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Il terrorismo palestinese mira alla distruzione di Israele, non alla rivendicazione di una terra

 

 

Premessa: tratto da Qui  e Qui Nella foto in alto: la Tombra del patriarca Giuseppe data alle fiamme da gruppi palestinesi

 

Che cosa hanno in comune i venti morti del ristorante di Dacca, i 42 dell’aeroporto di Istanbul, i quaranta circa dell’ultima ondata terrorista in Israele fra cui una bambina di tredici anni ammazzata a coltellate nel suo letto da un terrorista che le si era infilato in casa? E poi i morti di Orlando, quelli dell’aeroporto di Bruxelles, quelli di Parigi, tutti gli altri che non cito per non farvi un elenco lunghissimo? Le cose in comune sono due, una riguarda le vittime e l’altra gli assassini. Le vittime erano persone comuni, intente ad attività comuni, innocenti senza nessun rapporto con i loro assassini; i killer erano islamici, dichiaratamente intenti a battersi per la loro religione. Alcuni possono essere collegati con l’Isis (che peraltro significa stato islamico) altri no; ma quasi tutti hanno condotto il loro macabro rito di omicidio-suicidio gridando lo slogan dei combattenti musulmani dai tempi di Maometto. “Allahu akbar”, cioè “Allah è grande”. Nel nome della stessa religione sono onorati e trattati come martiri dai movimenti politici che sono loro vicini, inclusi i “laici” e “moderati” protetti dalla comunità internazionale come l’Autorità Palestinese.

 

Che cosa c’entri la divinità e la sua grandezza con l’assassinio di una bambina nel sonno o con il massacro di turisti al ristorante o all’aeroporto, è una domanda per noi naturale, ma del tutto ingenua. C’è una continuità storica ininterrotta che risale alle campagne di Maometto contro ebrei e arabi “infedeli”, c’è un fondamento teologico che nega il diritto alla vita per chiunque non si converta (salvo che si sottometta, si umili e paghi una tassa esuberante per aver salva la vita). Più vicino a noi c’è negli ultimi decenni una scia di sangue ininterrotta, che ha cancellato la vita ebraica, cristiana e di altre fedi in tutto il Medio Oriente e che si estende ad altre regioni musulmane una volta più moderate, dal Pakistan al Bangladesh all’Indonesia alla Nigeria).

C’è una guerra in corso più volte dichiarata, da Al Qaeda, dall’Isis, da mille piccoli gruppi. E c’è la piccola mistificazione (anch’essa teologicamente giustificata come “taqyiia”, legittima dissimulazione religiosa) da parte dei membri di comunità islamiche troppo minoritarie per combattere, come ancora accade nel discorso pubblico in Europa. Ma appena i musulmani diventano un po’ più numerosi e si raccolgono in zone dove sono maggioranza relativa, diventano aggressivi, trasformano questi territori in “zone di sharia” e impediscono con la forza i comportamenti che non gradiscono, quelli delle altre religioni ma anche della nostra libertà, in particolare la libertà di abbigliamento e di vita delle donne. E quando una zona è stata islamizzata, essa diventa patrimonio dell’islam, incedibile e sovrano, anche se si tratta di un piccolo luogo con una fortissima tradizione non islamica. E’ il caso di Israele, che va eliminato in quanto non islamico. Ma lo stesso è accaduto per tutti i territori tradizionalmente armeni, assiri, copti, che non sono riusciti a difendersi con le armi dalla snazionalizzazione islamica. La “questione palestinese” non va intesa come la liberazione nazionale di un inesistente popolo palestinese, ma come la spinta a recuperare un territorio già conquistato dall’islam, per cui tutti i pretesti valgono, compresa l’invenzione di un popolo mai registrato nella storia.

 

 

A Nablus, una folla inferocita, ma ben organizzata, di palestinesi ha dato fuoco alla tomba di Giuseppe, uno dei luoghi più sacri all’ebraismo. L’immagine dell’incendio dell’antica tomba spiega, più di mille discorsi, la natura della nuova Intifada palestinese. Non si tratta di scacciare un esercito o di colpire uno Stato e i suoi simboli, ma di colpire gli ebrei e la loro religione. Si colpiscono i civili per strada, come quelli che per caso si trovano per strada a Gerusalemme ad attendere un bus e vengono travolti da un’auto in corsa, per poi essere finiti a colpi d’accetta dal terrorista che la guida.

 

E’ successo veramente, quattro giorni fa. Il fatto è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza e diffuso sul Web dall’IDF, giusto per far vedere al mondo che cosa gli ebrei debbano affrontare ogni giorno. Si colpisce la religione: per i palestinesi, secondo la storia che imparano sin da bambini, a Gerusalemme gli ebrei non sono mai esistiti. Il Tempio non è mai esistito sulla Spianata. Gesù non è mai stato ebreo. Qualunque ricerca archeologica che dimostri il contrario viene interpretata come una cospirazione ebraica per falsificare la storia. L’incendio della tomba di Giuseppe è solo l’ultimo dei tentativi di cancellare la storia ebraica dai luoghi della Terra Promessa.

 

Ed è questo l’aspetto che troppo spesso viene confuso o ignorato (spesso e volentieri: deliberatamente ignorato) del conflitto mediorientale. Quando ci si accosta alla storia dell’ormai secolare guerra fra arabi ed ebrei in Medio Oriente, la si legge, su quasi tutti i libri di storia e gli articoli di approfondimento, come una delle tante lotte per l’indipendenza di un popolo (quello palestinese) da un occupante (Israele). Si applica al Medio Oriente lo stesso modello interpretativo usato per tutte le cause indipendentiste o irredentiste europee, come quella dei baschi, dei catalani, dei corsi, dei nord-irlandesi, ecc… La realtà mediorientale, però, è completamente differente. Non c’è un popolo che vuole l’indipendenza da uno Stato, ma ci sono due popoli che si contendono lo stesso identico territorio.

La Palestina, così come viene raffigurata nelle mappe ufficiali dell’Autorità Palestinese, ha esattamente gli stessi confini che oggi appartengono a Israele. Non è un pezzo di Stato che se ne vuole andare, dunque, ma uno Stato che vuole sostituirsi a un altro. La questione dei confini, su cui la diplomazia delle maggiori potenze mondiali ha sempre lavorato, nel caso del Medio Oriente è completamente superflua. L’Autorità Nazionale Palestinese può anche accettare temporaneamente una sistemazione entro i confini (tuttora da definire nei dettagli) della Cisgiordania (Giudea e Samaria) e di Gaza, può anche accettare la formula, tutta occidentale, dei “due popoli in due Stati”. Ma l’ammetterebbe solo come primo passo verso l’obiettivo finale. Che è la conquista di tutto il territorio israeliano. Non solo questo obiettivo è dichiarato e declamato da tutti i leader palestinesi, da Arafat in avanti, ma è reso esplicito dalle richieste della parte palestinese in ogni negoziato internazionale, prima fra tutte quella del “diritto al ritorno” di tutti i profughi palestinesi e di tutti i loro avi. Un atto che, da solo, sommergerebbe demograficamente Israele, trasformandolo di colpo in uno Stato a maggioranza araba e musulmana.


Si parla molto spesso di “guerra asimmetrica” quando si cerca di descrivere il lungo conflitto mediorientale. Asimmetrica perché combattuta da un esercito regolare moderno, quello israeliano, contro movimenti di guerriglia o gruppi terroristici, armati di sassi, armi improprie, armi di contrabbando, razzi e cinture esplosive (che sono comunque armi che causano morti e feriti). E’ però una guerra asimmetrica anche nei fini: Israele mira alla sua sopravvivenza, i palestinesi (e tutti i paesi arabi e islamici che li sostengono) mirano alla sua conquista e alla sua trasformazione in uno Stato a maggioranza araba e musulmana. In una guerra in cui questi sono i fini, ogni soluzione razionale è impossibile. Israele sarebbe anche disposta ad arretrare i suoi confini e a modificarli, ma non rinuncerebbe mai alla sua indipendenza, tantomeno al suo carattere di Stato ebraico, anche se laico, che lo rende unico al mondo. Dall’altra parte, la causa araba non sarà mai soddisfatta finché Israele non cesserà di esistere per come finora lo abbiamo conosciuto. E per la causa islamica, oggi prevalente nel mondo arabo, la guerra non finirà finché gli ebrei, con la loro religione, i loro monumenti e i loro luoghi sacri non saranno cancellati dal Medio Oriente, o ridotti a “dhimmi”, sottomessi, come avviene già con le minoranze cristiane nei territori controllati da regimi islamici. Per entrambe le parti, la terra che include Gerusalemme è la Terra Promessa. Oggi è il premio finale, la promessa definitiva di ogni gruppo jihadista, da Hamas all’Isis.

 

Questa è la posta in gioco. Dunque la guerra durerà ancora a lungo, rendendo illusorie le soluzioni all’occidentale, quelle che prevedono spartizioni di terre e accordi economici. La fine del conflitto non arriverà con niente di tutto questo. Ci sarà solo quando, come affermava a suo tempo Golda Meir (1898-1978): “Gli arabi ameranno più i loro bambini di quanto odino noi“. A giudicare dai bambini di dieci, undici, dodici anni che in questi giorni rischiano la vita pur di pugnalare un ebreo, un ebreo qualunque purché sia ebreo, il tempo della pace è ancora lontanissimo. In ogni caso la via è quella. Dovrebbe affermarsi, nella leadership e nella cultura araba, l’idea che Israele ha diritto di esistere quale Stato indipendente, sovrano ed ebraico. Solo quando si diffonderà quell’idea, solo quando la maggioranza degli Stati arabi e islamici riconoscerà anche formalmente lo Stato di Israele, allora potrà finire il conflitto.

 

 

 

Il terrorismo palestinese contro gli ebrei esisteva anche prima della sua nascita

 

Premessa: tratto da qui

 

 

Miei cari amici, ebrei d’Israele e della diaspora, mi spiace dirvi che gli attacchi terroristici che ci colpiscono oggi come ieri, da una settimana, da un mese, da un anno, da un decennio e da un secolo, sono tutti parte della stessa guerra, della stessa lotta, della stessa Jihad condotta contro Israele dai lorovicini da ormai oltre un secolo.
A volte è una guerra su vasta scala con carri armati, fragori, fiamme, aerei e navi, a volte invece è una guerra di bassa intensità, conosciuta come “terrorismo”, con sparatorie, esplosioni, accoltellamenti. In arabo è sempre Jihad, l’obiettivo sono gli ebrei solo perché sono ebrei.

 

Mi dispiace inoltre dovervi ricordare che questa guerra è iniziata molto prima della creazione dello Stato ebraico proclamato nel 1948. Le aggressioni e i massacri degli anni 1920, 1921, 1929, dal 1936 al 1939 ed altri ancora, non erano certo avvenuti a causa di uno Stato ebraico o per quella che i nemici di Israele chiamano l' “occupazione” del 1948, di certo non per l’ “occupazione” del 1967.
Nel 1929 l’orrendo massacro degli ebrei di Hebron era stato perpetrato contro degli ebrei che non facevano parte del movimento sionista, anzi. Vi ricordo che il Movimento di Liberazione della Palestina (Fatah) è stato fondato nel 1959 e che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) è nata nel 1964, dunque alcuni anni prima dell’ “occupazione” del 1967, risultato della vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni.

 

Voglio farvi notare che le grida si sentivano, soprattutto nella Guerra di Indipendenza del 1948, erano (in arabo) “Itbach al Yahud” ovvero “Massacrate gli ebrei” e non gli “israeliani” o i “sionisti”, perché il loro vero problema sono gli ebrei, che si rifiutano di essere sottomessi all’Islam, non accettano di vivere come dhimmi, ovvero “persone protette” come l’Islam impone a loro e ai cristiani.
Ancora oggi nel mondo arabo i bambini cantano: “La Palestina è il nostro paese e gli ebrei sono i nostri cani”. Il cane, nella tradizione islamica, è un animale impuro.
La Sharia stabilisce che se un musulmano sta pregando e davanti a lui passa un cane, un maiale, una donna, un ebreo o un cristiano, le sue preghiere verranno respinte e lui deve ricominciare a pregare dall’inizio.

 

Non è piacevole dirvi questo, ma sappiate che il canto più popolare tra i nemici di Israele è “Khyber, Khyber o Giudei, l’esercito di Maometto ritornerà di nuovo”. Khyber è un’oasi nella penisola arabica popolata da ebrei fino a quando Maometto non li ha massacrati nel 626 d.C. Il canto ricorda quell’evento e minaccia una replica.
Gli ebrei, secondo il Corano (Sura 5, versetto 82) sono i nemici più ostili dei musulmani. Il versetto 60 afferma che la maledizione e la furia di Allah  ricadranno su di loro,  trasformandoli  in scimmie e maiali. Da quando in qua scimmie e maiali hanno diritto ad uno Stato? Da quando hanno il diritto di sovranità? Nonostante quello che pensate, la pace con l’Egitto è stata raggiunta solo dopo che Sadat si rese conto che, malgrado gli sforzi degli arabi di distruggere Israele nella Guerra di Indipendenza del 1948, nella Campagna del Sinai del 1956, nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, nella Guerra di logoramento del 1970, e persino nella Guerra dello Yom Kippur del 1973 in cui aveva attaccato di sorpresa Israele, lo Stato ebraico era riuscito a respingere tutti gli eserciti arabi e a portare la guerra nel loro territorio.

 

Sadat, per questi fatti, aveva capito che Israele era invincibile e che non c’era altra scelta che fare la pace, anche se questa pace sarebbe stata temporanea e analoga alla precedente Pace di Hudabiya del 628 d.C. Allora Maometto aveva concesso un periodo di pace di 10 anni agli infedeli abitanti alla Mecca, ma l’aveva spezzata dopo solo due anni. Yasser Arafat firmò gli accordi di Oslo non perché credeva nella pace, ma perché, definendoli la “Pace di Hudabiya “, aveva visto gli accordi come un cavallo di Troia che avrebbe ingannato gli ebrei. L’unico obiettivo degli accordi di Oslo era quello di creare una entità palestinese con esercito e armi, che a tempo debito avrebbero distrutto Israele. Arafat l’aveva sempre ribadito, ma la dirigenza israeliana politica aveva spiegato che lui lo stava dicendo solo per un suo uso interno, e quando gli attentatori suicidi si sono fatti esplodere nelle strade israeliane, le vittime sono state chiamate “vittime della pace”.
Da quando la pace richiede vittime?

 

Mi rattrista dirvi che sono falliti tutti gli sforzi di Israele per compiacere Hamas, che da organizzazione terroristica è diventato uno stato terrorista. Razzi mortali, tunnel per attaccare Israele, attentatori suicidi, sono tutti considerati legittimi agli occhi del governo jihadista di Gaza, così al diavolo la vita di uomini, donne e bambini che vivono nella Striscia, e al diavolo il loro benessere, la loro salute, la loro sicurezza e le loro proprietà.
Gli abitanti di Gaza sono pedine nelle mani di Hamas, della Jihad e dei salafiti: tutti autonominatisi collegamento tra Gaza e il Paradiso, avendogli già dato un assaggio dell’inferno sulla terra.

 

Mi duole dire a tutti voi operatori di pace, pacifisti, anime deboli e stanche in Israele e nel mondo, che il cemento e il ferro che avete costretto a dare ai jihadisti di Gaza al fine di ricostruire le loro case distrutte, sono stati invece utilizzati per costruire dei tunnel portatori di morte sia per gli abitanti di Gaza che per gli israeliani. Invece di costruire ospedali, scuole e infrastrutture, i jihadisti hanno costruito un’infrastruttura di morte, sofferenze e disastri. Avete sbagliato ancora una volta, basando la vostra politica su sogni irrealizzabili, delusioni e speranze invece che su fatti e cifre.
Gli analisti, me compreso, non sono del tutto senza colpa: hanno pensato in buona fede che quando Hamas si fosse assunta la responsabilità per il benessere di Gaza, i suoi dirigenti sarebbero diventati più moderati, realistici e pragmatici.
Niente di più sbagliato: Hamas, nonostante abbia lasciato l’opposizione per governare, non ha cessato il jihad contro Israele, non l’ ha tolto dalla cima della sua lista delle priorità, né ha modificato minimamente il suo progetto genocida dell’ “entità sionista”.

 

Non vorrei distruggere il sogno dei “due stati per due popoli”, ma devo farlo, perché ciò che sta accadendo a Gaza oggi è esattamente ciò che accadrà al secondo stato palestinese che si sta tentando di instaurare in Giudea e Samaria.
Hamas sarà il vincitore delle elezioni, come lo fu a Gaza nel gennaio 2006, e vincerà pure quelle presidenziali. Se così non fosse, prenderebbe comunque tutta la Giudea e la Samaria con un colpo di stato violento, proprio come ha fatto a Gaza nel 2007.
E quando ciò accadrà, che cosa si dirà? “Ooops ... non sapevamo ... non potevamo immaginare...?”

 

Adesso lo sapete e non è necessario fare previsioni ! Questo dovrebbe essere il punto di partenza, la vostra ipotesi di lavoro. Se l’Hamas di Gaza sta scavando oggi tunnel di morte nella sabbia, scaverà domani nelle rocce per costruirne in Giudea e Samaria - e vorrei proprio vedere come li troverete e li farete saltare in aria, quando ciò accadrà.
E a tutti voi che avete la memoria corta, permettetemi di aggiornarvi: nel mese di luglio del 2014, con il lancio di razzi da Gaza, Hamas era riuscito a far chiudere per un giorno l’aeroporto Ben Gurion. Se e quando otterrà il controllo della Giudea e della Samaria, sarà perfettamente in grado di far cessare l’attività dell’aeroporto con una semplice catapulta,  dalle colline di Beit Arye potrà dominare tutte le piste dall’alto. Chi non mi crede dovrebbe salire in auto e guidare fino alla cima delle colline ad est del Ben Gurion, che si trovano in “ territori conquistati, occupati”. Per le condizioni del vento in Israele, la maggior parte degli aerei che atterrano scendono al Ben Gurion da est, volando a velocità moderata proprio sopra quelle stesse colline.
Hamastan permetterà agli aerei diretti in Israele di volteggiare in cerchio sul suo territorio per prepararsi all’atterraggio?

 

Che prezzo sarà costretto a pagare Israele dopo che un RPG ( lancia-granate anticarro portatile ) o una mitragliatrice avrà abbattuto, Dio non voglia, un aereo della El Al? Offriremo loro Gerusalemme, per calmarli? E dato che stiamo già parlando di Gerusalemme, cosa farete quando lo Stato di Hamas si presenterà con un ultimatum: Gerusalemme o guerra? Il Monte del Tempio oppure vi facciamo chiudere il Ben Gurion? E quando il mondo appoggerà la loro richiesta di Gerusalemme, lasciando che sia Israele a pagare il prezzo per calmare l’Islam estremista, che cosa direte? E quando i cecchini torneranno al tiro a segno sui passanti nelle strade di Gerusalemme dalle mura della città vecchia, come i loro fratelli giordani hanno fatto fino al 1967, dove vi andrete a nascondere? Dietro muri di cemento? Una barriera di sicurezza? Oppure sposterete semplicemente la capitale di Israele a Tel Aviv?

 

Mi dispiace deludervi, ma la cosa peggiore che sia mai successa alle speranze di Israele per la pace, è stato l’aumento dei movimenti per la pace, coloro che incolpano Israele di volere uno stato di terrore in Giudea e Samaria e per questo deve rinunciare a Gerusalemme Est.
In Medio Oriente, chi esprime un desiderio di pace, chi manifesta la sua bramosia di pace e offre la sua terra e il paese in cambio di un pezzo di carta con su scritto la parola “pace”, è considerato come uno che ha perso la guerra e sta mendicando per il resto della sua vita. I movimenti per la pace hanno cambiato l’immagine di Israele in quella di un paese rinunciatario debole e timoroso, l’esatto opposto del tipo di paese che può ottenere la pace in Medio Oriente.

 

Nella regione violenta e fanatica in cui Israele sta cercando di sopravvivere, chiunque sia considerato debole viene preso a calci e pugni ed è inviato nel migliore dei casi all’inferno, o macellato e decapitato sul posto.
In Medio Oriente, pace significa che i tuoi nemici ti lasciano in pace perché sei troppo forte, minaccioso e pericoloso per prendersela con te. In Medio Oriente solo chi vince ottiene la pace. Chi non accetta questa realtà, chi non è pronto per “sangue, sudore e lacrime”, colui che con impazienza chiede “Peace Now”, non appartiene al Medio Oriente. Qui, abbiamo posto solo per i coraggiosi, i forti, i determinati e quelli che credono nella giustizia della loro causa.

Chiunque sia privo di questi qualità può trovarsi una casa adatta da qualche altra parte, dove la vita è più tranquilla, silenziosa, prospera e sprizzante gioia. Possiamo suggerire Parigi, Bruxelles, Madrid, Boston o San Bernardino ....

 

 

 

Le verità sul medio oriente

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