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L'ossessione dell'ONU contro Israele

 

 

 

Premessa: tratto da qui

 

È noto a tutti che l'ONU è una organizzazione profondamente anti-israeliana ed antisionista. Eppure Israele è l’unico Stato nato in seguito a una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu, nel novembre del 1947 (33 voti a favore, 13 contrari, 10 astensioni). Ma è anche l’unico Stato al mondo il cui diritto all’esistenza sia stato messo in discussione da una successiva risoluzione, l’unico Stato membro cui non è consentito partecipare pienamente ai lavori delle Nazioni Unite. Israele, per prassi consolidata, non ha gli stessi diritti degli altri paesi membri, nonostante la Carta delle Nazioni Unite stabilisca che l’organizzazione «si fonda sul principio dell’uguaglianza dei suoi membri». Israele è meno uguale degli altri.

 

Fino a pochi mesi fa Israele non faceva parte di nessun gruppo regionale, così da non poter essere eletto né al Consiglio di Sicurezza né in nessun altro comitato o commissione. Diciotto Stati arabi su ventitrè non accettano l’esistenza dello Stato d’Israele, figuriamoci l’idea di poterci lavorare fianco a fianco nello stesso gruppo regionale. Ora, grazie ai soliti americani, Israele è entrato nell’onnicomprensivo supergruppo dei paesi occidentali che comunque non consente ancora la partecipazione a gran parte delle attività delle Nazioni Unite.

 

In un’intervista al quotidiano israeliano «Yediot Ahronoth», Kofi Annan ha dato una clamorosa conferma di questo status inferiore dello Stato ebraico. Il giornalista gli aveva chiesto se riusciva «a immaginare Israele seduto nel Consiglio di Sicurezza» e Annan ha risposto: «Sì, non escludo la possibilità che un giorno Israele diventi un membro del Consiglio di Sicurezza».

Ma invece che denunciare la vergognosa esclusione cinquantennale, Annan ha posto una condizione alla piena partecipazione di Israele ai lavori delle Nazioni Unite: «Dipende dai progressi che riuscirete a conseguire nel risolvere il conflitto con i palestinesi». Condizione, ovviamente, mai posta alla Siria, all’Egitto, all’Iraq, all’Arabia Saudita, al Marocco, all’Iran e a tutti gli altri paesi coinvolti al pari di Israele nel conflitto mediorientale.

 

Israele non può far parte della commissione sui diritti umani di Ginevra, pur essendo l’unico paese del Medio Oriente che li rispetta. L’accesso gli è precluso, ma Israele è argomento di costante attenzione da parte degli altri membri, anzi occupa metà del tempo dei lavori della commissione. Nonostante la popolazione israeliana sia pari allo 0,10% della popolazione mondiale, lo Stato ebraico è al centro del 40% dei voti dell’Assemblea Generale.

La commissione Diritti umani non batte ciglio sugli abusi nei paesi dittatoriali, ma ogni anno approva quattro, cinque, talvolta otto, risoluzioni contro Israele, per violazioni dei diritti umani che fanno sorridere se paragonate alla barbarie professata e attuata dai suoi accusatori.

L’uccisione dell’ispiratore dei terroristi kamikaze, lo sceicco Ahmed Yassin, solo per citare il caso più grave, è stato condannato con 31 voti, 18 astenuti e il solo voto contrario di Stati Uniti e Australia. Le dittature islamiche e i regimi comunisti, se c’è di mezzo lo Stato ebraico, abbandonano improvvisamente la «neutralità» invocata in altre occasioni e non lesinano condanne per «la disperata situazione» dei palestinesi creata da Israele col «pretesto» di distruggere la rete degli assassini-suicidi.

 

Succede la stessa cosa anche in altri ambiti internazionali: la Magen David Adom Society, la Croce Rossa ebraica nata nel 1930, non è accettata dalla Croce Rossa Internazionale perché non adotta come emblema né la croce cristiana né la mezzaluna islamica. Eppure il simbolo della Croce Rossa non nacque con un significato religioso. Era semplicemente la bandiera svizzera con i colori invertiti. Nel 1929, però, gli Stati islamici imposero, proprio per ragioni religiose, la Mezzaluna accanto alla Croce Rossa. La Magen David Adom, che ha per emblema la Stella di Davide Rossa, è stata esclusa dalla Federazione internazionale.

 

Le Nazioni Unite non sono mai riuscite a rendere onore alle vittime dell’Olocausto nazista prima del 2005, nonostante il Segretario Generale Annan abbia ricordato che l’Onu è nato proprio come risposta ai lager nazisti. In occasione del cinquantenario della liberazione di Auschwitz, nel 1995, i russi e i paesi arabi si opposero a una sessione a hoc sull’Olocausto.

Annan c’è riuscito nel 2005, dopo mesi di trattative e di sforzi diplomatici e convincendo infine solo 150 Stati su 191 ad accettare la proposta di onorare il sessantesimo anniversario. È impossibile sapere quali paesi abbiano detto di no.

L’Onu ha fatto sapere che quel voto era segreto. Il «Corriere della Sera» ha scritto: «C’è da notare che per ottenere l’assenso del blocco arabo-musulmano, contrarissimo alla commemorazione, è avvenuto un segreto do ut des: in cambio del ricordo dell’Olocausto, Kofi Annan ha dato il via alla risoluzione contro il Muro israeliano». Il giorno della commemorazione, il 24 gennaio del 2005, i banchi dei paesi arabi e musulmani sono rimasti vuoti. Gli unici presenti sono stati l’Afghanistan appena liberato dagli americani, la Turchia e la Giordania.

 

L’irlandese Mary Robinson ha denunciato spesso i crimini di guerra israeliani, ma ha taciuto sugli sgozzamenti e sugli innocenti uccisi dalla furia islamica. Quando Israele le negò il visto di ingresso, ha detto Joshua Muravchik, l’ex-Alto Commissario per i diritti umani scrisse ugualmente il rapporto, dedicando «migliaia di parole per castigare Israele e solo un breve spazietto per condannare i kamikaze». Secondo l’Onu «il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione» è «unquilified», assoluto, cioè non importa se i palestinesi abbiano o no la volontà di vivere in pace con Israele.

Nel 2002, un’altra risoluzione della commissione sui diritti umani ha «affermato il legittimo diritto del popolo palestinese di resistere all’occupazione israeliana», aggiungendo che «facendo questo, il popolo palestinese sta esaudendo uno degli obiettivi e dei propositi delle Nazioni Unite». Per evitare che ci fossero dubbi sul verbo «resistere», il documento ha richiamato la risoluzione dell’Assemblea Generale 37/43 del 3 dicembre 1982. Quel testo, cui si opposero gli americani e finanche gli europei, affermava «la legittimità della lotta dei popoli contro le occupazioni militari con tutti i mezzi a disposizione». Come ha scritto Muravchik, quelle ultime sei parole significano una sola cosa: «terrorismo».

Il documento della commissione è passato con 40 voti a favore, cinque contrari e sette astensioni tra cui, ignominiosamente, l’Italia. Gran Bretagna, Germania, Canada, Guatemala e Repubblica Ceca hanno votato contro, mentre Francia, Belgio, Spagna, Portogallo, Svezia e Austria hanno sposato quel testo antisemita insieme con i peggiori dittatori del mondo.

 

Il punto più basso è stato raggiunto nel 1975, quando il dittatore razzista e assassino dell’Uganda, Idi Amin Dada, (almeno 200 mila morti all’attivo) tra gli applausi degli ambasciatori presenti chiese l’espulsione di Israele dall’Onu e lo «sterminio» dello Stato ebraico. Quel giorno l’Assemblea Generale approvò – con 72 voti a favore, 35 contro e 32 astensioni – la famigerata risoluzione che è passata alla storia con il titolo «il sionismo è razzismo».

Era il 10 novembre 1975, il trentasettesimo anniversario della Notte dei Cristalli (1938), la notte in cui i nazisti bruciarono le sinagoghe e attaccarono le comunità ebraiche. Il Segretario Generale, Kurt Waldheim, ex-nazista, rifiutò di condannare la risoluzione.

L’ambasciatore americano Daniel P. Moynihan, il cui discorso fu preparato dall’intellettuale neoconservatore Norman Podhoretz, disse che «c’è qualcuno convinto che i nostri assalitori siano motivati dalle cose sbagliate che facciamo. Ha torto. Ci attaccano per le cose buone che facciamo. Perché siamo una democrazia. Non è un caso che mercoledì Sua Eccellenza il Maresciallo di Campo Al Hadji Amin Dada abbia invocato “l’estinzione dello Stato di Israele”. E non è un caso, temo, che questo assassino razzista sia il capo dell’organizzazione per l’Unità Africana. Israele è una democrazia. E le dittature cercheranno qualsiasi occasione per distruggere la cosa che le minaccia di più, cioè la democrazia».

 

Sedici anni dopo, il 16 dicembre del 1991, con un voto di 111 a favore, 25 contrari e 13 astenuti, l’Assemblea Generale ha revocato quell’infamia. All’inizio del suo secondo mandato, George W. Bush ha nominato ambasciatore americano alle Nazioni Unite uno dei funzionari di Washington che più di ogni altro si è battuto per cancellare quella macchia: John Bolton, l’ex-sottosegretario al Dipartimento di Stato che durante la prima Amministrazione Bush aveva la delega alle Organizzazioni internazionali.

 

Ma sono passati altri dieci anni e l’infamia nazioniunitesca è ritornata. Nel 2001, a Durban, in Sudafrica, la solita Mary Robinson ha organizzato una Conferenza mondiale contro il razzismo che si è subito trasformata in un carnevale di fantasmagoriche accuse contro Israele e contro gli ebrei, come negli anni ’30 in Germania.

La trappola antisemita era stata preparata per benino, e col bollino Onu, nei mesi precedenti la Conferenza, durante un meeting in Iran. Il regime razzista degli Ayatollah aveva vietato la partecipazione a ebrei e curdi. L’Alto Commissario Robinson non ha avuto nulla da dire.

La conferenza, tenutasi pochi giorni prima dell’attacco islamista a New York e Washington, è stata usata come megafono antisraeliano e antisemita.

Razzista è diventato Israele. L’unico Stato libero e democratico del Medio Oriente, l’unico posto nella regione dove gli arabi votano e sono eletti in Parlamento, è diventato l’imputato della Conferenza contro il razzismo, su incitamento di campioni delle libertà come il dittatore comunista Fidel Castro (che ha parlato di «genocidio» perpetrato dagli israeliani) oppure di Yasser Arafat, l’inventore del terrorismo arabo-palestinese. Kofi Annan è stato al gioco, e ha aperto i lavori avvertendo che l’orrore dell’Olocausto non può certo far dimenticare la condizione dei palestinesi.

In questo clima, migliaia di manifestanti e di delegati hanno marciato per le strade di Durban contro Israele e contro gli Stati Uniti. È stata preparata una bozza di Dichiarazione che, di nuovo, definiva il sionismo una forma di razzismo (insieme con l’antisemitismo e l’islamofobia).

In quel documento Onu, Israele era accusato di praticare «pulizia etnica» e «apartheid», di «commettere crimini di guerra», «disumanità» e di «negare cibo e acqua ai palestinesi». Il comma 55 della Dichiarazione metteva il mondo in guardia sulla «crescita delle pratiche razziste di sionismo, così come sull’emergere di movimenti violenti e razziali che si basano sul razzismo e sulle idee discriminatorie, in particolare il movimento sionista che si basa sulla superiorità razziale». Stati Uniti e Israele il 3 settembre abbandonarono la Conferenza. L’Unione Europea, pur condannando il testo, rimase lì a discutere di antirazzismo con i razzisti.

 

L’ex-ambasciatore israeliano all’Onu, Dare Gold, ha raccontato che nel 2000, subito dopo il ritiro dal Libano, tre soldati israeliani furono rapiti a Shebaa Farms, un piccolo pezzo di terra sulle alture del Golan conquistato da Israele nella guerra vinta con la Siria nel 1967. I servizi israeliani ebbero notizia che il rapimento era stato ripreso dalle telecamere dell’Unifil, la missione di pace delle Nazioni Unite. L’inviato di Kofi Annan in Medio Oriente, Terje Roed-Larsen, negò l’esistenza del video. Ma era una bugia. Tempo dopo, l’Unifil ammise di avere la cassetta. Evidentemente non la volle consegnare agli israeliani, proprio perché li avrebbe aiutati a rintracciare i rapitori. Dei tre soldati non s’è mai più saputo nulla.

 

Roed-Larsen è la stessa persona che per conto dell’Onu, dopo il cosiddetto «massacro» di Jenin del 2002, disse che «Israele aveva perso ogni principio morale». Un’inchiesta delle stesse Nazioni Unite successivamente riconobbe che non ci fu alcun massacro.

Roed-Larsen ha guidato la Un Relief and Works Agency for Palestine Refugees (Unrwa), l’Agenzia che si occupa dei profughi palestinesi ma che ha una gestione separata dall’Alto Commissariato per i rifugiati (Unhcr). Non è soltanto una questione di sigle. È una differenza sostanziale dettata dal sentimento antisraeliano delle Nazioni Unite.

L’Alto Commissariato per i rifugiati ha, infatti, l’obiettivo di trovare abitazioni permanenti ai profughi, mentre l’agenzia che si occupa dei rifugiati palestinesi no, non ha questo compito. Deve soltanto assistere i profughi dentro i campi creati dagli Stati arabi che non volevano, e non vogliono, ospitare i fratelli palestinesi.

I paesi arabi hanno sempre rifiutato in sede Onu una soluzione al problema, preferendo mantenere i palestinesi dentro i campi e quindi, con la complicità delle Nazioni Unite, non perdere uno strumento di pressione internazionale contro Israele. Ma c’è di più. L’Onu non solo non risolve il problema, ma lo ingigantisce. Prova ne è la differente definizione di «profugo», a seconda se è palestinese o no.

L’Alto Commissariato per i rifugiati, quello che si occupa dei profughi di tutto il mondo, definisce i suoi protetti «chi, a causa del fondato timore di essere perseguitato, si trova al di fuori del proprio paese di cittadinanza».

Questa definizione non comprende i discendenti dei profughi. Come ha scritto Daniel Pipes, «i cubani che sono fuggiti dal regime castrista sono profughi, ma non lo sono i figli nati in Florida» perché, appunto, sono nati in un paese dal quale non sono mai scappati.

 

Le regole dell’Unrwa, che si occupa solo dei palestinesi, sono diverse. Sono profughi coloro che vivevano nella Palestina amministrata dagli inglesi «tra il giugno 1946 e il maggio 1948» e che «hanno perduto le loro case e i loro mezzi di sostentamento in conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948». A questi, l’Unrwa aggiunge «i discendenti delle persone divenute profughi nel 1948», anche se figli di un solo genitore profugo. Ecco che i profughi palestinesi causati dalla guerra araba contro Israele nel 1948 si sono moltiplicati. All’epoca, secondo dati Onu, erano 726 mila (anche se altri studi riportati da Pipes parlano di 420 mila e di 539 mila).

Se si applicassero le regole che valgono per tutto il mondo, oggi i profughi sarebbero 200 mila. Ma visto che di mezzo c’è Israele, l’Onu ha trasformato i 726 mila profughi di sessant’anni fa in 4 milioni e 250 mila persone, aggiungendo figli, nipoti, pronipoti, oltre ai palestinesi che hanno abbandonato le case dopo aver perso le altre guerre scatenate dai paesi arabi per distruggere Israele.

 

Ovviamente sono gli Stati Uniti, l’Europa e il Regno Unito a pagare il programma di aiuti ai profughi, mentre i paesi arabi non muovono un dito. Gli Usa di George W. Bush – dati dal 2000 al 2003 – hanno versato 112 milioni di dollari (il 34% del budget). L’Europa, attraverso il suo Ufficio umanitario, è al secondo posto con 40 milioni di dollari (12%), così come il Regno Unito. Al quarto posto c’è la Mezzaluna Rossa con 27 milioni di dollari e l’8% del totale degli aiuti. Il primo paese arabo si trova al 32esimo posto ed è l’Arabia Saudita con 250 mila dollari (0,8%). I soldi islamici, in totale, ammontano a 11 milioni di dollari (4% del budget), cioè quanto gli aiuti garantiti da Italia e Danimarca insieme.

 

La Corte internazionale di giustizia ha condannato Israele per aver eretto un muro di difesa del proprio territorio dagli attacchi terroristici palestinesi. La questione posta alla Corte non era sull’atrocità del terrorismo arabo ma sulla barriera difensiva, come se fosse stata costruita per fare un dispetto. La Corte Onu, insomma, non ha tenuto conto del diritto israeliano alla sicurezza né del fatto che dopo la costruzione della barriera-muro gli attentati terroristici sono diminuiti del 90%.

 

C’è un’altra stranezza che segnala il pregiudizio antisraeliano. La Corte solitamente si prende un paio d’anni per affrontare anche le più urgenti questioni all’ordine del giorno, come per esempio la causa di genocidio intentata dai bosniaci contro i serbi. Nel caso di Israele in due mesi la decisione era pronta.

A fine luglio del 2004, è arrivata anche una risoluzione dell’Assemblea Generale che ha chiesto a Israele di smantellare il muro e di pagare i danni. Le Nazioni Unite non solo non condannano il terrorismo, ma pretendono che Israele non si difenda. La risoluzione è passata a larga maggioranza. Grazie all’attivismo della solita Francia ha ottenuto il voto dei 25 paesi europei, Italia vergognosamente compresa.

 

Nel 2002 un rapporto indipendente di due centri studi, Council on Foreign Relations e Freedom House, ha accertato che «la politicizzazione in corso dentro l’Assemblea Generale si nota nella sproporzione e nell’ingiusta condanna di Israele nel contesto del conflitto israelo-palestinese, mentre molte altre questioni importanti riguardo le violazioni dei diritti umani sono ignorate o ricevono poca attenzione».

L’Associazione britannica delle Nazioni Unite, nell’agosto del 2004, ha pubblicato un rapporto di 74 pagine con l’analisi delle risoluzioni Onu sul Medio Oriente. Malcon Harper, il direttore dello studio, ha trovato che i documenti delle Nazioni Unite sono «spesso non bilanciati riguardo la lunghezza delle critiche e della condanna delle azioni israeliane nei Territori occupati, al contrario delle azioni kamikaze dei palestinesi». Ancora: «Le Nazioni Unite sono palesemente più critiche con le politiche e le pratiche israeliane che con le azioni palestinesi e dell’intero mondo arabo». Al punto che nelle risoluzioni dell’Assemblea Generale, «la violenza perpetrata contro i civili israeliani, incluso l’uso dei kamikaze, è menzionata solo poche volte e soltanto in termini vaghi».

 

Nel 2000 il marxista Jean Ziegler, ex-parlamentare svizzero noto per le sue battaglie antiamericane e antioccidentali, è stato nominato Special Rapporteur sul diritto all’alimentazione, un ruolo ricavato all’interno dell’Alto Commissariato ai diritti umani. Ziegler, chiamato in patria il «Noam Chomsky svizzero», anziché occuparsi dei popoli che secondo le stesse Nazioni Unite muoiono di fame, si occupa quasi esclusivamente dei palestinesi, dei «crimini di guerra» israeliani e quindi di inviare lettere ad aziende internazionali invitandole a boicottare Israele.

 

La Fao, che è l’agenzia per l’alimentazione dell’Onu, ha stilato una lista dei paesi dove c’è l’emergenza fame. I paesi sono 35. Gaza e la Cisgiordania non ci sono, né ci sono mai stati. Lo stesso Istituto di ricerca applicata palestinese sostiene che «lo status nutrizionale dei palestinesi in termini di calorie è aumentato» durante l’occupazione israeliana. Il Comitato Onu sul nutrimento, nel novembre 2003, ha valutato il rischio dei popoli rifugiati e, ancora, Gaza e Cisgiordania erano agli ultimi posti.

Il rapporto Onu, sempre del 2003, sullo sviluppo umano ha giudicato la percentuale dei bambini sottopeso a Gaza e in Cisgiordania (3%) più bassa rispetto a quella di qualsiasi Stato del Medio Oriente arabo, dell’Asia orientale, del Sud, del Pacifico, dell’Africa subsahariana e dell’America Latina (con l’eccezione del Cile). Ziegler però se ne è fatto un baffo: non ha speso una parola per lo Yemen, dove i bambini malnutriti sono il 46%, non ha fiatato sulla Corea del Nord dove arrivano al 60%, ma si è impegnato ad accusare Israele di «provocare la fame» e di infliggere ai bambini palestinesi «una qualche forma di danno cerebrale».Nel 2003, sempre zitto sul «diritto all’alimentazione» in Burundi, in Congo, in Liberia, il dirigente Onu ha organizzato un’unica «missione speciale». Dove? Nei Territori occupati.

 

Nei rari casi in cui si è occupato d’altro, secondo la denuncia di UN Watch, Ziegler ha indossato i guanti di velluto. La situazione in Darfur per Ziegler è semplicemente causa di «preoccupazione». Israele provoca uno «stato di terrore», mentre le atrocità del regime sudanese sono soltanto «presunte».

Ziegler non è un caso isolato. Presidente della sottocommissione per la promozione e la protezione dei diritti umani, in carica fino al settembre del 2004, è stata la marocchina Halima Warzazi. Nel 1988, denuncia un rapporto di UN Watch, bloccò la censura Onu allo sterminio col gas compiuto da Saddam contro i curdi di Halabja. Nella sua relazione di congedo, nell’indifferenza dei dirigenti Onu, Warzazi ha detto che Israele le ricorda la Germania nazista.

 

A fine dicembre del 2004, Lakhdar Brahimi, uno dei principali consiglieri di Kofi Annan, in un’intervista a una radio belga ha definito «assassino» il premier israeliano Ariel Sharon. L’ambasciatore di Gerusalemme alle Nazioni Unite ha chiesto ufficialmente le dimissioni di Brahimi, ma la burocrazia Onu è riuscita a schivare la richiesta per la chiusura natalizia degli uffici.

Annan invece è rimasto in vacanza per alcuni giorni nel suo ranch in Wyoming, nonostante il disastro umanitario causato dallo tsunami.

Non è la prima volta che a Brahimi scappano commenti antisemiti e antiamericani. Rivolgendosi agli europei, ha detto: «Voi dovreste condannare Sharon quando assassina la gente, invece restate zitti, così come non fate niente quando sradica più di un milione di alberi dai frutteti della Palestina». E poi, al Senato belga: «La comunità internazionale ha accettato troppo facilmente il cinico e ridicolo punto di vista del premier Sharon, che considerava il compianto presidente Arafat l’unico responsabile dell’insicurezza in Israele».

Secondo l’algerino Brahimi, la colpa dell’insicurezza di Israele è delle «serie violazioni dei più elementari diritti umani in Palestina», cioè di Israele medesimo. Tutto questo, come è documentato a pagina 155 del libro di Jed Babbin, Inside the Asylum, mentre la bandiera dell’Onu sventola accanto a quella dell’organizzazione terroristica Hezbollah al posto di confine israelo-palestinese di Post Tziporen.

 

Il Commissario per i Diritti Umani dell’Onu, Navi Pillay nel luglio 2014, mentre Israele era aggredito da centinaia di missili diretti ai suoi civili,  il Commissario per i Diritti Umani dell’Onu, Navi Pillay, se l’è presa con gli Stati Uniti colpevoli, a suo dire, di aver dato un miliardo di dollari a Israele per implementare il sistema Iron Dome, che è il sistema difensivo che intercetta i missili diretti ai civili israeliani e che quindi salva tantissime vite umane. Nessuna menzione della Pillay sui miliardi spesi da Hamas per costruire i tunnel del terrore che potrebbero essere usati dalla popolazione civile per proteggersi, nessuna menzione al fatto che Hamas usi deliberatamente i civili come scudi umani per proteggere le proprie armi, poche parole sul fato che Hamas nasconda le armi nelle scuole dell’Onu.

 

In Siria sono morte in quattro anni almeno 250.000 persone; 76.000 soltanto l'anno scorso. In Iraq le vittime degli scontri a fuoco sono state 17.000, e 7.600 in Afghanistan. In Nigeria Boko Haram imperversa, in Libia c'è il caos, nei territori palestinesi la corruzione dilaga, il Libano è sull'orlo di una guerra civile e l'Iran si appresta a tagliare il nastro del traguardo nucleare.
Ma di cosa si è dibattuto maggiormente nel 2014 al Consiglio di Sicurezza dell'ONU? Israele e palestinesi!
 

Israele, insomma, non è trattato come uno Stato normale dentro le Nazioni Unite. Eppure è l’unico paese del Medio Oriente a credere fermamente negli ideali originari delle Nazioni Unite. Oggi sono le Nazioni Unite a non credere più ai propri principi.

 

Le condanne Onu nel solo anno 2014: è evidente l'accanimento contro Israele

 

Per meglio comprendere la portata di questo rapporto, basterà citare le conclusioni alle quali giunge UN Watch, un sito di monitoraggio molto attivo nel contrastare le decisioni dell’ONU: nei quasi 10 anni di esistenza, il Consiglio per i diritti umani dell’ONU ha condannato Israele 62 volte questa inclusa, ed ha condannato altri stati del mondo per un totale di 55 volte (Siria 15, Myanmar 12, Corea del Nord 8, Iran 5, Eritrea 3, Sudan 2, Libia 2; ma Cina, Algeria, Cuba, Afghanistan, Iraq, Russia, Pakistan, Yemen, Zimbabwe ed un bel numero di altri stati non hanno dovuto subire neppure una condanna in 10 anni). Da sottolineare solo 2 condanne per il Sudan, dove si torturano le persone e si lapidano le donne.

In ogni sessione del Consiglio l’ordine del giorno prevede un punto specifico su Israele, e solo su Israele, non Cina, non Corea del Nord, non Sudan... ed Israele è l’unica fra tutte le nazioni per la quale il Consiglio dei diritti umani non considera anche il comportamento delle controparti (Hamas, Jihad Islamica, Fatah, Hezbollah).

 

Il giornale il "Foglio" il 3/10/2016 ha così riassunto la situazione del doppio standard dell'ONU:

 

2.342 Il numero delle risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu che fanno riferimento ai territori amministrati da Israele dal 1967 come “occupati”. Il termine appare nel 90 per cento dei documenti dell’Onu che vertono su Israele.

530 Il numero di volte in cui Israele è indicato come “potenza occupante” nelle risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu.

513 Il numero di risoluzioni dell’Assemblea generale dell’Onu che utilizzano il termine “grave” per descrivere le azioni di Israele, contro un totale di 14 per tutti gli altri conflitti che coinvolgono l’intera gamma di presunte o evidenti violazioni dei diritti umani.

273 Il numero di volte che il termine “insediamento” è stato usato alle Nazioni Unite per descrivere le comunità civili israeliane create al di là delle linee di armistizio dopo la guerra del 1967. In nessun altro conflitto nel mondo che coinvolge un territorio conteso è stato applicato il termine “insediamento”.

12 Il numero di risoluzioni con cui il Consiglio di Sicurezza dell’Onu quest’anno ha condannato gli attentati terroristici in Francia, Sinai, Libano, Mali, Tunisia, Turchia, Iraq, Siria, Nigeria, Burkina Faso, Somalia e Sudan. Ma non una sola volta la vita degli israeliani uccisi dai terroristi è stata riconosciuta da questo Consiglio: nessuna condanna, nessuna espressione di solidarietà, nessuna espressione di preoccupazione.

1 Israele è l’unico paese membro cui viene costantemente negata l’ammissione in un gruppo regionale, che è la struttura organizzativa attraverso la quale gli stati possono entrare a far parte di organismi e comitati delle Nazioni Unite. I paesi arabi si rifiutano ancor oggi di permettere l’ingresso di Israele nel gruppo regionale asiatico, il raggruppamento geopolitico naturale di Gerusalemme. Israele è anche l’unico paese al mondo che compare nell’ordine del giorno permanente del Consiglio Onu per i diritti umani.

0 Il numero di volte in cui l’occupazione militare dell’Indonesia a Timor Est, della Turchia nel nord di Cipro, della Russia in aree della Georgia e dell’Ossezia, del Marocco nel Sahara occidentale, del Vietnam in Cambogia, della Cina in Tibet, dell’Armenia in aree dell’Azerbaijan come il Nagorno-Karabakh e della Russia in Ucraina e Crimea, è stata condannata alle Nazioni Unite. L’Onu non ha chiamato nessuno di questi paesi “potenza occupante”. Mai, nemmeno una volta.

 

 

 

 

 

Quell'Onu che ammette come stato osservatore l'Anp

 

Premessa: tratto da qui

 

Un giornalista ha sostenutoche dopo la risoluzione dell'Onu che ammette come stato osservatore l'Anp, è ora di considerare il popolo curdo.

Giusto, perché a differenza dai “palestinesi” i curdi sono un popolo vero, non un gruppo di provenienze svariate come i “palestinesi”, perché l'esigenza di un loro stato fu già sancita dagli stessi congressi successivi alla seconda guerra mondiale che approvarono l'istituzione di quello ebraico, perché esiste un territorio e un governo provinciale curdo stabilito (nell'ovest dell'Irak). Ma difficilmente ci sarà qualcuno che odi l'Iraq, la Siria, l'Iran, soprattutto la Turchia abbastanza, come il mondo odia Israele, per ritagliare nel suo territorio il nuovo stato. Comunque vedremo.

Ma poi è di attualità l'indipendenza della Catalogna, che ha subìto una battuta di arresto alle ultime elezioni, ma è ancora largamente maggioritaria in quella popolazione. Anche qui c'è lingua, identità storica, volontà democratica.
E dopo di essa, sempre in Spagna, ci sono i Paesi Baschi e la Galizia, che hanno le loro ragioni. Perché no?
E perché non la Scozia, anch'essa con una storia di indipendenza, una lingua e un territorio preciso?
La Corsica, che da sempre lotta per emanciparsi dalla Francia, cui fu unita da uno sciagurato trattato tre secoli fa?
E come dire di no ai territori svedofoni in Finlandia?
Alla Cecenia che combatte contro i russi dai tempi di Tolstoi?
All'Iguscezia e ad altre popolazioni del Caucaso?
Come negare all'Armenia il Nagorno Karabakh e la regione annessa dall'Azerbajdjan al confine con l'Iran e la Turchia?
Al Kossovo, che sta fra color che son sospesi?
A negare una riparazione sui territori armeni occupati e distrutti dalla Turchia duranbe la 1a guerra mondiale, dopo il genocidio?
In Iran poi ci sono gli arabofoni verso il golfo e gli azeri, quelli veri, verso Nord... Non parliamo del Tibet, della divisione necessaria dello Sri Lanka, dei territori indigeni degli stati americani, compresi gli Usa, il Canada, l'Argentina, ma anche dell'Australia... Si registrano segni di volontà di scissione nel Texaz e in altri stati degli Usa, ma anche molto in Messico.
Vi sono poi numerosi territori che devono essere suiddivisi nuovamente in Africa, secondo il volere delle popolazioni e non le mappe; e vi è da tener conto dei drusi in Libano e Siria, della necessaria divisione fra sunniti e alauiti nello stesso paese, dei conflitti in Yemen, nell'Arabia Orientale, nel Bahrein... Mi scuso con chi non ho nominato, saranno parecchi.

La conclusione è questa: se stiamo alla deliberai, l'assemblea generale dell'Onu, che comprende 193 membri, più alcuni (non-)stati non-osservatori, dovrebbe presto aumentare di almeno un terzo. Il faticoso percorso che ha portato fra il Seicento e i primi del Novecento alla costituzione di Stati dovrebbe essere invertito e portare alla proliferazione di regioni più o meno grandi, più o meno omogenee etnicamente e culturalmente.

Be', siate sicuri, non avverrà. Almeno non a partire dall'Onu. E' possibile che sul terreno certi equilibri si alterino, certe popolazioni possano realizzare le loro aspirazioni nazionali, con le buone, com'è accaduto nella divisione dell'ex Cecoslovacchia o con le cattive, com'è successo alla ex Jugoslavia, e che l'Onu a un certo punto ne prenda atto. Ma nessuno spingerà mai per realizzare uno stato-che-non-c'è per esempio dei curdi o dei catalani, prima cher si realizzino le condizioni classiche della statualità, e innanzitutto un accordo di pace con i vicini da cui ci si separa.

La ragione ve lo già detta, non c'è l'odio per questi paesi a motivare la scissione. A muovere la delibera dell'Onu non c'è una speciale passione per i palestinesi, che non interessano a nessuno quando si ammazzano fra di loro o sono sterminati da Assad . E' l'odio per Israele e per gli ebrei, l'antisemitismo a spiegare tutto il tifo per lo stato-che-non-c'è, non altro.

 

 

 

Concludiamo con l'analisi di Fiamma Nirenstein che riprendiamo dal GIORNALE del 19/02/2016:

 

La storia dell'Onu, nato nel dopoguerra per diventare il difensore dei diritti umani contro la violenza e la dittatura dopo gli orrori passati, è stato poi divorato da logiche interne.
La presenza strabordante di Paesi non democratici, soprattutto del blocco islamico (57 membri dell'Organizzazione per la Cooperazione Islamica) e dei cosiddetti «Paesi non allienati» (120) ha condotto a una sistematica demolizione dello scopo basilare dell'Onu, che ha 193 membri: è una pura questione matematica. Così è stato sempre impossibile definire unanimemente il terrorismo, e possibile invece (sin dall'82) legittimare «la lotta dei popoli contro le occupazioni con tutti i mezzi a disposizione», evitare la difesa delle persone omosessuali nell'ambito dei diritti umani, seguitare a far circolare l'idea che la carta islamica dei diritti, in cui le donne sono discriminate e la sharia auspicata, sia una valida sostituta per quella approvata dalle Nazioni Unite, fare di Israele uno stato canaglia con mille invenzioni pazzesche, e rendere un Paese che rappresenta lo 0,1 per cento della popolazione mondiale oggetto del 40 per cento circa delle risoluzioni dell'Assemblea e del Consiglio per i diritti umani, ignorare le grandi stragi, mettere Paesi come la Cina, la Libia, l'Arabia Saudita in posizioni preminenti nel Consiglio e in commissioni delicate e importanti come quelle per i diritti delle donne... E l'esaltazione della «causa palestinese» ne è uno dei maggiori oggetti di attivismo, mentre niente si fa per i milioni di vittime della corrente ondata di assassinii e di terrore in Medio Oriente.

 

 

Nota: al di là dell'evidente pregiudizio contro contro gli ebrei e contro lo Stato ebraico, bisogna considerare che  le nazioni islamiche sono un gruppo molto potente, e non solo per il petrolio, che con i loro alleati, con i Paesi in via di sviluppo e altri Stati canaglia costituiscono la maggioranza dei voti nelle organizzazioni internazionali. Il principio di eguaglianza tra le nazioni impone che tutti gli Stati membri abbiano eguale peso negli affari internazionali. Per questo, se decidono che il mondo è piatto, potranno adottare una risoluzione che dichiara che il mondo non è rotondo. Ecco perché Israele è sempre al centro delle risoluzioni, all’infuori di ogni razionalità e buonsenso. Ma questo è l’ordine politico del mondo in cui viviamo.


Per capire come l’Assemblea Generale abbia adottato contro Israele una quantità di risoluzioni 20 volte maggiore rispetto al numero di risoluzioni dedicate a qualsiasi altro Stato del pianeta – bisogna tracciare la mappa. Non è complicato: all’ONU ci sono 193 membri; dei quali 120 appartengono al cosiddetto “Movimento dei Non Allineati”, che comprende quei Paesi che durante la Guerra Fredda non si sono associati né al blocco sovietico, né al blocco occidentale, allineandosi di fatto contro l’Occidente.

Il Movimento dei Non Allineati ha scelto l’Iran come portavoce, nominato in carica l’anno scorso per una durata di tre anni. Inoltre, la maggioranza degli Stati dell’ONU, che appartengono al più grande blocco di voti costituito dal movimento dei non-allineati, sono i 56 membri dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (Organization of Islamic Cooperation). Pertanto, i più agguerriti antagonisti dello Stato di Israele, quelli che nemmeno hanno relazioni diplomatiche con Israele e che rifiutano la stessa esistenza dello Stato di Israele, rappresentano il più grande blocco di voto unitario delle Nazioni Unite. Di conseguenza, la campagna politica contro Israele si traduce nel controllo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Ogni tentativo da parte di Israele di normalizzare la sua partecipazione all’arena internazionale è continuamente soggetto a un attacco politico di demonizzazione da parte dei nemici dello Stato Ebraico che ne perseguono la distruzione.
Di fatto, la maggioranza degli Stati membri dell’ONU usa le Nazioni Unite per promuovere la delegittimazione e la demonizzazione dello Stato di Israele. Gli organi dell’ONU sono stati “sequestrati” da quanti cercano di distruggere Israele. Si può sicuramente affermare che ad oggi, nel XXI secolo, l’ONU è l’arena mondiale principale dell’antisionismo.

 

 

 

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