero la responsabilità dei sussidi entro il Luglio 1952. Inoltre, Blandford evidenziava la necessità di por fine ai sussidi: "La continuazione dei sussidi porta inevitabilmente in sé il germe del deterioramento umano" [64].

Ed infatti i Palestinesi sono gli unici profughi divenuti i pupilli della comunità internazionale.

L'assenso d'Israele ad indennizzare i Palestinesi fuggiti nel 1948 si può confrontare con il trattamento dei 12 milioni e mezzo di Tedeschi in Polonia e Cecoslovacchia, che furono espulsi dopo la Seconda Guerra Mondiale, e fu permesso loro di portar con sé solo ciò che potevano trasportare. Essi non ricevettero alcun indennizzo per i patrimoni confiscati. Gli effetti della Seconda Guerra mondiale sui confini e sulla popolazione della Polonia furono considerati "fatto compiuto" che non si poteva annullare dopo la guerra.

Un altro paese notevolmente colpito dalla guerra fu la Finlandia, che fu obbligata a cedere quasi un ottavo del suo territorio e ad assorbire oltre 400.000 profughi (l'11% della popolazione del paese) dall'Unione Sovietica. Al contrario d'Israele, questi erano gli _sconfitti_ della guerra. Non ci fu aiuto alcuno per risistemarli.

Forse una delle migliori analogie si può trovare nell'integrazione di 150.000 profughi turchi dalla Bulgaria nel 1950. La differenza tra il trattamento dei loro profughi da parte dei Turchi ed il trattamento dei Palestinesi da parte degli Arabi era l'atteggiamento dei rispettivi governi.

"La Turchia ha avuto un problema di profughi più grave della Siria o del Libano, e quasi altrettanto grave dell'Egitto. Ma raramente ne senti parlare perché i Turchi hanno fatto un così buon lavoro a risitemarli ... La grande differenza è nello spirito. I Turchi, pur assai riluttanti ad assumersi quel fardello, lo accettarono come una responsabilità e si misero all'opera per risolverlo il più in fretta possibile [65].

Se i Paesi arabi avessero voluto alleviare le sofferenze dei profughi, avrebbero potuto facilmente adottare un atteggiamento simile a quello della Turchia.

Un altro massiccio trasferimento di popolazione derivò dalla spartizione dell'India e del Pakistan nel 1947. Gli otto milioni di Indù che abbandonarono il Pakistan, ed i sei milioni di Mussulmani che lasciarono l'India temevano di divenire una minoranza nei loro rispettivi paesi. Come i Palestinesi, queste persone non volevano trovarsi nel mezzo della violenza che si era impadronita delle loro nazioni. Contrariamente al conflitto arabo-israeliano però, lo scambio di popolazioni fu considerato la miglior soluzione al problema delle relazioni tra le due comunità all'interno di ognuno dei due stati. Ad onta dell'enorme numero di profughi e della relativa povertà delle due nazioni coinvolte, non furono create organizzazioni speciali internazionali di sussidio per aiutarli nel reinsediamento.

"... Se ci fosse uno Stato palestinese, perché mai vorrebbero i suoi capi che i loro potenziali cittadini fossero rimpatriati in un altro stato? Dal punto di vista della costruzione della nazione, non ha senso alcuno. Infatti, le prime discussioni sul rimpatrio ci furono in un periodo in cui non c'era speranza alcuna di uno Stato palestinese. Ora che emerge la possibilità che quello stato nasca, i Palestinesi devono decidere se essi vogliono considerarsi uno stato legittimo od è per loro più importante conservare la loro autodefinizione di profughi oppressi e senza stato. Non possono proprio essere ambo le cose" - Fredelle Spiegel [66].

16.q. [Mito]

"Se i profughi palestinesi fossero stati rimpatriati, il conflitto arabo-israeliano sarebbe potuto terminare".

16.q. [Fatti]

Israele ha sempre cercato una soluzione al problema dei profughi, ma semplicemente non poteva consentire a tutti i Palestinesi di ritornare.

"Nessun paese, qualunque siano le ragioni ed i torti passati, potrebbe pensare di accogliere una quinta colonna di quelle dimensioni. E sarebbe proprio una quinta colonna: gente per vent'anni [nel 1967] allevata nell'odio e totalmente dedita alla sua distruzione. Riammettere i profughi equivarrebbe all'ammissione negli USA di circa 70 milioni di nemici giurati della nazione" [67].

Nel frattempo gli Arabi rifiutavano inflessibilmente di negoziare un accordo separato. Il punto cruciale era la riluttanza dei Paesi arabi ad accettare l'esistenza d'Israele. Questo era esemplificato dagli atti bellicosi del Presidente egizio Nasser verso lo Stato ebraico, che non avevano nulla a che fare con i Palestinesi. Egli era interessato ai profughi solo in quanto potessero contribuire al suo scopo ultimo. Come disse in un'intervista del 1 Settembre 1961: "Se i profughi tornano in Israele, Israele cesserà di esistere" [68].

16.r. [Mito]

"Israele ha espulso altri Palestinesi nel 1967".

16.r. [Fatti]

Dopo aver ignorato gli avvertimenti israeliani a star fuori dalla guerra, Re Hussein lanciò un attacc a Gerusalemme, la capitale d'Israele. L'UNRWA ha stimato che durante i combattimenti 175.000 dei suoi assistiti sono fuggiti per la seconda volta e circa 350.000 sono fuggite per la prima volta. Circa 200.000 si trasferirono in Giordania, 115.000 in Siria e circa 35.000 lasciarono il Sinai per l'Egitto. La maggior parte degli Arabi che partì veniva dalla Cisgiordania.

Israele consentì ad alcune famiglie cisgiordane di tornare. Nel 1967 furono riunite più di 9.000 famiglie, e fino al 1971 Israele aveva riammesso 40.000 profughi. Di contro, nel Luglio 1968 la Giordania proibì alle persone che volevano restare in Transgiordania di emigrare dalla Cisgiordania e da Gaza [69].

Quando il Consiglio di Sicurezza autorizzò U Thant ad inviare un rappresentante per indagare sul benessere dei civili dopo la guerra, egli ordinò alla missione di indagare sul trattamento delle minoranze ebraiche nei paesi arabi, non solo su quello degli Arabi nel territorio occupato da Israele. La Siria, l'Iraq e l'Egitto rifiutarono di consentire al rappresentante ONU di compiere la sua indagine [70].

16.s. [Mito]

"L'UNRWA è un'organizzazione puramente umanitaria che non ha responsabilità alcuna per il terrore e l'istigazione che nasce nei campi profughi".

16.s. [Fatti]

Il Capo dell'Ufficio Pubbliche Informazioni dell'UNRWA, Paul McCann, ha sostenuto che "l'UNRWA è scrupolosa nel proteggere le sue strutture dall'abuso da parte di qualsiasi persona o gruppo. Solo una volta, in Libano, nel 1982, ci sono state prove credibili di tale abuso da parte dei Palestinesi, ed abbiamo prontamente affrontato il problema" [71].

Il fatto è che i campi profughi sono stati a lungo dei nidi di terrorismo, ma la prova non è stata resa pubblica che dopo l'Operazione Scudo di Difesa condotta da Israele ai primi del 2002. Si è scoperto che i campi gestiti dall'UNRWA in Cisgiordania avevano delle fabbriche di armi leggere, laboratori per esplosivi, riserve di armi ed un gran numero di bombaroli suicidi ed altri terroristi che si facevano scudo dei profughi.

L'aver mancato l'UNRWA di riferire queste attività o di prevenirle viola le stesse convenzioni delle Nazioni Unite. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza impongono ai rappresentanti dell'UNRWA di intraprendere "azioni appropriate per contribuire a creare un ambiente sicuro" in tutte "le situazioni in cui i profughi [sono] ... vulnerabili all'infiltrazione di elementi armati". A proposito dell'Africa, il Segretario Generale dell'ONU Kofi Annan disse che i campi profughi dovrebbero "essere tenuti liberi da ogni presenza od equipaggiamento militare, comprese le armi e le munizioni" [72]. La stessa norma vale per i territori contesi.

Anche le scuole sotto la giurisdizione dell'UNRWA sono problematiche. L'UNRWA si prende il merito di aver aiutato lo sviluppo dei curricula palestinesi che, tra l'altro, non mostrano Israele in alcuna mappa. Le scuole sono inoltre piene di poster e tabernacoli [shrines] dedicati ai bombaroli suicidi. Nel 1998, il Dipartimento di Stato chiese all'UNRWA di indagare sulle accuse che i testi di studio dell'Autorità Palestinese contenevano frasi antisemitiche. Un libro insegnava che "Tradimento e slealtà sono tratti caratteriali degli Ebrei", ma l'UNRWA rispose che questa non era un'offesa perché descriveve "fatti storici" realmente accaduti. Il Dipartimento di Stato alla fine riferì al Congresso che "l'indagine dell'UNRWA rivelava casi di caratterizzazione e contenuto antisemita" nei libri di testo dell'AP [73].



[Note]
[1] Arieh Avneri, The Claim of Dispossession, (NJ: Transaction Books,
1984), p. 272;
Kedar, Benjamin. The Changing Land Between the Jordan and the Sea.
(Israel: Yad Izhak Ben-Zvi Press, 1999), p. 206;
Paul Johnson, A History of the Jews, (NY: Harper & Row, 1987), p. 529.
[2] Rapporto sui progressi del Mediatore delle Nazioni Unite sulla
Palestina, presentato al Segretario Generale per l'inoltro ai membri
delle Nazioni Unite, Verbali Ufficiali dell'Assemblea Generale: Terza
Sessione, Supplemento No.11 (A\648), Parigi 1948, p. 47 e Supplemento
No. 11A (A\689, and A\689\Add.1, p. 5;
"Conclusioni dal Rapporto sui progressi del Mediatore delle Nazioni
Unite sulla Palestina" (16 Settembre 1948), U.N. doc. A/648 (parte uno,p. 29; parte due, p. 23 e parte tre, p. 11), (18 Settembre 1948).
[3] New York Times, (25 Novembre 1947).
[3a] Avneri, p. 276.
[4] David Ben-Gurion, Rebirth and Destiny of Israel, (NY: Philosophical
Library, 1954), p. 220.
[5] Isi Liebler, The Case For Israel, (Australia: The Globe Press,
1972), p. 43.
[6] Joseph Schechtman, The Refugee in the World, (NY: A.S. Barnes and Co., 1963), p. 184.
[7] I.F. Stone, This is Israel, (NY: Boni and Gaer, 1948), p. 27.
[8] Ash Sha'ab, (30 Gennaio 1948).
[9] As Sarih, (30 Marzo 1948).
[10] Avneri, p. 270.
[11] London Daily Mail, (12 Agosto 1948).
[12] New York Times, (23 Aprile 1948).
[13] Howard Sachar, A History of Israel: From the Rise of Zionism to Our Time, (NY: Alfred A. Knopf, 1979), p. 332; Avneri, p. 270.
[14] Memorandum segreto datato 26 Aprile 1948, del Sovraintendente della Polizia, sulla situazione generale ad Haifa. Vedasi anche il suo memorandum del 29 Aprile.
[15] Golda Meir, My Life, (NY: Dell, 1975), pp. 267-268.
[16] New York Times, (23 Aprile 1948).
[17] London Times, (24 Aprile 1948).
[18] Schechtman, p. 190.
[19] Foreign Relations of the U.S. 1948 [Relazioni internazionali degli USA nel 1948], Vol. V, (DC: GPO, 1976), p. 838.
[20] Tom Segev, 1949: The First Israelis, (NY: The Free Press, 1986),pp. 27-28.
[21] Yigal Allon in Sefer ha-Palmach, citato in Larry Collins and
Dominique Lapierre, O Jerusalem! [titolo italiano: "Gerusalemme,
Gerusalemme"], (NY: Simon and Schuster, 1972), p. 337;Yigal Allon, My Father's House, (NY: W.W Norton and Company, Inc.,1976), p. 192.
[22] Benny Morris,"Operation Dani and the Palestinian Exodus from Lydda and Ramle in1948," Middle East Journal,Inverno 1986)pp.8283.
[23] Terence Prittie, "Middle East Refugees," in Michael Curtis, et al.,The Palestinians, (NJ: Transaction Books, 1975), p. 52.
[24] Myron Kaufman, The Coming Destruction of Israel, (NY: The American Library Inc., 1970), pp. 26-27.
[25] Edward Atiyah,The Arabs,London: Penguin Books, 1955), p. 183.
[26] The Memoirs of Haled al Azm,(Beirut,1973),Part1pp. 386-387.
[27] Samuel Katz, Battleground-Fact and Fantasy in Palestine, (NY:
Bantam Books, 1985), p. 15.
[28] King Abdallah, My Memoirs Completed, (London: Longman Group, Ltd.,1978), p. xvi. [Normalmente è scritto Abdullah, nelle sue memorie è scritto Abdallah - NdA].
[29] Schechtman, p. 186.
[30] Yehoshofat Harkabi, Arab Attitudes To Israel, (Jerusalem: Israel Universities Press, 1972), p. 364.
[31] Falastin a-Thaura, (Marzo 1976).
[32] "Dayr Yasin," Bir Zeit University.
[33] Dan Kurzman, Genesis 1948, (OH: New American Library, Inc., 1970), p. 141.
[34] Menachem Begin, The Revolt, (NY: Nash Publishing, 1977), pp.
xx-xxi, 162-163.
[35] Vedansi ad esempio:
Amos Perlmutter, The Life and Times of Menachem Begin, (NY: Doubleday,1987), p. 214;J. Bowyer Bell, Terror Out Of Zion, (NY: St. Martin's Press, 1977), p.292-96; Kurzman, p. 142.
[36] Uri Milstein, History of Israel's War of Independence. Vol. IV,(Lanham: University Press of America. 1999), p. 262.
[37] Milstein, p. 262.
[38] Kurzman, p. 148.
[39] Sharif Kanaana and Nihad Zitawi, "Deir Yassin," Monograph No. 4,Destroyed Palestinian Villages Documentation Project, (Bir Zeit:
Documentation Center of Bir Zeit University, 1987), p. 55.
[40] Sharif Kanaana, "Reinterpreting Deir Yassin," Bir Zeit University,(Aprile 1998).
[41] Milstein, p. 267
[42] Rami Nashashibi, "Dayr Yasin," Bir Zeit University , (Giugno 1996).
[43] Testimonianza di Yehoshua Gorodenchik negli Archivi Jabotinsky.
[44] Milstein, p. 276.
[45] "Israel and the Arabs: The 50 Year Conflict," BBC.
[46] Sachar, p. 335.
[47] Schechtman, p. 268.
[48] Prittie in Curtis, pp. 66-67.
[49] New York Times, (17 Luglio 1949).
[50] Telegraph(Beirut) Agosto 1948)quoted in Schechtmanp.210-211.
[51] Jerusalem Post, (26 Gennaio 1989).
[52] Rapporto della Commission di Conciliazione sulla Palestina,
Supplemento 18 ai verbali ufficiali della Sesta Sessione dell'Assemblea (A/1985 [sic!]), citati in: Pablo Azcarate, Mission in Palestine 1948-1952, (DC: Middle East Institute, 1966), p. 177.
[53] Moshe Sharett, "Israel's Position and Problems," Middle Eastern Affairs, (Maggio 1952), p. 136.
[54] Il giornale libanese Al Said, (6 Aprile 1950), citato in Prittie in Curtis, p. 69.
[55] The Writings of Benjamin Franklin, (NY: The Macmillan Company,1905), p. 626.
[56] UNRWA, (situazione al Giugno 2001).
[57] Rapporto del Commissario Generale dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i Sussidi ed i Lavori per i Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente, 1 Luglio 2000-30 Giugno 2001.
[58] Discorso al Parlamento, 24 Aprile 1950, Abdallah memoirs, p. 13; Aaron Miller, The Arab States and the Palestine Question, (DC: Center for Strategic and International Studies, 1986), p. 29.
[59] Leibler, p. 48.
[60] Prittie in Curtis, p. 55.
[61] UNRWA.
[62] Musa Alami, "The Lesson of Palestine," Middle East Journal,
(October 1949), p. 386.
[63] UNRWA.
[64] Schechtman, p. 220.
[65] Articolo di fondo del Des Moines Register, (16 Gennaio 1952).
[66] Jerusalem Report, (26 Marzo 2001).
[67] Articolo di fondo del New York Times, (14 Maggio 1967).
[68] Leibler, p. 45.
[69] Rapporti annuali dell'UNRWA:(1 Luglio 1966 - 30 Giugno 1967), pp. 11-19;(1 Luglio 1967 - 30 Giugno 1968), pp. 4-10;(1 Luglio 1968 - 30 Giugno 1969), p. 6;(1 Luglio 1971 - 30 Giugno 1972),p.3.
[70] Maurice Roumani, The Case of the Jews from Arab Countries: A
Neglected Issue, (Tel Aviv: World Organization of Jews from Arab
Countries, 1977), p. 34.
[71] Paul McCann, lettera al direttore di The Weekly Standard, (28
Maggio 2002).
[72] Isabel Kershner, "The Refugees'Choice?,"Jerusalem Report, (12
Agosto 2002), p. 24.
[73] David Tell, risposta a McCann, The Weekly Standard, (28 Maggio2002).

 

 

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