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Israele è la parte forte o debole del conflitto israeliano-palestinese?

 

 

La propaganda ha la caratteristiche di riuscire a creare una realtà che rovescia la verità dei fatti e di farla accettare alla gente. Israele è costantemente colpito da essa, ed in questa sede si vuole ricordare come una nazione debole, che lottava disperatamente per la sopravvivenza contro la volontà di distruzione islamica, sia improvvisamente stata dipinta come una parte forte che opprime avversari deboli.

Si tratta ovviamente di una esposizione riassuntiva, utile per far capire velocemente una contraddizione che in molti fanno finta di non vedere.

 

C'è una forte propaganda partita nel 1967, quando gli arabi persero la guerra contro Israele ed andarono su tutte le furie, che partì dal mondo arabo e dai loro alleati sovietici per poi diffondersi in tutto il mondo grazie all'appoggio politico delle sinistre e dei giornalisti: si tratta dell'idea che Israele sia la parte forte del conflitto contro i poveri ed indifesi palestinesi, e come tale va condannato. C'è insomma una situazione in cui Davide lotta contro Golia, ed un conflitto israeliano palestinese.

 

Cambia la realtà e cambia anche la terminologia, si passa quindi dal conflitto mussulmano-israliano al conflitto israeliano-palestinese (notare che viene messo prima la parola israeliana come se fosse la parte forte), si passa da un miliardo di musulmani che vogliono la distruzione di Israele, tra cui gli stati più potenti della Terra grazie al petrolio e gruppi di Stati in grado di dirigere le decisioni ONU, ad una situazione in cui una maggioranza di ebrei opprimerebbe e combatterebbe una minoranza di palestinesi. Così il mondo condannerà il cattivo e grosso Israele che opprime i piccini palestinesi.

Ma andiamo con ordine.

 

Fin dalla sua nascita, Israele è stato fortemente odiato dai paesi musulmani, perché viene considerata una nazione illegittima in quanto Stato non musulmano su un territorio che, secondo le loro credenze, Allah avrebbe dato di diritto al popolo Islamico, d'altronde faceva parte di un antico califfato islamico, così come per le altre terre che sono state sotto il dominio islamico in passato.
A tutto ciò si aggiunge l'aggravante che Israele non è uno stato religioso ma una nazione laica, libera e democratica sul modello europeo, che praticamente è un modello odiato dal mondo islamico e considerato nemico del vero Islam. Israele diventa quindi come una parte di Europa in una zona dove il fanatismo islamico domina incontrastato, quella stessa Europa odiata dall'Islam in quanto vi è la convinzione diffusa dagli arabi dopo il crollo dell'Impero Ottomano di essere colonizzati, oppressi e umiliati dall'Occidente, una cultura che considerano inferiore.

Israele, in quanto Stato non islamico, ha sfidato l'Islam e deve essere distrutto, questa è tutta la storia. Fosse Stato Israele uno Stato che si basava sulla Sharia, la legge islamica, non ci sarebbe stato alcun conflitto e nessuno avrebbe avuto da ridire. Altro che nazioni che vogliono la sua distruzione.

Ovviamente nel mondo islamico c'è l'equazione ebrei = Israele, ecco perché in tutti i Paesi islamici gli ebrei sono stati perseguitati e/o scacciati, ecco perché in questo conflitto si punta spesso ad ammazzare gli ebrei.

 

Ma qual è il rapporto di forza?

 

I rapporti di forza in gioco

 

Quelle che vedete qui sotto sono le nazioni arabe, che vogliono la distruzione di Israele, che lo attaccano sul piano diplomatico (in passato anche militare), che fanno propaganda di odio anti-israeliano e che finanziano chi lo attacca, senza contare l'uso dei palestinesi come arma contro lo Stato ebraico. Si tratta di nazioni più grandi di Israele di ben 640 volte e con una popolazione 65 volte superiore.

 

 

Queste invece sono le nazioni islamiche nel mondo che fanno altrettanto, vogliono la distruzione di Israele e tutto il resto. Qui il rapporto superficie-Israele aumenta esponenzialmente, Israele è poco più di un punto sulla mappa al loro confronto. Queste sono le nazioni nemiche di Israele, è come se Israele combattesse contro di loro.

 

 

 

Questi invece sono i musulmani nel mondo, i quali condividono l'ideologia di odio contro Israele, si tratta di 1 miliardo di persone ed hanno un forte impatto sul piano culturale, propagandistico, economico e politico, fino ad arrivare all'influenza diretta su organismi come l'ONU. Israele ha 7,9 milioni di persone e deve di fatto lottare contro 1 miliardo di musulmani.

 

 

Ed ovviamente non finisce qui perché, un pò per il retaggio sovietico ed un pò per per l'alleanza con il blocco arabo, ci sono anche i Paesi comunisti o ex comunisti, nonché le dittature e gli Stati canaglia che condividono il loro odio per Israele e sono molto attivi soprattutto nella battaglia politica contro di esso, anche in sede ONU, dove insieme ai paesi musulmani, costituiscono un pericoloso blocco di voti inarrestabile. All'ONU ci sono 120 nazioni su 193 che perseguono strategie di odio contro Israele, attacchi politici e demonizzazioni. Si tratta della maggioranza, quindi posso far passare qualsiasi cosa contro l'odiato Israele, e lo fanno. Per questo Israele viene continuamente condannato, 20 volte più di Stati che causano distruzioni e uccisioni di massa, e per questo viene condannato anche per fatti falsi o assurdi, anche per essersi difeso, mentre i Paesi che lo aggrediscono ed i terroristi godono di immunità. Questo è il sistema politico in cui viviamo.

 

 

E poi potremmo anche continuare facendo presente che ci sono numerose nazioni di altro tipo, come quelle Europee, che perseguono una strategia di boicottaggio o comunque di ostilità nei confronti di Israele sulla base di ideali propagandistici, con non pochi danni sul piano politico ed economico.

 

 

A conti fatti, sembra davvero che una nazione grande come la Lombardia con 7,9 milioni di abitanti sia costretta a combattere un conflitto con la maggioranza del mondo! E Israele sarebbe la parte forte del conflitto?

 

 

Ed in tutto questo, Israele si trova in una zona ricca di sanguinosi e distruttivi conflitti, spesso motivati proprio dal fondamentalismo islamico.

 

Come spiegato anche qui, la storia di Israele è contestualizzata negli stessi termini in uso fin dai primi anni '90, quelli della ricerca di una "soluzione dei due stati". Viene ritenuto che il conflitto sia "israelo-palestinese", il che significa che si tratta di un conflitto posto sul territorio che Israele controlla - lo 0,2 per cento del mondo arabo, in cui gli ebrei sono una maggioranza e gli arabi una minoranza.

Il conflitto sarebbe ben più accuratamente descritto come "arabo-israeliano" oppure "arabo-ebraico", cioè un conflitto tra i 6 milioni di ebrei di Israele e i 300 milioni di arabi nei paesi circostanti. (Forse "israelo-musulmano" sarebbe più esatto, prendendo in considerazione l'inimicizia di stati non arabi come l'Iran e la Turchia e, più in generale, di un miliardo di musulmani in tutto il mondo.) Questo è il conflitto che si è dispiegato in diverse forme per un secolo, prima che Israele esistesse, prima che Israele conquistasse i territori palestinesi di Gaza e della Cisgiordania e prima ancora che il termine "palestinese" venisse mai utilizzato.

L'inquadratura "israelo-palestinese" permette agli ebrei, una piccola minoranza in Medio Oriente, di essere raffigurati come la parte forte. Essa comprende anche il presupposto implicito che se il problema palestinese fosse in qualche modo risolto, il conflitto finirebbe, anche se nessuna persona informata oggi riterrebbe ciò minimamente vero. Questa definizione permette anche di descrivere il progetto degli insediamenti israeliani, che credo sia un grave errore morale e strategico da parte di Israele, non come quello che è, uno dei sintomi più distruttivi del conflitto, ma piuttosto come la sua causa.

Un osservatore esperto del Medio Oriente non può evitare l'impressione che la regione sia un vulcano e che la lava sia l'Islam radicale, un'ideologia le cui diverse incarnazioni stanno ora plasmando questa parte del mondo. Israele è un piccolo villaggio sulle pendici del vulcano. Hamas è il rappresentante locale dell'Islam radicale ed è apertamente dedicato alla eradicazione della enclave minoritaria ebraica, in Israele, proprio come Hezbollah è il rappresentante dominante dell'Islam radicale in Libano, lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, i talebani in Afghanistan e Pakistan e così via.

Hamas non è, come si afferma liberalmente, parte dello sforzo di creare uno stato palestinese a fianco di Israele. Essa ha diversi obiettivi su cui è molto sincera e che sono simili a quelli dei gruppi qui sopra elencati. Dalla metà degli anni '90, più di ogni altro protagonista, Hamas ha distrutto la sinistra israeliana, ha fatto vacillare gli israeliani moderati nei confronti di eventuali cessioni territoriali e sepolto le possibilità di un compromesso a due stati. Questo sarebbe un modo più preciso di inquadrare la storia.

Un osservatore potrebbe anche legittimamente inquadrare la storia attraverso la lente delle minoranze in Medio Oriente, che sono tutte sotto forte pressione da parte dell'Islam: quando le minoranze sono impotenti, il loro destino è quello degli Yazidi o dei cristiani del nord dell'Iraq, come abbiamo appena visto, quando sono armate e organizzate possono reagire e sopravvivere, come nel caso degli ebrei e (dobbiamo sperare) dei curdi.

Ci sono, in altre parole, molti modi diversi di vedere ciò che sta accadendo qui. Gerusalemme è a meno di un giorno di viaggio da Aleppo o da Baghdad e dovrebbe essere chiaro a tutti che la pace è piuttosto sfuggente in Medio Oriente, anche in luoghi dove gli ebrei sono totalmente assenti. Ma i giornalisti in genere non possono vedere la storia di Israele in relazione a qualsiasi altra cosa. Invece di descrivere Israele come uno dei villaggi adiacenti il vulcano, descrivono Israele come il vulcano.

La storia di Israele è incorniciata in modo tale da sembrare che non abbia nulla a che fare con gli eventi nelle vicinanze perché la "Israele" del giornalismo internazionale non esiste nello stesso universo geo-politico, come l'Iraq, la Siria, o l'Egitto. La storia di Israele non è una storia riguardo gli eventi attuali. Si tratta di qualcosa di diverso.

 

La politica israeliana non è espansionista, checché ne dicano i nemici. Tutt'al contrario è una politica di resistenza. Se tatticamente nella maggior parte dei combattimenti Israele ha preso l'offensiva, a causa della scarsa profondità di manovra del suo territorio, strategicamente Israele è sulla difensiva, è una fortezza assediata, che cerca di prevenire chi vuole distruggerlo e di logorare il suo impianto bellico.

Israele non può conquistare i paesi arabi, 500 volte più vasti e 50 volte più abitati di lui; i paesi arabi possono pensare invece di distruggerlo. E' questa la logica fin dal '48 e anche prima, dallo scoppio della guerra aperta degli arabi contro gli ebrei negli anni Venti del secolo scorso.

Israele sa che non ha alleati solidi, neppure gli Stati Uniti, che gli hanno impedito di vincere fino in fondo molte volte: nel '56 e nel '67, nelle guerre in Libano, nella “seconda Intifada”. Come è stata tradita dalla Gran Bretagna diverse volte, dalla Francia nel '67, dall'Unione Sovietica a partire dagli anni Cinquanta. In queste condizioni non può vincere, solo resistere. Dissuadere gli attaccanti. Esercitare deterrenza.

In più deve combattere una vera e propria guerriglia politica, legale e mediatica. Si tratta di una situazione critica dove Israele è costretta a combattere per la sua sopravvivenza con forze enormemente più grandi.

 

Non bisogna dimenticare la storia recente, dalla data della nascita di Israele ad oggi, gli Stati confinanti con esso hanno provato più volte a distruggerlo con le loro forze armate. Resosi conto della difficoltà di agire in scontri diretti, hanno poi optato dal 1967 la scusa di un "popolo palestinese" come arma per continuare la lotta tesa alla distruzione di Israele, sia utilizzando la violenza ma soprattutto utilizzando armi politiche e propagandistiche.

 

In pratica, visto che la questione è trattata in altre sedi, sintetizziamo correttamente  la situazione palestinese con parole dell'Olp (organizzazione per la liberazione della Palestina) che nel 1977 dichiarò:

« Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato palestinese è solamente un mezzo per continuare la nostra lotta per l'unità araba contro lo Stato d'Israele. In realtà oggi non c'è differenza tra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Oggi parliamo dell'esistenza di un popolo palestinese per ragioni politiche e strategiche poiché gli interessi nazionali arabi richiedono che venga assunta l'esistenza di un distinto "popolo palestinese" da opporre al sionismo. »

 

Oppure anche con parole di Arafat: 

"Il nostro obiettivo è la distruzione di Israele. Non ci può essere né compromesso né moderazione. No, noi non vogliamo la pace. Vogliamo la guerra e la vittoria. La pace per noi significa la distruzione di Israele e niente altro." ("Esquire", Buenos Aires, 21.3.1971). "Nulla ci fermerà fino a quando Israele non sarà distrutto. Scopo della nostra lotta è la fine di Israele. Non vi sono compromessi né mediazioni possibili. Non vogliamo la pace: vogliamo la vittoria. Per noi la pace è la distruzione di Israele e niente altro." (New Republic, 16.11.1974).

 "Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l'attacco finale contro Israele". (1993)

 

D'altronde l'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) nel suo statuto menziona sempre come obiettivo dell’Olp “l’annientamento dello Stato di Israele”. Bisognerebbe sempre sottolineare la data di nascita dell’OLP, organizzazione per la liberazione della Palestina: 1964. La cosiddetta occupazione dei cosiddetti territori palestinesi è iniziata nel 1967; nel 1964 l’unico territorio occupato da Israele era lo stato di Israele. A uso e consumo di chi ce la mette tutta a convincersi che l’obiettivo sia la costituzione dello stato di Palestina.

 

Ed è chiaro in proposito anche chi governa Gaza, Hamas ha scritto nel suo statuto "Israele, in quanto Stato ebraico, e i suoi ebrei sfidano l’islam e tutti i musulmani." E ancora: articolo 11 di Hamas:

<< Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto di tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio?

Questa è la regola nella legge islamica (shari’a), e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani la hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio.>>


Per i palestinesi opporsi al riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico è più importante di qualunque questione di territorio, dal momento che questo è il vero cuore del conflitto. Nella pubblicistica palestinese si continua ad affermare che la Palestina è sotto "occupazione" dal 1948, cioè dalla nascita dello Stato di Israele. E da quella data il terrorismo è l'incubo di Israele, che dal 2000 al 2005 è stato quotidiano con 1200 vittime civili ammazzate dai kamikaze.

I palestinesi potevano avere una loro patria già nel 1948. E hanno rifiutato. Nel 1967, hanno rifiutato. Nel 1979 , hanno rifiutato. Perché hanno sempre rifiutato ogni soluzione pacifica dedicandosi solo al terrorismo? Perché il loro obiettivo non è di avere una nazione ma di distruggere Israele e poi creare il grande Califfato islamico.
Il contenzioso che dura ormai da più di cento anni è sul diritto del popolo ebraico ad avere una sede nazionale indipendente in Terra di Israele. E la questione, ovviamente, non riguarda solo i palestinesi ma soprattutto gli Stati arabi. Ovviamente il problema non avrà mai fine pacificamente a causa della motivazione religiosa di fondo che spinge i palestinesi e gli arabi contro Israele. Se Israele fosse stato uno stato islamico, non ci sarebbe stato alcun problema.

 

 

Perché lo Stato d'Israele costituisce un problema per l'Islam?

 

Come spiegato qui, la dottrina islamica divide il mondo in due aree di potenza. La “Casa dell’Islam” (Dar al-Islam), che viene detta anche “Casa della pace” (Dar e-Salaam), è il territorio che si trova sotto la “Sharia”, il diritto islamico. Questa zona è costituita da tutti i paesi in cui l’Islam è la religione di Stato.
Il resto del mondo viene indicato come “Casa della guerra” (Dar al-Charb). Questa zona è costituita da tutti i paesi non (ancora) islamici.
Qui viene alla luce una delle più importanti differenze tra Islam e Cristianesimo. Secondo la visione biblica, il Regno di Dio comincia nel cuore delle singole persone e di lì si allarga fino a diventare una comunità di credenti. E’ decisivo quello che avviene nella vita della singola persona, non il possesso della terra o il diritto giuridico.
Nell’Islam invece è decisivo il sistema giuridico vigente in un determinato territorio. Quindi possono essere considerati “Casa dell’Islam” anche paesi in cui gran parte della popolazione non è musulmana.
Il mezzo attraverso cui avviene l’islamizzazione del mondo si chiama in arabo “Jihad”, “Guerra Santa”. E’ “Jihad” tutto quello che serve all’estensione della “Casa dell’Islam”. Questo comprende non soltanto i soliti metodi di guerra o il terrorismo degli Islamisti radicali, ma anche e soprattutto l’invito fatto agli infedeli ad una volontaria conversione (Sura 2,256; 3,20; 8,7-8).


Appartiene alla “Jihad”, per esempio, fare opera di convinzione, in un centro islamico in Germania, affinché gli uomini sposino donne tedesche. Fanno “Jihad” i Musulmani che depositano il Corano negli alberghi o costruiscono moschee in occidente. Tutto quello che serve alla diffusione dell’Islam è “Guerra Santa”, anche dei metodi che in campo cristiano sarebbero indicati come “missione” o “evangelizzazione”.
Gli “uomini del libro”, come vengono chiamati nel Corano gli Ebrei e i Cristiani, sono “Dhimmi”, cioè persone di seconda classe. Come tali hanno, secondo la “Sharia”, diritto di esistenza (temporaneo). Nella “Casa dell’Islam” non è importante quello che le persone pensano, credono o sentono. Quello che conta è il sistema giuridico che governa la loro vita. Per questo è possibile che Musulmani, Ebrei e Cristiani abbiano potuto vivere insieme pacificamente per secoli sotto il governo musulmano.

In tutto questo però gli Ebrei occupano una posizione più bassa di quella dei Cristiani. Secondo le affermazioni del Corano, gli Ebrei, a differenza dei Cristiani, stanno sullo stesso livello dei pagani e si mostrano “estremamente ostili ai fedeli” (Sura 5,82). Per questo Allah ha detto degli Ebrei: “Nell’aldiqua avranno vergogna e nell’aldilà dovranno aspettarsi un duro castigo” (Sura 5,41). Gli Ebrei meritano “soltanto vergogna nella vita terrena. E nel giorno della risurrezione verranno colpiti con il più severo castigo” (Sura 2,85).


Secondo la dottrina del Corano, la “Casa dell’Islam” si estende sempre di più. Questo non dipende dagli uomini, ma dalla volontà di Allah che combatte per mezzo dei suoi fedeli (cfr. Sura 8,10.17). In tutto il mondo una parte sempre più grande di terra viene sottomessa alla Sharia. E in questo si può riconoscere l’essenza di Allah, l’onnipotenza del Dio dell’Islam.
Allah è onnipotente, si dice. E inoltre: Allah è l’unico vero Dio. Maometto afferma: “L’Islam è sempre superiore, non c’è nulla più grande di lui”.
Questa pretesa si vede chiaramente nel richiamo del Muezzin al culto, che deve essere più forte del suono delle campane delle chiese; e anche nell’architettura, perché quando una moschea si trova vicino ad una chiesa, il suo minareto è più alto, come per esempio vicino alla chiesa della natività in Betlemme o vicino alla chiesa della tomba in Gerusalemme.


Il Corano dice (Sura 5.56): “Quelli che stanno dalla parte di Dio saranno vincitori”. Secondo l’insegnamento del Corano, un giorno tutto il mondo sarà “Dar al-Islam”, “Casa dell’Islam”. Allora la vita di ogni persona sarà regolata dalla “Sharia”, il diritto islamico, anche se non tutti diventeranno musulmani.
Il Regno di Allah coincide con l’estensione politica dell’Islam e la validità giuridica della Sharia. Secondo la dottrina islamica, un territorio che è stato islamico non può più essere de-islamizzato. Quindi, per esempio, nella teologia dei musulmani anche la Spagna o i Balcani sono “waqf”, territorio musulmano. E gli eserciti di Allah sono obbligati a riconquistare il territorio islamico quando questo è andato perduto.


L’orientalista Moshe Sharon, professore di storia islamica all’Università Ebraica di Gerusalemme, arriva alla conclusione che con la costituzione dello Stato di Israele nell’anno 1948 sono state infrante tutte le leggi islamiche relative al territorio, ai luoghi santi e alla posizione degli Ebrei. Per il musulmano non è grave soltanto il fatto che i luoghi santi dell’Islam in Gerusalemme siano caduti in mani ebree, ma è soprattutto grave il fatto che in Israele gli Ebrei governino sui Musulmani.


Non esiste dunque nessuna possibilità di ottenere una pace (anche soltanto provvisoria) in terra santa? Una vera amicizia tra Musulmani e infedeli è fondamentalmente da escludere (Sura 3,118; 4,89-90.138-139; 4,144-145). Il profeta Maometto ammonisce i suoi seguaci: “O fedeli! Non prendete come amici gli Ebrei e i Cristiani! Tra di loro essi sono amici, ma non con voi. Se qualcuno di voi si unisce a loro, appartiene a loro e non più alla comunità dei fedeli” (Sura 5,51).
In parole povere: un Musulmano che stabilisce un’autentica amicizia con un infedele e conclude con lui una vera pace si esclude da solo, automaticamente, dalla comunità dei veri Musulmani.
E tuttavia la teologia islamica offre una via d’uscita. Se il nemico non musulmano è troppo forte e non può essere vinto, una tregua è possibile (cfr. Sura 3,28; 4,101).


Un precedente storico famoso si trova nella biografia di Maometto. Nell’anno 628 Maometto voleva tornare come pellegrino nella Mecca, sua città natale. Ma la città era governata dalle tribù Kureish, che non si vollero sottomettere alla sua autorità. Poiché le tribù Kureish erano troppo forti e Maometto non aveva la possibilità di sottometterle, concluse con loro un trattato di pace.
I Kureish si sentirono sicuri e si disarmarono. Ma nell’anno 630 Maometto marciò con 10.000 soldati contro la Mecca e provocò un orribile bagno di sangue. Sia il massacro, sia la rottura del trattato sono giustificati dal diritto islamico, perché servono alla gloria di Allah.


Per poter stabilire una simile finta pace è necessario che l’avversario sia molto forte. Se invece il nemico è debole, l’insegnamento del Corano obbliga ogni Musulmano a riprendere la battaglia. Per questo i fondamentalisti islamici devono continuamente riprendere la battaglia contro Israele non appena credono che lo Stato ebraico possa essere vinto.


Per questo motivo i leader arabi e palestinesi parlano implicitamente (ed a volte esplicitamente) di distruzione di Israele, per questo motivo Hamas ne parla chiaramente nei suoi discorsi e nel suo statuto, senza mai dimenticarsi di dire che lo fa per mettere in pratica la volontà di Allah.


 “Chi parla di fine del conflitto mediorientale dice sciocchezze”, afferma Moshe Sharon, consigliere dell’ex Primo Ministro Menachem Begin; “Questo conflitto è una guerra di Allah contro i suoi nemici”. Anche se i Musulmani volessero una vera pace, non sarà loro permesso di concluderla.


Perché se lo Stato ebraico di Israele avesse veramente un futuro, dal punto di vista islamico questo sarebbe una capitolazione dell’onnipotente Allah.
Per i fedeli Musulmani l’esistenza di uno Stato ebraico sul territorio musulmano pone la seguente domanda: Chi è il vero Dio? E’ il “Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe” o il “Dio di Abraamo, Ismaele ed Esaù”?
Fino a che anche il più piccolo pezzo di terra nella “Casa dell’Islam” resta occupato da uno Stato ebraico, la sua semplice esistenza dichiara la bancarotta di Allah.

 

 

Obiettivo: distruzione di Israele in nome di Allah

 

Le cose sono molto semplici, ecco perché tutti gli studi portano sempre alla stessa conclusione, c'è il conflitto perché una parte (l'islam/gli arabi) vogliono la distruzione dell'altra che invece vorrebbe vivere in pace (Israele), come ben spiegato anche qui in modo semplice http://youtu.be/Gfj8-D9G7b4 

Ecco perché Israele è sotto costante attacco militare e politico fin dalla sua creazione. Ma perché il mondo appoggia il desiderio islamico di distruzione di Israele?

L'appoggio all'obiettivo  della distruzione di Israele in nome di Allah ha senso se si parla di musulmani, data l'evidente diffusione del fanatismo di questa religione, che fa più fatti che parole. Ed ha senso l'appoggio a questo obiettivo anche da parte dei paesi comunisti o ex comunisti, un pò per la loro alleanza con gli arabi ed un pò perché stupidamente non riescono a staccarsi dall'ideologia sovietica anti-israeliana, ma tutti gli altri? Possibile che basti l'antisemitismo, una ideologia di sinistra che viene dalla Guerra Fredda e la paura di mettersi contro gli arabi per appoggiare un obiettivo così sporco? Così sembra!

E quindi ecco che maestose campagne d'odio e disinformazione inondano il mondo per indurre la gente a partecipare in un modo o nell'altro a questo obiettivo, magari convincendo le persone che Israele è grosso e cattivo e va combattuto e disprezzato.

D'altronde l'Islam considera le persone di religione diversa come esseri inferiori, e si aspetta che si comportino da Dhimmi, da esseri sottomessi che servano i loro padroni musulmani. Ecco, è esattamente quello che il mondo non islamico sta facendo.

 

 

 

Ma l'odio per Israele va oltre quello per motivi religiosi ed antisemiti, e c'è anche altro che l'alimenta, come ben spiegato qui e come riportiamo di seguito.

 

Nell'anti-israelismo e nell'antisionismo c'è spesso una base tradizionalmente antisemita, questo è chiaro. Israele non è solo lo stato degli ebrei, è l'ebreo degli stati e viene trattato come gli ebrei venivano trattati durante l'esilio: ghettizzato, discriminato, boicottato, sospettato di crimini ridicoli e spesso infamanti, come “ammazzare bambini”.

Grazie a un millennio e mezzo e passa di martellante antigiudaismo cristiano, gli ebrei sono il gruppo che viene facile odiare e il loro stato, che non doveva mai essere costituito secondo la sensibilità cristiana (perché l'esilio dell'ebreo errante faceva parte della punizione del “popolo deicida”) segue la stessa sorte, unico fra gli stati del mondo.

Ma oltre a questa radice teologico-politica, nello schieramento istintivo da parte di molta sinistra a favore del terrorismo arabo vi è qualcosa di più generale, che si ripercuote anche contro Israele: l'idea che bisogna schierarsi con loro, anche se usano metodi di lotta atroci e inumani, perché sono i “più deboli”, “gli oppressi”, e dunque i nuovi proletari, la “moltitudine” di cui parlava Toni Negri nel suo best seller internazionale “Impero”. E' un atteggiamento così diffuso e irriflesso che non si può non farci i conti. Ma bisogna dire che esso è radicalmente sbagliato.

E' sbagliato sul piano etico, naturalmente. Il drone o l'aereo che cerca di uccidere il terrorista può sbagliare, naturalmente e coinvolgere persone che non c'entrano. In guerra è sempre successo, purtroppo, e questo è un buon motivo per cercare di evitare le guerre, per tentare di risolvere le dispute sul piano pacifico. Ma il colpo mira a un bersaglio preciso, a un combattente nemico.
Il terrorista suicida che si fa saltare nella metropolitana, o come è successo spesso in Israele negli autobus nei caffè nei supermercati nei ristoranti non cerca neanche di distinguere, non si dà obiettivi militari, se la prende con la gente qualunque dall'altra parte della barricata. Lo stesso fanno i razzi di Hamas, le molotov e i sassi sulle macchine, gli accoltellamenti casuali, le stragi di civili di altra religione, magari dopo aver marcato la loro casa con un segno infamante come facevano i nazisti.

C'è in questo modo di combattere l'idea, tipicamente razzista, che tutto l'altro popolo sia non solo nemico, ma degno di morire in massa, salvo che eventualmente si sottometta e si converta. Questo modo di combattere senza distinzione fra civili e militari è tipico dell'Islam, è all'origine del genocidio armeno e assiro, della distruzione dei greci che abitavano e avevano fondato le città della costa asiatica dell'Egeo che oggi si dicono turche, delle conquiste islamiche antiche della Spagna, dell'Africa del nord, della Mesopotamia.

Ma in questo modo di vedere le cose vi sono anche degli errori di fatto. Non è vero che gli arabi siano gli “umili”, i “deboli”. Loro non si vedono affatto così. Storicamente hanno sempre pensato a se stessi come i signori e si battono per riconquistare questo ruolo, che considerano oggi provvisoriamente usurpato.

Sono stati storicamente i più grandi colonialisti: partiti dalla penisola arabica deserta e spopolata, hanno conquistato e arabizzato mezzo mondo, accumulando ricchezze gigantesche depredate ai popoli che conquistavano e opprimevano, distruggendo la loro cultura e la loro economia. L'Africa del Nord era il granaio dell'Impero Romano, abitata da popolazioni berbere; la conquista araba le ha rese spopolate, incolte… e arabe; la Mesopotamia era abitata dai babilonesi, la Siria dagli assiri, che parlavano l'aramaico, ora virtualmente estinto.

L'Africa nera fu depredata dai mercanti di schiavi arabi, che per un certo periodo fornirono gli inglesi di carne umana per le colonie americane, ma molto più a lungo servirono il mercato domestico arabo. Le regole del Corano sono tipicamente coloniali: gli indigeni conquistati sono inferiori, se non si convertono devono riscattare la loro sopravvivenza con umiliazioni legali e fiscali senza fine.

Anche il territorio dell'antica Giudea e dell'attuale Israele è stato sottoposto a queste pratiche di arabizzazione forzata e anche di immigrazione islamica dall'Egitto, dall'Arabia Saudita, perfino dall'Anatolia e dal Caucaso. La “questione palestinese” in buona parte deriva da queste pratiche coloniali. E' facile mostrare che la “Nakbah” palestinese consiste esattamente in questa condizione di non essere più i padroni coloniali del Medio Oriente.

Quanto alla miseria, essa è essenzialmente autoinflitta: non c'è regione al mondo che abbia guadagnato tanto senza sforzo nell'ultimo secolo, quanto i paesi arabi del Medio Oriente col petrolio. Quel che non ha funzionato è il meccanismo di redistribuzione, di diversificazione, di investimento. I ceti dominanti arabi hanno usato questo denaro per godere di un lusso illimitato e non hanno pensato affatto a far vivere un'economia produttiva, a elevare la condizione di vita dei loro ceti popolari. I poveri arabi sono stati sfruttati, sì, ma dai loro capi, non dall'Occidente o da Israele.

Con gli ebrei è accaduto l'opposto. Oppressi per secoli in terra di Israele dai loro colonizzatori arabi, trattati come gli ultimi, oppressi spesso sterminati sia nel mondo islamico sia in quello cristiano, quando hanno potuto liberarsi hanno cercato di arrivare in Israele. Ci sono riusciti finalmente in massa a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, arrivando per lo più poverissimi, armati solo delle loro braccia, della loro intelligenza e del loro amore per la terra, aiutati in parte da donazioni degli ebrei europei più benestanti a comprare della terra che hanno sviluppato con straordinario successo.

La creazione di Israele è un atto di decolonizzazione sia dagli occupanti britannici sia dai colonialisti arabi. Il benessere attuale di Israele è la dimostrazione che un territorio desertico e desolato può essere reso fruttuoso col lavoro e che il fattore umano è almeno altrettanto importante per l'economia della ricchezza delle materie prime. L'odio arabo per Israele è in buona parte invidia, volontà predonesca di prendersi i beni che sono stati accumulati con la fatica di generazioni – invece di rimboccarsi le maniche e costruirli a propria volta. Gli ebrei sono odiati dagli arabi perché erano oppressi erano schiavi e si sono emancipati.

I progressisti dovrebbero stare dalla parte di una società di schiavi liberati (come già Israele fu all'uscita dall'Egitto). Ma la miopia ideologica impedisce di vedere le radici storiche dei problemi e ne coglie solo gli aspetti superficiali: i “poveri” palestinesi che rivendicano una terra “loro” (cioè che una volta occupavano come colonialisti, o piuttosto emanazione locali dei colonialisti turchi) e dato che l'esercito israeliano ha il torto di impedire loro di ammazzare liberamente gli ebrei, si danno, poverini, al terrorismo.

 

L'imperialismo ed il colonialismo della parte forte

 

Come spiegato qui, l'Islam nasce nella penisola arabica, che in buona parte è desertica e spopolata. Maometto conquista la Mecca con circa 10 mila seguaci nel 622 e muore dieci anni dopo, avendo preso buona parte della penisola arabica, dove vivono alcune centinaia di migliaia di persone, in parte anche cristiani ed ebrei. Nel giro di una decina d'anni le forze islamiche conquistano quel che oggi sono Israele, Siria e Libano ( http://en.wikipedia.org/wiki/Muslim_conquest_of_the_Levant ), l'Armenia che copriva buona parte dell'attuale Turchia ( http://en.wikipedia.org/wiki/Arab_conquest_of_Armenia ), l'Egitto ( http://en.wikipedia.org/wiki/Muslim_conquest_of_Egypt ).

In altri dieci anni tutta la Mesopotamia e la Persia, il Nord Africa ( http://en.wikipedia.org/wiki/Muslim_conquest_of_the_Maghreb  ) e Cipro; nel giro di un secolo arrivano a concludere la conquista della Spagna spingendosi fino alla Francia del Nord ( http://en.wikipedia.org/wiki/Muslim_conquest_of_the_Maghreb ) e al Caucaso fino in Georgia. Seguiranno presto l'Italia meridionale e i grandi territori dell'Asia, fino in India. Un'espansione straordinaria, senza pari nella storia, a parte forte l'effimera impresa di Alessandro Magno.

Ma in tutti questi territori non abitavano arabi. Gli arabi si trovavano solo negli immediati dintorni della penisola arabica, erano poche centinaia di migliaia, al massimo qualche milione di beduini. I conquistati erano Armeni, Greci, Turchi, Persiani, Vandali, Latini, Assiri, Persiani, vari popoli africani; se ci concentriamo sui territori del Medio Oriente erano ebrei, popolazioni di lingua aramaica, siriaci, babilonesi.

Gli arabi erano una ristrettissima minoranza, molto meno del dieci per cento, che non poterono moltiplicarsi più di tanto e non solo governarono tutto questo mondo in maniera imperialistica e coloniale, ma riuscirono ad assimilarlo, imponendo alle popolazioni che non opposero una decisa resistenza la loro lingua e la loro cultura, oltre alla religione.

Resistettero e conservarono la loro identità i persiani, che però accettarono la religione e così i turchi (che allora erano ancora bande di nomadi dell'Asia) e i berberi; dall'altro rifiutarono la religione ma arabizzarono lingua e costumi i copti, gli assiri e anche gli ebrei. Per molti secoli gli arabi furono minoranza nei paesi che oggi pensiamo come loro. Ai tempi delle Crociate, mezzo millennio dopo Maometto, erano ancora minoranza nell'antica Giudea che oggi vogliono chiamare Palestina.

Ma la pressione fu feroce: ne vediamo gli esempi anche oggi, quando il primo risultato delle guerre civili in Siria e Iraq è la distruzione delle comunità locali non musulmane. Un secolo fa in Turchia c'erano molti milioni di cristiani greci, armeni e di altre etnie; i cristiani erano una forte minoranza in Siria e maggioranza in Libano fino a qualche decennio fa, per non parlare dei copti in Egitto. In un luogo altamente simbolico come Betlemme, sotto il governo della “moderata” Autorità Palestinese, i cristiani sono passati in qualche decennio da maggioranza a meno del 10% della popolazione.

Bisogna capire che queste popolazioni cristiane che l'Islam ha smantellato e continua a distruggere sono in buona parte gli abitanti originari dei luoghi: l'immigrazione è combattuta ferocemente, come è accaduto agli ebrei prima dello Stato di Israele; le conversioni dall'Islam ad altre religioni sono proibite e punite con la morte; i matrimoni misti possono avvenire solo se l'uomo musulmano si prende una donna cristiana e la converte.

Chi ha resistito in un'altra religione è lì da sempre e ha rifiutato di piegarsi alle angherie, alla disparità giuridica ed economica, alle stragi vere e proprie. Anche se per cercare di sopravvivere ha preso lingua e costumi arabi, le sue origini sono senza dubbio precedenti all'invasione: non sono arabi proprio perché non sono musulmani, sono egiziani (i Copti) , Assiri, Aramei, Armeni, Siriaci, ecc.

Residui di antiche e nobilissime culture sottomesse e distrutte da uno degli imperialismi più violenti che ci sia stato nella storia. Gli arabi si atteggiano oggi a vittime del colonialismo occidentale; ma la loro oppressione coloniale di mezzo mondo è stato molto più lungo, feroce e oppressivo di quello occidentale, paragonabile forse con la grande spinta degli Han che hanno sottomesso numerose popolazioni trasformandole in quella che è l'attuale Cina (e ancora li vediamo all'opera per esempio in Tibet), o con l'Impero romano che in un certo senso latinizzò il Mediterraneo occidentale fino a tutta la Francia, la Spagna e il Portogallo, ma anche l'attuale Maghreb.

 

Questi sono gli avversari di Israele, che oltre qualsiasi dubbio è la parte debole del conflitto, contrariamente a quello che la propaganda dice contro ogni evidenza.

 

INFINE, esiste un ottimo video che spiega bene i rapporti di forza in Medio Oriente in riferimento ad Israele: https://www.youtube.com/watch?v=V567zr2aOyc

 

 

 

Le verità sul medio oriente

oltre la propaganda antisemita

http://veromedioriente.altervista.org