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La questione dei profughi ebrei dai Paesi arabi

 

 

Tra il 1946 e il 2014 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si è riunita 197 volte per discutere lo status dei “profughi palestinesi” senza menzionare mai una sola volta la condizione dei profughi ebrei dai paesi arabi.

 

Premessa: tratto da qui
 

Durante la guerra del 1948, circa 600.000 Arabi abitanti nella Palestina del Mandato fuggirono le loro case e si rifugiarono nei Paesi arabi vicini. Per uno studio sul numero dei profughi Efraim Karsh, “How Many Palestinian Arab Refugees Were There?” Israel Affairs, Apr. 2011, pp. 224-46 e per una comparazione, vedere il rapporto dell’Olp presentato alle UN nel 2009:  Munazzamat at-Tahrir al-Filastiniya, Dawrat Shu’un al-Mufawadat, “Nazara ala al-Mufawadat,” Ramallah, 2009, p. 17. Una parte di questi profughi rientrò poi in Israele, dove fu ricollocata. E questo è ben noto.  Molto meno nota è la storia di 850.000 profughi Ebrei che furono espulsi dai Paesi arabi, pochi anni dopo la nascita di Israele.

 

Al “cessate il fuoco” della guerra del 1948, durante riunioni a porte chiuse con Israele, i Paesi arabi accettarono de facto l’onere di ricollocare nei rispettivi territori i profughi Arabi palestinesi. Per esempio vedere “Foreign Relations of the United States (FRUS), vol. VI; “Economic Development in the Middle East. British Plans for Social and Economic Development,” British Foreign Office, FO 371/75092, FO Minutes, Events, Dec. 21, 1949, British National Archives (Kew), p. 1416.” del Ministro della Segreteria di Stato libanese, 1 Ottobre 1949. In questo senso la “questione” dei profughi concerne direttamente i Paesi arabi che presero parte alla guerra di attacco contro Israele.

 

In data 11 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 194, il cui punto 11 trattava il problema dei profughi di guerra:

 

L’Assemblea Generale. Risolve … che i rifugiati che desiderano tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini dovrebbero essere autorizzati a farlo al più presto e che il risarcimento dovrebbe essere pagato per le proprietà di coloro che scelgono di non tornare e per la perdita o il danneggiamento delle proprietà … [e] incarica la Commissione di conciliazione di facilitare il rimpatrio, il reinsediamento e la riabilitazione economica e sociale dei rifugiati.

 

Ovviamente, come tutte le Risoluzioni Onu anche questa non fu affatto vincolante, tuttavia introdusse la nozione che Arabi ed Ebrei profughi avrebbero potuto tornare nei loro Paesi di origine, qualora una pace durevole fosse stata stabilita; oppure avrebbero potuto essere risarciti delle loro perdite nel caso non avessero voluto tornare; la ricollocazione inoltre non sembrava opzione trascurabile.

 

Naturalmente i Paesi arabi votarono in massa contro la Risoluzione, salvo poi far diventare la “questione profughi” la chiave di volta di ogni loro rivendicazione. (vedi Efraim Karsh, “The Palestinians and the ‘Right of Return,'” Commentary, May 2001, pp. 25-31) ma non riuscirono a rifiutarsi di essere pronti a considerare il ricollocamento dei profughi nei loro confini. Siria, Egitto, Iraq e Giordania chiesero anche soldi come contropartita di questo onere.

 

Alla Conferenza del 1949 a Losanna, convocata dalla Commissione delle Nazioni Unite di conciliazione, la Giordania, la Siria, l’Egitto e il Libano si presentarono come un blocco coeso per discutere di un accordo che includeva anche una soluzione al problema dei rifugiati. Mentre avevano in precedenza respinto la risoluzione 194, ora pretendevano che qualsiasi accordo avrebbe dovuto essere risolto su questa base. In definitiva si arrogarono il diritto di parlare a nome degli Arabi Palestinesi rifugiati. Tre delegazioni di rifugiati che cercarono di raggiungere la conferenza furono trattati con disprezzo e fu loro negato l’accesso alle discussioni. (Walter Eitan, Bein Israel La-Amim (Tel-Aviv: Massada, 1958), pp. 50-1, 61; Mordechai Lahav, Hamishim Shnot Ha-Plitim Ha-Palestinim 1948-1999 (Tel Aviv: Rosh Tov, 2000), pp. 432-3; Benny Morris, Ledata shel Ba’ayyat Haplitim Haplestinim 1948-1949 (Tel Aviv: Am Oved, 1991), p. 352.) Quando chiesero un colloquio con la delegazione egiziana, furono allontanati con la forza senza tanti complimenti. L’auto-nomina dei Paesi arabi funziono': nel 1951 alla conferenza della Commissione di Conciliazione a Parigi, le delegazioni degli stati arabi furono ufficialmente incaricate di rappresentare i rifugiati. (Lahav, Hamishim Shnot, pp. 431-42.)

 

I Paesi arabi ricevettero quindi notevoli contributi internazionali per ricollocare i profughi Arabi Palestinesi, mentre affluivano nelle loro casse i patrimoni ingenti degli Ebrei cacciati dai loro Paesi. L’insediamento di molte comunità ebraiche negli Stati Arabi era precedente alla conquista musulmana del Medio Oriente, di centinaia di anni. Gli Ebrei avevano prosperato, servito nei tribunali, nell’esercito, nel Parlamento e si consideravano cittadini a pieno titolo. E molti altri si guadagnavano la vita come potevano, consci della precarietà della loro situazione di minoranza. Qualunque fossero state le loro condizioni materiali, nel giro di pochi anni dalla fondazione dello Stato di Israele, la maggior parte di questa popolazione fu costretta a lasciare le proprie case, lasciando dietro di sé i propri beni. Ci fu quindi un vero e proprio scambio di popolazione.

 

In quel momento, sia la Giordania che l’Iraq erano monarchie costituzionali, governate da membri della famiglia hashemita . I loro approcci al problema dei rifugiati e il reinsediamento differivano notevolmente, in gran parte a causa di fattori geografici ed etnici , nonché per l’assenza di una comunità ebraica in Giordania contro quella consolidata dell’Iraq . Va ricordato che fino al 1974 , la Giordania si considerava rappresentante dei diritti dei Palestinesi in quanto la maggior parte dei suoi cittadini (circa il 60-70 per cento ) erano di origine Araba Palestinese . Il primo ministro Wasfi al- Tal  nel Jordan White Paper del 1962, espressamente designo’ la Palestina come Giordania e quest’ultima  come rappresentante dei Palestinesi sul suo territorio.

 

Amman ha mantenuto questa posizione anche dopo la creazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ( OLP) nel 1964 e nel1967, durante la Guerra dei Sei Giorni . Fu solo nel 1974 , dopo che la Lega Araba riconobbe l’Olp come ” unico rappresentante del popolo Palestinese “, che la Giordania, a malincuore, cambio’ la sua posizione per la prima volta, a causa delle pressioni politiche (Moshe Shemesh, MehaNakba LaNaksa: Hasikhsukh Ha-Israeli-Arvi ve-Habeaya Ha-Le’umit Ha-Falestinit, Darko shel Nasser Le-Milhemet Sheshet Ha-Yamim,1957-1967 (Jerusalem: Ben Gurion Research Institute, 2004), pp. 329-67.)

 

Il fondatore della Giordania, re Abdullah (1921-51) fu l’architetto della politica di assimilazione dei rifugiati Palestinesi nel suo regno. Nel giugno 1950, 506.200 rifugiati Palestinesi furono censiti dal United Nations Relief  and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA) nel Regno Hashemita di Giordania, il 55% del totale dei profughi UNRWA registrati. I rifugiati furono collocati su entrambe le rive del fiume Giordano. La politica di Abdullah incluse la concessione della piena cittadinanza ai profughi per poterli assorbire nel suo Regno. La calorosa accoglienza ricevuta spinse ulteriori rifugiati da Gaza e da altri paesi arabi a entrare in Giordania per ricevere abitazioni adeguate e la cittadinanza.

 

La maggior parte dei rifugiati e dei loro discendenti, censiti nei registri dell’UNRWA, vive attualmente in Giordania. Secondo l’Agenzia, solo 350.899 rifugiati Palestinesi vivono in dieci campi ufficiali, al di fuori dei 2.034.061 rifugiati registrati tra i 140.000 che arrivarono in Giordania dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, dopo il 1967. A questi vanno aggiunti il milione e mezzo di Palestinesi che non figurano come rifugiati e che sono cittadini giordani a pieno titolo (su una popolazione totale di 6.508.271 milioni di persone). Circa il 95% di tutti i Palestinesi residenti in Giordania ha la cittadinanza giordana. L’eccezione sono i circa 100.000 profughi dalla Striscia di Gaza, che si stabilirono in Giordania nel corso degli anni. I membri di questo piccolo gruppo sono in possesso di passaporti temporanei giordani, ma non godono di pieni diritti come gli altri, in particolare l’accesso a un lavoro governativo. (Mariam Itani and Mo’in Manna, The Suffering of the Palestinian Refugee (Beirut: Al-Zaytouna Centre, 2010), pp. 43-4, 52-3.) Dal 1948,  alcuni uomini politici di origine Palestinese, Tawfik Abul Huda, Anwar Nusseibeh, Fakhri Hussein Khalidi, Ahmad Tuqan, Kassim Rimawi, sono saliti ai posti direttivi del Regno Hashemita di Giordania.

 

Completamente diversa la situazione nel vicino Iraq. Anche se nominalmente governato dal re hashemita, Faisal III, il vero potere era nelle mani occidentali e, a fasi alterne, tra il 1940 e il 1950 in quelle del primo ministro, Nuri Said. L’Iraq aveva anche una grande e fiorente popolazione Ebraica che risaliva ai tempi biblici, da tempo attiva negli affari iraqeni, compreso il commercio, la cultura, e nel periodo moderno, il parlamento iraqeno. (Martin Gilbert, In Ishmael’s House, A History of Jews in Muslim Lands (Cornwall: Yale University Press, 2010), pp. 150-4, 166-9; Dafna Zimhoni, “Memshelet Iraq ve-Haaliya Hagdola Shel Hayehudim Le-Israel,” Pe’amim, 39 (1989), pp. 66-8.)

 

Nonostante questo,  il pogrom del giugno 1941 cambiò completamente la vita Ebraica in Mesopotamia e annunciò il sequestro dei beni della Comunità che avvenne poi nel 1950. Guidati da un filonazista, il primo ministro irakeno Rashid Ali Kaylani, e dall’esiliato mufti di Gerusalemme, Hajj Amin Husseini, il pogrom durò tre giorni. Circa 190 ebrei furono uccisi, centinaia di donne violentate  e almeno 2.000 furono i feriti. Case e negozi di proprietà ebraica furono saccheggiati e distrutti. Il Farhud, cosi’ fu chiamato il pogrom del 1941, segnò la fine dell’antica comunità ebraica in Iraq. (Gilbert, In Ishmael’s House, pp. 190-3)

 

Durante la guerra del 1948, gli iraqeni cominciarono a prendere le misure cautelative contro “il nemico interno”. Nei primi giorni di guerra, più di 300 ebrei furono arrestati per aver “dato sostegno a Israele.” Shafiq Ades, uno dei più ricchi membri della Comunità Ebraica di Baghdad, che sedeva con i ministri del governo ed aveva rappresentato la comunità ebraica a corte, contribuendo notevolmente all’economia irachena, fu accusato di sionismo e comunismo e impiccato pubblicamente. Tutti i suoi beni, stimati in molti milioni, furono confiscati a beneficio del Ministero della Difesa. Né fu questo un caso isolato: gli ebrei dell’Iraq capirono chiaramente che sarebbero stati costretti ad abbandonare le loro proprietà se volevano salvare le loro vite. (Gilbert, In Ishmael’s House pp. 190-3)

 

Anche se opposto ai leader filo-nazisti, al potere in Iraq durante la seconda guerra mondiale, Nuri Said fu il principale responsabile dell’espulsione finale degli Ebrei iracheni e della confisca dei loro beni. Durante i mesi da maggio a luglio 1949, Said si rivolse  agli Stati Uniti e ai rappresentanti britannici a Baghdad, con la raccomandazione che ci fosse uno scambio di popolazione tra i cittadini Ebrei del suo paese ed i profughi Palestinesi. (Zimhoni, “Memshelet Iraq,” pp. 68-9, 70-3; Tovy, Al Miftan, pp. 207-11.)

 

Anche se l’idea fu sollevata, in parte, a seguito di una raccomandazione britannica per il reinsediamento dei rifugiati nelle fertili vallate fluviali dell’Iraq, Londra si oppose strenuamente alla proposta di Said, sostenendo che questo tipo di accordo sarebbe stato uno scambio iniquo tra Ebrei istruiti e spesso prosperi e una popolazione di rifugiati ignoranti, senza competenze professionali. (From Jerusalem to Foreign Office, Feb. 14, 17, 18, 1949, British Foreign Office, PRO, FO 371/75182, E1571/93; Yaakov Meron, “The Expulsion of the Jews from the Arab States and the Palestinian Stand vis-à-vis the Jews,” State Government and International Relations, Summer 1995, p. 32; Tovy, Al Miftan, pp. 208-10.)

 

Il 14 ottobre 1949, Said prosegui’ con i suoi tentativi di convincere la Commissione di Conciliazione che solo gli Stati che avevano Ebrei da espellere avrebbero dovuto reinsediare i rifugiati Palestinesi. (Tovy, Al Miftan, pp. 210-2.) Nello stesso tempo, fu effettuato un sondaggio a proposito del possibile scambio di popolazione: rifugiati Palestinesi in cambio degli Ebrei iracheni. Questa proposta fu respinta dal ministro degli esteri israeliano, Moshe Sharett: Israele non poteva accettare la confisca delle ingenti proprietà degli Ebrei iracheni. (Tovy, Al Miftan; Foreign Minister Moshe Sharett from the Knesset podium, sess. 239, Mar. 19, 1951, Knesset Minutes, vol. 8, p. 1539.)

 

Nel marzo del 1950,  mentre masse di Ebrei iracheni disperatamente cercavano di lasciare il paese, Baghdad approvò la legge sulla “revoca della cittadinanza” che permetteva agli Ebrei di partire se avessero ceduto la loro cittadinanza. Decine di migliaia partirono non appena potettero, nonostante la difficoltà del governo israeliano al loro assorbimento. (Gilbert, In Ishmael’s House, pp. 242-5.)

Un anno dopo, il Parlamento iracheno approvo’ una legge che confiscava tutte le proprietà appartenute agli Ebrei che si erano trasferiti in Israele e che avevano per questo rinunciato alla loro cittadinanza irachena, mettendo i beni sotto tutela governativa. L’importo sequestrato fu stimato in circa 243 milioni dollari (circa 6 miliardi di dollari di oggi). ( Tovy, Al Miftan, p. 210.) Said chiamo’ questo “risposta alla confisca dei beni Palestinesi da parte dei sionisti.” (S. Bendor: Report on the Visit of J. McCage to Israel, Apr. 1, 1951, Documents of Israeli Foreign Policy, Israel State Archive, Jerusalem, vol. vi (1951), doc. 99; Zimhoni, “Memshelet Iraq,” pp. 97-8.)

 

Dopo la ratifica della legge, il Governo britannico chiese all’Iraq di assorbire almeno alcuni rifugiati Palestinesi; il primo ministro rispose che era pronto ad assorbirne un numero limitato, ma non centinaia di migliaia ( British Embassy in Baghdad to Foreign Office, PRO, FO 371/82239, E1823/22, June 5, 1950.)  Alla fine, l’Iraq ne accetto’solo 4000. I rifugiati Palestinesi furono convogliati per mezzo di camion dell’esercito iracheno; quel numero corrispose alla partenza di oltre 130.000 Ebrei. All’UNRWA non fu permesso di operare in Iraq e Baghdad stabilì una propria organizzazione per i rifugiati Palestinesi.

 

Confinante e scarsamente popolata, la Siria sembrava un paese ideale per il reinsediamento in massa dei rifugiati Palestinesi. Infatti, prima del 1920, molti Siriani e Palestinesi si consideravano entrambi parte di una nazione sola: la Grande Siria, mentre quello che divenne il Mandato britannico della Palestina era definito Siria meridionale.

 

Nell’ aprile 1949, il primo ministro Husni Za’im rese nota la sua disponibilità a firmare un accordo di pace con Israele in cambio di condizioni specifiche, tra cui concessioni geografiche sostanziali. I rappresentanti degli Stati Uniti furono esplicitamente informati della volontà di Damasco di assorbire e reinsediare più di un quarto di milione di profughi sul suo territorio, almeno tre volte più rifugiati rispetto a quelli che la Siria aveva effettivamente assorbito nel 1948. (James H. Keeley, U.S. Ambassador to Syria, to the State Department, May 1, 1949, FRUS, vol. IV, pp. 965-6; Itamar Rabinovich, The Road Not Taken, Early Arab-Israel Negotiations (New York: Oxford University Press, 1991), pp. 62-3.)

 

Alla Conferenza di Losanna, rappresentanti di Za’im informarono Israele che la Siria avrebbe assorbito 300.000 profughi in cambio di aiuti economici. Alla fine, questi negoziati non ebbero futuro: Za’im fu rovesciato da un colpo di stato militare e giustiziato quattro mesi e mezzo dopo il suo avvento al potere. (Keeley to the State Department, May 1, 1949, pp. 965-6; Rabinovich, The Road Not Taken, pp. 62-72.)

 

La maggior parte dei Palestinesi reinsediati in Siria , proviene dagli 82.194 rifugiati, registrati dall’UNRWA nel giugno 1950 . (“Annual Report of the Director,” A/3686, UNRWA, New York, June 30, 1957, p. 12.) Ci sono dieci campi profughi ufficiali in Siria oggi e tre non ufficiali , tra i quali il campo di Yarmouk , un quartiere di Damasco che divenne una zona di soggiorno ambita . Fino alla recente guerra civile , il regime di Assad ha trattato la sua popolazione Palestinese relativamente bene e ha permesso loro di integrarsi nella politica locale e nazionale.

Dal 1956 , in base alla legge 260 , i rifugiati Palestinesi del 1948 sono parificati ai cittadini siriani nei seguenti settori : occupazione ( compresi i lavori governativi ) , professioni e istruzione , ma sono esclusi dal poter essere eletti e diventare membri del Parlamento . Sono ammessi a partecipare alle elezioni comunali come tutti gli altri . Anche se mantengono la loro nazionalità secondo fonti Palestinesi , ” Sono sempre indicati come siriani effettivi”. (Itani and Manna, The Suffering of the Palestinian Refugee, pp. 53-4) 

I Palestinesi hanno anche un loro status ufficiale nel partito Baath siriano e partecipano alla sua leadership. (Lahav, Hamishim Shnot, p. 479.) Durante la guerra civile Libanese , molti Palestinesi fuggirono in Siria e ricostruirono là le loro case . (Mohsen Mohammad Saleh, History of Palestine: A Methodical Study of the Palestinian Struggle (Cairo: Al-Falah Foundation, 2003), p. 99; Itani and Manna, The Suffering of the Palestinian Refugee, pp. 44-5.)

 

Parte del motivo per cui la Siria è diventata una destinazione attraente per i Palestinesi è che, come in Iraq , il costo di reinsediamento dei rifugiati fu compensato in parte dalla confisca dei beni Ebraici . Come l’Iraq , la Siria ha avuto una consistente e prospera comunità Ebraica; nel 1943 almeno 30.000 Ebrei vi abitano. Ma nel 1949 , sulla scia dell’ indipendenza di Israele , il governo siriano approvò una legge che congelava tutti i conti bancari degli Ebrei .

Il motivo principale alla base di questa azione , come dichiarato dai governanti siriani , era quello di fornire una soluzione al problema dei profughi Palestinesi all’interno dei suoi confini . Il regime prese la via più comoda: confiscare i beni degli Ebrei nel suo paese , per lo più case , e passarli nelle mani Palestinesi. (Joan Peters, From Time Immemorial, The Origins of the Arab-Jewish Conflict over Palestine (Tel Aviv: Hakibutz Hamuahad, 2003), p. 75; Adi Schwartz, “Hurban Kehilot Artsot Arav: Hahazon Shenignaz,” Tchelet, May 11, 2011, pp. 34-5.)

 

Questa pratica fu istituzionalizzata in una legge del 1967 affermante che le “proprietà e beni di Ebrei deceduti sono confiscati dal governo, gli eredi devono pagare per l’uso. Se non possono , saranno consegnati agli Arabi palestinesi ” . . Non ci sono dettagli per quanto riguarda il numero esatto delle proprietà Ebraiche passate ad Arabi palestinesi in Siria . L’implacabile ostilità di Damasco verso Israele ha provocato un peggioramento delle condizioni per la comunità Ebraica che si è progressivamente dissolta . Il governo ha consentito periodicamente l’emigrazione ma solo agli Ebrei disposti ad abbandonare i loro beni senza venderli.

 

Nel 1967, dopo la sconfitta siriana nella Guerra dei Sei Giorni, furono approvate nuove leggi che aumentarono le restrizioni dei diritti degli Ebrei siriani. Tutti i beni Ebraici furono confiscati. Proclami governativi esplicitamente dichiararono che i profughi Palestinesi dovevano godere delle proprietà degli Ebrei e divenirne proprietari effettivi. Quegli Ebrei che rimasero in Siria furono costretti a pagare l’affitto per i loro propri immobili, chi non fosse stato in grado di tenere il passo con i pagamenti programmati avrebbe avuto la proprietà confiscata e assegnata ai Palestinesi. Infine, come risultato di discussioni alla Conferenza di Pace di Madrid del 1991, gli ultimi resti della comunità Ebraica, per lo più indigenti, furono autorizzati a partire per Israele. (Gilbert, In Ishmael’s House, pp. 303-9.)

 

E poi l’Egitto, che così importante ruolo ebbe nell’attacco a Israele nel 1948, e che quindi portava la sua parte di responsabilità nei confronti del diluvio di profughi Arabi risultante . Diversamente dalla Siria, l’Egitto non era interessato ad assorbire i rifugiati al suo interno. Dei circa 600.000 profughi Palestinesi che fuggirono durante la guerra, circa 82.000 si stabilirono nel territorio a controllo egiziano di Gaza. (Samih K. Farsoun with Christina E. Zacharia, Palestine and the Palestinians (Boulder: Westview Press, 1997), p. 137.) Secondo fonti Palestinesi, nel 2008, vivevano in Egitto 64.728 Palestinesi, Gaza esclusa. Molti di questi furono poi deportati nella Striscia di Gaza. (Itani and Manna, The Suffering of the Palestinian Refugee, pp. 36, 47-8)

 

Una Comunità magnifica e ben collegata di circa 100.000 Ebrei viveva sulle sponde del Nilo quando inizio’ la guerra di Indipendenza israeliana . Come conseguenza dei combattimenti e con il coinvolgimento dei Fratelli Musulmani nella politica interna , ebbero luogo numerose azioni e scontri ai danni degli Ebrei: a centinaia furono arrestati e internati . I visti di uscita, severamente limitati . Saccheggi e bombardamenti divennero abitudine. Un testimone oculare ricorda :

 

Dopo lo scoppio della guerra [ nel 1948 ] , mia madre, che era al nono mese di gravidanza , fu arrestata . Volevano ucciderla. Avevano baionette . Abusarono di lei e poi la rilasciarono. Una sera una folla venne con bastoni e qualsiasi altra cosa a portata di mano per uccidere la mia famiglia, perché avevano saputo che eravamo Ebrei . Il portiere giurò che eravamo italiani e quelli allora si limitarono a bestemmiare , circondarono i miei genitori, i miei fratelli, e me che ero solo un bambino piccolo . Il giorno dopo i miei genitori fuggirono . Lasciarono tutto , una pensione , lavoro e una casa , e lasciarono l’Egitto . (Gilbert, In Ishmael’s House, pp. 219-21; Schwartz, “Hurban,” p. 29)

 

Più di 25.000 Ebrei lasciarono l’Egitto senza il loro patrimonio, a seguito della guerra del 1948. Ma fu con il colpo di stato del Free Officers Movement, nel luglio 1952,  che ci furono gli episodi più drammatici. Il sentimento nazionalista contro gli occidentali aveva già provocato disordini contro gli Ebrei, considerati “stranieri”, e nella stessa settimana nella quale scoppio’ la rivoluzione egiziana, ulteriori attacchi ebbero luogo. Negozi di Ebrei furono saccheggiati e le proprietà bruciate. (Gilbert, In Ishmael’s House, pp. 252-4; Schwartz, “Hurban,” p. 36.)

 

Nel periodo immediatamente successivo il colpo di stato degli ufficiali, ci fu un tentativo da parte del governo di placare i timori della comunità Ebraica con la restituzione dei beni sequestrati dopo la guerra del 1948 . Allo stesso tempo , con il “Piano Alfa” del 1954 , Washington e Londra tentarono un programma di reinsediamento dei rifugiati Palestinesi nella penisola del Sinai , ma questo processo fu affossato a causa di una escalation delle tensioni tra Egitto e Israele . (Shaul Bartal, The Fedayeen Emerge: The Palestine–Israel Conflict, 1949-1956 (Bloomington: Author House, 2011) pp. 135-8; H. Byroade, the American Ambassador in Cairo to the State Department, Mar. 4, 1955. U.S. National Archive, RG 884.86/3-455)

 

Nel 1954 , la scoperta di una rete di spionaggio israeliana in Egitto, che aveva reclutato Ebrei egiziani ( il cosiddetto affare Lavon ) contribuì a provocare cattivi sentimenti . L’escalation del conflitto con Israele portò il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser a prendere una serie di misure contro gli Ebrei nel suo paese , tra cui un numero di sospetti ” sionisti “. La nazionalizzazione del Canale di Suez , che a sua volta provocò la campagna del Sinai del mese di ottobre 1956, segno’ l’ inizio della fine dell’ antica comunità Ebraica in Egitto . Il 22 novembre 1956 tutti gli Ebrei egiziani furono definiti sionisti ed etichettati “cittadini nemici” .

La massiccia espulsione degli Ebrei egiziani iniziò con la confisca totale delle loro ricchezze . Alcune di queste attività furono date ai rifugiati Palestinesi che vivevano al Cairo e il resto finì nella tesoreria dello Stato egiziano . Per esempio , la casa di Charles Victor Castro , una casa esclusiva in un sobborgo costoso del Cairo  , divenne la residenza ufficiale del presidente egiziano Anwar Sadat (Gilbert, In Ishmael’s House, pp. 251-64.) Ai Palestinesi di non tocco’ apparentemente nulla. Invece il Cairo scelse di contare sugli aiuti dell’UNRWA . Non vi è più alcuna comunità Ebraica attiva in Egitto . Solo pochi Ebrei solitari, la maggior parte dei quali donne , e un paio di sinagoghe abbandonate rimangono delle magnifiche comunità del Cairo e di Alessandria . (Elihu Birnbaum, Yehudi Olami (Jerusalem: Makor Reshon, 2010), pp. 268-79.)

 

Mentre la maggior parte dei profughi Palestinesi non emigrò verso i paesi del Nord Africa , il destino dei profughi e la guerra del 1948 furono utilizzati per rendere dura la vita della popolazione Ebraica , in alcuni casi insediata dai tempi biblici – fino a quando furono espulsi dai loro paesi o costretti a lasciarli. Dopo aver subito un terribile pogrom nella capitale libica di Tripoli nel giugno 1948 , la maggior parte dei 38.000 facenti parte della forte comunità Ebraica lasciò il paese per stabilirsi, nel 90% dei casi, in Israele . Nel 2004 , il figlio di Mu’ammar Gheddafi , Saif al-Islam , ha dichiarato che tutti gli Ebrei esiliati avrebbero potuto tornare in Libia e ricevere risarcimenti in base alle loro attività precedenti, anche se le loro case sarebbero rimaste nelle mani dei rifugiati Palestinesi che risiedono nel paese . (Alex Sholem, “Come Home: Gaddafi’s Son Invites Libyan Jews to Return,” The Jewish News, Apr. 16, 2004.)

 

La comunità Ebraica Tunisina  diminuì da circa 105.000 persone nel 1948 a un mero 1.500 nel 2010 , con 15.000 fuggiti in Israele durante la guerra del 1948 e immediatamente dopo e il resto dopo l’indipendenza tunisina, nel 1956 . Similmente avvenne in Algeria , la cui forte comunità Ebraica (117.000) fuggì nel 1962 (Natan A. Shuraki, Korot Ha-Yehudim Betsfon Africa (Tel Aviv: Am Oved, 1975), pp. 246-7; Gilbert, In Ishmael’s House, pp. 178-97, 271-4, 283-5.)  mentre in Marocco , dove circa 270.000 persone vivevano nella più grande comunità Ebraica del mondo musulmano, negoziati segreti tra Israele e la Corte reale e 10 milioni di dollari di “regalo” ebbero l’effetto di favorire il permesso per gli Ebrei a partire – pur senza prendere le loro cose o vendere le loro proprietà e le imprese. Nel 1976 , solo 17.000 Ebrei erano rimasti nel paese . (Aharoni, “Ha-Hagira Ha-Kfuya”; Gilbert, In Ishmael’s House, pp. 278-80.)

 

Poca attenzione è stata dedicata al destino degli 850.000 profughi Ebrei dai Paesi arabi , circa 550.000 dei quali sono stati reinsediati in Israele . Allo stesso modo , il reinsediamento della maggior parte dei profughi Palestinesi nei Paesi arabi ospitanti , che ha creato di fatto una scambio di popolazione , è stato trascurato .

 

A dire il vero, a differenza della comunità internazionale , gli Stati arabi erano abbastanza consapevoli di questa realtà , come lo fu ad esempio la leadership dell’OLP . Il 9 novembre 1973, la “Voce della Palestina” trasmise il  “Piano per la Pace ” dell’OLP.  

Secondo questa disposizione, tutti i paesi del mondo, tra cui gli stati Arabi, avrebbero dovuto immediatamente e pubblicamente consentire agli “immigrati sionisti ” in Israele di tornare ai loro paesi di origine, dove avrebbero goduto degli stessi diritti e responsabilità che erano loro in precedenza accordati, prima che fossero costretti a emigrare a causa della propaganda sionista . Dopo che tutti gli Ebrei immigrati in Palestina dal 1917 fossero tornati ai loro paesi di origine , i Palestinesi sarebbero stati in grado di tornare in patria. (Yocheved Weintraub, ed., Irgunei Ha-Mehablim (Tel Aviv: Ministry of Defense, Feb. 1974), pp. 58-9.)

 

Né la realtà di fatto dello scambio di popolazione sfuggì a molti arabi israeliani. In particolare a quegli attivisti dei vari partiti comunisti israeliani degli anni 1950 e 1960 che riconobbero tale scambio, ma lo videro come una cospirazione tra interessi imperialisti occidentali e collaboratori arabi reazionari.

L’ autore israeliano arabo  Emil Habibi, per esempio, ha sostenuto che, retrospettivamente, coloro tra gli Arabi che avevano sostenuto l’Hajj Amin Husseini o Abdullah, lavorarono in effetti, mano nella mano con la leadership sionista, per rubare la libertà dalla nazione Palestinese, rinchiudere la migliore gioventù in carcere e diseredare gli operai e i contadini (Hans Lebrecht, Ha-Palestinaim – Avar Ve-Hoveh (Tel-Aviv: University Publishers, 1987), pp. 188-9.) Un’idea assurda dato l’odio bruciante di Hajj Amin verso gli Ebrei e il sionismo e la sua lotta implacabile contro di loro. Valutazioni analoghe furono espresse da Tawfiq Toubi, Fuad Nassar, Suleiman Najab, e molti altri provenienti dai partiti comunisti in Israele, Giordania e dalla striscia di Gaza. (“The Unification Conference,” The Active Committee of the Israeli Communist Party (MAK’I), Haifa, Oct. 22-23, 1948, pp. 24, 36-7; Lebrecht, Ha-Palestinim, p. 189.)

 

 

Intanto , lo Stato di nuova costituzione di Israele , avendo appena assorbito centinaia di migliaia di sopravvissuti alla Shoah fu messo, poco dopo, di fronte al compito epocale di integrare altri 550.000 profughi dai Paesi arabi . I profughi Ebrei dai Paesi arabi furono accolti nel corso dell’anno 1950 in campi di transito, simili ai campi profughi istituiti nei paesi arabi per i Palestinesi . Nel corso del tempo questi campi furono trasformati in centri di sviluppo o quartieri delle grandi città a cui erano adiacenti . L’ultimo dei campi chiuse intorno a 1963.

 

L’ONU non ha stabilito nessuna agenzia speciale come l’UNRWA per aiutare i profughi Ebrei ( né per qualsiasi altra comunità di rifugiati al mondo) . Alla conferenza di Parigi del 1951 , il tema dei rifugiati Ebrei “arabi” tratto’ in particolare la spoliazione dei beni Ebraici lasciati in Iraq . Israele ha chiesto che fosse creato un collegamento tra l’esodo Ebraico ed  i loro beni lasciati negli Stati Arabi e quello dei rifugiati Palestinesi , ma non accadde nulla della discussione . (Tovy, Al Miftan, pp. 211-6; Lahav, Hamishim Shnot, pp. 441-2.)

 

Di conseguenza , lo Stato di Israele non ebbe altra alternativa che inserire nella propria legislazione l’utilizzo di beni degli assenti . Ciò ha permesso al governo di utilizzare i beni dei profughi Palestinesi per aiutare il reinsediamento e sostenere i propri profughi Ebrei arabi . Questi rifugiati dagli Stati arabi non avevano il diritto a risarcimenti dalla Germania , né alle pensioni supplementari e la maggior parte non aveva membri della famiglia che li potessero aiutare nel loro assorbimento in Israele .

 

La questione dei beni confiscati è abitualmente utilizzata dai sostenitori Palestinesi , anche se in modo unilaterale . In un dettagliato rapporto del 1957 , gli Stati arabi chiesero almeno 3,5 miliardi dollari per le attività Palestinesi andate perdute ( Tovy, Al Miftan, p. 79; Don Peretz, Israel and the Palestine Arabs (Washington, D.C.: The Middle East Institute, 1958), p. 143.)  una stima che anche i funzionari delle Nazioni Unite considerarono gonfiata .

Le parti Arabe di solito si astengono dal sottoporre il problema delle proprietà Ebraiche . Nel 2009 nel suo articolo ” Da Saccheggio a saccheggio : Israele e il Patrimonio dei rifugiati palestinesi “, per esempio , l’avvocato Palestinese e cittadino israeliano Suhad Bishara, chiedeva il ritorno completo di tutte le proprietà Palestinesi ai suoi proprietari, sulla base del valore corrente , ma evitò accuratamente qualsiasi tentativo di trattare delle proprietà Ebraica espropriate . Negli accordi di Ginevra la questione dei profughi Ebrei dai Paesi arabi fu completamente ignorata.

 

Infine, un confronto fra i beni perduti dai Palestinesi e quelli dei diseredati Ebrei: secondo le stime delle Nazioni Unite nel 1950, i beni Palestinesi ammonterebbero a circa £ 120 milioni, che, in termini di oggi, sarebbero l’equivalente di $ 3,4 miliardi. Nel frattempo, il valore dei beni Ebraici lasciati è stato stimato nel 2003 a più di $ 100 miliardi. (Gilbert, In Ishmael’s House, p. 329.) In altre parole, secondo i dati delle Nazioni Unite, il valore complessivo dei beni Palestinesi è inferiore solo alla stima minima dei beni confiscati di Ebrei dell’Iraq (circa £ 156.000.000).

 

Ci fu uno scambio di popolazione effettivo tra gli stati Arabi e Israele , ed è stato tacitamente riconosciuto dai leader degli Stati arabi . C’è anche un legame dimostrato e diretto tra il reinsediamento di fatto dei rifugiati Palestinesi e la confisca dei loro beni da parte di Israele e l’ espulsione degli Ebrei dai Paesi arabi e la confisca dei loro beni da parte dei vari governi Arabi .

 

Eppure , mentre gli Ebrei sfollati sono stati pienamente integrati nella società israeliana , gli Arabi di origine Palestinese , tra cui i nipoti dei profughi reali, che vivono in relativo benessere nei paesi di accoglienza (ad esempio , i 550.000 Palestinesi in Arabia Saudita e negli Stati del Golfo ) (Itani and Manna, The Suffering of the Palestinian Refugee, pp. 36-7.) continuano per la maggior parte a definire se stessi rifugiati e a godere dei benefici concessi dall’ UNRWA .

 

Quando l’UNRWA fu istituita nel 1949 aveva il compito di alleviare le sofferenze dei profughi Palestinesi e facilitare il loro reinserimento nella vita economica della regione , in tutti gli Stati arabi così come fece Israele. Le nazioni che contribuiscono , guidate dagli Stati Uniti , hanno donato $ 200 milioni per lo sviluppo di progetti negli Stati Arabi , ed incaricato l’UNRWA di effettuare questa missione e gestire il denaro.

Come spiegato da Lex Takkenberg , anziano ufficiale di etica dell’agenzia , la missione dell’UNRWA, nel corso del 1950, è stata quella di investire i soldi nei paesi ospitanti, in base al numero di rifugiati che vivono nei rispettivi territori, al fine di agevolare il reinsediamento . Fino al 1960 , la politica dell’UNRWA è stata la riabilitazione dei rifugiati e il miglioramento delle loro condizioni di vita, attraverso investimenti in istruzione e sanità, consentendo loro di integrarsi nei paesi di accoglienza , ma dal 1960 in poi, l’agenzia ha deviato dalla sua politica .

Questa trasformazione è dovuta a molti fattori, tra i quali il cambiamento di regime in molti degli Stati arabi , la nascita dell’OLP , e  i cambiamenti organizzativi all’interno UNRWA . Le Nazioni Unite e l’UNRWA hanno scelto di privilegiare i discendenti dei profughi Palestinesi e discriminare i profughi di altre parti del mondo.

 

Dal punto di vista del governo israeliano , tuttavia , nel corso del 1950 e 1960 , i Palestinesi, come parte della ” nazione araba “, sono stati rappresentati sulla scena mondiale e nelle sedi internazionali dagli Stati arabi. La maggior parte dei profughi ebrei di Iraq, Egitto e Siria , così come del Magreb e dello Yemen , che non ha avuto nessun significativo numero di Palestinesi , sono stati integrati nello stato Ebraico . Questo significa che Israele non ha alcuna responsabilità verso i discendenti dei rifugiati Palestinesi del 1948 o l’obbligo di aiutarli oltre l’aspetto puramente umanitario , insieme con il resto del mondo illuminato . Qualsiasi tentativo di sostenere il contrario nasce da considerazioni politiche fuori luogo e dalla riscrittura della storia .

 

 

New York Times 16 maggio 1948: “Ebrei in grave pericolo in tutte le terre musulmane”

 

 

 

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