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Il vero ruolo delle potenze coloniali nella creazione di Israele

 

 

Premessa: tratto da qui Nella foto: Alle fine degli anni ’30 l’ufficiale e ingegnere Charles Tegart fece costruire nel Mandato Britannico 62 fortini in cemento in posizioni strategiche. Alla vigilia della partenza, gli inglesi ne cedettero molti alla parte araba e furono teatro di sanguinose battaglie nella guerra d’indipendenza d’Israele. Latrun, uno dei “Forti Tegart”, è oggi sede del museo delle forze corazzate israeliane.

 

Benché gli anni tra il 1897 e il 1948 siano da tempo sbiaditi nella lontana memoria, persiste e continua a guadagnare terreno in certi ambienti il mito popolare secondo cui Israele sarebbe stato creato dalle potenze mondiali e coloniali contro la volontà della regione. Eppure la storia dimostra che Israele è stato creato quasi esclusivamente contro la volontà delle potenze le quali, quando non furono apertamente contrarie alla creazione di Israele, furono perlomeno indifferenti alla causa nazionale ebraica o, al massimo, vagamente condiscendenti quando ormai appariva inevitabile.

 

Si consideri la convocazione del primo congresso sionista ad opera di Theodor Herzl a Basilea,in  Svizzera, nel 1897: un congresso che non vide alcun reale coinvolgimento delle potenze mondiali. Prima della sua morte nel 1904, Herzl incontrò i principali leader dell’epoca in Germania, in Inghilterra, nella Turchia ottomana e persino in Vaticano. Ottenne, in qualche caso, qualche tiepido riconoscimento per il suo movimento, ma non gli riuscì mai di arrivare a un accordo con nessuno di loro. Con la presenza in Terra d’Israele/Palestina, nel 1900, di soli 50.000 ebrei in gran parte religiosi e poveri (su una popolazione totale di poco più di 500mila persone), la prospettiva di creare un futuro stato sembrava senza speranza.

 

Le cose peggiorarono durante la prima guerra mondiale quando la Turchia ottomana, dopo il genocidio armeno del 1915, rivolse le sue attenzioni agli 80.000 ebrei della provincia palestinese. Diecimila di loro (tra cui David Ben-Gurion e Yitzhak Ben Zvi) furono esiliati in Egitto, mentre venivano concepiti dei piani per la distruzione del resto della comunità: piani che furono fermati solo dall’intervento di Germania e Stati Uniti in uno dei pochi casi manifesti di utile intervento straniero.

 

Per quanto riguarda la Dichiarazione Balfour britannica del 1917 a sostegno di una sede nazionale ebraica nella Palestina ex-ottomana, fu certamente un passo importante, ma non va dimenticato che si accompagnava ad altre promesse britanniche di sovranità araba nella stessa regione, e soprattutto al disegno di Londra di stabilire comunque il proprio controllo diretto su tutta l’area.

 

Durante la seconda guerra mondiale, la Shoà nazista uccise sei milioni di ebrei europei che avrebbero dovuto costituire il grosso del futuro stato di Israele, infliggendo un colpo devastante al sogno ebraico di un paese indipendente. Come scrisse Chaim Weizmann a David Ben-Gurion durante gli anni della guerra, “finora siamo stati un popolo alla ricerca di una nazione; quando tutto questo sarà finito rischiamo di essere una nazione alla ricerca di un popolo”.

 

Il rifiuto della potenza coloniale britannica, che controllava la terra d’Israele/Palestina, di consentire l’immigrazione di più di una manciata di ebrei (75.000 dal 1939 al 1944 e poi più nulla) proprio negli anni in cui milioni di ebrei ne avevano disperato bisogno, fece il paio con la dichiarazione britannica del 1939 a sostegno di uno stato arabo. Intanto la futura superpotenza, gli Stati Uniti, non si interessava della cosa e non era disposta ad accogliere più che un rivolo di profughi ebrei europei fino al 1941.

 

Subito dopo la guerra, nel periodo 1945-1948, l’Inghilterra inviò 80.000 soldati in Terra d’Israele/Palestina per reprimere qualunque tentativo ebraico di creare uno stato.

 

Nel novembre 1947, Londra si rifiutò di sostenere il voto delle Nazioni Unite per la creazione di due stati, uno ebraico e uno arabo. La risoluzione passò con 33 contro 13 grazie ai voti di un blocco che certamente non si può annoverare fra le potenze coloniali occidentali: il blocco dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti in Europa orientale.

 

Durante la guerra d’indipendenza che Israele dovette combattere contro l’aggressione dei paesi arabi circostanti, l’Inghilterra vendette armi ai nemici di Israele (Iraq e Giordania). Lo stesso comandante della Legione Araba giordana era un ufficiale britannico, Sir John Glubb Pasha. Nel 1948 gli Stati Uniti, pur affermando il loro sostegno allo stato ebraico (votato dall’Onu), dichiararono che avrebbero vietato tutte le forniture di armi a Israele (erano tempi molto lontani dagli aiuti militari americani che sarebbero iniziati sostanzialmente solo dopo il 1967).

 

Quando nel 1948 i soldati britannici cominciarono a lasciare la Terra d’Israele/Palestina (applicando obtorto collo la risoluzione dell’Onu), per la maggior parte consegnarono agli arabi preziose fortificazioni e posizioni strategiche. Gli israeliani, che fino ad allora non avevano mai messo in campo un vero esercito, si trovarono a fronteggiare l’aggressione di cinque stati arabi. Persino il capo di stato maggiore ad interim Yigael Yadin dava agli israeliani al massimo 50% di possibilità di sopravvivere all’invasione araba.

 

Nei primi giorni di guerra gli israeliani combatterono sulla difensiva e le cose sembravano mettersi molto male. Ancora una volta l’Unione Sovietica, animata dal desiderio di eliminare il dominio britannico in Medio Oriente e dalla speranza che un Israele socialista sarebbe stato un forte alleato di Mosca, intervenne con la vendita di armi a Israele, ma anche alla Siria. David Ben-Gurion ebbe ad affermare che senza l’aiuto militare sovietico gli israeliani non avrebbero vinto la guerra del 1948.

 

Dunque, l’idea che le potenze coloniali siano state la forza principale dietro alla creazione di Israele non ha riscontro nella storia. Anzi, furono proprio le grandi potenze coloniali dell’epoca che resero il percorso ebraico verso la creazione di Israele tanto difficile, a volte facendolo persino apparire un compito senza speranza.

 

Eppure questa è la “versione” che gli arabi palestinesi (e non solo loro) continuano a insegnare alle nuove generazioni. Un esempio è una recente riunione in Mauritania, dove il ministro degli esteri dell’Autorità Palestinese Riyad al-Malki ha detto ai leader della Lega Araba che Londra è responsabile per tutti i “crimini israeliani” commessi dalla fine del Mandato Britannico nel 1948: conseguenza, a suo dire, della Dichiarazione Balfour del 1917. Motivo per cui l’Autorità Palestinese vorrebbe oggi trascinare in giudizio i britannici per aver commesso quel peccato capitale.

 

Ancora una volta siamo di fronte a una totale riscrittura della storia allo scopo di giustificare il motivo per cui i palestinesi non sono riusciti a costruire un loro stato, come fecero invece gli ebrei in condizioni molto più sfavorevoli.

 

 

 

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