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Non è Israele il nemico degli arabi ma sono gli stessi arabi

 

 

 

Premessa: tratto da qui

 

“Arab News”, ha pubblicato un articolo del giornalista Abdulatiff al-Mulhim, in cui si sostiene che Israele non è il nemico numero ‘uno’ degli arabi, lo sono invece i dittatori, l’ignoranza, lo stato di abbandono e la corruzione. L’articolo ha provocato un’ondata di proteste nel mondo arabo, ma anche dichiarazioni di sostegno. La BBC, da parte sua, ha trasmesso in diretta in arabo una discussione per commentare l’articolo.

Il giornalista saudita sostiene che il conflitto arabo-israeliano è costato caro gli arabi, e che negli ultimi anni la gente ha incominciato a porsi domande difficili: *quanto sono costate agli arabi le guerre contro Israele?
*Quanto è costato il rifiuto di riconoscere Israele fin dal 1948?
* Perché il mondo arabo non utilizza queste ingenti somme per promuovere l’istruzione, migliorare i servizi sanitari e sviluppare le infrastrutture? Ma la domanda più importante e difficile che gli arabi non vogliono nemmeno sentire è:
*Israele è il vero nemico degli arabi o forse il nemico è un altro?

Le risposte che Abdulateef al-Mulhim dà a queste domande sono sorprendenti, perché afferma che ci sono problemi ben peggiori di Israele nel mondo arabo, e di cui Israele non è il responsabile. Queste domande dirette hanno incominciato a interessarlo quando vide le fotografie della guerra civile in Siria, i bambini che muoiono di fame nello Yemen, gli incubatori del terrore nella Penisola del Sinai, le autobombe e la distruzione degli edifici in Libano, le stragi in Iraq.

Il filo conduttore che collega tutti questi crimini è che sono tutti derivati dalle azioni di quelle persone che dovrebbero essere i protettori del mondo arabo, che dovrebbero costruirlo e svilupparlo, per cui la domanda ovvia è: chi è il vero nemico del mondo arabo?.

Il costo delle guerre con Israele fino ad oggi è stato di centinaia di miliardi di dollari e di decine di migliaia di vittime, che la nazione araba ha pagato perché considera Israele il suo nemico giurato, ne rifiuta il riconoscimento e respinge la possibilità di convivere pacificamente. La verità è che Israele è l’ultimo della lista dei nemici arabi - afferma Al-Mulhim - perché i veri nemici sono la corruzione, l’assenza di una buona istruzione, la mancanza di rispetto per la vita umana, le pessime condizioni sanitarie, la mancanza di libertà, i dittatori che hanno usato il conflitto arabo-israeliano al fine di opprimere i loro stessi popoli.

I disastri che i dittatori hanno procurato ai loro popoli sono assai peggiori di quelli delle guerre contro Israele, e la crudeltà di chi dovrebbe proteggere gli arabi è assai superiore a quella degli israeliani. La guerra che ha colpito la Siria, causata del suo Presidente, va ben oltre la nostra immaginazione, e in Iraq, gli stessi iracheni fuggono in massa da una terra che sarebbe in grado di produrre 110 miliardi di dollari all’anno con l’esportazione di petrolio.

Il presidente della Tunisia, alla luce del sole, ha rubato 13 miliardi di dollari che appartenevano ai suoi cittadini, e i bambini dello Yemen stanno morendo di fame, nonostante la loro terra sia una delle più fertili al mondo. Il Libano, nonostante la sua dimensione, non è in grado di proteggere la propria popolazione, e il caos fagocita la maggior parte del mondo arabo. Nessuno di questi problemi è attribuibile all’esistenza di Israele.

Al-Mulhim ricorda ai suoi lettori che il giorno dopo la dichiarazione della nascita dello Stato di Israele, il 15 maggio 1948, gli eserciti arabi l’ avevano invaso, iniziando una guerra durata fino al 10 marzo 1949. Fallirono nel loro sforzo di annientare “l’entità sionista”. La sconfitta li distrusse psicologicamente ed è per questo motivo che questa guerra è chiamata “Nakba”, disastro. Gli arabi non hanno guadagnato nulla, e molti palestinesi sono diventati profughi. Nel mese di giugno del 1967, gli arabi, sotto il governo del Presidente egiziano Gamal Abd al-Nasser, iniziarono una guerra contro Israele, nella quale hanno perso un territorio assai più vasto dell’area della Palestina. Pur avendola chiamata “Naksa”, perdita, gli arabi non hanno mai ammesso questa terribile sconfitta, perché ammettere un fallimento va oltre la loro capacità.

Oggi, l’interminabile “primavera araba” è in pieno svolgimento, e il mondo arabo non ha la pazienza né il tempo per affrontare i problemi della Palestina e dei profughi palestinesi, poiché molti arabi sono diventati dei rifugiati, bersagli permanenti per i loro stessi eserciti.

Dalla sola Siria ben 400.000 tra uomini, donne e bambini, sono stati costretti a fuggire dall’inferno degli ultimi venti mesi, e centinaia di migliaia d’iracheni sono fuggiti dalla Terra dei Due Fiumi, diventando fin dal 2003 dei rifugiati in paesi arabi. Hanno dovuto abbandonare le loro case e la loro terra, non perché aerei israeliani li avessero bombardati . Gli abitanti dello Yemen stanno vivendo la più grave delle tragedie umane, così come gli abitanti della penisola del Sinai invasa da forze terroriste.

Mentre gli arabi affondano nel pantano di sangue e lacrime da loro stessi creato, Israele ha fatto un balzo in avanti verso il futuro, con le istituzioni di ricerca più avanzate al mondo, le università più prestigiose e un’infrastruttura ben sviluppata. Molti arabi non si rendono conto che l’aspettativa di vita dei palestinesi in Israele è assai più elevata di quella degli arabi che vivono nei paesi arabi, e che gli arabi in Israele godono di molta più libertà politica e sociale di quelli che vivono nel mondo arabo.

Persino i palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana in Cisgiordania godono di maggiori diritti politici e sociali rispetto ai cittadini dei paesi arabi. Per esempio, uno dei giudici israeliani che ha condannato alla carcerazione l’ex Presidente di Israele, era un arabo israeliano.

La primavera araba ha dimostrato al mondo che i palestinesi sono più ricchi dei loro fratelli che hanno combattuto per liberarli dal dominio israeliano, per cui è giunto il momento di dire basta all’odio e alle guerre, per iniziare a creare un più alto tenore di vita per le future generazioni del mondo arabo.

Così si conclude il sommario dei principali argomenti dell’articolo del giornalista saudita Abdulateef Mulhim.

Eppure Israele è ancora il nemico più grande, persino per il solo fatto di esistere, perché Israele ricorda ogni giorno agli arabi ciò che non sono disposti ad ammettere: che sono stati gravemente sconfitti da Israele in tutte le guerre e che Israele è riuscito, in Medio Oriente, a sopravvivere e prosperare contro ogni previsione. Gli arabi vedono il successo di Israele e lo invidiano, ed da qui nasce anche l’odio. Quando confrontano la loro situazione miserabile, soprattutto negli ultimi anni, con le condizioni di grande sviluppo in Israele, ne attribuiscono la colpa a Israele.

Altri, d’accordo con al-Mulhim, hanno espresso delusione per le sorti della primavera araba, perché, quando ebbe inizio tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, aveva dato agli arabi grandi speranze per un futuro democratico, i diritti umani, la libertà politica e l’eliminazione della corruzione. Oggi, dopo quasi due anni da quando la primavera araba è esplosa, la situazione è peggiore di prima. In Egitto il crollo dell’economia potrebbe cancellare i programmi politici dei Fratelli Musulmani, e spingere l’Egitto a diventare sempre più dipendente dalla carità degli “infedeli” in Europa e negli Stati Uniti.

La “Primavera siriana”è costata, fino ad oggi, la vita di più di cinquantamila cittadini siriani, massacrati dalla sanguinaria minoranza alawita, anche se si è sempre presentata come un modello per la realizzazione di nobili ideali legati al nazionalismo arabo.

Alcuni hanno osservato che le guerre in Siria e in Iraq hanno causato la crescita di un terrorismo ancora maggiore, come dimostrano gli slogan islamisti che ricordano l’ ideologia di Osama bin Laden, visibili sui muri in rovina degli edifici a Damasco, Aleppo, Adlib, Homs e Hama. L’Iraq è diventato una terra di scontro tra sunniti e sciiti, un problema che era stato tenuto nascosto sotto il regime di Saddam Hussein.

Secondo al-Mulhim, non è Israele il nemico degli arabi, ma sono gli stessi arabi ad essere i peggiori nemici di se stessi. Sono loro ad avere dato origine alle disgrazie, i dittatori, la crudeltà, l’ignoranza, il disprezzo e l’abbandono, e fintanto che accuseranno Israele di esserne responsabile, continueranno a subire le amare conseguenze della triste realtà di cui solo loro sono responsabili. Negarlo non è una soluzione, ma aggrava solo il problema: sono gli arabi, secondo l’affermazione di al-Mulhim, la causa delle proprie disgrazie, non Israele né chiunque altro.
 

 

Una nazione di odio e sangue

 

 

Premessa: tratto da qui

 

In questi giorni, lo Stato di Israele festeggia 65 anni dalla sua rifondazione, 1900 anni dopo la distruzione del Secondo Tempio e la cacciata degli ebrei dalla loro terra. Nonostante i difficili inizi con una guerra crudele, tutte quelle successive, sofferenze e battaglie politiche, difficoltà economiche, Israele è la storia di un successo totale che continua. Una democrazia che progredisce, una stampa libera, un’alta qualità della vita e un’aspettativa di vita tra le più alte al mondo.

Il mondo arabo, invece, sta andando all’indietro. Andando? Correndo, piuttosto. Slittando lungo un pendio scivoloso in un pantano di fuoco in ebollizione, di sangue e lacrime. E, a differenza del passato, ora per gli arabi è difficile incolpare le forze straniere per le tragedie che affliggono i loro paesi: Iraq, Egitto, Libia, Siria, Yemen, Tunisia, Bahrain e altri ancora. Oggi, chi accusa Israele per i problemi del mondo arabo viene giudicato delirante, come se vivesse in un vecchio film in bianco e nero.

Questa situazione critica stimola gli intellettuali arabi a cercare il colpevole all’interno del mondo arabo, nella cultura e nei comportamenti individuali e dei governi. Basil Hussein non è uno dei più famosi giornalisti arabi, e può anche essere che questo non sia il suo vero nome. Dai pochi suoi articoli che sono stati pubblicati in questi mesi su Internet, si può desumere che viva in Iraq e che sia forse di origine curda, e le sue penetranti parole meritano di essere diffuse. Riportiamo una traduzione di due suoi articoli pubblicati di recente sul sito internet Elaph (tra parentesi ci sono i miei commenti, MK).

Il primo articolo è stato pubblicato il 10 aprile con il titolo: “In effetti, siamo un popolo sanguinario”. Ecco l’articolo:

“ Davvero, signori, noi siamo un popolo sanguinario. Non siate sorpreso e non cercate scuse per il fatto che lo siamo. Le nostre parole, le nostre azioni e i nostri discorsi - tutto dimostra che siamo un popolo sanguinario. Le nostre tragiche celebrazioni sono sanguinarie. Non dimenticate che anche i nostri nomi significano sangue,solo sangue. Non c’è forse tra noi qualcuno, uno della nostra stessa carne, che porta il nome di “Qad'if al-Dam” (“bagno di sangue”, il nome della tribù di Gheddafi, MK)? E “Patto di sangue”?. Voi non ricordate - oppure cercate di dimenticare- che per decine di anni abbiamo causato sofferenze al grido di “con lo spirito e con il sangue” ? Dunque, non ci meritiamo l’appellativo di”popolo sanguinario”?

Andate nelle moschee, nei centri sciiti e nei monasteri, ascoltate le parole dei relatori sui podi, persone che si comportano come se Dio esigesse da loro preghiere di sangue, parole di sangue, espressioni di sangue. Le loro grida, le loro urla, le loro maledizioni - tutto è sangue e solo sangue. Alcuni di loro hanno la barba colorata con il sangue, con fiumi di sangue, invece che con muschio e ambra. E dopo tutto questo si nega che siamo un popolo di sanguinario?

Quando guardo la televisione, sento che le parole più comuni sono ‘questo è sunnita e quello è sciita’, ‘questo è curdo e quello è arabo’, ‘questo è musulmano e quello è cristiano’, ‘questo è druso e quello è berbero’, ‘questo è copto e quello è nubiano’ ( popolo africano che vive nell’ Egitto meridionale e nel Sudan settentrionale, MK), ‘questo ha la cittadinanza e quello no’ , ‘questo è un abitante della città e quello è un beduino’, ‘ questo è un infedele e quello è qualcos’altro’ , ‘ questo è bianco e quello è nero’: dovrei farvi dei nomi? La cosa più importante è ‘uccidere, uccidere, perché potrete entrare in paradiso soltanto con uno spargimento di sangue.’

So che l’Islam è una religione di pace, il nostro Profeta è pace, il Corano è pace e le benedizioni sono pace, la più importante sera per noi (la notte di al-Qadr, il 27° giorno di Ramadan, la notte in cui è ricevemmo il Corano, MK) è pace, e permettetemi di ricordarvi che quella notte è “pace fino all’alba” (Corano, Sura 97, MK). Perciò io grido a voi: folli, voi che fate il bagno nel sangue, da dove è nata questa cultura sanguinaria? Da dove è venuto tutto questo fanatismo e odio nei confronti della vita, di noi stessi, degli altri, di tutto il mondo? Come siamo diventati un popolo sanguinario?

E a chi non parla la lingua del sangue, noi diciamo: “ figlio mio, tu sei un traditore, perché neghi il sangue, e quindi la tua punizione è la ghigliottina. Avanti, marsch!”. Anche l’ipocrisia non è tale se non è intrisa di sangue. Non diventiamo più ricchi se non facciamo commercio con il sangue. Non è concesso diventare un leader a meno che non abbiate versato un mare di sangue. Guai a voi se non vi comporterete così, altrimenti ve ne pentirete. Signori, perdonatemi, ma è giunto il momento di ammettere che siamo un popolo di sanguinario.

Siate felici e gioite amici miei, perché la tomba dell’assassino Hulagu (il mongolo che ha distrutto Baghdad nel corso dell’anno 1258; il suo nome dà origine alla parola hooligan, MK) è stata distrutta; lui e la sua orribile storia sono spariti dalla nostra terra perché lui è diventato un piccolo uomo che procura solo studia spargimento di sangue. Credetemi, soltanto voi ricordate la sua storia. Avete scalato una pila di teschi per ottenere protezione, ma persino i vampiri vi temono. Che definizione sarebbe più adatta se non “popolo sanguinario”?

Non so se ridere o piangere, perché ho cominciato a combattere il sangue con il sangue. Mi chiedete in che modo? Perché il mio dolore si è trasformato in sangue ed io piango per il sangue che vedo. Mi giro e rigiro nel mio letto di dolore, terrorizzato dalla paura per la mia nazione e vomito sangue dal disgusto. Non rimproveratemi se temo Allah, ma io odio il sangue”.


Questa è la fine dell’articolo come è stato pubblicato sul sito Elaph. I lettori che avevano risposto erano totalmente d’accordo con l’autore, aggiungendo ulteriori indicazioni relative alla cultura del sangue. Uno di loro scrive: “Purtroppo è questa la realtà. Tutto quel che vediamo intorno a noi è sangue, e persino i nostri sogni sono sanguinari. La cosa triste è che non si vede nessuno che cerchi di cambiare la situazione. Nessuno cerca di dimostrare che la vita sarebbe migliore di quanto possiamo immaginare, se solo sapessimo come valorizzarla e viverla in modo diverso, senza bagni di sangue. Ci sono molte cose buone nella vita, ma purtroppo non le vediamo e non ne apprezziamo il significato”.

Un altro lettore aggiunge: “Il nostro palato, purtroppo, apprezza il sapore del sangue; viviamo in un oceano di sangue. L’articolo è un meraviglioso lamento che descrive bene la nostra amara situazione. Tutte le altre nazioni hanno unità e coesione, mentre i nostri paesi cadono a pezzi e sono ridotti in rovine. Queste sono parole di lutto per la nostra unità distrutta”.

Una lettrice scrive: “Per quanto tempo dovremo continuare a pagare per i peccati degli altri? Fino a quando continueremo a essere vittime di coloro che hanno sete di morte e odiano la vita ? Per quanto ancora dovremo restare in silenzio di fronte a una minoranza ignorante che controlla la nostra mente, il nostro futuro e i nostri beni? Per quanto tempo saremo una nazione che rincorre le illusioni (la credenza nel paradiso, MK) e odia il progresso? Grazie, dottor Basil, perché ci ha detto che viviamo in un cimitero per vivi. Non sopportiamo il mondo progredito, e ogni giorno affondiamo sempre più profondamente in una tragedia di sangue “.

Un altro lettore richiama l’attenzione del giornalista sul fatto che, eccetto Layl al-Qadr- che è una notte di pace- le altre 364 notti dell’anno sono notti di sangue.

In un altro articolo, che è stato pubblicato il 20 febbraio di quest’anno, dal titolo “Una società di odio” il Dott. Basil Hussein spiega perché il mondo arabo è diventato un oceano di sangue:

“ E’ difficile negare l’evidenza che il livello di odio sia in aumento tra le società arabe. Inoltre, abbiamo un settore che ha trasformato l’odio in arte. Ero stupito, e forse molte persone intelligenti sono rimaste altrettanto sbalordite, per il livello di odio, di risentimento e ostilità che esiste a tutti i livelli di politica, religione e cultura, tanto è vero che la moderazione è diventata un difetto, la voce della saggezza tradimento, l’odio estremo una cosa buona diventato merce di scambio. Ecco perché l’imam Mahmoud al-a'zali (che morì nel 1111 dC, MK) ha detto che la paura della gente semplice è più grande della paura del sultano.

Ibn Khaldun (filosofo della storia che morì nell’anno 1406, MK) ha detto che le battaglie pubbliche sono diffuse in tempi di inferiorità ideologica e di stagnazione culturale. Questo profondo studioso aveva ragione, in effetti, noi viviamo in un’epoca di inferiorità ideologica, e c’è da chiedersi perché questo stia accadendo in un’epoca di rivoluzione nel campo della ricerca, della scienza e dell’informazione, e che soprattutto in un’era come questa noi siamo diventati una società arretrata nella quale l’analfabetismo è molto diffuso. Stiamo anche vivendo in tempi di ignoranza sotto caratteristiche e forme diverse , siamo diventati ignoranti persino riguardo all’amore per la patria, invece di praticare la fede in Allah e amare la patria, siamo diventati adoratori di falsi dei, di sette, tribù, etnie e di tutte le varie identità.

Non siamo più veri musulmani dediti a fare del bene e accettare i molteplici aspetti dell’umanità, una regola di vita in cui le persone si rispettano a vicenda (Corano 49, 13, MK) e vivono insieme in pace, senza violenze, nè reciproche ostilità. Siamo diventati membri della civiltà moderna come il resto del mondo, ma siamo divisi, nonostante il fatto che la nostra sia una religione civile, perché lo stato originale dell’islam è la religione di una città-stato (come la Polis dell’antica Grecia).

Siamo passati da una nazione unita a una nazione lacerata, dispersa e sgretolata, così come il concetto di nazionalismo è diventato un’idea ridicola, una parola volgare.

Siamo diventati arretrati, una società che non è salita sul treno del progresso, che si aggira in un percorso pieno di questioni insignificanti, perché abbiamo cominciato a illuderci che siano queste le cose importanti. Il risultato è che abbiamo sofferto la più grande delle sconfitte e siamo diventati una povera società che persegue la banalità, e commette grandi errori, nonostante il fatto che siamo considerati un popolo colto. Siamo invece un popolo di ignoranti che non leggono né scrivono. Giusto per ricordare: il numero di arabi che non sanno né leggere nè scrivere arriva a un centinaio di milioni. Il tempo medio che un arabo dedica alla lettura è di 6 minuti l’anno, contro con le 200 ore che dedica il cittadino di un paese progredito. Per questo gli arabi restano esclusi dalla storia, e gli altri si approfittano di noi.

Perché non ci sono giganti nella cultura araba del ventesimo secolo ? Non sono presenti nella sfera pubblica, nel mondo scientifico e culturale, dominati dai valori effimeri e inquinati che non ci appartengono ? Perché ? In effetti, siamo diventati una nazione senza futuro, priva di saggezza, senza una coscienza sulla vita, senza filosofi, senza intellettuali. Siamo riusciti a creare solo odio, e le frecce di odio che lanciamo ricadono su di noi, ci trafiggono nel profondo dell’anima”.

Così conclude il Dr. Basil Hussein. Non credo occorrano spiegazioni, perché le sue parole penetranti sono già un commento sulla condizione delle società che circondano Israele. La combinazione di una cultura di odio con il desiderio incontrollato di vedere scorrere il sangue, è una combinazione fatale nel mondo arabo. Il fallimento arabo nell’edificare un quadro governativo legittimo sottolinea il contrasto con Israele, e l’evidente successo del popolo ebraico nella creazione dello Stato di Israele, nel suo sviluppo e nella sua protezione come un giglio tra le spine del Medio Oriente.

 

 

La crisi culturale del mondo arabo / islamico

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Nel mondo arabo. e in una parte non trascurabile del mondo islamico, il modo di fare informazione è totalmente diverso. Gli spazi coperti dai media nel corso degli ultimi due anni riguardano la guerra civile che causa decine di migliaia di morti, un dittatore che massacra i propri cittadini, stragi di massa in seguito a conflitti tra gruppi tribali, etnici, religiosi , attacchi terroristici, milioni di rifugiati privi di speranza, la corruzione politica e economica.
In questi paesi, tre morti e centinaia di feriti sono un tributo di sangue che si verifica di norma quasi ogni minuto, è diventato una routine, una “non notizia”. Quando si confrontano le notizie in Occidente con quelle del mondo arabo, si ha l’impressione che si ha a che fare con due pianeti diversi, due civiltà contrapposte: una dedita allo sviluppo e alla prosperità, l’altra nel generare morte, sofferenza, lacrime e sangue.
Sorgono spontanee alcune domande: perché c’è una così grande differenza tra i paesi occidentali e il mondo arabo? Che cos’è che fa sì che il mondo arabo/islamico sia fonte di violenza, massacri , una sofferenza quasi incessante per tutte le popolazioni di quei paesi ? A causa della crisi permanente nel mondo arabo, molti intellettuali se ne chiedono le ragioni, soprattutto quelli che hanno studiato o vissuto in Occidente, che sanno quindi che una diversa società è possibile.
Incolpano una componente specifica della cultura orientale - la sottomissione a un dittatore crudele, l’annullamento degli interessi individuali rispetto al gruppo, l’esaltazione della violenza e la sua legittimazione, il, fanatismo religioso.
Gli intellettuali arabi pubblicano critiche severe su quanto sta succedendo nelle loro società e sulle responsabilità che, a loro parere, queste hanno nel provocare sventure e le conseguenti sofferenze per il mondo arabo.

Internet è diventato oggi un supermercato dove ognuno può diffondere i propri pensieri. Basil Hussein, un iracheno che vive nel nord del paese, il 10 aprile di quest’anno, in un articolo dal titolo “In effetti, siamo un popolo sanguinario” scrive: “Andate nelle moschee, nei centri sciiti, ascoltate le parole degli imam, persone che si comportano come se Dio esigesse da loro sermoni sanguinari. Le loro grida, le loro urla, le loro maledizioni - tutto è sangue, sempre e solo sangue. Alcuni di loro hanno la barba colorata con il sangue, con fiumi di sangue, invece che con muschio e ambra” ….
Circa le divisioni e il settarismo nel mondo arabo Basil Hussein scrive: “Quando guardo la televisione, sento che le parole più comuni sono ‘ questo è sunnita e quello è sciita ’, ‘questo è curdo e quello è arabo’, ‘questo è musulmano e quello è cristiano’, ‘questo è druso e quello è berbero’, ‘questo è copto e quello è nubiano’ , ‘questo ha la cittadinanza e quello no’ , ‘questo è un abitante della città e quello è un beduino’, , ‘ questo è bianco e quello è nero’‘ questo è un infedele e quello è qualcos’altro’”

In un altro articolo del 20 febbraio di quest’anno, dal titolo “Una società di odio” Basil Hussein spiega perché il mondo arabo è diventato un mare di sangue.
E’ difficile negare quanto il livello di odio sia in aumento tra le società arabe. Sono stupito, e forse molte persone intelligenti sono rimaste altrettanto sbalordite, per il livello di odio, di risentimento e ostilità che esiste a tutti i livelli politici, religiosi e culturali; questo è tanto più vero visto che la moderazione è diventata un difetto, la voce della saggezza tradimento, l’odio estremo una valida merce di scambio”.

Alcuni anni fa Tarek Heggy, l’ intellettuale liberale egiziano, ha scritto un articolo penetrante dal titolo “La mentalità araba”:

“Negli ultimi dieci anni ho scritto molti libri e articoli sui difetti della mentalità araba, tutti di origine culturale, acquisiti attraverso un’atmosfera generale di tirannia, un sistema educativo arretrato e i media, che in un contesto tirannico, perseguono le finalità del dittatore.
Alcuni di questi difetti sono:

°Limitata tolleranza delle altre ideologie;
°basso grado di accettazione del pluralismo ideologico;
°limitata accettazione "dell'altro";
°incapacità di accettare la critica, è raro che qualcuno pratichi l’ autocritica;
°origine tribale o religiosa delle idee invece che ideologica;
°radicato sentimento di disparità nei confronti degli altrui successi e produttività, spinto da un profondo ed esagerato sentimento di onore, una forma di rispetto espressa solo a parole piuttosto che basato sui fatti;
° tendiamo ad esagerare nel vantarci di noi stessi, dando al valore del nostro passato più considerazione di quanto meriti;
°spesso esageriamo in oratoria nel tentativo di coprire le mancanze della pratica, arrivando a dare più importanza alle parole che ai fatti;
°tendiamo a non relazionarci obiettivamente quanto piuttosto a personalizzare i problemi;
°siamo afflitti da un'insana nostalgia per il passato e un desiderio di ritornarvi;
°ci è sconosciuta la cultura del compromesso, considerato come una forma di sconfitta;
°crediamo che le donne debbano essere trattate senza rispetto;
°siamo prigionieri di modelli mentali e stereotipi;
°è estremamente diffusa tra noi la tendenza a credere che vi sia sempre un complotto dietro a ciò che succede, e che gli arabi siano sempre vittime di complotti orditi da altri;
°non capiamo l'essenza e la natura dell'identità nazionale: siamo arabi, musulmani, asiatici, africani o membri di una cultura mediterranea?
° c'è spesso un legame tra il cittadino e il governante basato sull'esagerata attribuzione al leader di caratteristiche sacrali, con una generale tendenza a glorificare le persone;
° molti hanno scarsa conoscenza del mondo, dei suoi orientamenti e non conoscono il vero equilibrio del potere;
°abbiamo poca capacità nel dar valore all'individuo, così che i nostri legami sono perlopiù di carattere tribale, famigliare, tradizionale o nazionale. Il genere umano non è considerato il comun denominatore più evidente e forte.
° abbiamo spesso una mentalità che tende al fanatismo a causa di una serie di ragioni, tra cui la prima è la mentalità araba tribale;
°poiché la mentalità araba è caratterizzata da troppa poca libertà e cooperazione c'è una reticenza verso la libertà e i suoi meccanismi.

Gli esperti del Medio Oriente possono aggiungere altri difetti a questa lista non esaustiva. Ma questi difetti sono acquisiti e quindi suscettibili ad essere cambiati”.

Si conclude così la citazione di Tarek Heggy.
Le scrittrici del mondo arabo di oggi si concentrano soprattutto sui problemi delle donne in una società patriarcale, sfruttatrice e violenta.
La giornalista araba Wajeehah al-Huwayder suggerisce alle donne arabe di non sposarsi, perché gli uomini del mondo arabo non sono adatti a essere partner di una intera vita.
La Dr.ssa Nawal al-Saadawi, medico egiziano, per molti anni ha denunciato e criticato la barbara usanza delle mutilazioni ai genitali femminili, l’ignoranza dei problemi di salute delle donne e il loro sfruttamento sia nella sfera privata che in quella pubblica.
Oggi la maggior parte degli intellettuali del mondo islamico, è giunta alla conclusione che la fonte dei problemi di cui soffrono le società orientali risiede al loro interno, per cui la soluzione può e deve venire solo dal loro interno. In passato, di tutti i problemi del mondo arabo/islamico, era più facile attribuire la colpa all’Occidente, al colonialismo, agli Stati Uniti e, naturalmente, a Israele. Ma più si aggrava la crisi nel mondo arabo, più aumenta il numero delle vittime, dei feriti, dei profughi siriani, più profonda diventa la crisi costituzionale, economica, sociale e politica dei paesi della “primavera araba”. In particolare in Egitto, ma mentre cresce la paura del programma nucleare dell’Iran, va sottolineata la diminuzione della tendenza tradizionale di incolpare Israele, gli Stati Uniti e l’Occidente.
Israele è percepito come un paese ordinato, di gente“normale” che ama la vita, il progresso e lo sviluppo, l’esatto opposto di ciò che sta accadendo nella vasta regione che lo circonda. E più questa percezione si fa nitida, più forte e più intensa cresce l’invidia.
Dall’altra parte dell’Atlantico c’è un altro paese “normale”, gli Stati Uniti, dove vive un altro popolo che fonda la propria esistenza sulla vita, sulla libertà e al perseguimento della felicità.
L’invidia nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, che permea il mondo arabo/islamico, diventa poi odio. Di qui nascono gli appellativi “ grande Satana” e “ piccolo Satana”, usati l’Iran, il regime del buio e dell’oppressione.
Gli attacchi terroristici contro autobus, ristoranti e hotel in Israele; contro centri commerciali, centri governativi o durante la maratona negli Stati Uniti, sono il risultato dell’invidia delle società arabe e islamiche, che stanno attraversando una crisi profonda; è l’invidia che si trasforma in odio e terrore. Invidiano e odiano l’Occidente, non per quel che l’Occidente fa, ma per quel che l’Occidente è: una società sana, progressista e prospera, che tutela i diritti umani e sa mantenere l’ordine pubblico, mentre le società arabe/musulmane soffrono di malattie croniche che si esprimono in violenza, abbandono, arretratezza, dittature, corruzione, analfabetismo e terrore.
Non sono io a dirlo, ma Basil Hussein, Tarek Heggy, Wajeehah al-Huwayder, Nawal al-Saadawi e molti, molti altri, inclusi i loro amici che, ogni anno, studiano il mondo arabo e pubblicano il Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo.
Capiscono dove sta il problema, ma sono impotenti a riscattare le loro società, che stanno affondando in un fango di fuoco, sangue e lacrime, creato da loro stesse.

 

 

 

 E' il mondo arabo l'artefice delle proprie stesse disgrazie


 

Riprendiamo dal FOGLIO del 04/02/2016, con il titolo "Il Medio Oriente, non l'Occidente imperialista, è l'artefice delle sue disgrazie", l'analisi di Antonio Donno

 

Ma veramente gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica – e, prima ancora, le potenze europee – hanno determinato in buona parte la storia del medio oriente a danno del mondo arabo, e in generale islamico, imponendo la loro visione imperialistica sulla regione e condizionandone lo sviluppo e la stessa libertà? Il grande storico ebreo, Efraim Karsh, docente presso il King’s College di Londra e la Bar-Ilan University israeliana, ribalta certezze acquisite nel corso dei decenni e divenute ormai luoghi comuni inattaccabili. Karsh non è nuovo a queste imprese. Negli scorsi anni, sulla base di documentazione scientificamente inoppugnabile, aveva smentito clamorosamente le conclusione dei cosiddetti “nuovi storici” israeliani, tutti di sinistra, fra i quali il più importante era Benny Morris.

E’ il caso di ricordare che Morris dovette riconoscere la fondatezza delle contestazioni di Karsh e piegare la testa, ricevendo contumelie da parte dei suoi colleghi di bottega. Poi, di fronte al “no” di Arafat nel 2000, dovette ammettere definitivamente la malafede degli arabo-palestinesi. In “The Tail Wags the Dog: International Politics and the Middle East” (Bloomsbury), Karsh smonta senza pietà i luoghi comuni di cui si è detto. I “poveri arabi” non subirono affatto le decisioni e le angherie delle superpotenze, ma, al contrario, spesso le costrinsero ad accettare le loro decisioni, pur di restare – o credere di restare – in sella in una regione strategicamente cruciale come il medio oriente, specialmente durante la Guerra fredda. A cominciare dagli anni della prima guerra mondiale, Karsh dimostra che il crollo dell’impero ottomano non fu causato dalla diplomazia segreta occidentale, ma dalla sua dabbenaggine nell’entrare in guerra al fianco dei tedeschi.

Più tardi, non furono affatto gli accordi Sykes-Picot del maggio 1916 a spartire il medio oriente fra inglesi e francesi, ma le richieste incalzanti di Hussein ibn Ali di smembrare la regione in favore della sua famiglia: egli stesso divenne re dell’Hijaz, il suo secondo figlio re della Transgiordania nel 1921, e il più giovane, Faisal, re dell’Iraq. Parigi e Londra accolsero la richiesta al fine di mantenere l’alleanza dei tre regnanti. Era nella loro convenienza politico-strategica. Anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale, scrive Karsh, “gli attori locali del medio oriente si industriarono per essere decisivi nella ristrutturazione della loro regione”, agendo astutamente con le controparti nella guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica. Anzi, Karsh sostiene che “né gli Stati Uniti né l’Unione Sovietica ebbero voce in capitolo nelle grandi strategie dei loro più piccoli alleati”.

Così, il crollo della dinastia hashemita in Iraq e il passaggio del paese nel blocco sovietico, il passaggio dell’Egitto nello stesso blocco a metà degli anni 50, e poi il suo riposizionamento tra gli occidentali due decenni dopo, lo sviluppo delle colonie israeliane nei territori occupati durante la guerra del 1967, la rivoluzione islamica del 1979 non hanno nulla a che fare con le strategie di Washington e Mosca nella regione. Ancora, la distruzione del reattore atomico iracheno ad opera di Israele nel 1981 non ebbe affatto il benestare degli Stati Uniti, la guerra di attrito egiziana contro Israele tra il 1969 e il 1970, la guerra dell’ottobre 1973 ad opera di Sadat, l’intervento della Siria in Libano nel 1976, l’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq nel 1980 e del Kuwait nel 1990 furono operazioni compiute contro il volere dell’Unione Sovietica, che temeva che un ulteriore rovescio arabo potesse favorire la controparte americana nella regione, come in effetti avvenne. Anzi, le pressioni sovietiche su Sadat il primo giorno della guerra del 1973 perché sospendesse le ostilità ebbero esito negativo, così come gli inviti, sempre sovietici, su Assad perché terminasse l’offensiva sull’OLP nel 1976, né gli inviti delle due superpotenze su Teheran e Baghdad perché ponessero fine a quella che sarebbe stata un’orrenda guerra di otto anni sortirono effetto positivo.

In tutti i casi finora citati – solo i più importanti – il mondo arabo agì in prima persona, completamente ignorando i suoi patrons, o presunti tali. In definitiva, il libro di Karsh spazza via tutte le analisi che finora hanno alimentato la visione di un medio oriente servo delle potenze europee, prima, e delle due superpotenze, poi. Il mondo arabo mediorientale è artefice in prima persona della sua storia e della sua attuale crisi; è un mondo, conclude Karsh, “dove gli individui e le società devono assumersi la responsabilità delle loro azioni piuttosto che attardarsi a condannare gli altri per le proprie sfortune”.

 

 

 

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