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Ecco perché l'Europa perseguita Israele come perseguitava gli ebrei
 

     

Premessa: tratto da qui e qui
 

 Cari amici,

a chi pratica senza paraocchi le questioni del Medio Oriente, una cosa è chiarissima: l'antisionismo, cioè l'odio contro Israele, il rifiuto di riconoscere il suo diritto di esistere, è sempre fondamentalmente antisemita, deriva cioè dal fatto che Israele è lo Stato del popolo ebraico.

 Tutte le volte, tantissime, in cui io come altri difensori di Israele vi fanno notare che le condanne, i boicottaggi, le manifestazioni, le flottiglie, si concentrano solo contro Israele ignorando quel che accade in tutti gli altri paesi come Turchia, Cina, Siria, Iran, Iraq che hanno responsabilità ben più gravi e pesanti nelle materie che vengono incolpate a Israele, non lo facciamo per l'atteggiamento un po' infantile di scaricare le male azioni sugli altri, ma esattamente per far presente che l'atteggiamento di chi accusa Israele non è motivato dai suoi comportamenti reali (altrimenti dovrebbe prendere in considerazione altre occupazioni, altre guerre asimmetriche, altre stragi ben più gravi), ma invece dal pregiudizio antisemita contro l'unico stato al mondo dove gli ebrei sono in maggioranza e vivono secondo la loro autodeterminazione.

 

E' il tema delle “tre D” di Natan Sharanski che distinguono la legittima critica alle azioni di Israele dall'antisionismo/antisemitismo: Demonizzazione, Doppio standard, Delegittimazione (http://www.jcpa.org/phas/phas-sharansky-f04.htm  )


E' pacifico dunque per me che sotto l'odio per Israele (anche di quallo di alcune persone di origine ebraica) ci sia l'antisemitismo, che può benissimo essere riflessivo.

Ma ci sono alcune cose che si dicono di fare contro Israele, alcune parole che si pronunciano contro di esso, alcune azioni in cui emerge con chiarezza la natura antisemita, la persistenza di un pregiudizio millenario e sanguinoso, che ha colpito in passato tutte le aggregazioni ebraiche, le comunità, i gruppi, le sinagoghe, i ghetti - e ora colpisce lo Stato ebraico. 

Uno dei casi in cui questa natura è più evidente, e uno di quelli di cui si parla di meno, per pudore o per tristezza, è quello delle chiese cristiane, o meglio di alcuni gruppi, confessioni religiose, istituzioni che appartengono prevalentemente al mondo protestante, ma sono presenti anche nella Chiesa Cattolica. 

 

Parto da un esempio. C'è un'organizzazione religiosa più o meno vicina al calvinismo che si chiama “Chiesa presbiteriana” e ha una sezione americana (PCA), che raggruppa circa il 3% circa della popolazione Usa ma gode di notevole potere politico. 

La PCA è piuttosto nota per la sua attiva partecipazione al boicottaggio di Israele. L'anno scorso ha votato per disinvestire in società americane come Caterpillar, Motorola, e Hewlett-Packard che “farebbero profitti sull'occupazione israeliana”, ha diffuso propaganda esplicitamente antisionista (c'è un libro intitolato “Zionism unsettled”, che può significare “sionismo messo fuori luogo” o “disoccupato” o “rivoltato”, fate voi, in cui si spiega la colpa originaria del sionismo, contestando senza compromessi la legittimità dello Stato di Israele (http://israelpalestinemissionnetwork.org/main/component/content/article/70/256-zionism-unsettled ), naturalmente come “guida congregazionale”, cioè argomento per la vita religiosa delle comunità. Fin qui stiamo sulla confusione fra piano politico e religioso che è normale in questi ambienti, come in quella parrocchia anglicana di Londra che qualche mese fa non ha trovato modo migliore di festeggiare il Natale 2014 che erigere un “muro della vergogna” (che sarebbe la barriera salvavite eretta da Israele) nel suo sagrato. (http://blogs.spectator.co.uk/douglas-murray/2014/01/absolute-moral-squalor-on-display-at-a-london-church/

Ma all'ultima assemblea generale della chiesa è successo qualcosa di più. Un “anziano” ha detto di “sentirsi a disagio”, essendo un “palestinese americano prebiteriano” a causa del fatto che un capitolo del libro degli inni presbiteriani era intitolato “il patto di Dio con Israele” e ha proposto una mozione per cancellare la parola Israele dal lessico della chiesa (http://www.breakingisraelnews.com/26310/presbyterian-church-usa-voted-erasing-israel-prayers-biblical-zionism) . La mozione non è passata (http://www.algemeiner.com/2014/06/22/presbyterian-church-usa-considered-banning-the-word-israel-from-prayers/ n, se volete tutti i dettagli molto istruttivi della discussione, li trovate qui: http://pc-biz.org/PC-Biz.WebApp_deploy/(S(d03ovzfotmf0wi0dxvpmdet4))/IOBView.aspx?m=ro&id=4653 ), ma è stata presa abbastanza sul serio perché ne sortisse la raccomandazione che tutte le congregazioni illustrassero ai fedeli il fatto che l'antico Israele non c'entra nulla con lo Stato di Israele attuale e questo fosse scritto addirittura su dei foglietti da incollare sul libro in questione. 

 

Io trovo estremamente istruttivo che dopo aver perseguitato per secoli gli ebrei per essere discendenti dei “deicidi” ebrei di venti secoli fa che pur essendo sotto una violenta occupazione romana, ed essendo romano il processo la condanna e l'esecuzione, avrebbero avuto la responsabilità della morte di Gesù, ora li condannino partendo dal fatto che non sono gli eredi legittimi dell'Israele d'allora. 

E' qualcosa come quella faccenda per cui fino ai tempi di Hitker gli antisemiti dicevano che gli ebrei erano “asiatici” che dovevano tornare in Palestina e smettere di invadere l'Europa; mentre ora dicono che sono invasori della Palestina, salvo che se lo facessero, cercherebbero certamente di espellerli di nuovo con persecuzioni e stragi...

Il caso dei Presbiteriani americani non è però affatto un esempio isolato di follia teologica o puro e semplice ottuso antisemitismo. Ci sono molti altri esempi. Ve ne cito ancora uno, il caso della Chiesa di Scozia. Naturalmente anche lei ben allenata a boicottare e disinvestire. La cosa interessante è che l'anno scorso ha prodotto un testo teologico intitolato "The Inheritance of Abraham? A Report on the 'Promised Land'" (http://www.sizers.org/inheritanceofabraham.pdf ), cioè “L'eredità di Abramo” naturalmente col punto interrogativo, “Un rapporto sulla 'terra promessa',” naturalmente con le virgolette su “Terra promessa”. 

Il rapporto non si limita a citare quell'altro testo che si cjhiama “Kairos Palestina”, sottoscritto dai rappresentanti delle principali chiese locali, che demonizza l'attività dello stato di Israele e esalta la “resistenza” (http://www.kairospalestine.ps/sites/default/Documents/Italian.pdf ). 

 

Cè molto di più. L'essenza del rapporto è che, secondo la Bibbia, gli ebrei non hanno più rapporti con la Terra di Israele di chiunque altro. "Terra promessa" quindi è tra virgolette nel titolo - perché non c'è terra promessa. Nelle parole del rapporto: "Il Nuovo Testamento contiene una radicale reinterpretazione dei concetti di 'Israele,' 'tempio,' 'Gerusalemme' e 'terra.'


Quando la Bibbia parla di 'Israele,' non intende Israele, quando dice 'tempio' la Bibbia non parla del tempio ebraico, 'Gerusalemme' non significa la città di Gerusalemme, e di 'terra' non vuol dire terra.
"Le promesse circa la terra di Israele", prosegue il rapporto, "non sono mai stati destinati ad essere prese alla lettera, o in riferimento a un territorio geografico definito." (http://townhall.com/columnists/dennisprager/2013/05/14/the-church-of-scotlands-scandal-n1594126/page/full ). In sostanza, la Chiesa di Scozia si comporta come se fosse vera qualla satira che accusa gli ebrei antichi di essere dei cospiratori, che hanno operato pe legittimare gli insediamenti attuali: http://www.preoccupiedterritory.com/ancient-jews-conspired-to-legitimize-modern-settlements/

Anche qui, come nel caso dei Presbiteriani, si predica una disidentità. Il popolo ebraico non ha diritto alla sua terra, perché la terra reale fra il Giordano e il Mediterraneo non ha nulla a che fare con la Terra Promessa (così come Israele, il Tempio, Gerusalemme, che devono tutti essere sospesi da qualche parte per aria, se non proprio in cielo, almeno nella swiftiana terra di Laputa).

Non è una mossa molto originale. Che “la legge e il patto antichi siando divenuti obsoleti e siano stati sostituiti da un nuovo testamento e che la chiesa sia diventata Verus Israel” fu sostenuto in maniera esplicita già da Giustino Martire nel II secolo (“Dialogo con Trifone”), anche se queste idee si trovano già in nuce in Paolo di Tarso. E' questa idea dell'illegittimità e dell'obsolescenza dell'ebraismo che risuona continuamente per venti secoli, fino alla Shoà e oltre.

Di un popolo che si ostina a esserci mentre dovrebbe sparire, che dev'essere umiliato perché Dio lo ha abbandonato parlano migliaia di fonti ecclesiastiche in tutti i secoli, e anche laici come Voltaire e Kant. Gli atti che sono seguiti a queste dichiarazioni sono stragi infinite, persecuzioni, distruzioni e torture senza pari nella storia dell'umanità: la Shoà ne è solo un capitolo modernizzato. 

 E però quel discorso continua. Leggete quel che scrive, notate dopo la Shoà, il massimo teologo protestante del Novecento, Karl Barth, un resistente al nazismo: “Il nuovo Israele. . . non è (come il vecchio Israele) una "nazione", una società naturale. . . Il primo Israele, costituita sulla base di discendenza fisica da Abramo, ha compiuto la sua missione, quando il Salvatore del mondo è sorto da esso e il suo Messia è apparso. I suoi membri possono accettare solo questo fatto con gratitudine, e a conferma della propria elezione più profonda unirsi al popolo di questo Salvatore, il loro re, i cui membri i Gentili sono ora chiamati anch'essi. La sua missione come comunità naturale ha ormai fatto il suo corso e non può essere continuata o ripetuta”

 

In tutti questi casi, insomma, scozzesi e presbiteriani, luterani e anglicani, ma anche in certi settori del mondo cattolico, per esempio quell'organizzazione politico-clericale virulentemente antisraeliana che si chiama impropriamente “Pax Christi”, sotto la sottile scorza politica salta fuori “l'odio antico”, l'idea che la sopravvivenza stessa di Israele sfidi la legittimità della Chiesa (un'idea di Barth): perché è vero come ha detto Agostino di Ippona che gli ebrei devono essere fatti sopravvivere dalla Chiesa per testimoniare loro malgrado la verità del Vangelo e delle “profezie di Gesù” che sarebbero contenute nell'”Antico Testamento”; ma questa sopravvivenza dovrebbe essere umiliante, dolorosa, soprattutto senza un luogo proprio. 

E' il mito dell'”ebreo errante”, testimoniato per la prima volta a partire dal tempo delle crociate, cioè dell'inizio del massacro industriale del popolo ebraico e poi ripreso massicciamente nella Riforma (Lutero è probabilmente il più violento scrittore antisemita dopo Giovanni Crisostomo e prima di Hitler) e poi utilizzato sistematicamente dalla propaganda nazista. 


 

Per fare un solo esempio, il peggiore film di propaganda antisemita del regime si intitolava “Der ewige Jude”, l'ebreo eterno, che è l'espressione tedesca equivalente all'”Ebreo errante”. E' l'esistenza stessa di Israele a sembrare scandalosa a tutti costoro, la pretesa degli ebrei a un proprio Stato ebraico, che non può che essere illegale, violenta e innaturale, in sostanza criminale.


E' per questo che i nemici di Israele usano spesso un linguaggio teologico (“peccato originale”) riferendosi alle violenze che certamente sono accadute anche da parte ebraica durante la guerra di Indipendenza del 1947-49, anche se in misura molto minore e solo incidentalmente, non programmaticamente come la violenza esercitata e progettata dagli eserciti arabi, che si proponevano esplicitamente il genocidio degli ebrei.

Ho scritto queste righe consapevole della difficoltà del problema, senza la volontà di polemizzare col cristianesimo e coi molti cristiani amici di Israele. Chiedo solo loro di guardare anche fra i loro compagni di fede, nella coscienza cristiana profonda dell'Europa, cioè in sostanza nell'anima dell'Occidente e di leggere, sotto le esitazioni della Chiesa, sotto i presepi con moschee e kefià, sotto le agitazioni politiche palestiniste, una malattia profonda che non è guarita dopo il '45 e inizia a ripresentarsi di nuovo in maniera virulenta, quel che mi permetto di chiamare un complesso di Edipo, la necessità di annullare la propria origine per sentirsi pienamente legittimati. 

 

E' questo che sta sotto a tanti mali, è questo che spiega l'attaccamento dell'Europa a gruppi terroristi come Hamas e Fatah che sarebbero guardati altrove con disgusto e disprezzo, ma che sono accettati proprio perché attaccano gli ebrei. Ci sono stati passi importanti in direzione della presa di coscienza di che cosa significa la “teologia della sostituzione”, dei crimini infiniti che sono stati commessi in suo nome. 

Oggi è necessario procedere su questa strada, anche in termini storici e teologici, iniziare a parlare per esempio della responsabilità romana (e dunque europea) per la morte di Gesù, dello schieramento iniziale dei primi cristiani nel campo ebraico che difendeva la libertà del proprio popolo contro l'imperialismo e della successiva svolta, è necessario rileggere la Bibbia per vedere il modo in cui il Cristianesimo costituisce una diffusione e una ripresa dei temi “antichi” e non la Torah, come vorrebbero i “sostituzionisti la cornice per le profezie della vita di Gesù. 


Tutto questo lavoro ha conseguenze politiche importanti, significa che lo Stato di Israele, come hanno capito alcuni evangelici e anche alcuni cattolici, è un'occasione storica fondamentale anche per loro per uscire dalla trappola costantiniana, dal “compromesso storico” che li ha legati e obbligati a lottare con le loro stesse radici.

 

Io non mi immagino affatto gli eurocrati del “mostro buono” di Bruxelles segretamente iscritti a uno dei partitini neonazisti, abituati a salutarsi col braccio teso o convinti della dottrina razziale di Rosenberg. o del “deicidio” dell'inquisizione.
Chiaramente le cose non stanno così, come non c'è stato un convegno segreto in cui l'estrema sinistra e l'estrema destra si siano incontrati per superare gli antichi contrasti in nome dell'odio a Israele.


La realtà è più prosaica, l'odio di cui parlo è più profondo,  anche più inconsapevole. Io sono disposto a riconoscere a tutti coloro che governano la politica estera europea l'attenuante della buona fede (a tutti o quasi, visto che ogni tanto sono venuti fuori dei legami d'affari significativi fra alcuni responsabili politici europei e i poteri economici e politici dell'Islam - ma questo è un altro discorso).
Che i responsabili delle scelte europee siano probabilmente per lo più in buona fede, che sentano davvero l'orrore per le camere a gas che rendono pubblico nella giornata della memoria, non toglie nulla della loro responsabilità.
Può rendere persino le cose più gravi, specialmente se c'è un'incongruenza.
E l'incongruenza c'è, eccome.


L'Unione Europea si presenta come l'istituzione e lo spazio sociale più democratico del pianeta: più ancora, lascia intendere, degli Stati Uniti, per esempio sulla questione della pena di morte. Il luogo in cui tutte le questioni sono giudicate secondo il principio di legalità, la democraticità, senza pregiudizi nazionali di sorta.

 

Tutto benissimo. Ma poi l'Unione Europea ha deciso che il suo primo impegno in politica internazionale è il riconoscimento dello Stato Palestinese. Che si possa riconoscere solo qualcosa che esiste già, che cioè non abbia senso riconoscere uno stato di cui si auspica l'esistenza, ma che non esiste come stato (non ha una popolazione precisa, non ha confini, non ha un governo unico, non è in grado di reggere la sua economia, non amministra il suo territorio, non è in pace coi suoi vicini), è un problema che la legalista Unione Europea non si pone, anche se non si tratta solo di un errore logico, ma di una violazione del diritto internazionale.

 

E sul piano della democrazia? Che i due tronconi che vorrebbero essere la Palestina siano entrambi dittature sanguinose, corrotte, che non vi si svolgano elezioni da una decina d'anni e quindi tutte le cariche siano illegali, che vi regni il razzismo più puro (la discriminazione etnica degli ebrei è stabilita per legge): tutto questo alla democratica Europa non interessa.


E la legalità? Guardate bene questo video: https://www.youtube.com/watch?v=yS6BHBai2Ug&channel=JewishPressTV . Ho esitato molto a condividerlo perché rappresenta l'incitamento a un crimine e dà le istruzioni per farlo, cioè insegna ad accoltellare civili israeliani (i militari di solito hanno protezioni che rendono inutili queste mosse). 

Poi ho visto che il video gira largamente su Internet e ho pensato che i criminali cui potrebbe interessare sul piano pratico l'avevano certamente già visto e poteva essere importante che qualcuno si rendesse conto dei suoi contenuti. 

 E' il video più popolare di questi tempi nei social media palestinisti e non consta che qualcuno l'abbia proibito, come non sono state proibite le canzoni e i video che incitano a buttare i civili israeliani sotto l'automobile. E come certamente non è stato proibito questo inno di Fatah, il partito di Abbas, in cui si consigliano i “figli di Sion” di considerare che la morte è vicina e i “guerrieri della Palestina a ucciderli dappertutto: https://www.youtube.com/watch?v=8t8QO-pTf-M

 

Mi domando: se ci fossero video scozzesi o baschi che insegnassero come avvelenare gli spagnoli o gli inglesi, se ci fossero canzoni cipriote che esaltassero l'impalamento dei turchi o video saharawi che spiegassero come fare bombe da buttare sui marocchini, come reagirebbe l'Unione Europea?
Probabilmente come ha reagito l'Italia una quindicina d'anni fa (il presidente del consiglio era D'Alema), intrappolando il leader curdo Ocalan che cercava rifugio in Italia e lasciandolo catturare (dopo uno strano giro) ai turchi.
E se qualcuno osasse produrre in un paese europeo il video degli accoltellamenti che vi ho citato, senza dubbio si troverebbe il modo di metterlo in galera. 

 

E allora perché con i palestinisti, di fronte a queste barbarie, vi è solo un atteggiamento di benevolo disinteresse? Una spiegazione l'ha data l'ambasciatore danese in Israele in un dibattito: “ Gli israeliani a volte chiedono perché l'Europa applica un diverso standard per i paesi vicini, come la Siria [...] Quelli non sono gli standard secondo cui siete giudicati. Non sono le norme con cui Israele vorrebbe essere giudicato: Israele dovrebbe desiderare di essere tenuto agli standard europei, non  quelli del Medio Oriente. Quindi penso di avere il diritto di sostenere che noi applichiamo due pesi e due misure usando con voi gli stessi standard tutto il resto dei paesi nel contesto europeo." (http://www.jpost.com/Diplomatic-Conference/Danish-ambassador-JPosts-Caroline-Glick-exchange-verbal-blows-over-EU-attitude-toward-Israel-384438  ).

E' una teoria certamente razzista, nei confronti degli arabi. Ma guardate, nel video allegato all'articolo, come la bravissima Caroline Glick distrugge la teoria dell'ambasciatore. Messo alle strette dalla giornalista israeliana, l'ambasciatore danese sostiene che, data la differenza di forze, l'Europa deve appoggiare comunque i Palestinesi che sono più deboli.


E' una teoria demenziale, che applicata sistematicamente porterebbe il caos nel mondo e permetterebbe a chiunque di compiere i peggiori delitti, solo perché più debole. Per esempio lo Stato Islamico o Isis che dir si voglia, non è più debole degli Stati Uniti e della coalizione che essi hanno radunato? Dunque esso meriterebbe di essere appoggiato dall'Europa, tanto più che esso certamente non corrisponde agli standard europei... 


La verità è che l'Europa ha deciso che l'esistenza di Israele è in sé un fatto negativo e si regola di conseguenza. Non appoggia i “palestinesi” perché abbia spiccata simpatia per loro o perché li senta vicini, tant'è vero che si disinteressa completamente delle sorti dei loro profughi in Siria e Iraq. Li appoggia non nonostante la loro lotta con Israele, ma a causa di essa.
Lo fa in perfetta buona fede, serenamente, essendosi costruita una solida falsa coscienza sul senso dell'impresa sionista. 

 

Le ragioni? un fondo culturale antisemita, depositato da duemila anni; il fastidio per un paese che ha conosciuto il socialismo e l'ha rifiutato; l'eredità dell'odio comunista verso il solo paese del Terzo Mondo che non scimmiottava i loro rituali totalitari ma praticava la libertà; l'interesse per il petrolio arabo, che non è più importante per l'America ma conta per l'Europa, la paura per il terrorismo e per le agitazioni degli immigrati musulmani, numerosissimi in Europa, l'oscuro desiderio di scaricare le colpe del proprio colonialismo su un altro soggetto politico, che ha fatto anche lui la sua lotta anticoloniale (la resistenza sionista agli arabi e agli inglesi era questo) e porta su di sé la “colpa” di essere stato schiavo nel mondo arabo come in Europa. L'opportunità di scaricare allo stesso tempo le proprie colpe, quelle della Shoà e di un millennio di persecuzioni precedenti. 

 

Insomma le ragioni sono parecchie e tutte convergenti Non c'è bisogno di pensare a un centro politico: ognuno ha le sue ragioni in questo grande calderone e tutti possono trovarsi d'accordo, senza discuterne, senza pensare, in perfetta buona fede, a difendere i ”poveri” palestinesi contro gli “arroganti”, oppure “colonialisti” oppure “capitalisti” oppure “deicidi”, oppure “assassini di bambini”, insomma gli israeliani che è il torto di essere ebrei.


Non è una congiura, è un atteggiamento politico spontaneo e in buona fede. E come tale va denunciato, chiarito in ogni occasione. E combattuto con la massima fermezza.

 

 

 

Le verità sul medio oriente

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