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Cos'è la Palestina e perché esistono i profughi

 


 

Premessa: tratto da qui, qui qui e qui

 

Mentre abbiamo più di 3000 anni di storia documentatissima su cosa accadde nella zona di Israele e nazioni confinanti, non abbiamo alcuna traccia reale dell'esistenza di un popolo palestinese fino al 1967. Come mai?

 

La Palestina è un’area geografica, non ha niente a che vedere con una nazionalità. Gli arabi hanno inventato da questa parola un’entità nazionale negli anni ’60, definendosi “palestinesi” per scopi politici. Ritengono che gli ebrei siano degli invasori e che l’area geografica definita Palestina appartenga a loro esclusivamente.


La parola “Palestina” non è nemmeno una parola di origine araba. Il termine “Palestina” è stato coniato dai romani attorno al 135 e.v. dal nome della popolazione egea che si era in antichità stabilita nell’area costale di Canaan: i Filistei. Il termine “Palestina” è stato scelto per rimpiazzare il termine ebraico “Giudea” in conseguenza alla vittoria romana sul popolo ebraico sconfitto durante le Rivolte Ebraiche contro Roma.
Nel tempo, la parola latina Philistia si è trasformata in Palaestina, da cui Palestina. E peraltro, sebbene ribattezzarono quelle terre "Palestina", continuarono a chiamare i suoi abitanti come da migliaia di anni si suoleva fare: ebrei. La Palestina divenne il nome ufficiale di quella terra, ma i suoi abitanti continuarono a chiamarsi "ebrei".

 

Nei successivi 2000 anni la Palestina non è mai stata né uno Stato indipendente e non si è mai formato un popolo palestinese come gruppo nazionale separato dal popolo arabo, nemmeno nei 1300 anni di dominio musulmano, quando cioè la Palestina era parte dell’Impero Ottomano. In 2000 anni il popolo palestinese non era citato neanche una volta dai musulmani e dagli occidentali.

Dunque assiri, babilonesi, greci, romani, persiani e arabi; mai hanno menzionato, neppure di sfuggita, il "popolo palestinese". I turchi, in 600 anni di occupazione della Palestina, non hanno mai trovato traccia di palestinesi.

Neanche la Lega delle nazioni (progenitrice dell'ONU), gli occidentali e gli arabi del tempo trovarono alcuna traccia del popolo palestinese. Tutti trovarono solo ebrei ed arabi.

 

La Palestina è stato ed è un termine solamente geografico. Per questo in epoca moderna le parole “Palestina” e “palestinese” sono state usate con riferimento a tutti gli abitanti dell’area geografica compresa tra il Mediterraneo e il fiume Giordano – ebrei palestinesi e arabi palestinesi.

 

È solo a partire dagli anni '20, con la caduta dell'impero turco, che si è iniziato a parlare di 'Palestina', termine che, per altro rappresenta un'area geografica e non una nazionalità. Non è mai esistito uno Stato palestinese spodestato da Israele, ne consegue che nemmeno il fantomatico popolo palestinese è mai esistito.

A dire per primi che non esistevano come popolo sono stati proprio loro. Nel febbraio 1919, quando il primo congresso dell' Associazione musulmano-cristiana si riunì a Gerusalemme per scegliere i rappresentanti alla conferenza della pace di Parigi, fu adottata una risoluzione in cui si diceva fra l'altro "Noi consideriamo la Palestina come una parte della Siria, da cui non è mai stata separata. Siamo connessi con essa da vincoli geografici, storici linguistici e naturali".

 

"Nel 1937, un leader locale arabo, Auni Bey Abdul-Hadi, disse alla Commissione Peel, che alla fine suggerì la partizione della Palestina: "Non c'è nessun paese come la Palestina! 'Palestina' è un termine che i sionisti hanno inventato! Non c'è Palestina nella Bibbia. Il nostro paese è stato per secoli parte della Siria." Il rappresentante del comitato arabo superiore alle Nazioni Unite ribadì questo concetto in una dichiarazione all'Assemblea Generale nel maggio 1947, sostenendo che la Palestina è parte della provincia di Siria e gli arabi di Palestina non costituiscono un'entità politica separata. Pochi anni dopo, Ahmed Shuqeiri, che in seguito divenne presidente dell'OLP, dichiarò al Consiglio di Sicurezza nel 1956: "E 'noto che la Palestina non è altro che la Siria del Sud.' "

(questa citazione e la precedente vengono da  http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/myths3/MFroots.html ).

 

Nel 1974 il Presidente siriano Assad, anche se appoggiava l'OLP, dichiarò: 'la Palestina non è solo una parte della nostra patria araba, ma una parte fondamentale della Siria meridionale'. " ( http://www.eretzyisroel.org/~peters/mythology.html).


Lo statuto dell'OLP (quello stesso che chiama alla lotta armata come "solo mezzo di liberazione", che dice che la Palestina del mandato britannico è indivisibile e quindi esclude l'esistenza di israele ecc.: http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Peace/PLO_Covenant.html ), art I: "La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese, parte indivisibile dalla grande patria araba e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba.

Fino agli anni ’60, infatti, la maggior parte degli arabi in Palestina si identificava come parte della grande nazione araba o come cittadini della “Siria meridionale”. Il termine “palestinese” indicante la nazionalità di un arabo di Palestina è un nome che è stato usato dagli arabi negli anni ’60 come parte della tattica iniziata da Arafat per definire gli ebrei degli usurpatori. Secondo questa visione, gli arabi in Israele e nei territori sono rappresentati come popolazione indigena, e questo processo d’invenzione di un popolo è servito ai palestinesi a porsi sullo stesso piano degli ebrei nell’avanzare richieste di avere uno stato indipendente.

 

Il 31 marzo 1977 il giornale olandese Trouw pubblicò un'intervista con un membro del comitato direttivo dell'OLP, Zuheir Muhsin. Ecco le sue dichiarazioni:

"Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno Stato Palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo Stato d'Israele per l'unità araba. In realtà non c'è differenza fra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Solo per ragioni politiche e strategiche oggi parliamo dell'esistenza di un popolo palestinese, visto che gli interessi arabi richiedono che venga creato un distinto "popolo palestinese" che si opponga al sionismo. Per motivi strategici, la Giordania, che è uno Stato sovrano con confini definiti, non può avanzare pretese su Haifa e Jaffa mentre, come palestinese, posso indubbiamente rivendicare Haifa, Jaffa, Beer- Sheva e Gerusalemme. Comunque, appena riconquisteremo tutta la Palestina, non aspetteremo neppure un minuto ad unire Palestina e Giordania".
 

I palestinesi non hanno nulla che li distingua da un punto di vista culturale dagli altri arabi. Non possono accampare pretese di alcuna particolarità che li distingua dal resto della nazione araba.

 

L'identità palestinese è piuttosto confusa. La definizione ufficiale di tale identità comprende solo quelle parti del Mandato sulla Palestina che Israele detiene. Le persone che vivono nella parte della Palestina del Mandato che è stata trasformata nel 1921 in Regno di Giordania non sono rivendicate davvero come palestinesi (e non lo è il loro territorio). Non vi è alcun invito a inserirli in uno Stato palestinese. Le persone che vivevano nelle zone di Israele che furono catturate da Giordania ed Egitto nel 1948 non erano (allora) considerate palestinesi, e non ci fu (allora) nessun appello per trasformare la terra che oggi comprende i cosiddetti "territori occupati" in uno Stato. Ma nel 1967, quando Israele liberò quelle aree - solo allora magicamente gli abitanti si sono trasformati in palestinesi.

 

Perché è da arditi dire che i palestinesi sono un popolo "inventato"? E perché non ricordare che nel 1948 furono fatti profughi più ebrei di quanti non siano stati fatti di arabi? Le parole sul "popolo inventato" del candidato Repubblicano Newt Gingrich, così come la 'lezione' youtube del vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon, restituiscono verità dimenticate che è tempo di mettere sulla bilancia.

Il candidato repubblicano Newt Gingrich in un’intervista con Jewish Channel ha dichiarato: “I palestinesi non esistono e il processo di pace in Medio Oriente è un’illusione. Dobbiamo ricordarci che non è mai esistito uno Stato di Palestina perché all’origine la Palestina era parte dell’Impero Ottomano. Credo anche che i palestinesi siano stati inventati perché in effetti erano parte della grande comunità araba”. Dal partito democratico statunitense fino a Ramallah la dichiarazione di Gingich ha provocato irruenti proteste. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua lo sospetta addirittura “di ignoranza storica e di superficialità politica”.

Neanche la replica del suo portavoce, R.C. Hammond, è servita a calmare gli animi: “Gingrich si riferiva al fatto che questo conflitto è frutto di decenni di storia. Noi sosteniamo una pace negoziata fra Israele e palestinesi che includerà necessariamente i confini di uno Stato palestinese, ma per comprendere meglio cosa viene proposto e negoziato dobbiamo conoscere una Storia lunga e complessa, ed è proprio questo che Gingrich tentava di fare nell’intervista televisiva”. Quelle di Gingrich, però, sono altro che rozze farneticazioni.

 

Il concetto di nazionalità etnica come base dell'identità politica era tipicamente europeo. Un concetto difficile da declinare in arabo. La sua nascita risale alla fine del XVIII e agli inizi del XIX secolo, e si collega alla Rivoluzione francese, alle guerre napoleoniche e al romanticismo. Nel caso della nazione palestinese, a supporto della tesi di Gingrich, arriva la spiegazione del professor Bernard Lewis, uno dei massimi studiosi del Levante e professore emerito di Studi sul Vicino Oriente alla Princeton University. “Dalla fine dello Stato di Israele nell'antichità all'inizio del dominio britannico, l'area ora designata con il nome Palestina non era una nazione e non aveva frontiere, solo confini amministrativi” scrive Lewis in un articolo pubblicato sull’americano Commentary Magazine nel gennaio del 1975.

 

Fino alla fine degli anni Sessanta, chiamare un arabo "palestinese" corrispondeva a muovergli offesa, perché in questo modo erano etichettati in tutto il mondo gli ebrei. Tutti sapevano che Palestina era un modo alternativo per definire Israele e la Giudea, così come ad esempio Kemet era l'antico nome d'Egitto. Gli arabi che vivevano in Palestina si identificavano come arabi, e provavano irritazione se qualcuno li appellava come "palestinesi": «non siamo ebrei, siamo arabi», erano soliti replicare.

 

Il fatto che sia inesistente un popolo palestinese naturalmente non significa che non ci siano gli arabi in Giudea, Samaria e Gaza, oltre che nel territorio israeliano, solo che non sono una nazione nel senso europeo, che sono messi insieme dalla volontà di cacciare "gli ebrei" e che aspirano non a un loro stato, ma a fondersi nella "nazione araba". La differenza è grande, in termini di legittimità. Non c'è un piccolo popolo che lotta per la propria indipendenza, ma un gruppo etnico di 300 milioni di abitanti, sparso su un territorio gigantesco, quattro o cinque volte più vasto dell'Europa, che cerca di cacciar via un piccolo popolo di 7 milioni, arroccato su uno spazio poco più vasto della Lombardia.

 

Fino almeno alla guerra del '67 la Palestina non esiste, è un termine europeo che gli arabi locali non sanno in genere neanche pronunciare. La loro rivendicazione vera non è la costituzione di uno stato che non si era mai visto nella storia, ma il carattere arabo e quindi siriano del territorio.

Non c'è un popolo palestinese indigeno da compensare, ci sono gli ebrei da cacciare dal territorio dell'Islam. "Palestina è un termine che i sionisti hanno inventato" e che fino all'indipendenza designa le loro istituzioni. Il popolo palestinese non è mai investito, è un'invenzione politica inventata per contrastare Israele.

 L'ideale politico che gli sta dietro non è l'indipendenza di un popolo, ma l'unità dell' Islam – non solo per Hamas, anche per i "moderati" di Fatah. Che questo fatto evidente e dichiarato molte volte dagli stessi leader "palestinesi" oggi sembri strano ai giornali e ai politici occidentali mostra quanto essi siano sottomessi all'egemonia culturale e politica dell'islamismo.

 

Lo stesso giorno in cui Arafat firmò la "Declaration of Principles" nel giardino della Casa Bianca nel 1993, spiegò la sua azione alla TV giordana: "Visto che non possiamo sconfiggere Israele con la guerra, dobbiamo farlo in diverse tappe. Prenderemo tutti i territori della Palestina che riusciremo a prendere, vi stabiliremo la sovranità, e li useremo come punto di partenza per prendere di più. Quando verrà il tempo, potremo unirci alle altre nazioni arabe per l'attacco finale contro Israele".

 

 

 

Come mai ci sono ancora i profughi palestinesi?

 

Come sapete, buona parte dei "poveri palestinesi" vive da sessant'anni nei campi profughi. Sessant'anni fa o poco più ci viveva anche un bel po' di italiani, esuli dall'Istria e dalla Dalmazia. Io mi ricordo personalmente alcune di quei baraccamenti sull'altipiano del Carso, vicino a Trieste. Poi abbastanza presto chiusero, per fortuna o piuttosto per giusto impegno collettivo: i profughi erano stati ricollocati, avevano ricevuto appartamenti e rimborsi.

Questo non cancella la pulizia etnica esercitata dalle truppe di Tito, ma in una decina d'anni i problemi personali più urgenti furono risolti, in Italia come nel resto d'Europa, dove i profughi erano milioni e così anche in India dopo la scissione del Pakistan e altrove. Solo i "profughi" palestinesi, i loro figli, nipoti, pronipoti, pro-pronipoti sono destinati a restare per sempre nei campi, per la semplice ragione che i paesi che li ospitano, inclusa l'Autorità Palestinese, che dovrebbe essere il loro governo, non hanno mai fatto nulla per ricollocarli.

 

C'è addirittura un'Agenzia dell'Onu, l'UNRWA che invece di cercare di trasformare gli abitanti dei campi in gente normale, ha cura di mantenerli come tali e di assegnar loro il titolo ereditario di profughi. Come se un ospedale avesse cura soprattutto di mantenere a malati e infortunati il loro statuto sanitario, cercasse di impedire che guarissero, anzi trasmettesse in eredità la malattia a figli ed eredi per saecula saeculorum.
Bene, voi potete pensare che si tratti di - come dire - pigrizia mediorientale, che i poveri governi arabi (e anche quelli meno poveri, forniti di petrolio a volontà) non abbiano trovato il tempo, le energie e i soldi per occuparsi di questa cosa. Falso. I governi mediorientali vogliono fortemente non integrare i profughi, che in questa maniera servono loro per tenere aperta la "questione palestinese" e demonizzare Israele.

 

C'è una storia molto carina in proposito, che vi invito a leggere qui: http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2012/06/07/il-mito-dei-campi-profughi-2/ . Conquistata Gaza nella guerra del '67, Israele si pose il problema dei profughi e cercò di risolverlo a modo suo, cioè in maniera pragmatica e operativa: si mise dunque a costruire nuove case e villaggi decenti per loro, distruggendo i vecchi campi. Sapete che cosa accadde? Che l'Olp (l'organizzazione per la Liberazione della Palestina, di cui l'attuale Autorità Palestinese è il braccio operativo dopo Oslo), si mise a strillare come un'aquila e ottenne un paio di risoluzioni dell'Onu - eh già, l'Onu - per diffidare Israele da questo terribile abuso.

Per esempio, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite Risoluzione 34/52 del 23 novembre 1979 dichiara che: “le misure di reinsediamento dei rifugiati palestinesi nella Striscia di Gaza, allontanati dalle loro case e proprietà dalle quali sono stati spostati, costituisce una violazione del loro diritto inalienabile al ritorno; Invita ancora una volta Israele a desistere dalla rimozione ed il reinsediamento dei profughi palestinesi nella Striscia di Gaza" ( http://unispal.un.org/unispal.nsf/a06f2943c226015c85256c40005d359c/0c3dd3aff78323e5852560da006da567?OpenDocument ). Israele la smise, naturalmente: come aiutare chi ti sputa in un occhio per il fatto che lo aiuti?

 

Il vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon ha diffuso su YouTube un filmato di cinque minuti intitolato La verità sulla questione dei profughi - terzo video dopo quello sulla Cisgiordania e Il processo di pace - in cui spiega in parole semplici alcuni dei più complessi nodi del conflitto israelo-arabo-palestinese. Nel video Ayalon chiede chi sono i profughi, del perché dopo più di sessant’anni è ancora una questione aperta, come è incominciata la tragica e obliata storia di più di 850.000 ebrei delle antiche comunità ebraiche cacciati dalla conquista islamica nei Paesi arabi.

Al contrario, continua il vice di Lieberman, 160.000 arabi accettarono l’offerta di Israele di restare ed oggi vi sono più di un milione di cittadini arabo-israeliani che vivono in Israele con pieni diritti di cittadinanza. Uno status invece negato dai vicini arabi che ai profughi palestinesi riservano una serie di leggi discriminatorie: divieto di ottenere la cittadinanza (ad eccezione della Giordania), impossibilità di accedere a molte professioni, limitazioni al possesso di terreni, restrizioni di movimento, diniego di istruzione e assistenza sanitaria.

 

Un’altra stoccata viene scagliata contro l’Onu: “Mentre tutti i profughi del mondo vengono assistiti dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), un’agenzia separata, l’UNRWA, venne creata specificamente per i palestinesi. Come mai i profughi palestinesi non possono condividere la stessa agenzia con i profughi di Bosnia, del Congo o del Darfur, tanto per citarne alcuni?”.

La risposta secondo il vice ministro israeliano è: “Mentre l’agenzia centrale delle Nazioni Unite aiuta i profughi a reinserirsi, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi contribuisce a perpetuare il loro status, applicando criteri atipici. Ad esempio, i profughi perdono il loro status di profugo quando ricevono la cittadinanza di un paese riconosciuto, i profughi palestinesi no; i profughi non possono trasmettere il loro status da una generazione all’altra, i profughi palestinesi sì; i profughi vengono incoraggiati a reinserirsi in altri paesi o ad integrarsi nei paesi che li ospitano, cosa che l’UNRWA evita di fare.

Le Nazioni Unite spendono per ogni singolo profugo palestinese circa tre volte più di quanto spendono per un profugo non palestinese, e impiegano uno staff oltre trenta volte più numeroso. Insomma, per tutto il XX secolo le Nazioni Unite hanno trovato soluzioni durevoli per decine di milioni di profughi, mentre l’agenzia per i profughi palestinesi non ha trovato soluzione per un solo profugo”.

 

 

 

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