Perché l'Unrwa perpetua il problema dei profughi palestinesi?

 

 

L’UNHCR dispone di 4,3 miliardi di $ per assistere 15 milioni di profughi in tutto il mondo, che cessano di essere profughi se tornano e si reinsediano. Nel periodo 2004-2014 ne ha reinsediati 900mila. L’Unrwa dispone di 2 miliardi di $ per 5 milioni di “profughi” palestinesi che non cessano mai di essere profughi e ai quali si aggiungono i discendenti, anche se cittadini di Giordania o dell’Autorità Palestinese. Reinsediati nel periodo 2004-2014: zero

 

Premessa: tratto da qui e qui

 

Una delle più grandi farse internazionali è quella dell’agenzia Onu per i profughi palestinesi Unrwa. Grazie al cervellotico mandato conferitole dalle Nazioni Unite all’inizio degli anni ’50, l’Unrwa non ha fatto che perpetuare la condizione dei profughi arabo-palestinesi da una generazione all’altra. Il mandato, infatti, proibisce all’Unrwa di fare qualunque cosa che possa favorire il reinsediamento di quei “profughi” e di procurare loro una residenza permanente, assicurando in questo modo che essi continuino a nutrire in eterno l’illusione che un giorno otterranno il cosiddetto “diritto al ritorno”.

A differenza dell’Unrwa, l’UNHCR (l’Alto Commissario Onu per i rifugiati, l’organismo che si deve occupare di tutti gli altri profughi del mondo) venne correttamente incaricato di mirare al superamento della condizione di “profugo” (attraverso varie politiche di reinsediamento). L’Unrwa invece ha perpetuato lo status dei profughi dei palestinesi giacché è stata essenzialmente incaricata di garantire che i palestinesi rimangano profughi per sempre. Non esiste altra agenzia al mondo che faccia una cosa del genere. L’Onu non ha mai chiesto che i discendenti dei profughi indù possano tornare in Pakistan o che i discendenti dei profughi greco-ciprioti siano autorizzati a tornare nella parte di Cipro controllata dalla Turchia, né ha mai insistito perché possano tornare in Bulgaria i discendenti dei musulmani che ne vennero espulsi (e si potrebbe continuare a lungo, fino a ricordare anche i discendenti degli ebrei cacciati dai paesi arabi). Nel corso degli anni, decine di milioni di profughi di una vasta schiera di comunità ed etnie sono stati reinsediati nei nuovi paesi di residenza dove hanno ricostruito le loro vite (vogliamo ricordare i profughi da Istria e Dalmazia reinsediati in Italia?). Ma logica e buon senso scompaiono quando si tratta di profughi – pardon, discendenti di profughi – arabo-palestinesi che vogliono “tornare” a Tiberiade, a Lod, a Nazareth, ad Acco o a Giaffa. Solo l’Unrwa è riuscita a creare una stirpe di profughi: come fosse – caso unico al mondo – un tratto genetico che si tramanda di padre in figlio e di generazione in generazione.

Gli originari profughi palestinesi ammontavano a non più di 500-800mila, e naturalmente in settant’anni il loro numero ha continuato a calare. Ma l’industria del profugo palestinese continua a prosperare perché i figli, i nipoti, i pronipoti e i pro-pronipoti ricevono per nascita lo status di profugo eterno. Ed è quello che hanno voluto le Nazioni Unite quando hanno dato all’Unrwa il suo mandato.

Dunque non sorprende che i oggi i “profughi” palestinesi ammontino a 5,5 milioni di persone, e in continuo aumento. A differenza di tutti gli altri profughi che perdono lo status di profugo una volta che hanno ricevuto la cittadinanza in un nuovo paese, i profughi palestinesi sono gli unici al mondo che continuano a mantenere lo status di profugo anche dopo essere stati naturalizzati. E’ vero che l’Unrwa svolge attività umanitarie, ma essa agisce come una grande azienda farmaceutica che si assicura che il pubblico non adotti mai uno stile di vita sano, garantendo così che abbia bisogno in eterno delle sue medicine. Medicine che creano dipendenza, esattamente come lo status di profugo.

L’Unrwa avrebbe dovuto essere eliminata e svuotata finanziariamente a prescindere dallo stato del processo di pace. La sua stessa esistenza è progettata per alimentare il concetto di “diritto al ritorno”, un eufemismo per “diritto di invasione” e cancellazione dello stato ebraico. Basti pensare che persino i discendenti degli originari profughi palestinesi che si trovavano in Iraq e che sono stati recentemente insediati in Cile dall’UNHCR (in quanto sfollati dall’Iraq) non possono disfarsi del loro status di profughi palestinesi. Molti profughi e discendenti di profughi palestinesi conducono una vita serena e di successo un po’ in tutto il mondo. Ma a causa del perpetuarsi dell’Unrwa, esistono ancora 59 “campi profughi” in Libano, Gaza, Giudea e Samaria (Cisgiordania), Siria, Giordania e nella stessa area municipale di Gerusalemme. Questi campi, che è vietato smantellare, hanno assicurato che un’enorme quota della popolazione palestinese continuasse a nutrire l’illusione che un giorno “tornerà” in Israele cacciandone gli ebrei.

Su mandato delle Nazioni Unite, l’Unrwa ha fatto in modo che i loro problemi non avessero mai fine, assicurandosi che la loro afflizione continuasse all’infinito e concentrando l’attenzione sulle giovani generazioni che vivono ancora nei “campi”. Miliardi di dollari di fondi Onu sono stati utilizzati nel corso degli anni per garantire che la vita nei campi rimanesse quella del profugo, anziché essere usati per reinsediare i profughi e chiudere i campi.

Non c’è da meravigliarsi, quindi, se Zakaria al-Agha, un alto funzionario dell’UNHCR che è pure membro del Comitato Esecutivo dell’Olp, ha dichiarato ai mass-media israeliani che un disimpegno dell’Unrwa “violerebbe una linea rossa per i palestinesi”. Senza la farsa chiamata Unrwa, i palestinesi troverebbero estremamente difficile continuare a definirsi profughi. E senza essere profughi, i loro capi non potrebbero continuare a pretendere il “ritorno”, cioè l’invasione di Israele.



L’Unrwa, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi, dovrebbe scomparire. Lo ha detto anche il primo ministro Benjamin Netanyahu, aprendo domenica la riunione settimanale del governo israeliano. “Sono pienamente d’accordo con le forti critiche mosse all’Unrwa dal presidente Trump” ha aggiunto Netanyahu, facendo riferimento al tweet della scorsa settimana con cui Trump minacciava di tagliare gli aiuti ai palestinesi, Unrwa inclusa, se i palestinesi non torneranno al tavolo delle trattative. “L’Unrwa – ha spiegato il primo ministro israeliano – è un’organizzazione che perpetua il problema dei profughi palestinesi e la narrativa del cosiddetto diritto al ritorno che mira ad eliminare lo stato di Israele. Pertanto l’Unrwa deve scomparire”. Netanyahu ha ricordato che l’Unrwa venne istituita separatamente per i profughi palestinesi, settant’anni fa, mentre l’Onu dispone di un altro organismo – l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati (UNHCR) – che è incaricato di occuparsi di tutti gli altri profughi e sfollati del mondo. E l’Unrwa – caso unico al mondo – è incaricata di occuparsi anche dei figli, nipoti e pronipoti dei profughi, e nell’arco di altri 70 anni dovrà occuparsi dei pro-pro-pronipoti dei profughi. “Un assurdità che deve finire” ha detto Netanyahu. E ha aggiunto: “Ho avanzato un semplice suggerimento: che i fondi per l’Unrwa vengano trasferiti gradualmente all’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, con chiari criteri a sostegno dei veri profughi e non dei profughi fittizi, come sta accadendo oggi sotto l’Unrwa”. Netanyahu ha detto d’aver trasmesso questa posizione agli Stati Uniti, spiegando che questo è il modo per porre fine all’Unrwa pur continuando ad occuparsi delle esigenze umanitarie dei veri profughi palestinesi, e non dei loro discendenti.

 

 

Gli Stati Uniti del presidente Donald Trump stanno giustamente riconsiderando la logica alla base del finanziamento dell’Unrwa, l’Agenzia Onu per i profughi palestinesi, almeno per come funziona attualmente. Sono già stati congelati circa 125 milioni di dollari, che rappresentano approssimativamente un terzo del sostegno annuale degli Stati Uniti all’agenzia. A giudicare da un tweet di Trump che ha preceduto la decisione di congelare gli aiuti, sembra che il presidente degli Stati Uniti intenda condizionare il versamento dei fondi al fatto che i palestinesi collaborino a risolvere il conflitto israelo-palestinese. La preoccupazione di Trump è legittima. L’Unrwa, che esiste dal 1949, doveva essere una soluzione temporanea fino a quando non fosse stato risolto il “problema dei profughi palestinesi”. Ma se l’Autorità Palestinese si rifiuta di collaborare con gli Stati Uniti per risolvere il problema, gli Stati Uniti non hanno motivo di continuare a saldare all’infinito i conti dell’agenzia.

Si possono poi individuare alcune altre buone ragioni per cui l’Unrwa, che nella sola Gaza paga lo stipendio a 11.500 dipendenti, dovrebbe essere radicalmente riformata, se non del tutto smantellata.

Il primo problema è che l’Unrwa perpetua il conflitto tra Israele e palestinesi. Se i profughi palestinesi originari del 1948 (sia quelli che lasciarono le loro case volontariamente sia quelli che vennero costretti a farlo) potevano essere legittimamente definiti “profughi”, perché mai i loro nipoti e pronipoti dovrebbero condividere tale status? Tutti gli altri profughi del mondo vengono assistiti dall’Alto Commissario Onu per i rifugiati e il loro status non viene trasmesso a nipoti e pronipoti. I palestinesi, invece, hanno un’agenzia tutta per loro, l’Unrwa appunto, che è l’unica a prevedere la trasmissione ereditaria dello status di profugo (con i servizi a cui esso dà titolo a spese della comunità internazionale).

Questo inchioda milioni di palestinesi in una sorta di limbo. Anziché andare avanti con la loro vita, i palestinesi in luoghi come Gaza continuano a restare aggrappati al falso sogno di un ritorno a Giaffa, a Haifa o a Gerusalemme. Il che permette il tipo di apartheid in vigore in un paese come il Libano, dove vive più di un milione di palestinesi privi di uno status ufficiale e di basilari diritti: non hanno la cittadinanza e dunque sono confinati in miseri “campi profughi” (in pratica, quartieri diseredati) dove prosperano crimine e terrorismo. Ma poiché sono “profughi”, il governo libanese può lavarsene le mani, invece di adoperarsi per integrarli nella società o aprire loro strade alternative.

Tutto ciò potrebbe cambiare se l’Unrwa venisse riformata o chiusa del tutto. Infatti l’Unrwa, che teoricamente dovrebbe rendere i “profughi” persone autosufficienti, permette in realtà che essi continuino a coltivare il mito del cosiddetto “diritto al ritorno” (un “diritto” che non esiste per nessuna comunità al mondo di discendenti di profughi). All’interno dell’Unrwa è un’eresia ventilare l’idea che quella di stabilirsi un giorno dentro Israele sia una pura illusione.

Non basta. L’Unrwa perpetua anche la cultura del parassitismo assistenziale. Per intere generazioni, i palestinesi nella striscia di Gaza come quelli in Giordania, Cisgiordania e Libano sono stati abituati a considerare un diritto i sussidi offerti dall’agenzia, grazie ai finanziamenti internazionali. Gli Stati Uniti, e non solo loro, dovrebbero adoperarsi per promuovere l’iniziativa personale, e non minarla promuovendo la cultura dell’assistenzialismo improduttivo.

Dodici anni dopo che Israele ha sgomberato tutte le sue comunità civili e posizioni militari dalla striscia di Gaza, l’Unrwa continua a trattare come “profughi” i palestinesi che ci vivono. Perché? E perché devono essere considerati “profughi” i palestinesi che vivono sotto il governo dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania? Cosa differenzia questi cosiddetti “profughi” dai loro compaesani non “profughi”? Come mai lo status di “profugo palestinese” viene tramandato di generazione in generazione, mentre ciò non avviene per nessun altro profugo al mondo?

Gli abitanti di Gaza e Cisgiordania hanno il diritto di votare nelle elezioni palestinesi (quando i loro dirigenti si degnano di indirle). È il fallimento degli stessi palestinesi – la loro incapacità di darsi una dirigenza più pragmatica e di porre fine alla spaccatura tra Hamas e Fatah – ciò che ha perpetuato il limbo politico in cui si trovano. Forse che i membri di tutte le “società fallite” devono essere internazionalmente qualificati come “profughi”?

Trump ha chiaramente tutte le ragioni per domandarsi se il denaro dei contribuenti americani viene usato in modo appropriato. E’ chiaro che non si può pensare a una abrogazione dell’Unrwa senza aver prima approntato un piano per prevenire un disastro umanitario, soprattutto a Gaza. Ma è anche chiaro, è non da adesso, che l’Unrwa, così come funziona attualmente, deve essere chiusa.

 

 

Maggio 2013: Dirigenti Unrwa in posa con una mappa della “Palestina”: Israele risulta cancellato dalla carta geografica

 

 

 

 

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