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Perché il problema dei profughi palestinesi è così unico?

 

 

Premessa: tratto da qui

 

Chiunque voglia capire il motivo per cui il conflitto tra il movimento sionista e gli arabi palestinesi va avanti da oltre cento anni non troverà la risposta nelle interminabili minuziose discussioni sulla questione se quelli attivamente espulsi siano stati un quarto, un terzo o la metà degli arabi che lasciarono il paese durante la guerra d’Indipendenza del 1948. Chiunque voglia capire come sia possibile che vi siano ancora oggi milioni di persone che si definiscono profughi di una guerra conclusa parecchi decenni fa, benché la maggior parte di loro siano discendenti che non sono mai stati espulsi, non troverà la risposta in uno degli infiniti studi che indagano se, come e quando gli abitanti di questo o quel singolo villaggio fuggirono o vennero espulsi. Peggio. Chi si concentra su questi dettagli nella convinzione che possano spiegare il motivo per cui il problema oggi è ancora aperto e l’unicità del conflitto israelo-palestinese, cade nella trappola proprio di coloro che si sono deliberatamente adoperati per perpetuare il problema.

 

Nel corso del XX secolo, e in particolare a partire dalla metà del XX secolo, durante il declino degli imperi, la liberazione delle nazioni e la nascita di nuovi stati, gli scambi forzati di popolazione sono stati un mezzo ampiamente ammesso nel disegnare nuovi confini, e sono stati anzi considerati un passaggio pressoché inevitabile per assicurare stabilità e pace. Decine di milioni di persone sono state rimosse dalle loro case, a volte con grande brutalità, e costrette ad andare in esilio a centinaia, quando non migliaia, di chilometri di distanza senza che fosse prospettata loro nessuna possibilità di tornare a rivedere quella che avevano considerato la propria patria per centinaia di anni.

 

E’ stato così nel grande scambio di popolazioni fra India e Pakistan del 1947, durante il quale non meno di 15 milioni di persone divennero profughe. E’ stato così subito dopo la seconda guerra mondiale quando oltre 12 milioni di tedeschi furono espulsi dall’Europa orientale e oltre un milione di polacchi lasciarono l’Ucraina, la Lituania e la Bielorussia (e lo stesso si potrebbe dire dei 300mila italiani espulsi da Istria e Dalmazia nel 1945-46). Centinaia di migliaia di persone fuggirono dalla Cina quando i comunisti cinesi salirono al potere nel 1949, e più di un milione fuggirono dal Nord al Sud Vietnam nei primi anni ‘50. Nessuna di queste situazioni ha dato luogo a un “problema di profughi” irrisolto fino ad oggi. Nessuna delle milioni di persone che divennero profughi negli anni ‘40 rivendica sul serio il diritto di tornare a stabilirsi nelle case dove abitavano i loro progenitori, e certamente non gode del riconoscimento internazionale e del sostegno istituzionale per una tale richiesta. Lentamente ma inesorabilmente, a volte a denti stretti, i profughi sono stati riabilitati nei paesi in cui hanno trovato rifugio e dove hanno ricominciato la loro vita.

 

L’unicità del problema dei profughi palestinesi e il motivo della sua continuazione fino ad oggi non ha nulla a che vedere con le circostanze in cui venne generato: se anche gli arabi fossero stati tutti attivamente espulsi durante la guerra del ’48 (e non fu così), quella espulsione non costituiva un evento eccezionale nel contesto globale: non per le dimensioni e certamente non per il grado di violenza.

 

Al contrario, proprio gli arabi e i palestinesi effettuarono la pulizia etnica totale degli ebrei, e non lasciarono un solo ebreo in tutto il territorio che rimase nelle loro mani alla fine della guerra del ’48. Stesso destino subirono molti ebrei che vivevano da centinaia o migliaia di anni nei paesi arabi: molti di loro vennero espulsi o dovettero andarsene a causa dell’atteggiamento ostile della popolazione locale e dei governi arabi, e trovarono rifugio in Israele.

 

Il problema dei profughi palestinesi, la sua assoluta centralità nella coscienza di sé palestinese e il fatto che sia percepito come cruciale, può essere compreso solo nel suo contesto all’interno della narrazione palestinese. Secondo i palestinesi, non si trattò di uno dei tanti deplorevoli effetti collaterali della guerra, insieme a morti, feriti e distruzioni. Per loro è diverso, e non può essere paragonato alla morte e all’espulsione degli ebrei in quella stessa guerra. L’espulsione e la fuga dei palestinesi viene infatti letta come l’effetto di un complotto imperialista straniero di cui il sionismo sarebbe espressione e il cui primo scopo sarebbe quello di espellere un popolo (arabo) dalla terra nativa. I palestinesi si rifiutano di considerare l’uscita di una parte di loro dal paese come qualcosa che accade durante le guerre (nel loro caso, la parte che ha scatenato la guerra e che l’ha persa è anche la parte che ha dovuto abbandonare il paese). Loro continuano a considerala il frutto di una cospirazione ad opera di qualcuno che non aveva alcun diritto su questo paese nel quale si è imposto con la forza.

 

Secondo questa visione, la partenza degli arabi dal paese durante la guerra del ‘48, che sia avvenuta per espulsione o per fuga, caratterizza l’intero progetto sionista e diventa l’incarnazione stessa dell’ingiustizia. La deliberata decisione araba di perpetuare la condizione dei profughi per generazioni, senza accettare né tentare alcuna forma di integrazione nel corso di tutti i decenni trascorsi dalla fine della guerra del ’48, era e rimane una chiara dichiarazione politica il cui senso è il rifiuto di riconoscere l’esito di quella guerra, che venne scatenata contro il diritto del popolo ebraico ad autodefinirsi e autodeterminarsi almeno in una parte della sua terra d’origine.

 

Il problema dei rifugiati palestinesi per come si è perpetuato fino ad oggi non è frutto degli eventi di quella guerra in se stessa, ma della decisione araba e palestinese di inviare un messaggio molto chiaro: la guerra cominciata fra novembre e dicembre di 69 anni fa in risposta alla decisione delle Nazioni Unite di spartire il paese in due stati, una guerra il cui obiettivo era quello di impedire al popolo ebraico di realizzare il suo diritto di autodeterminazione nella sua terra d’origine, quella guerra non è ancora finita.

 

 

 

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