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Che cosa è davvero la Nakba?

 

 

Premessa: tratto da qui
 

Il 15 maggio è il giorno della Nakba, il "disastro" arabo in Israele. Termine che, spiegano i linguisti, si dovrebbe usare per gli eventi naturali come terremoti, incendi, inondazioni, ma che i "palestinesi" applicano a un fallimento politico, il loro, e che celebrano con grande intensità: contenti loro! C'è chi gioisce con la gioia e chi gioisce col lutto... Del resto l'hanno ripetuto in tutte le salse, come se fosse una superiorità: voi (israeliani e occidentali) amate la vita, noi amiamo la morte e dunque... E dunque pensano che vinceranno, ma non è vero, perché si vince con la speranza non col rancore.

Ma comunque la Nakba, il disastro, che razza di sciagura è? Già usare questo termine implica che sia stato qualcosa di subìto, come se loro non c'entrassero, qualcosa che gli hanno fatto, non che hanno fatto loro. Ma che evento ricordano gli arabi con tanto lutto? Semplice, di non essere riusciti a distruggere gli ebrei e a completare il genocidio come si proponevano. Ricapitoliamo i fatti.

Il 29 novembre 1947 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione n. 181 che chiudeva il mandato britannico e lo divideva in due stati uno ebraico e uno arabo. Com'è noto gli israeliani accettarono subito e proclamarono il loro stato al momento della partenza degli inglesi, per l'appunto il 14 maggio 1948. Il 15 maggio, di cui oggi è l'anniversario, le truppe britanniche si ritirarono definitivamente dai territori del Mandato.

Lo stesso giorno gli eserciti di Egitto, Siria, Transgiordania, Libano e Iraq, attaccarono il neonato Stato di Israele. Il segretario generale della Lega Araba 'Abd al-Rahmān 'Azzām Pascià annunciò "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ( http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele ). In realtà la guerra era già iniziata da novembre e alla fine, dopo sforzi immensi, con la perdita dell'1 per cento della popolazione e del 10% delle forze armate, il neonato Israele ce la fece a respingerli - prima vittoria di una serie che non si è mai interrotta in tutti gli assalti successivi.

Ma questa è un'altra storia. I dirigenti dell'Anp hanno fissato il giorno della nakba proprio il 15 maggio, la data di inizio della guerra di sterminio contro Israele. Potrebbe essere un'ottima idea. Se questo volesse dire: ci siamo pentiti di aver cercato di distruggervi, viviamo a fianco a fianco e cerchiamo di collaborare come buoni vicini, rinunciamo per sempre alla violenza, bè allora questo vorrebbe dire che hanno saputo trarre le giuste lezioni dalla storia. Sarebbe bello, ma non è così. La nakba consiste nel non aver saputo realizzare gli obiettivi di quella guerra, di non essere riusciti a realizzare lo sterminio che si proponevano.

Un po' come se i tedeschi facessero il lutto per la data di inizio della seconda guerra mondiale (1 settembre 1939) non per deplorare l'aggressione alle pacifiche popolazioni circostanti ma per dispiacersi di non aver potuto completare la Shoà essendo stati malauguratamente sconfitti.

Non ci fu pulizia etnica, come dicono i loro propagandisti, non ci furono stragi programmate ma combattimenti casa per casa nei villaggi che servivano da basi per l'aggressione. La popolazione araba che accolse gli appelli dei generali invasori e scappò dietro agli eserciti aggressori fu coinvolto nella loro ritirata e non poté più tornare oltre confini che restano di guerra ancora oggi. Di qui l'esilio di una parte della popolazione, che dura ancora oggi dato che gli stati circostanti fecero il possibile per NON integrarla, al fine di usarla di nuovo contro Israele.

È bene sottolineare ancora che quelle persone non sono state espulse. Sono state convinte nel 1948 dagli stati arabi belligeranti ad abbandonare le loro case, convinti che presto si sarebbero appropriati delle dimore degli ebrei sconfitti. Purtroppo per essi, non è andata così

La Nabka fu, lo ripeto, un tentativo fallito di genocidio. Un tentativo che continua ancora. E ogni volta che gli arabi cercano di distruggere Israele con un mezzo o con l'altro - le campagne belliche frontali, il terrorismo degli aerei e quello degli attentatori suicidi, i razzi e le manovre di politica internazionale - quella è di nuovo una piccola nakba.

Basterebbe che la smettessero, ma sul serio, e non avrebbero più "disastri" da lamentare. Basterebbe che gli stati arabi assorbisse i profughi (come l'Italia ha fatto per istriani e dalmati, la Francia per i "pied noir", la Germania per gli abitanti di zone che oggi sono Polonia, Cechia, Russia, ecc.) Ma non lo fanno. Né i dirigenti "palestinesi" smettono di incitare al genocidio, né gli stati circostanti integrano i "rifugiati" o meglio i loro nipoti e pronipoti, tenendoli in uno stato di isolamento e mancanza di diritti. Non la smettono e continuano a cercare di inventare tattiche nuove per riuscire nel genocidio che fallirono il 1948.

 

Se da un lato si stima che qualcosa come 30-50 mila di quegli arabi palestinesi siano ancora viventi; la UNRWA (United Nations Relief and Works Agency) consente a figli, nipoti, pronipoti e discendenza all’infinito dei rifugiati effettivi di continuare a fregiarsi di tale titolo. Per cui, sulla base di questa pratica (unica al mondo: in nessun altro stato al mondo i discendenti dei rifugiati conservano lo status dei loro genitori, NdT), si calcolano oggi ufficialmente 4.9 milioni di palestinesi che possono vantare la condizione di “rifugiato”, accedendo ai relativi benefici.

 

Secondo credibili stime recenti, il numero di arabi defluiti da Israele subito prima dell’attacco subito dagli stati arabi confinanti nel 1948, si attesta a circa 350 mila unità. Un dato ovviamente rilevante; ma inferiore al numero di ebrei che furono ostracizzati, intimiditi, vessati, oggetto di violenze, ed espulsi dagli stati arabi del Nord Africa e del Medio Oriente. Ebrei oggi pienamente integrati in Israele. Mentre i rifugiati “palestinesi” (nel 1948 la palestina non esisteva, nell’accezione moderna) non sono mai stati integrati nelle società di Siria, Giordania, Egitto e Libia, dove sono stipati in luridi campi profughi, privi di dignità, spesso di cibo, di possibilità di lavorare, di diritti civili e politici; ma, da sempre, utili come strumento di pressione nei confronti dello stato ebraico.

 

 

L'allontanamento della popolazione per ordine della Leadership araba

 

Premesso: tratto da qui

 

Sebbene la maggior parte degli arabi palestinesi avesse ben poco bisogno di incoraggiamento per allontanarsi, un gran numero di loro furono letteralmente cacciati dalle loro case dai loro capi e/o dall’ “Esercito Arabo di Liberazione” (Arab Liberation Army), che era entrato in Palestina prima della fine del mandato britannico, sia per considerazioni militari sia al fine di impedire loro di diventare cittadini dello Stato ebraico. Di questo vi è una schiacciante e incontrovertibile massa di prove contemporanee – briefing di intelligence, documenti arabi catturati, notizie di stampa, testimonianze e memorie personali, e così via.

 

Nell’esempio più ampio e più noto di esodo “di matrice araba”, decine di migliaia di arabi palestinesi furono indotti con ordini o intimidazioni a lasciare la città di Haifa (21-22 aprile) dietro indicazione dell’Arab Higher Committee (AHC), l’effettivo “governo” degli arabi palestinesi. Solo pochi giorni prima, la comunità araba di Tiberiade (che contava circa 6.000 persone) era stata analogamente costretta ad andarsene dai suoi stessi leader, contro la volontà della locale comunità ebraica (una quindicina di giorni dopo l’esodo, Sir Alan Cunningham, l’ultimo alto commissario britannico della Palestina, riferì che gli ebrei di Tiberiade “avrebbero accolto con favore il ritorno degli arabi”).

A Jaffa, la più grande città araba della Palestina, le autorità municipali organizzarono il trasferimento per mare e per terra di migliaia di residenti. A Gerusalemme, l’AHC ordinò il trasferimento di donne e bambini, e i capi di bande locali espulsero i residenti di diversi quartieri, mentre a Beisan donne e bambini vennero costretti all’evacuazione quando fece il suo ingresso la Legione Araba della Transgiordania.

 

Ci furono strenui sforzi degli ebrei per convincere gli arabi di Haifa a rimanere, ma vinse l’ordine dell’AHC di andarsene – che fu trasmesso alla leadership locale per telefono e segretamente registrato dall’Haganah. Inoltre, ci furono i ben documentati sforzi della leadership araba di Haifa per terrorizzare ed indurre a fuggire i suoi sfortunati cittadini, fino all’ultimo riluttanti. Alcuni residenti arabi furono minacciati per iscritto che, se non avessero lasciato la città, sarebbero stati etichettati come traditori meritevoli di morte. Altri vennero convinti che non potevano aspettarsi alcuna pietà dagli ebrei.

 

Nelle parole di un rapporto dell’intelligence britannica:

“Dopo che gli ebrei ebbero ottenuto il controllo della città, e nonostante una conseguente carenza di cibo, molti non avrebbero ottemperato alla richiesta di una completa evacuazione, se non fosse stato per le voci e la propaganda diffuse da parte del membri del Comitato Nazionale rimasti in città. La voce più diffusa era che gli arabi rimasti a Haifa sarebbero stati presi in ostaggio dagli ebrei in caso di futuri attacchi su altre aree ebraiche, e un efficace atto di propaganda, con la sua implicita minaccia di ritorsione quando gli arabi avrebbero riconquistato la città, sosteneva che chi rimaneva a Haifa riconosceva tacitamente di credere nel principio di uno Stato ebraico”.

 

E questo fenomeno non fu limitato alle città palestinesi. Lo spopolamento deliberato dei villaggi arabi, e la loro trasformazione in roccaforti militari, fu un tratto distintivo della campagna araba fin dall’inizio delle ostilità. Già nel dicembre 1947 agli abitanti dei villaggi nel sub-distretto di Tul Karm venne ordinato di andarsene dai loro dirigenti locali, e a metà gennaio dei rapporti dell’intelligence dell’Haganah testimoniano l’evacuazione dei villaggi della valle di Hula per ospitare le bande locali e le forze dell’ALA appena arrivate.

Di lì a febbraio, il fenomeno si era esteso alla maggior parte del paese, e acquistò poi slancio considerevole in aprile e maggio, quando le forze arabe in tutta la Palestina vennero respinte in massa. Il 18 aprile la sezione di intelligence dell’Haganah a Gerusalemme registrò un nuovo ordine generale [arabo] per espellere le donne e i bambini da tutti i villaggi confinanti con località ebraiche.

Dodici giorni dopo, la sua controparte di Haifa registrò una direttiva ALA di evacuare tutti i villaggi arabi tra Tel Aviv e Haifa in previsione di una nuova offensiva generale. Ai primi di maggio, mentre i combattimenti si intensificavano nella Galilea orientale, agli arabi locali venne ordinato di trasferire tutte le donne e bambini dalla zona di Rosh Pina, mentre nel sub-distretto di Gerusalemme la Legione Araba della Transgiordania impose lo svuotamento di decine di villaggi.

 

 

 

 

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