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Perché l'Islam condanna anche con la violenza chiunque rappresenti Maometto?

  

 

A volte accade che persone vengano uccise o perseguitate in quanto hanno rappresentato Maometto in qualche vignetta o film, spesso anche con intenti non offensivi. Le motivazioni di queste violenze sono presenti nel Corano, e riportiamo qui di sebuito un articolo che ben spiega la situazione (IL GIORNALE - Magdi Cristiano Allam: "I versetti dell'odio che insegnano come uccidere" e Il Foglio-Carlo Panella. " I mandanti in piazza " e Libero-Carlo Panella:" In nome della Shari'a. Uccidere chi deride Maometto ? Nel mondo arabo è legge" )

Se un domani anche in Italia dovesse verificarsi un attentato atroce come quello che il 7 gennaio ha insanguinato la redazione di Charlie Hebdo, non dovremo sorprenderci. Perché anche da noi ci sono le condizioni che lo consentono:

- il convincimento di tutti i musulmani, moderati ed estremisti, che la raffigurazione di Maometto, ancor di più se in chiave satirica, sia inammissibile e da sanzionare;

- l'impegno ad accreditare l'islamofobia, ovvero il divieto di criticare l'islam, inteso come reato alla stregua del razzismo nei confronti di una comunità etnico-confessionale;

- il sostegno da parte di fasce della popolazione, prevalentemente nell'ambito cattolico e della sinistra, alla legittimazione dell'islam, alla proliferazione delle moschee e l'attribuzione ai musulmani di uno statuto giuridico che riecheggia la sharia, come a esempio il riconoscere gli effetti civili della poligamia;

- la presenza di terroristi islamici reduci dai campi delle loro guerre sante in Siria e Irak che potrebbero scatenarsi in qualsiasi momento.

Nessuno dei sedicenti musulmani moderati, pur condannando la strage di Charlie Hebdo, ha difeso il diritto della libertà d'espressione o per esempio twittato #jesuischarlie.
Perché nessun musulmano potrebbe contraddire sia il divieto assoluto di rappresentare Maometto sia il reato di blasfemia che, secondo la sharia, sono entrambi sanzionabili con la condanna a morte.
L'aniconismo, il culto privo di immagini, si rifà a un detto attribuito a Maometto secondo cui «a un individuo che ritrae un essere vivente verrà chiesto di infondergli la vita» e costui «verrà torturato fino al Giorno del giudizio». Secondo Maometto essendo solo Allah il Creatore della vita, l'individuo che ritrae un essere vivente tenterebbe di sfidare e di competere con Allah.
Questo divieto viene suffragato da cinque versetti coranici (Sura LIX, L'esodo, 24; Sura III, La famiglia di Imran, 6; Sura VII, Il Limbo, 11; Sura XL, Il Perdonatore, 64; Sura V, La tavola imbandita, 90).

Ebbene, se è solo l'islam integralista a prescrivere il rifiuto di tutte le immagini di esseri viventi perché potrebbero essere idolatrate (ed è ciò che ha portato i terroristi islamici ad abbattere i Buddha in Afghanistan o le statue cristiane), tutte e quattro le scuole giuridiche dell'islam sunnita (hanafita, sciafiita, malikita e hanbalita) concordano sul divieto di rappresentare Allah, Maometto e i profeti citati nel Corano.
Così come tutti i musulmani riconoscono che, sulla base della sharia, la legge islamica, tutti coloro che commettono blasfemia criticando Allah, il Corano o Maometto devono essere condannati a morte.
La legge sulla blasfemia è ufficiale in Pakistan ma è di fatto vigente in tutti i Paesi musulmani, dove le pene possono essere diverse, fermo restando la condanna del reato.

La strage di Charlie Hebdo non si sarebbe verificata se non fossero stati i musulmani «moderati» della Grande Moschea di Parigi e dell'Uoif (Unione delle organizzazioni islamiche in Francia) ad accusare il settimanale satirico di blasfemia e a trascinarlo in tribunale nel 2007, sollevando un clima d'odio condiviso dalla miriade di associazioni autoctone per i diritti degli immigrati e dei musulmani e taluni ambienti cristiani e cattolici, su cui si è successivamente innestato il terrorismo delle bombe e dei kalashnikov al grido di «Allah è grande, vendicheremo il profeta».

Ecco perché la strage di Charlie Hebdo è un simbolo della contiguità e della consequenzialità del pensiero e delle azioni dei moderati e dei terroristi islamici. Un attentato atroce simile potrebbe verificarsi in Italia anche perché il nostro Paese condivide con la Francia e altri Paesi europei la presenza di terroristi islamici nostrani, con cittadinanza italiana o residenti fissi, reduci dai campi di battaglia in Siria e Irak.

Chérif e Said Kouachi non erano terroristi e non è terrorismo la strage della redazione di Charlie Hebdo. Non è una provocazione: se non si affronta questo nodo tutt'altro che formale, non si inquadrano i fatti e men che meno si imposta una reazione efficace.
I Kouachi hanno eseguito una condanna a morte contro i "blasfemi" redattori di Charlie Hebdo non solo chiesta a gran voce da centinaia di migliaia di manifestanti musulmani in tutte le città dell'islam dal 2006 in poi, ma anche prevista dai codici penali di non pochi stati islamici.
Per questo, non solo per la sua atrocità, questa strage segna un salto di qualità nella vicenda jihadista. Il massacro cerca e trova consenso in una parte minoritaria, ma consistente, della umma, quantomeno tra le centinaia di migliaia di manifestanti scesi nelle piazze di tutte le città musulmane nel 2006 per chiedere la morte degli autori delle vignette del danese Jyllands-Posten, ripubblicate da Charlie Hebdo. Manifestazioni ovunque cruente e non solo a parole.
A Gaza, il jihad islamico e altri gruppi minacciarono di "trasformare in bersagli" i francesi, danesi e norvegesi presenti nella Striscia. Ovunque ci furono attacchi e incendi di ambasciate occidentali e molti morti.
In Nigeria, Boko Haram fa i suoi primi passi e promuove enormi manifestazioni, bruciando alcune chiese e trucidando decine di cristiani.

Ma è il contesto a essere ancora più inquietante: una blasfemia contro il Profeta oggi è punita con condanne a morte in Pakistan, Iran, Kuwait, dai talebani e nel Califfato. In altri paesi è punita con l'ergastolo, o lunghe pene detentive e durissime punizioni corporali.
Inoltre, poiché il blasfemo spesso è dichiarato "apostata", è punito con la morte in ben 10 paesi musulmani - cosa dimenticata in quasi tutti i commenti dei media occidentali. Asia Bibi, quattro anni fa, è stata condannata a morte dal tribunale di Nankana, in Pakistan, proprio perché - falsamente - accusata di avere pronunciato parole blasfeme contro il Profeta durante una lite con alcune donne vicino a un pozzo d'acqua.

C'è una sottovalutazione colpevole da parte dell'occidente non solo di un caso umano disperato (le sue condizioni di detenzione sono miserevoli), ma anche di un nodo shariatico che dovrebbe essere discriminante - ma non lo è - nei rapporti tra il Pakistan e l'occidente, tra islam e occidente.
Dunque, per un jihadista e per molti musulmani e stati islamici, uccidere un blasfemo (come i redattori di Charlie Hebdo) non è gesto di terrorismo, ma significa applicare la sharia più classica, in vigore anche in paesi alleati dell'occidente.
E' eloquente la coincidenza tra la strage di "blasfemi" di Charlie Hebdo e la notizia delle prime 50 frustate (sulle mille comminate) inflitte in pubblico davanti alla moschea al Jafali di Gedda, in Arabia Saudita, al blogger Raif Badawi, condannato a dieci anni di reclusione, per avere postato "frasi irriverenti nei confronti del Profeta". Re Abdullah, alleato "moderato", dell'occidente contro il jihadismo, ha rifiutato la grazia chiesta da innumerevoli petizioni.


Sbaglia dunque chi pensa che la strage di Charlie Hebdo abbia lo scopo precipuo di incutere terrore nelle città occidentali (obiettivo esplicito di tutti gli altri attentati precedenti in occidente, dalle Twin Towers a Atocha sino a Sydney).
Il suo fine è diverso: dimostrare alla umma che i jihadisti applicano con determinazione la sharia e la pena di morte per i blasfemi chiesta da centinaia di migliaia di musulmani.

Proprio la raccolta del consenso da parte dello Stato islamico da mesi caratterizza l'abnorme evoluzione del fenomeno jihadista. Sviluppo che erroneamente molti misurano solo sul parametro di un movimento che "si è fatto stato", che è un dato preoccupante, ma solo quantitativo.
Il Califfato di al Baghdadi ha fatto compiere al jihadismo un salto qualitativo, cercando - e ottenendo - quel "consenso", sia pure minoritario, sia pure intrecciato col più feroce autoritarismo, che è caratteristica principe dei moderni stati autoritari: lo Stato islamico applica l'identica sharia che vige in Arabia Saudita e in molti paesi islamici, solo con più ferocia e vigore.
E non si pensi che la schiavitù delle bimbe cristiane e yazide desti scandalo in tutta la umma: è prevista e regolamentata non solo dalla sharia, ma anche da molti versetti del Corano. Ed è praticata in tutte le monarchie del Golfo.

Tutto il mondo ha ascoltato ieri le parole di Sayed Kouachi al telefono con un giomalista. Kouachi ha spiegato quel che tutto il mondo si rifiuta per caparbia ignavia di comprendere: non è affatto un terrorista. È un islamista, un jihadista. Il suo scopo nel maciullare la redazione di Charlie Hebdo non era affatto quello di seminare il terrore in Occidente.
Quello era l'obbiettivo degli attentati islamisti sino a ieri, dalle Twin Towers in poi. No, l'obbiettivo dei Kouachi era ben altro: applicare la sharia contro una redazione di blasfemi.
Questo avevano chiesto centinaia di migliaia di musulmani scesi nelle piazze di tutte le città musulmane dal 2006 in poi, per protestare contro le vignette satiriche su Maometto pubblicate da un quotidiano danese e subito ripubblicate da Charlie Hebdo. Questo, l'esecuzione del blasfemo, è quanto per l'appunto prevede la sharia in vigore in una decina di Paesi islamici, in quanto tale e in quanto, avendo insultato il Profeta, è anche apostata. Non terrorismo. Jihadismo, Guerra Santa per imporre la sharia in Europa.

Il ragionamento di Kouachi è lineare quanto agghiacciante: Non siamo assassini. Noi difendiamo il Profeta. Non uccidiamo le donne, non uccidiamo nessuno. Difendiamo il profeta. Se qualcuno offende il profeta, non c'è problema, lo possiamo uccidere. Ma non uccidiamo le donne. Non siamo come voi. Voi siete quelli che uccidete i bambini musulmani in Iraq, in Siria, in Afghanistan. Noi no. Abbiamo un codice d'onore, nell'Islam».
Dunque, questo è uno degli islam possibili e praticati da questa enorme minoranza: se offendi il profeta non sei più un essere umano, sei una cosa impura (Ha-ram) e devi essere eliminato. Questo "codice d'onore dell'Islam" non è la farneticazione di un esagitato perché è in vigore come codice penale in tanti Paesi musulmani.

Con orribile coincidenza, mentre Kouachi parlava, sulla piazza della moschea Jafali di Gedda in Arabia Saudita il giovane Raif Bedawi ha ricevuto la sua prima dose di 50 frustate, sulle 1.000 a cui è condannato (oltre a 10 anni di carcere duro), per avere scritto parole giudicate irriverenti contro il Profeta sul suo blog. Ed è indecente, quanto meno, che tutto il mondo sia perfettamente al corrente del contesto islamico che ha motivato i fratelli Kouachi, ma lo ignori, definendoli, banalmente, terroristi.
Mistificando quel l'obbiettivo shariatico che lui pure rivendica con parole inequivocabili. Tutto il mondo sa che Asia Bibi giace in una cella malsana a Nankana, in Pakistan perché alcune coma l'hanno accusata di avere offeso il Profeta durante una lite al pozzo dell'acqua del villaggio.

Tutto il mondo sa che Asia Bibi é condannata a morte per blasfemia.
Tutto il mondo sa che Khomeini nel 1988 condannò a morte lo scrittore Salman Rushdir per blasfemia, che il suo traduttore giapponese fu ucciso e che quello italiano della Mondadori fu gravemente ferito.
Tutto il mondo sa che i redattori di Charlie Hebdo erano parimenti accusati di blasfemia è che è stata chiesta la loro morte da centinaia di migliaia di musulmani nelle piazze, in applicazione della sharia.

Ma non c'è un commentatore che sia uno nell'immensa sfera del politically correct che colleghi, come è evidente, palese, queste condanne a morte shariatiche tra di loro. Non terrorismo, ma imposizione jihadista della sharia in terra d'Europa, questo lo scopo rivendicato dei fratelli Kouachi Dunque, la strage di Charlie Hebdo, così come quella dei 4 ebrei di Hyper Khoser, presi in ostaggio e poi uccisi solo perché ebrei, segna una svolta negli attentati jihadisti. Punta alla ricerca del consenso di massa nella grande platea musulmana.
Il dramma è che ottiene, parzialmente, come è ovvio, questo risultato. Tanto quanto -va riconosciuto- le istituzioni musulmane hanno condannato questo eccidio, altrettanto, quantomeno tra le centinaia di migliaia di manifestanti che chiedevano la testa dei "blasfemi" redattori di Charlie Hebdo, quel macello é piaciuto, è stato condiviso. E non solo nella bloggo sfera jihadista.
Dunque, al dramma si aggiunge un problema. L'Occidente, non solo non sa difendersi dagli jihadisti, non solo non vuole rendersi conto che hanno dichiarato la loro Guerra di Civiltà unilaterale, ma sbaglia addirittura nell'interpretare le loro azioni. Non vuol capire che i trailers orrendi con le decapitazioni degli ostaggi puntano a ottenere, come ottengono, nuovi proseliti. Non vuole capire che dentro l'Islam si è radicato e sta crescendo esponenzialmente un nuovo scisma che giustamente il progressista Umberto Eco ha definito "nuovo nazismo".
 


 

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