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Le ONG contribuiscono alla demonizzazione di Israele

 

 

 

Premessa: tratto da qui e qui

 

La delegittimazione di Israele è una strategia di guerra diplomatica che utilizza forme di demonizzazione, distorsione storica e boicottaggio, e che definisce lo Stato di Israele come un paria della storia, negando il suo diritto all'esistenza e, di conseguenza, all'autodifesa.

Questa guerra diplomatica contro Israele ha inizio durante la guerra fredda, con l'approvazione della risoluzione che equiparava Sionismo a razzismo all'Assemblea Generale dell'ONU nel 1975. Se tuttavia negli anni '70, '80 e '90, la delegittimazione era strutturata in un contesto storico e ideologico dominato dalla guerra fredda, ora la delegittimazione è inserita in un quadro internazionale dominato dalla logica dei diritti umani e del terzomondismo.

Gli attori più attivi nelle campagne di delegittimazione sono, infatti, le ONG (organizzazioni non governative), che si sono affermate col nuovo millennio come i principali attori non-statali nell'arena internazionale. La visione ideologica terzomondista e pacifista del conflitto arabo-israeliano nello specifico, e del Medio Oriente in generale, restituisce Israele alla storia come la causa delle sofferenze del popolo palestinese. Di conseguenza, gli interventi di cooperazione a favore dei palestinesi si spiegano attraverso la matrice ideologica anti-israeliana, con un duplice effetto: da una parte non si considerano i problemi propri della società palestinese, impedendo un reale sviluppo, dall'altra si acuisce il conflitto, basando l'appoggio ai palestinesi sulla condanna di Israele, che trova terreno fertile per il dilagare dell'odio anti-israeliano.

La mancanza di neutralità nell'approccio al conflitto e la spiccata antipatia anti-israeliana sono di per sé accettate giacché parte di una visione ideologica, per quanto distorta e faziosa, della storia e della politica. Il nesso tra ONG e sfera pubblica rende illegittima la posizione a priori anti-israeliana. Le ONG vivono, infatti, di finanziamenti pubblici che legano le organizzazioni all'ente pubblico, il quale non solo permette le loro attività con lo stanziamento dei fondi, ma si rende compartecipe anche della loro visione ideologica.

L'assenso ideologico è esplicito nel finanziamento diretto all'ONG, che testimonia l'approvazione da parte dell'ente del suo operato e del messaggio che diffonde. È meno esplicito ma non meno importante nel caso di finanziamenti diretti non alle ONG in quanto tali, bensì a progetti da esse elaborati, ove è rintracciabile nella loro selezione, che contiene un'analisi della situazione nella quale si vuole intervenire: con l'approvazione del progetto si legittima anche l'analisi storico-sociale su cui esso poggia, così come il partenariato con soggetti locali, anche legati alle organizzazioni terroristiche, come si è avuto modo di constatare nella presente ricerca.

Quest'assenso ideologico spesso confligge con la politica estera italiana ufficiale, creando un doppio binario di relazioni con Israele: da una parte quello ufficiale, di amicizia e sostegno ad Israele, dall'altra uno parallelo, di condanna e stigmatizzazione.

Uno studio sui fondi pubblici delle ONG che operano in Palestina ha evidenziato tre maggiori problemi: mancanza di trasparenza, incompletezza delle informazioni, retorica terzomondista.

I dati per la maggior parte non sono reperibili nei siti delle regioni, che espongono i finanziamenti alle volte dei soli ultimi cinque anni. Sovente non è riportata nemmeno la somma del contributo né la percentuale rispetto all'intero ammontare del costo del progetto. In nessun caso è riportata la composizione della commissione di selezione. Di frequente si nota uno stesso progetto, presentato dalla medesima associazione, finanziato da enti diversi in anni diversi, senza che sia specificato se è un duplicato o un consorzio tra enti pubblici. In ogni caso, la modalità di intervento, l'esposizione del progetto, l'impostazione ideologica delle ONG hanno un effetto delegittimante.

Occorre quindi un controllo accurato delle attività di cooperazione, che dev'esser sottoposto a pubblico scrutinio secondo il principio di trasparenza. Si possono così perseguire gli scopi umanitari di sviluppo del popolo palestinese evitando la delegittimazione di Israele e la collaborazione con i gruppi terroristici. Un ferreo controllo del mondo della cooperazione potrà altresì evitare il dilagare d'ideologie terzomondiste anti-israeliane, non funzionali alla risoluzione del conflitto né tantomeno allo sviluppo economico della società palestinese.

A questo proposito risulta evidente come il silenzio sul terrorismo della Seconda Intifada, sul dilagare dell'odio anti-israeliano nella popolazione palestinese, favorito da un sistema educativo imperniato sulla propaganda anti-ebraica e sulle atrocità del regime di Hamas, sia la prova lampante di una mistificante interpretazione degli eventi e delle relazioni, di una costante faziosità che si distanzia dai principi di giustizia e libertà che si vorrebbero perseguire così come di una cosciente quanto dannosa approvazione di una strategia politica volta alla negazione del diritto all'esistenza dello Stato di Israele.

 

 

dell'ammontare totale del finanziamento delle regioni italiane alle ONG che operano in Palestina si è potuto accertare solo il 47% dei dati tracciabili, corrispondente a: 4.947.832,00 EURO.
L'ammontare dei finanziamenti dell'Italia (Cooperazione Italiana) corrisponde a 137.143.359,00 EURO, di cui 79.126.000,00 EURO sono stati finanziamenti diretti alle istituzioni dell'Autorità Nazionale Palestinese e 58.017,359 EUR alle ONG che operano in Palestina.
 

 

Per più di dieci anni, il governo italiano e le autorità locali hanno erogato fondi raccolti dai contribuenti a organizzazioni non governative (ONG) che svolgono un ruolo centrale nelle campagne politiche contro Israele e contro la pace. Come in molti altri governi europei, l'erogazione di milioni di euro ogni anno dal bilancio dello Stato a un numero di gruppi politicizzati è stato tenuto nascosto al pubblico.

 Non ci sono documenti ufficiali che espongano nel dettaglio le regole con cui sono scelti i beneficiari delle sovvenzioni, né documenti che apportino l'ammontare dei finanziamenti, così come non esistono valutazioni sugli interventi e i loro eventuali risultati, se mai ottenuti. Di certo questo denaro non ha portato a nessuna svolta nel conflitto arabo-israeliano, né ha aiutato i palestinesi sotto il controllo di Hamas a diventare economicamente indipendenti o democratici.

Il parlamento italiano, altresì, non ha esaminato queste politiche né si è interrogato sulle loro conseguenze, chiedendosi se queste decine di milioni sono spese saggiamente oppure se sono controproducenti rispetto agli obiettivi del governo, che si propone di promuovere la pace, la democrazia e i diritti umani. Del pari, i giornalisti italiani, altrimenti molto attivi, hanno contribuito alla creazione di un'aura di sacralità attorno alle ONG impedendo indagini indipendenti.

L'analisi del loro operato dimostra chiaramente come milioni di euro pagati dai contribuenti italiani sono sperperati ogni anno in favore di un piccolo gruppo di ONG politicizzate che non realizzano nessun obiettivo in particolare.

In un'analisi ancor più preoccupante, questo denaro è usato per obiettivi immorali, legati alla guerra politica contro Israele che muove accuse razziste, sfruttando il linguaggio dei diritti umani e finendo per distruggerne gli stessi principi. Sin dalla famosa conferenza sponsorizzata dall'ONU a Durban 2001, in cui le organizzazioni partecipanti adottarono la strategia di eliminare Israele accusandola di falsi crimini come "apartheid" e "crimini di guerra", le ONG estremiste hanno ricevuto fondi dai governi europei, compresa l'Italia. Non c'è giustificazione morale per il sostegno del governo a queste organizzazioni che sono invero anti-pace, anti-diritti umani e anti-Israele. Nonostante usino parole come "diritti umani", "aiuto umanitario" e "pace", la loro agenda politica non corrisponde ai loro obiettivi morali.

 

 

Come le ONG usano il conflitto a Gaza per demonizzare Israele
 

Le dichiarazioni delle ONG internazionali e italiane sul conflitto a Gaza contribuiscono alla demonizzazione di Israele attraverso la distorsione della realtà e l’uso politico del diritto per avanzare il boicottaggio anti-israeliano. L’ossessiva attenzione verso Israele e le false accuse di violazione del diritto internazionale umanitario sono accompagnate da un totale silenzio sulla condotta di Hamas, che viola i diritti umani dei palestinesi, sistematicamente usati come scudi umani, e sulla situazione della popolazione civile israeliana, oggetto di indiscriminati attacchi da Gaza

 

Già prima dell’operazione militare israeliana “Protective Edge”, le ONG hanno condannato l’intervento militare israeliano finalizzato al ritrovamento dei tre ragazzi israeliani rapiti e ritrovati morti, come “punizione collettiva”. Secondo l’ONG “Nexus”, legata alla CGIL, la distruzione di Hamas comporterebbe anche la distruzione “di ogni speranza di soluzione politica tra le parti”. Sulla stessa linea anche Pax Christi Italia, associazione cattolica che sostiene di avanzare la pace, condannando Israele per presunte devastazioni e non esprimendosi sulle attività terroristiche di Hamas.

 

Come dimostrano gli studi del centro di ricerca NGO Monitor, l’uso politico delle espressioni giuridiche è la tecnica più comune nella demonizzazione di Israele, che distorce i concetti del diritto internazionale, omettendo di evidenziare l’illegalità delle azioni compiute da Hamas e la legittimità degli attacchi a obiettivi civili usati a fini militari. Su una base ideologica anti-israeliana, le ONG politicizzate spesso formulano accuse di attacchi indiscriminati sui civili e sui luoghi di culto, ignorando che nel momento in cui Hamas li usa come basi di lancio di missili su Israele, divengono obiettivi militari legittimi.

Al Mezan, ONG palestinese, B’Tselem, ONG israeliana estremamente politicizzata, accusano Israele di colpire obiettivi militari illegittimi; Amnesty International riporta una serie di accuse infondate su sistematiche violazioni del diritto internazionale umanitario; Human Rights Watch accusa Israele di gravi violazioni del diritto internazionale. Queste false accuse ignorano il diritto alla difesa di Israele così come il complicato processo decisionale dell’esercito, che nella pianificazione di un attacco include anche la consultazione di un esperto di diritto internazionale proprio sulla legittimità di un obiettivo

 

Alle accuse rivolte a Israele segue il completo silenzio sulla condotta di Hamas, che viola sistematicamente le norme internazionali sui conflitti armati e i diritti dei palestinesi. Il lancio di missili da aree civili densamente popolate e l’uso dei civili come scudi umani sono gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra e dei diritti umani della popolazione palestinese, esposta alle controffensive militari israeliane, che le ONG non considerano. Il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, esorta la popolazione a ignorare gli avvisi israeliani di un imminente attacco per impedirne le operazioni militari. Si ignora anche che gli incessanti attacchi missilistici costituiscono una chiara violazione delle norme sui conflitti armati

 

La parzialità delle dichiarazioni delle ONG è palese considerando il completo silenzio sulla situazione israeliana. Da residente a Tel Aviv e recandomi al lavoro a Gerusalemme, vivo ogni giorno l’esperienza delle sirene che annunciano l’imminente arrivo di un missile da Gaza. Così come amici e colleghi che vivono nel sud di Israele, la zona più colpita, con ormai oltre 2000 missili lanciati in tre settimane. Ma la visione ideologica del conflitto spinge attivisti pro-palestinesi, come Samantha Comizzoli dell’International Solidarity Movement, a definire i razzi – “missili della resistenza” – e Israele – “un mostro nazista”

 

Infine, il conflitto armato pare essere l’occasione per molte ONG di avanzare l’agenda politica del boicottaggio contro Israele. Molte organizzazioni firmatarie della campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), come l’italiana “Un Ponte Per…”, hanno lanciato un appello per imporre un embargo a Israele, invitando il governo italiano a ritirarsi dall’accordo militare con Israele che comprende la fornitura di sistemi militari all’aviazione israeliana, considerata una violazione degli accordi internazionali e della legislazione interna.

Queste stesse ONG hanno esortato Israele a terminare l’embargo imposto a Gaza, il cui scopo è proprio impedire che Hamas si armi per attaccare le città israeliane. Definendo “l’occupazione” come la fonte principale della crisi umanitaria palestinese, nonostante Israele si sia ritirata da Gaza nel 2005, gli attivisti dei diritti umani omettono di ricordare che Israele, pur conducendo un’operazione militare a Gaza, non ha interrotto il flusso di aiuti umanitari in una zona “nemica”

 

L’uso politico del diritto internazionale da parte delle ONG internazionali e italiane è funzionale all’avanzamento dell’agenda politica anti-israeliana che dipinge Israele come la causa del conflitto armato. Inoltre, dall’apparente neutralità dei diritti umani e della cooperazione internazionale, che sottace le violazioni di Hamas contro israeliani e palestinesi, emerge una chiara proiezione ideologica che demonizza e incita al boicottaggio di Israele.

L’obiettivo politico delle ONG è di riportare all’adozione di un secondo “rapporto Goldstone“, che nel 2009 ha falsamente accusato Israele di crimini di guerra, come dimostra la rettifica dello stesso giudice Goldstone allora presidente della commissione ONU. Il Consiglio dei Diritti Umani ha votato la settimana scorsa un’altra risoluzione per l’ennesima commissione di indagine che, esposta alla faziosità delle ONG, rischia di arrivare a conclusioni anti-israeliane

 

La distorsione dei fatti, la falsificazione giuridica e l’omissione di una parte del conflitto testimoniano un invertimento del giudizio politico, che equipara la violenza di Hamas, volta a distruggere Israele come da sua carta costitutiva e come più volte dichiarato dai suoi leader, attaccando indiscriminatamente i cittadini israeliani, e il ricorso alla forza di Israele, che è l’esercizio dell’autodifesa e del dovere di difendere i propri cittadini volto a neutralizzare la forza militare di un’organizzazione terroristica

 

Il governo italiano e l’Unione Europea pagano gran parte di questa propaganda, attraverso il finanziamento pubblico alle ONG politicizzate, il che conferma la necessità di fermare il flusso di denaro che finanzia la propaganda anti-israeliana.

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org