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Dove sono le manifestazioni di milioni di musulmani sconvolti e indignati per l’abuso della fede fatto dai loro correligionari?

  

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Le azioni omicide in diversi paesi del mondo ad opera di individui islamici possono anche nascere da una combinazione di certe dinamiche familiari, disfunzioni personali e rivendicazioni politiche locali, ma ciò che prevale in queste azioni individuali è la convinzione condivisa dagli autori che esse, per quanto assassine, siano giustificate in nome dell’islam.

Noi in Israele siamo inorriditi, ma non sorpresi, di fronte al crescente numero, all’estero, di attacchi omicidi contro innocenti come quelli che noi subbiamo da fin troppo tempo. E mentre assistiamo alla duplicazione esatta di quelle atrocità al di fuori di Israele, constatiamo in modo sempre più acuto l’ipocrisia, l’ambiguità, soprattutto il pericolo che risulta dall’esplosione del terrorismo islamista, per quella che è, nel migliore dei casi, una lettura grossolanamente sbagliata di questo flagello del nostro tempo; e nel peggiore, una forma di condiscendenza, un chiudere gli occhi, quasi una condivisione che non può che perpetuare una realtà che nel futuro sarà sempre peggio.

 

Ipocrisia: un’auto deliberatamente lanciata contro innocenti è terrorismo. Come spesso accade, Israele è stato il primo a sperimentare la violenza di un nuovo strumento di assassinio indiscriminato: l’attacco con mezzi stradali. Ebrei e Israele sono sempre stati le cavie. Il mondo ha ignorato o addirittura tollerato. E la maggior parte dei principali mass-media si rifiutava anche solo di definire “terrorismo” quegli attacchi. Al massimo, gli innocenti uccisi e mutilati in quegli attacchi erano “vittime di una spirale di violenza” o “di un incidente stradale poco chiaro”. Anche questa volta, si è dovuti arrivare all’attacco terroristico a Nizza per chiamare le cose con il loro nome.

 

Riluttanza a citare il nome del responsabile dell’attentato a Nizza. Sebbene il nome del terrorista Mohamed Lahouaiej Bouhlel sia stato diffuso subito dopo l’attentato, molti mass-media hanno evitato a lungo di nominarlo negli articoli e nei notiziari. Perché? Perché il suo nome avrebbe confermato la dolorosa realtà che tanti cercano disperatamente di negare. No, non si trattava di un Solomon o di un Christian, ma tragicamente, ancora una volta, di un Mohamed. Letteralmente. E, cosa più importante, di un ennesimo individuo di fede musulmana che ha commesso una strage sentendosi giustificato dalla sua religione, come tanti altri prima di lui a Boston, a Parigi, a Dacca, a Gerusalemme, a Tel Aviv, a Bruxelles.

 

La prima vittima dell’attentato è stata una musulmana. Gli stessi mass-media non hanno avuto problemi, anzi hanno enfatizzato il più possibile il fatto che fosse una “musulmana” quella che sembra sia stata la prima persona investita e uccisa a Nizza. Perché? Per riproporre immediatamente la narrazione a loro cara secondo cui anche i musulmani sono vittime del terrorismo. E naturalmente è vero che lo sono. Dai jihadisti islamici dono stati uccisi più musulmani che membri di qualunque altro gruppo. Il punto è che questo non si traduce in una costante denuncia e in un coerente intervento, in tutto il mondo a maggioranza islamica, contro quella minoranza di correligionari – tutt’altro che marginale – che uccide la propria gente. Per dirla fuori dai denti, un conto è quando i musulmani ignorano o giustificano stragi e devastazioni in mezzo a loro; tutt’altro quando esportano stragi e devastazioni nei caffè e per le strade di Gerusalemme e Parigi. Il fatto che i musulmani subiscono stragi e devastazioni non attenua la responsabilità di quella “stragrande maggioranza di musulmani pacifici”, e soprattutto dei leader e dei chierici musulmani, di denunciare pubblicamente, protestare ed esigere la fine di questo cancro della loro fede. Su una popolazione di 1,2 miliardi di musulmani, dove sono le manifestazioni di almeno un milione di persone in marcia verso la Mecca per chiedere che i jihadisti vengano scomunicati dalla fede musulmana?

 

Il disperato desiderio di razionalizzare le stragi. Se solo… I principali mass-media cercano disperatamente di spiegare le azioni omicide come qualcosa che (almeno in parte) non ha nulla a che fare con la concezione che taluni hanno della propria fede, quanto piuttosto come il frutto di una giovinezza travagliata, di commistioni con la criminalità, di una vita ai margini della società. E se ciò non basta, spesso si seminano spunti di introspezione della serie: forse siamo noi in qualche modo colpevoli per le azioni di quell’individuo, se solo fossimo stati più sensibili alle sue esigenze, se solo fossimo stati più attenti a non stigmatizzare gli immigrati, tutta questa tragedia poteva essere evitata. Ancora peggio la mania, se tutto questo non basta, di cercare di razionalizzare quelle azioni semplicemente come quelle di un individuo squilibrato affetto da qualche turba mentale. Ancora una volta, come se i problemi nell’islam non avessero nulla a che fare con tutto questo. Al limite, l’appartenenza all’islam viene vista addirittura come una semplice coincidenza. Per gli individui che soffrono davvero di malattia mentale, e soprattutto quelli che riescono coraggiosamente a controllare la loro malattia, questi giudizi ridicoli sono una vera offesa, e dovrebbe esserlo per tutti noi. Un individuo con malattia mentale non è di default un jihadista patentato, uno che aspetta solo di farsi saltare in aria. Violenza e malattia mentale non sono la stessa cosa. Al contrario, la realtà è che per la maggior parte le persone con malattie mentali sono intrinsecamente non violente. Non hanno l’ossessione di far del male agli altri. Il più delle volte sono su un percorso lungo e solitario per aiutare se stesse. E quand’anche un terrorista fosse effettivamente affetto anche da qualche disturbo mentale, la sua mentalità folle e contorta che non solo approva ma addirittura incoraggia a uccidere, non nasce dal nulla ma da letture, insegnamenti, idealità avvalorate da altri, e inculcate nelle sue azioni.

 

Non una perversione dell’islam, ma una versione dell’islam. Subito dopo ogni attentato terroristico, sentiamo immancabilmente i governi occidentali dichiarare che questa azione terroristica “non ha nulla a che fare con l’islam”. Quando la cosa evidente agli occhi di qualunque persona razionale è che essa è motivata dall’islam. La realtà è che non si tratta tanto di una perversione dell’islam, si tratta piuttosto di una versione dell’islam. Una versione della fede all’interno di una religione, l’islam, che da decenni si batte per trovare il proprio posto nella modernità. E fallisce. Fallisce a livello individuale e fallisce a livello nazionale, un paese musulmano dopo l’altro. Un popolo e interi paesi bloccati nei tempi dell’oscurantismo. Non si tratta di “lupi solitari”, ma dei seguaci di un movimento teologico universale all’interno dell’islam che crede nel terrore come strumento perfettamente legittimo per perseguire il Califfato islamico mondiale.

 

Le minoranze che dettano la storia. Cerchiamo di essere chiari, a beneficio di coloro che si precipitano ad accusare di xenofobia e islamofobia. Nessuna persona razionale pensa che gran parte della popolazione islamica mondiale – 1,2 miliardi di individui – sia fatta di terroristi. Ovviamente. Eppure, dopo ogni attentato, sentiamo la lezione sulla “stragrande maggioranza dei musulmani…” eccetera. Tuttavia, la stima generalmente accettata è che gli islamisti (coloro che vogliono imporre la legge islamica a tutta la società) rappresentano il 15-20% del totale, il che significa circa 300 milioni di persone. Diciamo pure che la stima è molto esagerata e che solo l’1% degli islamici è definibile islamista. Si tratta pur sempre di un milione di persone. Per la devastazione dell’11 settembre sono bastate 19 persone; per l’attentato a Nizza una sola persona. La storia della civiltà è piena di casi in cui minoranze estremiste – individui o segmenti o gruppi di una popolazione – hanno dettato l’agenda di intere nazioni. Se non reagisce, la famosa “stragrande maggioranza” diventa del tutto irrilevante.

 

Chiamare le cose con il loro nome. Rispondendo alle critiche di chi lo accusava di non aver chiamato ” jihadismo islamico” il terrorismo, il presidente Barack Obama ha detto che “chiamare una minaccia con un nome diverso non la fa scomparire”. Al presidente sfugge, però, un punto molto importante. Nessuno sano di mente crede che chiamare il terrorismo per quello che è – jihadismo islamico – serva come una bacchetta magica a porre fine a questa piaga della nostra generazione. Ma quello che può fare – se lo si ripete più e più volte, con costanza e determinazione – è tenere accesi i riflettori sui leader religiosi e politici musulmani, e contribuire a garantire che non si perda per strada l’assillo di fare i conti con questo male all’interno della loro fede. Certo, questo può mettere a disagio “la maggioranza di musulmani pacifici”, ma forse è bene che si sentano a disagio. Dovrebbero sentirsi ben più che a disagio rispetto ai loro correligionari che uccidono in loro nome.

 

La religione che hanno tanto a cuore. Devono svegliarsi, prendere posizione, far sentire la loro voce e battersi nella guerra civile che lacera la loro fede; forzare sempre più il dibattito già tardivo ma indispensabile, l’esame di coscienza, le rigorose argomentazioni intellettuali che i musulmani stessi in tutto il mondo devono abbracciare in modo molto più combattivo; soprattutto attuare programmi, politiche e azioni concrete e coraggiose per contrastare con vigore la versione islamista dell’islam adottata da una consistente minoranza. Mentre loro si battono per cercare di allontanare il loro “islam che ama la pace” dagli islamisti assassini, noi dobbiamo costantemente spingere e spronare il mondo islamico ad un’azione di trasformazione. C’è da vincere una guerra civile necessaria, già iniziata da tempo. E si può fare solo chiamando le cose con il loro nome, e garantendo tutto il sostegno di cui siamo capaci, giacché alla fine il successo potrà venire solo dal loro interno.

 

Un mondo un po’ troppo relativo. Due individui ebrei, in Israele, uccidono un innocente ragazzo palestinese. Vi è totale e unanime condanna su tutto lo spettro politico e religioso ebraico, che immediatamente denuncia il delitto. Una nazione intera è in lutto, l’intero popolo ebraico – dentro e fuori Israele – prova un enorme senso di vergogna. Dai giornali israeliani al New York Times, scorrono pagine e pagine di editoriali e analisi che passano ai raggi X la società israeliana, che sviscerano ogni possibile ombra della mentalità del paese. Con toni fortemente critici e autocritici. Non si fa nessuno sconto. Un solo omicidio è già un omicidio di troppo. Poi c’è il mondo musulmano. Con decine di migliaia di morti trucidati in nome della fede. Esplosioni, decapitazioni e anche peggio. Quotidianamente. Dov’è lo scandalo? Dov’è la quotidiana indignazione? Dove sono gli editoriali critici, le analisi impietose, non sul New York Times ma sulla stampa musulmana? Dove sono le manifestazioni di milioni di persone sconvolte e indignate per l’abuso della religione perpetrato dai loro correligionari?

 

 

 

I fanatici che uccidono in nome dell’islam agiscono all’interno del perimetro dell’islam

 

 

Premessa: tratto da qui

 

I fanatici che uccidono in nome dell’islam agiscono all’interno del perimetro dell’islam. […] I seguaci dell’Isis applicano al Corano alla lettera, fanno di questo il fondamento stesso della loro vita quotidiana , e vogliono riprodurre integralmente la prima forma politica conosciuta dall’islam, il Califfato. Il loro universo è certo anacronistico, ma corrisponde a una realtà che è esistita 14 secoli fa. […] I soldati dell’Isis giustificano le loro azioni con riferimento al Corano e si rifanno a un contesto particolare della storia dell’Islam, quello segnato dalle guerre del profeta Maometto a Medina. [Agiscono] sulla base di un principi scritto nero su bianco nel Corano [2:191]: ‘Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati’”. Se le cose stanno come nelle parole di Abdellah Tourabi (che Claudio Cerasa, sul Foglio del 21 agosto, vorrebbe si imparassero a memoria, e che io quindi incomincio col riprodurre), chi vuole rimuovere le radici religiose di questi atti terroristici è colpevole non di “cialtronismo populista”, ma di favoreggiamento: e come tale dovrebbe essere trattato. E invece quei musulmani “che provano a denunciare nelle proprie comunità l’orrore del fondamentalismo islamico e l’efferatezza della legge coranica”? Non se ne disconosce la buona fede, ma se ne riconosca l’inadeguatezza.

Perché la denuncia dell’orrore abbia effetto, bisogna che diventi condanna dell’errore. Perché i sentimenti umani non restino fatti individuali, bisogna che diventino posizioni dottrinarie. E’ necessario che venga esplicitamente riconosciuto che applicare oggi i princìpi enunciati dal profeta 14 secoli fa è un errore teologico, e che chi lo pratica si pone, lui e chi gli dà aiuto e supporto, fuori dalla religione islamica. Dispute teologiche hanno marcato la nostra storia. Sappiamo bene cosa possono smuovere questioni quali la comunione dei fedeli, se debba essere sotto una o due specie, la salvezza, se dipenda dalla sola fede o anche ex bonis operibus, la verità religiosa, se stia nella Bibbia o se ci sia bisogno di intermediari tra Dio e l’uomo. Noi non ci siamo limitati a denunciare e a condannare, noi ci siamo divisi per le nostre idee.

Abbiamo discusso, ragionato, definito, deliberato. Noi abbiamo avuto il Concilio di Trento. Questo è quello di cui c’è bisogno, l’analogo per l’islam di quello che fu il concilio di Trento: una sorta di professio fidei che isoli, come fece quella tridentina, chi vuole l’interpretazione letterale e anacronistica del Corano, da quelli che ne danno una lettura relativistica. Con tutte le conseguenze che ne derivano, non solo in termini di rispetto per la vita, ma anche più in generale di rispetto degli individui, uomini e donne. Né dovrebbero temersi le guerre cui diede origine la divisione tra protestanti e cattolici, e che insanguinarono l’Europa: perché qui le guerre ci sono già state, anzi sono state loro a far crescer e a diffondere il terrorismo islamista.

L’assenza di una gerarchia religiosa
Se fosse di ostacolo l’assenza di una struttura religiosa gerarchica, dell’autorità riconosciuta di un Pontefice, se addirittura lo scisma secolare sciiti sunniti lo rendesse impraticabile, i concili potrebbero esser due o più. L’importante è che lo spazio di chi professa il Corano in modo anacronistico venga totalmente delimitato, isolato senza scappatoie; che quella lettura venga dichiarata blasfema; che chi la pratica – loro e chi gli dà sostegno – siano trattati come si fa con gli eretici (come è stato fatto per i “versetti satanici”, per intenderci). I seguaci dell’Isis non esitano di andare incontro a morte sicura per testimoniare fedeltà alla loro lettura del Corano: difficile quindi che tra loro si pratichi il nicomedismo. Nei paesi islamici in cui vige la sharia, la condanna religiosa avrebbe anche effetti civili, con ovvi vantaggi ai fini della repressione del fenomeno. Che vantaggi deriverebbero all’islam “ufficiale”? Prima di tutto di diventare credibile quando denuncia l’orrore del fondamentalismo; e tanto di più quanto da parte occidentale aumenterà la pressione perché alle parole seguano i fatti. E’ fuor di ogni dubbio che la pacifica convivenza tra il resto del mondo e islam è un nostro obiettivo; ci sono moltissime ragioni perché sia, come storicamente è stata, di primario interesse per i vertici politico-religiosi dei paesi islamici. Togliere terreno alla cultura della violenza è interesse di tutti. Essere percepito come chi si rifiuta di farlo, dovrebbe non esserlo di nessuno.

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

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