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Perché non c'è la pace con i Palestinesi

 

 

Premessa: tratto da qui, qui, qui, qui e qui

 

Se solo Israele permettesse ai palestinesi di avere un loro stato ci sarebbe la pace in Medio Oriente, vero? Questo è quello che si sente ripetere da ambasciatori delle Nazioni Unite, diplomatici europei e dalla maggior parte dei professori universitari.

Ma se io vi dicessi che Israele ha già offerto ai palestinesi uno stato, e non una volta sola ma in ben cinque diverse occasioni? Non mi credete? Rivediamo i fatti.

Dopo il disfacimento dell’Impero Ottomano alla fine della prima guerra mondiale, la Gran Bretagna assunse il controllo della maggior parte del Medio Oriente, compresa l’area che oggi costituisce il moderno stato d’Israele. Diciassette anni dopo, nel 1936, gli arabi si rivoltarono contro gli inglesi e contro i loro vicini di casa ebrei. Gli inglesi crearono una task force, la Commissione Peel, con il compito di studiare le cause della ribellione. La Commissione giunse alla conclusione che il motivo delle violenze era che due popolazioni – ebrei e arabi – volevano governare la stessa terra. La risposta, stabilì la Commissione Peel, era quella di creare due stati indipendenti: uno per gli ebrei e uno per gli arabi. Una soluzione a due stati. La spartizione suggerita era fortemente a favore degli arabi. Gli inglesi offrivano loro l’80% del territorio conteso e agli ebrei il restante 20%. Eppure, nonostante le piccole dimensioni dello stato che veniva loro proposto, gli ebrei votarono a favore dell’offerta. Gli arabi invece la rifiutarono, e ricominciarono la ribellione violenta. Rifiuto numero uno.

Dieci anni più tardi, nel 1947, gli inglesi chiesero alle Nazioni Unite di trovare una nuova soluzione alle continue tensioni. Come la Commissione Peel, anche l’Onu decise che il modo migliore per risolvere il conflitto era quello di dividere la terra. Nel novembre 1947 l’Onu votò la creazione di due stati. Anche in quel caso gli ebrei accettarono l’offerta. E di nuovo gli arabi la rifiutarono. Solo che questa volta lo fecero lanciando una guerra a tutto campo. Rifiuto numero due.

Giordania, Egitto, Iraq, Libano e Siria parteciparono al conflitto. Ma persero. Israele vinse la guerra e procedette a costruire una nuova nazione. La maggior parte dei territori che le Nazioni Unite avevano destinato allo stato arabo – la Cisgiordania e Gerusalemme est – divennero territorio occupato: non occupato da Israele, ma dalla Giordania. Vent’anni dopo, nel 1967, gli arabi, guidati questa volta dall’Egitto a cui si unirono Siria e Giordania, tentarono ancora una volta di distruggere lo stato ebraico. La guerra del 1967, nota come la guerra dei sei giorni, si concluse con una strabiliante vittoria d’Israele. Gerusalemme e la Cisgiordania, così come la regione nota come striscia di Gaza, caddero nelle mani di Israele. Il governo era diviso su cosa fare di questi nuovi territori. Una metà voleva restituire la Cisgiordania alla Giordania e la striscia di Gaza all’Egitto in cambio della pace. L’altra metà voleva cederli agli arabi della regione, che avevano iniziato a definire se stessi “palestinesi”, nella speranza che alla fine vi avrebbero costruito il loro stato. Nessuna delle due idee poté fare molta strada. Pochi mesi dopo la Lega Araba, riunita in Sudan, emanò i famigerati “tre no”: no alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele, no al negoziato con Israele. Ancora una volta una soluzione a due stati venne respinta dagli arabi, ed è il rifiuto numero tre.

Nel 2000, il primo ministro israeliano Ehud Barak si incontrò a Camp David con il presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Yasser Arafat per concludere un nuovo piano a due stati. Barak offrì ad Arafat uno stato palestinese su tutta la striscia di Gaza e sul 94% della Cisgiordania, con Gerusalemme est come capitale. Ma il leader palestinese respinse l’offerta. Come disse il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, “Arafat è stato qui 14 giorni e ha detto no a tutto”. I palestinesi lanciarono invece un’ondata sanguinosa di attentati suicidi che causarono la morte di oltre mille israeliani, mutilandone migliaia di altri: sugli autobus, nelle sale per matrimoni, nelle pizzerie. Rifiuto numero quattro.

Nel 2008 Israele tentò di nuovo. Il primo ministro Ehud Olmert si spinse oltre quello che aveva fatto Barak e ampliò l’offerta di pace includendo ulteriori territori per rendere ancora più accettabile l’accordo. Come il suo predecessore, il nuovo leader palestinese, Abu Mazen, respinse l’intesa. Rifiuto numero cinque.

Tra queste due ultime offerte israeliane, nel 2005 Israele se n’è andato unilateralmente dalla striscia di Gaza, lasciandone ai palestinesi il controllo completo. Anziché sviluppare quel territorio a vantaggio dei suoi abitanti, i palestinesi trasformarono Gaza in una base terroristica da cui hanno lanciato migliaia di razzi contro Israele.

Ogni volta che Israele ha accettato uno stato palestinese, i palestinesi hanno rifiutato l’offerta, spesso in modo violento.

Quindi, se desiderate la pace in Medio Oriente, forse la risposta non è quella di fare pressione su Israele perché offra ancora una volta uno stato ai palestinesi. Forse la risposta è fare pressione sui palestinesi perché accettino finalmente l’esistenza di uno stato ebraico.

 

 

I Palestinesi potevano avere il loro Stato nelle recenti trattative che hanno mandato a monte con un pretesto. Come potevano averlo nel 2008 quando glielo offriva Olmert o nel 2000, quando Barak lo offrì a Arafat. O negli anni Novanta dopo Oslo, se Arafat non avesse incoraggiato il terrorismo. O nel '67 quando a Khartoum gli stati arabi dissero il loro triplice no (alla pace, alla trattativa, al riconoscimento di Israele). O nel '47 quando l'Onu proposte la spartizione del mandato e gli arabi risposero con la guerra. O nel '37 quando la divisione era sostenuta dal rapporto Peel per la Gran Bretagna e fu il Muftì di Gerusalemme, quello che divenne amico di Hitler, a dire di no.
Sempre occasioni perdute? Sono così inabili i palestinisti? Due fatti convergenti possono essere una coincidenza, tre un indizio, ma quattro, cinque, sei sono una prova. Molto semplicemente i palestinesi non sono interessati a uno Stato, se la sua condizione è la pace con Israele.

Possono fare degli accordi parziali, possono usare le trattative per acquisire diritti e posizioni negoziali, ma non sono disposti a convivere con lo Stato nazione del popolo ebraico. Se l'avessero voluto fare, uno Stato palestinese ci sarebbe da decenni. Il loro obiettivo è tutt'altro: distruggere Israele e riconquistare l'unico frammento di Medio Oriente governato da una nazione non islamica.

Farlo è un progetto di lunga durata, che richiede un grande lavorio, un adattamento tattico continuo, la macelleria del terrorismo e le arti da suk della diplomazia, la guerra aperta e i negoziati, la vittimizzazione che conquista le simpatie dell'Occidente e il culto della violenza che mobilità il fronte interno. Questo è il senso delle "occasioni perdute". Non mosse inabili ma scelte tattiche lucide in vista dell'obiettivo finale. Non facciamoci ingannare.

 

La soluzione a due stati per due popoli ha un enorme difetto: i palestinesi l’hanno ripetutamente rifiutata. Un rifiuto che è e rimane un macigno, che nessun sofisma e nessuna campagna propagandistica possono far scomparire.

Ci ha provato il Segretario di stato John Kerry nel suo celebre discorso di fine dicembre, subito smascherato da Alan Dershowitz che ha osservato: “Kerry non ha nemmeno menzionato le ripetute offerte israeliane di porre fine a occupazione e insediamenti creando uno stato palestinese in Cisgiordania e Gaza: il rifiuto da parte di Yasser Arafat delle proposte di Bill Clinton ed Ehud Barak nel 2000-2001, e la mancata risposta da parte di Abu Mazen all’offerta di Ehud Olmert del 2008. Non menzionare nemmeno questi passaggi cruciali è la prova che il discorso era fazioso”.

Gli ha fatto eco Jeffrey Elikan: “Nessuna analisi equa e ragionevole degli ostacoli al processo di pace, e delle responsabilità per lo stallo in cui versa, può onestamente ignorare quelle offerte, che comprendevano la quasi totalità dei territori rivendicati dai palestinesi nella striscia di Gaza e in Cisgiordania più nuove porzioni di territorio a compensare quelle rimaste a Israele. Sorprendentemente in ognuna di quelle occasioni i palestinesi rifiutarono l’offerta o semplicemente la lasciarono cadere senza nemmeno proporre una contro-offerta.

Kerry non ha nemmeno tentato di spiegarci il perché di quei rifiuti”. Ancora Dershowitz: “Il principale ostacolo alla soluzione a due stati resta la non volontà palestinese di accettare la spartizione che prevede due stati per due popoli: il popolo ebraico e il popolo arabo. Il che comporterebbe l’esplicito riconoscimento da parte dei palestinesi del concetto di Israele come stato nazionale del popolo ebraico”.

E’ così. Abbiamo sentito innumerevoli volte i dirigenti palestinesi parlare di soluzione “a due stati”. Non li abbiamo mai sentiti una sola volta parlare di “due stati per due popoli”. Infatti non è questo che intendono. Come dimostra con ossessionante coerenza tutta la pubblicistica palestinese, ciò che intendono è creare uno stato arabo-palestinese da cui vengano espulsi tutti gli ebrei, a fianco di uno stato in cui possano insediarsi centinaia di migliaia arabi (i cosiddetti profughi palestinesi) che andranno ad aggiungersi agli arabi israeliani fino a cancellare – prima di fatto, poi di diritto – il carattere ebraico dello stato. Sicché, per scongiurare il pericolo di diventare uno stato ebraico non democratico oppure uno stato democratico non ebraico, Israele finirebbe col diventare uno stato né ebraico né democratico.

 

 

Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" ( http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm )

Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania, Iraq, Siria e Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahmān 'Azzām Pascià, segretario generale della Lega Araba http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele ) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese ( http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html ).

Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. l'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Mk47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html . Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglio sceneggiata napoletana..

Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente: http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". E' matematica, no? ( http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html )

Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya ( http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya , un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm ), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione: http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm , " Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."

Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo ( http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program ). Lo trovate qui ( http://www.iris.org.il/plophase.htm ) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . E' la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi ( http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy )
 

- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente " su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese" (articolo 8).

( http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan )

Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista ( http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm ). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali ( http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006 ), che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf ( http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html ) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.

Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta.

Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...

Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto.

Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.

C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

 

Nota: nel gennaio 2012 a Ramallah c'è stata la celebrazione del quarantasettesimo anniversario della fondazione di Al Fatah (la quale, sia detto per inciso ai Candidi, fu fondata per condurre la lotta armata contro Israele prima della liberazione di Gerusalemme, Giudea e Samaria, quella che loro adesso chiamano "occupazione" - chissà perché): un momento molto simbolico e solenne, dove si fanno dichiarazioni che vanno prese sul serio.

Il presidente della cerimonia, designato da Fatah - che domina l'Autorità Palestinese e ha lo stesso presidente Mahmoud Abbas- a un certo punto ha detto solennemente: "la nostra guerra coi figli delle scimmie e dei maiali [questo è il simpatico nome con cui gli arabi, che non sono razzisti, chiamano gli ebrei quando sono di buon umore] è una guerra di religione e di fede". Il che significa naturalmente: non una qualunque guerra territoriale, che si risolve con un compromesso, ma una lotta metafisica e senza quartiere.

Infatti, dopo aver detto queste cose, ha dato la parola al capo religioso dell'autorità palestinese, il Mufti Muhammad Hussein, il quale ha subito citato "l'affidabile hadit" cioè il detto attribuito a Maometto stesso per cui "l'ora della Resurrezione non verrà fino a che non sterminerete gli ebrei - gli ebrei si nasconderanno dietro pietre e alberi - allora gli alberi e le pietre chiameranno: O musulmano vieni, c'è un ebreo che si nasconde dietro di me -. vieni e uccidilo - eccetto gli alberi Gharquad che resteranno zitti."

E poi ha commentato: "Nessuna meraviglia dunque che le colonie siano piene di alberi Gharquad." Il che significa che il compito dei palestinesi è di sterminare gli ebrei. Lo dicono loro, non qualche "paranoico sionista": http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6098 . Non ci sono state smentite né commenti da parte di Fatah né del moderato Mahamud Abbas. Del resto queste cose sono ripetute continuamente.

 

I palestinesi non sono interessati alla pace, non sono disposti a convivere pacificamente con gli ebrei anzi vogliono che il loro stato, se mai nascerà, sia completamente Judenrein, privo di ebrei ( http://www.commentarymagazine.com/2013/07/30/abbas-arabs-in-israel-no-jews-in-palestine-peace-process/ ) e pensano che la pace, o la tregua, che eventualmente si concluderebbe, debba essere solo un passo per chiedere di più, fino alla completa distruzione di Israele ( http://calevbenyefuneh.blogspot.co.il/2013/08/a-bit-more-and-bit-more-if-only-israel.html ).
 

Ma conoscete qual è il mantra dei Candidi, in Europa, negli Stati Uniti e nella loro amministrazione ( http://blogs.jpost.com/content/columnist-hate-hopes-obama-wins ), ma anche dentro Israele: l'Autorità Palestinese è il partner per la pace, gli israeliani devono fidarsi, abbattere la barriera di sicurezza, dare loro il controllo dei confini, smettere di impedir loro di accedere alle armi pesanti....

Quando quasi quotidianamente si trovano ai posti di blocco giovani arabi armati di bombe, coltelli e pistole che cercano di compiere attentati (come il caso di quando si celebrava il processo all'ultimo assassino della famiglia Fogel: http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/151781 ), oppure tendono agguati alle automobili in corsa bombardandole di rocce, in modo da provocare incidenti spesso mortali.

Per esempio, che cosa significa chiedere che si elimini la barriera di sicurezza, che si tolga il blocco a Gaza, che si permetta a tutti i palestinesi che lo desiderano di diventare cittadini israeliani per via di matrimonio? La risposta è su questa pagine di blog ( http://www.europe-israel.org/2012/01/pourquoi-le-pcf-et-les-verts-exigent-la-fin-de-l%E2%80%99%E2%80%99occupation%E2%80%99-israelienne-pour-que-les-palestiniens-puissent-tuer-des-juifs/ ): perché i palestinesi possano far fuori gli ebrei senza troppi impicci. La sola spiegazione è quella, anche se in certi casi non è consapevole, posso ammetterlo.

 

Nota a proposito del boicottaggio economico che l'Europa ed altri Paesi vogliono mettere in pratica: Il grande storico Raul Hilberg ha spiegato che il boicottaggio economico contro gli ebrei nella Germania nazista è stato il primo passo verso la Shoah. Lo stesso grido "raus mit uns" (fuori con noi) ferisce ora lo Stato di Israele; è tornata la minaccia nazista "kauf nicht bei Juden..." (non comprate dagli ebrei).

 

    

 

 

La farsa del processo di pace

 

Premessa: tratto da qui e qui

 

Per capire il motivo per cui non si è ancora trovata una soluzione del conflitto israelo-palestinese, si deve partire dal rifiuto arabo della partizione della Palestina mandataria decisa dall’Onu nel novembre 1947. Se gli stati arabi l’avessero accettata – come fecero gli ebrei – sin da allora ci sarebbero due stati, Israele e Palestina, dei quali uno arabo non importa quale nome avesse assunto. È questo il primo ‘se’, a cui altri ne seguiranno, indispensabili per capire come la responsabilità del conflitto non deve essere attribuita a Israele, nemmeno parzialmente.

Gli ebrei ebbero uno Stato, la popolazione araba nessuno, ma per sua scelta. La divisione del Mandato britannico, fatta a tavolino, era la peggiore che si potesse immaginare, non risolveva nessun problema, semmai ne preannunciava di nuovi. Israele dovette infatti difendersi dalle guerre (cito per brevità soltanto due date: 1948 e 1967) che vinse, ma che dettero origine alla questione dei rifugiati arabi, che non avevano accettato di rimanere nei territori conquistati e annessi a Israele.

Ecco il secondo ‘se’, se i governi arabi avessero scelto di vivere in pace con i vicini israeliani, invece di cercarne lo sterminio, il Medio Oriente sarebbe diverso da quello che invece è diventato. Né va dimenticata la politica Onu/Ue, che invece di contribuire alla soluzione dei rifugiati, ha creato istituzioni (UNRWA), il cui fine era il mantenimento del conflitto e non la sua soluzione. Quindi niente pace, niente confini (tranne quelli con Egitto e Giordania, due paesi con i quali Israele ha un trattato di pace, a dimostrazione che la pace con lo Stato ebraico è possibile, basta essere in due a volerla), ma solo linee di cessate il fuoco.

Ecco l’origine dei cosiddetti ‘settlements’, non si capisce perché a Israele, in mancanza di un confine condiviso, dovesse essere vietato costruire su territori conquistati in due guerre non di conquista ma di difesa. Un diritto che però veniva giudicato legale all’altra parte, anche se non aveva mai ottemperato – tra l’altro - ai doveri che gli Accordi di Oslo le aveva imposto. Due istituzioni democratiche internazionali, Onu e Ue, che non hanno mai condannato i governi che avevano dichiarato guerra a Israele, a quasi 50 anni dall’ultima, non hanno fatto altro che mettere sotto accusa Israele, con provvedimenti mai applicati a nessun altro stato.

 

 

Periodicamente ricomincia la manfrina del “processo di pace in Medio Oriente”. Beninteso, un processo di pace sarebbe un'ottima cosa se volesse dire la fine delle stragi in Siria,in Yemen, in Iraq, nel Sinai e altrove la cessazione delle armi chimiche che il regime siriano sta usando di nuovo, il disarmo delle milizie terroriste come Hamas e Hezbollah, la fine delle invasioni straniere, innanzitutto di quella iraniana ma anche dei russi che hanno sostituito l'Isis con una base a Palmira (l'avevate saputo? Non credo, non ne parla nessuno, ma è un fatto strategico importante). E poi magari l'instaurazione di uno stato curdo dovuto da cent'anni, l'isolamento dell'Isis dai suoi sostenitori in Turchia e Qatar. Insomma la ricostruzione di un livello di tranquillità magari non ideale, ma in cui la vita umana ricominci ad avere qualche valore e la gente possa sperare in un'esistenza normale.

Ma non si parla di questo quando si dice processo di pace. Quel che si intende è che Israele ceda le sue posizioni strategiche sul Giordano e sui monti di Giudea e Samaria ai palestinisti, in modo che questi possano fare prima di tutto pulizia etnica dei 600 mila ebrei che vi vivono, poi possano avere comodamente a portata di lanciarazzi Gerusalemme, Tel Aviv e il centro di Israele, compreso il solo aeroporto internazionale del paese, in modo da non permettergli di vivere. E infine di trasformare anche il solo territorio pacifico del Medio Oriente in un macello islamico come tutto il resto.

Quel su cui mi interessa oggi attirare la vostra attenzione non è solo questa solita determinazione dei benevoli governi europei a peggiorare la situazione mediorientale, come già hanno fatto in Libia, Siria, Egitto favorendo l'anarchia chiamata a suo tempo primavera araba, ma soprattutto una bugia, che si sente continuamente ripetere, quella per cui Israele sarebbe la parte che impedisce le trattative, ancora prima dell'accordo. Lo ripetono continuamente non solo i nemici espliciti di Israele, i palestinisti e i loro alleati di estrema sinistra, da Sanders a Corbyn ai nostri autonomi, ma anche i moderati e democratici ministri europei, e la stampa che li fiancheggia.

Be' non è vero, non è assolutamente vero. Israele è stato sempre disposto ed è ancora disposto a fare sacrifici importanti per favorire la pace. Si è ritirato a suo tempo dal Sinai per chiudere un accordo con l'Egitto che tiene, anche se spesso è stato attaccato dagtli islamisti egiziani. Ha lasciato volontariamente la striscia di Gaza, evacuando con la forza gli ebrei che la facevano fiorire (e per favore non parlate di coloni, visto che gli ebrei si sono insediati a Gaza ai tempi di Sansone, più di 3000 anni fa e vi sono rimasti vino alla violenta espulsione eseguita dall'Egitto che la occupò dopo la Guerra di indipendenza del 1948.

Ma quel che vale la pena di richiamare, perché i giornali naturalmente non ne hanno parlato, è la testimonianza di Bill Clinton, che oltre a essere un ex presidente americano, è anche probabilmente il futuro “first sir” . Ecco che cosa ha detto Clinton a un recente dibattito ( http://www.israele.net/bill-clinton-avevo-un-accordo-e-i-palestinesi-lo-rifiutarono , trovate qui la registrazione del dibattito, che è interessante per le interruzioni: http://thehill.com/blogs/ballot-box/presidential-races/279912-bill-clinton-i-killed-myself-to-give-palestinians-a-state ): “Mi sono inutilmente dannato per dare ai palestinesi uno stato – ha detto – Avevo un accordo che loro rifiutarono, e che avrebbe dato loro tutta la striscia di Gaza, il 96-97% della Cisgiordania, terre israeliane a compensazione, e quant’altro”.

In realtà quel che è accaduto a Clinton è quel che è sempre successo, prima di lui o dopo di lui a chi ha cercato di trattare coi “palestinesi”, a partire dai tentativi inglesi degli anni Venti, fino alle offerte di Olmert di sette anni fa e a quelle di Kerry l'anno scorso. Fin che si tratta di acquisire con le trattative dei vantaggi tattici, i leader arabi sono ben contenti di discutere. Ma quando si tratta di riconoscere uno stato finale della questione, insomma di fare l'accordo, non ci stanno mai. Perché a loro non importa affatto di risolvere il contenzioso con Israele e costituire un pacifico stato arabo a fianco di quello ebraico di Israele; quel che loro vogliono è distruggere quest'ultimo, che ai loro occhi essendo lo stato dei miscredenti su terra che era stata conquistata dall'Islam, è una assurdità, un crimine contro i musulmani, ancor di più una bestemmia contro Allah. ( http://www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/18880 ). Sicché, come ha detto una volta Netanyahu, se gli arabi si decidessero ad abbandonare le armi (ma non lo fanno mai), questo vorrebbe dire la pace; se Israele abbandonasse le armi, questa sarebbe la distruzione sua e lo sterminio degli ebrei.

 

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org