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Miti e fatti:  L'attendibilità e l'imparzialità dei media

di Mitchell G. Bard

 

 

Miti da confutare

 

26.e. "I giornalisti che si occupano del medio oriente sono guidati dalla ricerca della verità"

26.i. "Gli ufficiali arabi dicono ai giornalisti occidentali le stesse cose che dicono ai loro popoli"

26.l. "I giornalisti sono molto esperti della storia mediorientale e quindi possono contestualizzare correttamente gli eventi correnti"

26.m. "I media illustrano propriamente il pericolo che gli israeliani devono affrontare proveniente dai palestinesi "

26.n. "La copertura mediatica dell'intifada è stata equilibrata e corretta"

26.o. "Israele non può negare la verità delle foto che illustrano i suoi abusi"

26.p. "La stampa non fa apologie dei terroristi"

26.q. "L'autorità palestinese non pone alcuna restrizione ai giornalisti stranieri"

26.r. "Al-jazeera è la CNN araba e fornisce al mondo arabo una fonte obiettiva di notizie"

26.s. "I media esaminano attentamente le affermazioni palestinesi prima di pubblicarle"

 


[I miti in dettaglio]

 

 

26.e. MITO


26.e. "I giornalisti che si occupano del medio oriente sono guidati dalla ricerca della verità"
 

26.e. FATTI
 

Non sarà una sorpresa sapere che i giornalisti nel medioriente condividono l'interesse nel sensazionalismo coi loro colleghi che si occupano della cronaca delle loro questioni locali. L'esempio più eclatante viene dai reporter della televisione la cui enfasi sul visivo sopra la sostanza incoraggia un trattamento più superficiale delle questioni.

Ad esempio, quando al corrispondente dell' NBC in Israele fu chiesto perché i reporters si presentavano alle dimostrazioni palestinesi in Cisgiordania, pur sapendo che erano state montate, rispose "Continuiamo a filmare perché abbiamo bisogno delle immagini" [10].

Le reti non possono ottenere immagini sensazionali da società chiuse come la Siria, l'Arabia Saudita, l'Iran e la Libia.
Israele si trova spesso ad affrontare situazioni impossibili in cui cerca di contrastare le immagini con le parole. "Quando un carroarmato entra dentro Ramallah non fa una buona impressione in TV", spiega Gideon Meir, ministro degli esteri israeliano. "Sicuramente possiamo spiegare perché siamo lì, e questo è ciò che facciamo. Ma sono parole. Dobbiamo lottare contro le immagini con le parole" [10a]

L'enormità del problema che Israele deve affrontare è chiarita da Tami Allen-Frost, deputato presidente dell'Associazione della stampa estera e produttore per le news della ITN britannica, che afferma "l'immagine più forte che resta nelle menti è un carroarmato in una città" e che "ci sono più incidenti nella Cisgiordania che terroristi suicidi. In sostanza, è la quantità che sta con te" [10b].


26.e. LA FRASE CELEBRE


"Stavamo filmando l'inizio della dimostrazione. Improvvisamente un camioncino si è spinto all'interno frettolosamente. Dentro, c'erano militanti di al-Fatah.

Hanno dato ordini e distribuito molotov. Stavamo filmando.

Ma queste immagini non le vedrete mai.

In pochi secondi, tutti i giovani ci hanno circondato, minacciato, e ci hanno portato via alla stazione di polizia. Lì, siamo stati identificati ma siamo stati anche costretti a eliminare tutte le immagini controverse. La polizia palestinese ha calmato la situazione ma ha censurato le nostre immagini. Ora abbiamo la prova che quelle rivolte non erano spontanee.

Tutti gli ordini venivano da una gerarchia palestinese"
Jean Pierre Martin [11]
 

 

26.i. MITO


 

26.i. "Gli ufficiali arabi dicono ai giornalisti occidentali le stesse cose che dicono ai loro popoli"
 

26.i. FATTI Gli ufficiali arabi, esprimono spesso il loro punto di vista in modo molto diverso quando parlano in inglese rispetto a quando parlano in arabo.

Esprimono i loro veri sentimenti e le loro posizioni ai loro elettori nella loro lingua madre. Per l'esterno, comunque gli arabi hanno imparato a parlare con toni moderati

e spesso riferiscono punti di vista molto diversi quando parlano in inglese verso ascoltatori occidentali.

Tempo fa, i propagandisti arabi divennero molto più sofisticati.

Ora appaiono continuamente sulla TV americana durante i telegiornali e sono citati sulla carta stampata e vengono mostrati come persone ragionevoli con legittimi risentimenti.

Ciò che molte di queste persone dicono in arabo, invece, è spesso molto meno moderato e ragionevole. Da quando gli israeliani possono tradurre oralmente ciò che dicono gli arabi sono molto più consapevoli dell'opinione dei loro nemici. Gli americani e gli altri anglofoni, comunque, possono essere facilmente ingannati con scaltre presentazioni della propaganda araba.
Per dare solo un esempio, il negoziatore di pace palestinese Saeb Erekat è frequentemente citato dai media occidentali. Dopo il brutale assassinio di due teen-agers israeliani il 9 maggio 2001, gli fu chiesto un commento. Il Washington Post riportò la sua risposta:
Saeb Erekat, un ufficiale palestinese, ha detto in inglese durante la conferenza stampa che "uccidere civili è un crimine, sia dal lato israeliano che palestinese." Il commento non è stato riportato sui media palestinesi in linguaggio arabo. [12]
L'aspetto inusuale della storia è che il Post ha riportato il fatto che il commento di Erekat è stato ignorato dalla stampa palestinese.
Durante gli anni, Yasser Arafat ha consistentemente detto una cosa in inglese ai media occidentali e qualcosa di totalmente diverso alla stampa araba nella sua madre lingua.

Per questo l'amministrazione Bush insistette sul fatto che egli ripetesse in arabo ciò che aveva detto in inglese, in particolare nelle condanne degli attacchi terroristici e ai richiami di fine delle violenz e.
 


26.l. MITO

 

26.l. "I giornalisti sono molto esperti della storia mediorientale e quindi possono contestualizzare correttamente gli eventi correnti"
 

26.l. FATTI

Un motivo di incomprensione relativo al medioriente e all'inclinazione mediatica nella cronaca è l'ignoranza dei giornalisti in quella regione. Pochi reporters parlano in arabo o in ebraico, perciò hanno un accesso poco o nullo alle fonti primarie. Rigurgitano frequentemente storie che hanno letto in inglese su pubblicazioni regionali piuttosto che riportandole indipendentemente.

Quando tentano di porre eventi nel loro contesto storico, spesso espongono scorrettamente i fatti e un'impressione inesatta e ingannevole.

Per citare un esempio, durante l'esposizione della storia dei luoghi sacri a Gerusalemme, Garrick Utley della CNN ha riportato che gli ebrei potevano pregare presso il Muro del Pianto durante il regno giordano tra il 1948 e il 1967 [13]. I fatti sono che agli Ebrei era proibita la visita al loro luogo più sacro. Questo è un punto critico della storia che aiuta a spiegare la posizione israeliana rispetto a Gerusalemme.

26.m. MITO 26.m. "I media illustrano propriamente il pericolo che gli israeliani devono affrontare proveniente dai palestinesi " 26.m. FATTI Durante l'intifada era comune per i media dipingere la battaglia in termini di Davide e Golia, un'immagine rinforzata dalle riprese dei bambini che scagliano pietre contro

I soldati armati. La situazione era in realtà differente, come scoprì il giornalista americano Sidney Zion nell'agosto del 1988 visitando Betlemme. Zion fu quasi colpito da una pietra mentre si trovava in taxi. "E' stato un bene che la pietra mi abbia mancato", disse. "Non l'avevo vista arrivare, e non sarei sopravvissuto per vedere l'attimo successivo in cui il guidatore aveva accelerato. Fortunatamente nessuno stava su quel sedile, ma era evidente che gli arabi non stavano mirando nel vuoto"

Zion che scrisse di medioriente per oltre 20 anni, disse che ciò i media americani riportavano lo avevano indotto a credere che "i tiratori di rocce miravano all'esercito israeliano, e non ai taxi. Avete mai visto qualcosa di diverso in TV? Avete mai letto qualcosa contraria a ciò sui giornali? I bambini scagliavano pietre sui soldati, questo è tutto."
"Non era semplicemente capitato a me che i giornalisti americani avessero soppresso delle notizie di pericolo di vita o morte. Solo un anno dopo ho scoperto che ciò che accadeva a noi era piuttosto comune," scrisse Zion, "ogni maledetto giorno nella Cisgiordania, i civili israeliani vengono danneggiati cerebralmente da questi simpatici piccoli arabi e dai loro ciottoli." [15]
L'intifada di al-Aksa è stata rappresentata con molte delle stesse immagini usate per la prima rivolta, e i media hanno continuato a distorcere l'impatto sugli israeliani nel modo descritto da Zion.

 

26.n. MITO

26.n. "La copertura mediatica dell'intifada è stata equilibrata e corretta"


26.n. FATTI


I membri sinceri dei media hanno ammesso che la copertura dell'intifada era deviata. Secondo Steven Emerson, quindi un corrispondente della CNN, i reporter americani hanno accettato il controllo palestinese su ciò che veniva filmato. Un cameraman israeliano che aveva lavorato per diverse reti americane disse ad Emerson che "se puntassimo la telecamera verso la scena sbagliata, saremmo morti." In altri casi, le reti televisive hanno distribuito dozzine di telecamere ai palestinesi in modo che fornissero loro stessi il materiale relativo a rivolte, proteste e funerali. "Non c'è assolutamente modo di assicurare l'autenticità di ciò che viene filmato, né c'è modo di fermare l'uso delle telecamere come mezzo per mobilitare le dimostrazioni," scrisse Emerson. [16]
Nonostante quasi un terzo dei palestinesi uccisi nel 1989 fosse stato assassinato dai loro fratelli arabi, solo 12 delle oltre 150 storie furono archiviate dalle reti americane in Cisgiordania quell'anno relative alle reciproche ostilità. "Mentre il terrore politico palestinese in Cisgiordania non riesce a fare notizia," osservò Emerson, "le menzogne assolute sulla brutalità israeliana vengono riportate acriticamente."
Ad esempio, all'inizio del 1988, i reporters furono chiamati all'ospedale di el-Mokassed a Gerusalemme per filmare un ragazzo palestinese morente. Il suo dottore palestinese lo mostrò agganciato ai tubi vitali, e dichiarò che era stato selvaggiamente picchiato dalle truppe israeliane. L'8 febbraio 1988, Peter Jennings dell'ABC introdusse il suo servizio dicendo che gli ufficiale dell'ONU "dicono che gli israeliani hanno picchiato un altro palestinese morto nei territori." NBC e CBS diedero anch'esse grande clamore a queste affermazioni.

Ma la storia non era vera. Secondo l'autopsia del bambino e la documentazione medica, era morto di emorragia cerebrale. Era malato da più di un anno. Soprattutto le reti americane, scrisse Emerson, "sono state complici in un raggiro di massa relativo al conflitto in Cisgiordania”.
Il capo dell'NBC a Tel Aviv Martin Flechter riconobbe che l'intifada aveva posto un problema di correttezza. Notò che i palestinesi manipolavano i media occidentali dipingendo loro stessi come i "David" e gli israeliani come i "Golia", una metafora usata da Fletcher stesso in un servizio nel 1988.
"L'intero insorgere era orientato verso i media, e, senza dubbio, si è inoltrato a causa si essi," disse. Fletcher ha ammesso apertamente di aver accettato gli inviti palestinesi a filmare i violenti attacchi contro gli Ebrei residenti in Cisgiordania.
"E' davvero un caso di manipolazione dei media. E la questione è: Quanto dobbiamo giocare questo gioco? [Lo facciamo] nello stesso modo in cui ci presentiamo a tutte le occasioni di far foto a Bush o Reagan. Continuiamo a giocare perché abbiamo bisogno delle immagini." [17] 26.n. CASE STUDY
Una storia del Washington Post a proposito del ciclo di morte in Cisgiordania includeva un'intervista con Raed Karmi, un officiale di al-fatah, la fazione dominante all'interno dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat.

Il servizio inizia con un'immagine di Karmi che si immette in una battaglia contro i soldati americani afferrando un fucile d'assalto M-16. Ciò che la storia sbaglia a menzionare è che la polizia palestinese non dovrebbe essere armata.

Il servizio implica che la violenza di israeliani e palestinesi è equivalente i questo "ciclo" poiché Karmi dice che sta agendo per vendicare la morte di un palestinese assassinato dagli israeliani per aver organizzato un attentato terroristico.

Karmi ammette che ha partecipato al rapimento e all'uccisione con un' esecuzione di due israeliani che stavano pranzando in un ristorante a Tulkarem, Karmi era stato imprigionato dall'Autorità Palestinese, ma fu rilasciato dopo solo quattro mesi e in seguito ha ucciso altri quattro israeliani, incluso un uomo che comprava delle spezie ed un uomo a cui aveva teso un agguato. "Continuerò ad attaccare gli israeliani", ha dichiarato al Post.[18]
 

26.o. MITO
 

26.o. "Israele non può negare la verità delle foto che illustrano i suoi abusi"
 

26.o. FATTI
 

Una foto può essere meglio di mille parole, ma a volte le foto e le parole usate per descrivere sono distorte e devianti.

Non c'è dubbio che i fotografi e le telecamere cercano le foto più drammatiche che possano trovare, che molto spesso mostrano il brutale Israele-Golia che maltratta il David-Palestinese sofferente, ma il contesto spesso manca.
In un classico esempio, l'Associated Press ha diffuso la foto (http://www.us-israel.org/jsource/images/roshpic.jpg ) in tutto il mondo. La drammatica immagine fu pubblicata sul New York Times [19] e ha fomentato il risentimento internazionale dato che la didascalia, fornita dall'AP, diceva:"Un poliziotto israeliano e un palestinese sul Monte del Tempio".

Scattata in un momento in cui i palestinesi si rivoltavano a fronte della visita controversa di Ariel Sharon alla moschea di al-Aksa, la foto appariva essere un lampante caso della brutalità israeliana. Si è scoperto, comunque, che la didascalia era scorretta e che la foto in realtà mostrava un incidente che avrebbe dovuto trasmettere quasi l'impressione opposta a quella suscitata, se fosse stata riportata correttamente.

Infatti la vittima non era un palestinese picchiato da un soldato israeliano, si trattava bensì di un poliziotto che proteggeva uno studente ebreo americano, Tuvia Grossman, che si trovava in taxi quando fu colpito da una pietra di un palestinese. Grossman era stato tirato fuori dal taxi, picchiato e pugnalato. Riuscito a liberarsi si era diretto verso un poliziotto israeliano. In quel momento il fotografo ha scattato la foto.
Oltre a fare un torto alla vittima, l'AP ha anche erroneamente riportato che la fotografia era stata fatta sul Monte del Tempio. (NdT: dove non sono notoriamente presenti distributori di benzina)
Quando l'AP fu avvertita dei suoi errori, ha apportato una serie di correzioni, molte delle quali non portano ancora alla storia direttamente. Com'è tipico, quando i media commettono un errore, il danno è già fatto. Molte emittenti che avevano usato la foto non hanno poi pubblicato i chiarimenti. Altri hanno pubblicato correzioni che non hanno ricevuto un rilievo lontanamente paragonabile alla storia iniziale.
Un altro esempio di come le foto possono essere drammatiche e fuorvianti è quello della foto della Reuters mostrata (http://www.us-israel.org/jsource/images/reuterpic.jpg ) in cui si ritrae un giovane palestinese arrestato dalla polizia il 6 aprile 2001. Il ragazzo è ovviamente spaventato e ha i pantaloni bagnati. Ancora una volta la foto ha attratto la pubblicità del mondo e ha rinforzato l'immagine mediatica degli Israeliani come brutali occupanti che abusano di bambini innocenti.
In questo caso è il contesto ad essere fuorviante. Un altro fotografo della Reuters aveva scattato la fotografia mostrata in (http://www.us-israel.org/jsource/images/reuterpic2.jpg ) poco prima che venisse scattata la precedente.

Mostra lo stesso ragazzo che partecipa in una rivolta contro i soldati israeliani. Pochi media hanno pubblicato questa foto.

26.p. MITO


26.p. "La stampa non fa apologie dei terroristi"


26.p. FATTI


Al contrario, i media accettano quotidianamente e ripetono le banalità dei terroristi e dei loro portavoce che devono tirar l'acqua al loro mulino. La stampa tratta ingenuamente le affermazioni che dicono che gli attacchi contro i civili innocenti sono atti di "combattenti di libertà". Negli anni recenti alcune organizzazioni di informazione hanno sviluppato una resistenza al termine "terrorista" e l'hanno sostituito con eufemismi come "militante" perché non vogliono essere visti come coloro che prendono parte o danno un giudizio su questi assassini.
Ad esempio, dopo che un terrorista suicida palestinese si era fatto esplodere in una pizzeria a Gerusalemme il 9 agosto 2001 uccidendo 15 persone, il terrorista è stato descritto come un "militante" (Los Angeles Times, Chicago Tribune, NBC Nightly News) e "bombarolo suicida" (New York Times, USA Today).

Le News della ABC non usarono la parola "terrorista". Al contrario, ogni testata giornalistica ha definito l'attacco dell'11 settembre contro gli Stati Uniti un attacco terroristico.
Clifford May della Rete di Informazione del Medio Oriente ha evidenziato l'assurdità della copertura mediatica:"Nessun giornale scriverebbe, 'Militanti hanno colpito il World Trade Center ieri', o direbbe, 'Potrebbero considerarsi come combattenti per la libertà, e chi siamo noi per giudicare, noi siamo persone di informazione.'"[19a]
Più che un'apologia dei terroristi, i media a volte ritraggono le vittime del terrore come equivalenti ai terroristi stessi.

Ad esempio, le foto che vengono a volte mostrate delle vittime israeliane sulla stessa pagina con le foto degli israeliani che catturano i terroristi, danno l'idea, ad esempio, che i palestinesi ammanettati e bendati da un soldato è una vittima tanto quanto una donna sotto shock mentre viene aiutata sulla scena di un attacco terroristico.
In uno degli esempi più incredibili, dopo un attacco suicida a Petah Tikwa il 27 maggio 2002, la CNN intervistò la madre del terrorista, Jihad Titi. I genitori della bambina di 15 mesi uccisa nell'attacco, Chen e Lior Keinan, furono anch'essi intervistati.

Le interviste coi Keinan non furono mostrate dalla CNN internazionale in Israele o altrove nel mondo se non dopo diverse ore in cui l'intervista alla madre di Titi era stata diffusa svariate volte.
Questo era anche troppo per la CNN, che di conseguenza annunciò una politica di cambiamento laddove non avrebbe più "riportato su frasi dei terroristi suicidi o delle loro famiglie a meno che non ci sia una ragione impellente per farlo"[20a]

26.q. MITO


26.q. "L'autorità palestinese non pone alcuna restrizione ai giornalisti stranieri"


26.q. FATTI


Un caso di studio dell'idea dell'Autorità Palestinese di libertà di stampa si è verificato a seguito dell'attacco terroristico dell'11 settembre contro gli Stati Uniti.

Un cameraman dell'Associated Press aveva filmato un raduno di palestinesi a Nablus che festeggiavano gli attacchi terroristici il quale era stato convocato in un ufficio di sicurezza dell'Autorità Palestinese e gli era stato detto che il materiale non andava trasmesso. I Tanzim di Yasser Arafat avevano anche affermato di minacciarlo se avesse mandato in onda il filmato. Anche un altro fotografo dell'AP si trovava sul luogo dell'incontro. Era stato avvertito di non fare foto e di obbedire.
Diversi ufficiali dell'Autorità Palestinesi dissero all'AP di Gerusalemme di non mandare in onda il video. Ahmed Abdel Rahman, il segretario del Gabinetto di Arafat, disse che l'Autorità Palestinese non poteva garantire la vita del cameraman se il documento fosse stato trasmesso. [20b]
Al cameraman fu richiesto che il materiale non venisse trasmesso e, l'AP cedette al ricatto e si rifiutò di rilasciare il materiale.
Più di una settimana dopo, l'Autorità Palestinese rilasciò il filmato che aveva confiscato all'AP che mostrava un raduno nella striscia di Gaza in cui alcuni dimostranti portavano dei ritratti supportavano il terrorista saudita Osama bin Laden. Due parti separate del filmato di sei minuti che includevano elementi chiave erano state cancellate dai Palestinesi, secondo un ufficiale dell'AP.[20c]
L'Associazione della Stampa Estera (FPA) in Israele espresse "molta preoccupazione in merito alle molestie subite dai giornalisti da parte dell'Autorità Palestinese, poiché le forze di polizia e gli uomini armati cercavano di impedire foto e filmati relativi al raduno a Nablus di Giovedì dove centinaia di palestinesi hanno celebrato gli attacchi terroristici a New York e Washington." L'FPA ha anche condannato la minaccia contro i fotografi e "l'atteggiamento degli ufficiali palestinesi che non hanno fatto alcuno sforzo per contenere le minacce, controllare la situazione, o per garantire l'incolumità dei giornalisti e la libertà di stampa."
La radio israeliana riportò il 14 settembre 2001 che l'Autorità Palestinese si era impadronita di tutto l'insieme dei filmati di quel giorno ripresi dai fotografi di varie agenzie di stampa internazionali (arabe incluse) relative ai festeggiamenti degli attacchi contro l'America tenutisi nelle città attraverso la Cisgiordania e Gaza da Hamas. I celebranti avevano innalzato le foto del terrorista ricercato Osama Bin Laden.[21]

Esattamente gli stessi programmi di notizie e le reti che diffondono le foto opportunamente prodotte dall'Autorità Palestinese (Arafat che dona il sangue, gli studenti palestinesi in un momento di silenzio, dei poster che supportano l'America) hanno mancato di riportare la notizia che l'Autorità Palestinese usa il terrore e l'intimidazione per scoraggiare la diffusione di notizie sfavorevoli.
Nell'Ottobre 2001, dopo che gli USA avevano lanciato l'attacco contro l'Afghanistan, i palestinesi che supportavano Osama bin Laden avevano organizzato raduni nella striscia di Gaza che erano stati soppressi brutalmente dalla polizia palestinese.

I Reporters Senza Frontiere di Parigi avevano dato vita ad un'aspra protesta contro l'Autorità palestinese. "Temiamo che l'Autorità palestinese prenda vantaggio dal focus dei media internazionali sulla risposta americana per impedire ancora di più il diritto di un'informazione libera", disse Robert Menard, segretario generale dell'organizzazione dei giornalisti.

Il gruppo aveva anche protestato contro gli ordini palestinesi di non diffondere le chiamate alle rivolte generali, alle attività nazionalistiche, alle dimostrazioni e ad altre notizie senza il permesso dell'Autorità palestinese. L'obiettivo del blackout giornalistico era espresso da un ufficiale palestinese anonimo, "Non vogliamo niente che possa minare la nostra immagine."[22]
Nell'Agosto 2002, l'unione dei giornalisti palestinesi vietarono ai giornalisti di fotografare i bambini palestinesi mentre trasportavano armi o mentre prendevano parte alle attività delle organizzazioni terroristiche perché queste foto urtavano l'immagine palestinese. Il divieto uscì dopo che molte foto erano state mostrate in cui si ritraevano bambini che trasportavano armi ed erano vestiti come terroristi suicidi. Poco dopo prima dell'azione dell'unione, sei bambini erano stati ritratti mentre trasportavano fucili M16 e Kalashnikov durante un raduno pro-Iraq nella striscia di Gaza. Un altro gruppo, il sindacato dei Giornalisti Palestinesi, realizzò un divieto simile che includeva le foto di uomini mascherati. L'Associazione della Stampa Estera espresse una "profonda preoccupazione" relativa allo sforzo di censurare la stampa, e alla minaccia di sanzioni contro i giornalisti che avrebbero disobbedito al divieto.[22a]
I giornalisti delle nazioni arabe sono anch'essi soggetti alla censura. Nel gennaio 2003, ad esempio, il Servizio di Intelligence generale dell'Autorità palestinese arrestò un corrispondente della televisione al-Jazeera.

Il giornalista era accusato di nuocere all'interesse nazionale del popolo palestinese riportando che al-Fatah aveva dichiarato la sua responsabilità di un attacco suicida a Tel-Aviv.


26.r. MITO


26.r. "Al-jazeera è la CNN araba e fornisce al mondo arabo una fonte obiettiva di notizie"


26.r. FATTI


Al-jazeera è una rete televisiva in lingua araba con sede nel Qatar ampiamente seguita in tutto il mondo arabo.

Il canale nacque nel 1996 come un piccolo progetto di un emiro del Qatar, Sheik Hamad bin-Khalifa al-Thani ed ha guadagnato importanza durante la guerra USA in Afghanistan per i suoi lunghi contatti coi Talebani e con Osama bin Laden. Mandando in onda una serie di punti di vista, inclusi quelli degli ufficiali dell'amministrazione Bush, la rete tentava di creare l'impressione di essere una fonte obiettiva di notizie per il mondo arabo.

Infatti, Al-jazeera ha una lunga storia come testata di propaganda per gli estremisti del mondo arabo. Uno scolaro musulmano aveva criticato la rete per aver incitato le masse arabe contro l'Occidente e per aver fatto bin Laden e i suoi aiutanti delle celebrità. "C'è una differenza tra il dare alle diverse opinioni un'opportunità [di essere sentite] e lasciare lo schermo aperto agli assassini armati per diffondere le loro idee", disse il Dr. Abd Al-Hamid Al-Ansari, preside della facoltà di Shar'ia e Legge della Università del Qatar.[23]
In un'intervista a 60 Minutes, a un corrispondente di al-Jazeera era stato intervistato in merito alla cronaca della questione palestinese.

Si riferiva ai palestinesi uccisi come "martiri". Quando Ed Bradley evidenziò che gli israeliani li avrebbero piuttosto chiamati terroristi, rispose, "Questo è un problema degli israeliani. E' un punto di vista". Quando gli fu chiesto come chiamava gli israeliani che vengono uccisi dai palestinesi, il reporter rispose, "Li chiamiamo così: israeliani uccisi dai palestinesi". Bradlet aggiunse che la copertura di al-Jazeera dell'intifada era "accreditata con crescenti dimostrazioni pro-palestinesi in tutto il medioriente." [24]

 

26.s. MITO


26.s. "I media esaminano attentamente le affermazioni palestinesi prima di pubblicarle"


26.s. FATTI


I palestinesi hanno imparato che possono seminare quasi tutte le informazioni ai media e sarà pubblicata o diffusa da qualche parte.

Una volta che viene raccolta da una testata giornalistica, è inevitabilmente ripetuta dagli altri. Rapidamente, la disinformazione può prendere il sopravvento sull'apparenza dei fatti, e mentre Israele può presentare l'evidenza per correggere le inesattezze che sono riportate, il danno di solito è già fatto. Una volta che l'immagine o l'impressione è nella mente di qualcuno, è spesso difficile, se non impossibile cancellarla.
Si dice che ci sono tre tipi di bugie: bugie, bugie dannate e statistiche.

Un punto della propaganda palestinese è stato di distribuire false statistiche in uno sforzo in cui si cercava di mostrare le azioni israeliane come mostruose.

Ad esempio, se un incidente coinvolgeva alcuni morti o distruzioni, esageravano enormemente le figure e i media ingenui ripetevano i dati prefabbricati finché non diventavano accettati da tutti come accurati. Questo è accaduto, ad esempio, durante la guerra del Libano quando il fratello di Yasser Arafat aveva affermato che le operazioni di Israele avevano lasciato 600.000 libanesi senza casa.

Aveva alzato la cifra, ma era stato ripetuto dalla Commissione internazionale della Croce Rossa e pubblicizzato dai media. In quel momento l'ICRC aveva ripudiato quella figura, era tropo tardi per cambiare l'impressione delle operazioni militari d'Israele che per difendere se stesso dagli attacchi terroristici sui suoi confini settentrionali aveva creato senza scrupoli il problema dei rifugiati.
Questo era accaduto anche dopo l'operazione israeliana a Jenin nell'aprile 2002 quando il portavoce palestinese Saeb Erekat disse alla CNN il 17 aprile che almeno 500 persone erano state massacrate e 1600 persone, incluse donne e bambini erano dispersi.

Erekeat non poteva produrre alcuna prova per le sue affermazioni e infatti, la commissione del riesame dei palestinesi riportò che il morti arrivavano al massimo a 56 di cui 34 erano combattenti. Non erano riportate donne o bambini dispersi.
Ciò che forse è maggiormente offensivo più che la ripetizione della bugia di Erekeat è che i media continuano a trattarlo come un portavoce legittimato, dandogli un accesso che gli permette di disseminare regolarmente disinformazione. Se un ufficiale americano fosse stato trovato colpevole di aver mentito, avrebbe probabilmente perso tutta la sua credibilità e avrebbe poche o nessuna chance di partecipare a una discussione per esprimere il suo punto di vista.

 


NOTE
1. Daniel Pipes, The Long Shadow: Culture and Politics in the Middle East, (NJ: Transaction Publishers, 1990), p. 278.
2. Pipes, p. 278.
3. Jerusalem Report, (May 7, 1991).
4. Associated Press and Jerusalem Post, (September 13, 2001); Jewish Telegraphic Agency, (September 20, 2001).
5. New York Jewish Week, (August 31, 2001).
6. Jerusalem Report, (May 7, 1991).
7. Al Hayat-Al-Jadidah, (October 16, 2001)
8. Al Hayat-Al-Jadidah (November 2, 2001)
9. Jewish Telegraphic Agency, (September 12, 2001).
10. Near East Report, (August 5, 1991).
10a. Jerusalem Report, (April 22, 2002).
10b. Jerusalem Report, (April 22, 2002).
11. Report filed by Jean Pierre Martin on October 5, 2000, a day after his Belgian television team from RTL-TV1 was filming in the area of Ramallah.
11a. Washington Post, (July 18, 2001).
12. Washington Post, (May 10, 2001).
13. CNN, (October 10, 2000).
14. Al-Hamishmar, (December 6, 1991).
15. Sidney Zion, "Intifada Blues," Penthouse, (March 1990), pp. 56, 63.
16. Wall Street Journal, (February 21, 1990).
17. Near East Report, (August 5, 1991).
18. Washington Post, (September 7, 2001).
19. New York Times, (September 30, 2000).
19a. Washington Post, (September 13, 2001).
20. Washington Post, (September 13, 2001).
20a. Forward, (June 28, 2002).
20b. AP, (September 12, 2001).
20c. Jewish Telegraphic Agency, (September 20, 2001).
21. Associated Press and Jerusalem Post, (September 13, 2001); IMRA, (September 13-14, 2001); Jewish Telegraphic Agency, (September 20, 2001).
22. Jerusalem Post, (October 10, 2001).
22a. Jerusalem Post, (August 26, 2002).
23. Al-Raya (Qatar), (January 6, 2002).
24. 60 Minutes, "Inside Al Jazeera," (October 10, 2001).
25. Washington Post, (June 25, 1982).
26. New York Post, (May 3, 2002).

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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